Sconfinare

10.12.2024

Con testi di William Guerrieri, Nicoletta Leonardi, Guido Guidi e Urs Stahel

A seguito del deposito della collezione di “Linea di Confine per la Fotografia Contemporanea” nella Fototeca della Biblioteca Panizzi, i Musei Civici di Reggio Emilia, con la Biblioteca Panizzi e l’associazione Linea di Confine, inaugurano un’ampia esposizione con oltre 260 opere (fra le quali quattro video) di 36 autori, provenienti dalla collezione e prodotte nell’ambito delle oltre trenta indagini susseguitesi dal 1990 al 2022 sul territorio regionale e nazionale. On borders – Sui confini ha titolo bilingue perché, accanto a maestri della fotografia italiana come Guido Guidi, Franco Vaccari, Olivo Barbieri, Marina Ballo Charmet, Paola De Pietri e Vittore Fossati, all’esperienza hanno partecipato negli anni autori internazionali come i “Nuovi Topografi” Lewis Baltz, Frank Gohlke e Stephen Shore, e ancora personaggi come Michael Schmidt, Axel Hütte, Walter Niedermayr, John Gossage e Tim Davis. Rispetto al “big bang” rappresentato quarant’anni fa da Viaggio in Italia, libro ora finalmente ristampato da Quodlibet (ci torneremo), “Linea di Confine” è stata infatti da un lato un’esperienza pilota, di collaborazione organica fra artisti e istituzioni, e dall’altro la possibilità di proiettare una nuova sensibilità per l’immagine, quella appunto maturata in ambito nazionale (se non regionale) negli anni Settanta e Ottanta, in un contesto internazionale. Dal Viaggio in Italia al Viaggio dell’Italia, insomma. Un viaggio che oggi continua. Fra le più giovani autrici in mostra, Sabina Ragucci ha voluto riflettere sulla portata di questa esperienza, per sé e in generale, dialogando con l’autore-curatore William Guerrieri, con la storica della fotografia Nicoletta Leonardi, con un direttore di museo come Urs Staehl – nonché col proprio mentore, Guido Guidi.

A.C.

L’esperienza Linea di Confine per la Fotografia Contemporanea, come sostiene Urs Stahel – nell’estratto dell’intervista che troverete qui sotto – è qualcosa da accorpare allo stile anni Novanta. Linea di Confine, in qualche modo, si proponeva di indagare, tramite l’arte, la trasformazione di un luogo, ma soprattutto si inseriva nella prosecuzione della tradizione tra i due secoli, quella di Eugène Atget e Timothy O’Sullivan, di Berenice Abbott e Walker Evans, in seguito accolta, problematizzata e ravviata da Lewis Baltz e John Gossage, Bernd e Hilla Becher tra i moltissimi altri. In fondo, come diceva Baltz, la fotografia è paradossale proprio nell’interazione con il concetto di realtà: le fotografie, malgrado la loro verosimiglianza, sono astrazioni, la loro informazione è selettiva e incompleta. Insomma: viste con gli occhi degli artisti, le committenze pubbliche di Linea di Confine sembravano un pretesto per dire di più che il Fiume Secchia, dire di più che la trasformazione del territorio o della costruzione Linea Veloce-Tav; e tuttavia quelle fotografie erano, al contempo, il qui e ora di un preciso periodo storico italiano, perfino al di là della volontà dei fotografi. Si costruivano sequenze fotografiche come se si fosse atterrati su una pista all’inseguimento di una tradizione, nell’incognita del rimescolio costante. William Jenkins, nel saggio del ’75 Nuovi Topografi. Fotografie di un paesaggio alterato dall’uomo, citava Borges in esergo: “… Io potrei provare a dire, in modo semplice, storie semplici, così da provare a fuggire dai labirinti, dai pugnali, dalle tigri, perché tutte queste cose mi sono diventate un po’ noiose. Così cercherò di scrivere un libro, un libro così bello che nessuno crederà che l’abbia scritto io. Vorrei scrivere un libro – non dirò nello stile di qualcun altro – ma nello stile di chiunque altro”. Ecco un labirinto che non sarebbe finito se non con la forma, che di certo non stava all’opposto del contenuto, ma era come materia sottile e intellettiva. La forma che si trovava così all’improvviso tra le acque di un fiume, desiderosa di riemergere dal difficile equilibrio tra la superficie di un’immagine e la sua profondità inaspettata. Spesso, in quanto immagini anni Novanta, quelle dei partecipanti ai laboratori di Linea di Confine erano già esasperate e impazienti di auto-risolversi tra l’azzurrino del cielo e il colore dell’agricoltura intensiva, difficile con una pellicola 120 Ilford Hp5, 400 Asa; quindi, per evitare il contrasto di quella luce accecante nei dintorni di Rubiera, si optava per la Kodak 160 Asa, e questo non soltanto per l’orientamento implicito dettato da Guido Guidi. In generale, la ripetizione ossessiva da parte di questi artisti di soggetti pressoché identici era presentata in un’esposizione vincolata, in modo consapevole, a un’estetica minimalista: i minimalisti, considerati fratelli maggiori. Quindi, oltre al qui e ora, questa fotografia continuava a convogliare alti valori artistici; l’ordinario era trasformato e trasceso tramite la sua incorporazione; e le differenze di stili, esistenti, erano assimilabili all’epoca che si attraversava, così come il dispendio fisico ed economico inconcepibile di migliaia di tentativi, tra il costo della pellicola e il peso del banco ottico, tentativi comunque necessari per cercare un’esperienza del reale, oltre alla forma come ciò che rimane. In fondo, le alluvioni non erano ancora apparse, di sicuro i boschi erano spariti, e l’epoca dei capannoni era iniziata da pochi decenni. Ora, corrobora l’apertura di ciò che è stato, diventato archivio, nelle stanze dei Musei Civici di Reggio Emilia: l’intero patrimonio di Linea di Confine in prestito per vent’anni, forme e contenuti permeabili alle prossime vestigia del mondo digitale. Del resto – si sa – ars longa vita brevis.

Di seguito, alcuni estratti dai materiali presenti nella mostra dedicata all’esperienza d’indagine di Linea di Confine, adattati alla parola scritta, tratti dalle interviste ad alcuni protagonisti di quell’esperienza che è stata attraversata per vivere una fotografia contemporanea.

Sabrina Ragucci

Vittore Fossati, In riva ai fiumi, vicino ai ponti, 2006, # 03

WILLIAM GUERRIERI
(direttore di “Linea di Confine”, fotografo)

Come nasce Linea di Confine? Bisogna ricordare diverse ragioni. La prima senz’altro deriva dal fatto che la fotografia italiana negli anni Ottanta ha avuto un periodo straordinario. La ricerca sul paesaggio ha prodotto esiti di grande interesse, no? Alcuni di questi fotografi, in particolare, penso a Ghirri, Guidi, Basilico, hanno avuto anche una visibilità in Europa, ma nel complesso il movimento dei fotografi italiani di quegli anni rimaneva sconosciuto. In quegli anni ancora molti critici, storici europei non avevano un riferimento istituzionale con cui rapportarsi per capire cos’era la fotografia italiana. Quindi a fronte di grandi risultati che la fotografia italiana aveva ottenuto si viveva una sorta di isolamento, in Europa. La fotografia italiana non era abbastanza riconosciuta mancavano dei riferimenti per conoscerla.

Una seconda ragione importante è il fatto che in quegli anni mancavano dei percorsi formativi per i fotografi, non c’erano scuole, non c’erano percorsi istituzionali per la formazione dei fotografi interessati alla ricerca che in quegli anni era manifestata dagli autori che abbiamo prima ricordato e quindi venne l’idea di proporre dei workshop in una forma più allargata, in una forma diversa dai soliti workshop che duravano pochi giorni. Venne l’idea di creare quelle che poi si chiameranno Laboratori di fotografia, che erano delle vere e proprie esperienze formative, una vera e propria ricerca sul campo. Il Laboratorio di fotografia diventava uno strumento di produzione, e l’autore che conduceva il laboratorio oltre al suo lavoro si ritrovava ad affiancare i più giovani in questo lavoro di ricerca.

Spesso si fa una storia dei maestri della fotografia italiana, ma non si comprende bene come questi fotografi, per almeno un decennio, si siano occupati di paesaggio, quando negli altri paesi europei, ad esempio, così non è stato. Evidentemente la committenza pubblica in Italia, anche se non coordinata dagli organi centrali dello Stato, come è avvenuto in Francia con la DATAR ma attraverso l’iniziativa di piccoli enti, città, province e soggetti pubblici e privati, ha avuto un ruolo importante. La fotografia italiana di quel decennio deve molto alla committenza pubblica.

Qual è l’eredità che ha lasciato Linea di Confine? Sinceramente non saprei rispondere a questa domanda. Perché da un lato non c’è dubbio che la fotografia sia molto cambiata. Ma non è anche abbastanza chiaro, a mio parere, quale sia diventato il rapporto che la fotografia può oggi intrattenere con il reale. Su questo ci sono posizioni diverse, a mio parere, alcune sono anche abbastanza confuse, ma questo sicuramente ci ha allontanato dall’esperienza di Linea di Confine, la quale invece credeva in un rapporto di conoscenza del reale nella sua dimensione storica, culturale.

Mi auguro che con questa mostra si crei la possibilità per tanti giovani di conoscere e di vedere opere, lavori di autori che magari non hanno avuto modo di conoscere e che quindi questa mostra possa in qualche modo aiutare a pensare, a immaginare un’eredità di Linea di Confine.

Olivo Barbieri, da Via Emilia. Fotografie, luoghi e non luoghi, 2000 #02

NICOLETTA LEONARDI
(professoressa di Storia della fotografia, Accademia di Belle Arti di Brera)

Nella prospettiva della storia della fotografia italiana, ma anche internazionale, Linea di Confine occupa un ruolo di cruciale importanza come vero e proprio centro di ricerca. Ovvero, per me, Linea di Confine non è stata soltanto un luogo di committenza di campagne fotografiche, ma è stata, e spero possa continuare ad essere in futuro, un centro di ricerca che si caratterizza per la capacità di connotarsi come uno strumento indirizzato fortemente all’arte pubblica, alla partecipazione non soltanto a livello dei cittadini ma anche a livello degli enti territoriali. Linea di Confine nasce come un’associazione di enti territoriali, di comuni che si consociano fra loro e dunque ha questo carattere fortemente connotato sul territorio.

Linea di Confine è stata inoltre caratterizzata dalla multidisciplinarietà, dalla trasversalità e quindi il fatto di non essere un luogo dedicato solo alla fotografia ma anche alla ricerca intesa come dialogo fra ricerca artistica e ricerca scientifica, soprattutto negli ambiti dell’architettura, dell’urbanistica, delle scienze sociali ma non solo. Questo è un aspetto che connota fortemente Linea di Confine e che ne fa un luogo di grandissimo profilo scientifico e artistico. Un luogo che è stato quindi un centro di ricerca e ha avuto una sua identità, una sua presenza fisica che attraverso questo territorio ha poi proiettato il suo operato a livello internazionale, instaurando dialoghi sia locali che internazionali invitando artisti da tutto il mondo e dunque creando reti di conoscenze, reti di saperi, reti di pratiche che sono stati e sono tuttora molto importanti.

Linea di Confine è stata inoltre, nel mio percorso professionale, l’occasione di due importantissimi lavori che sono stati realizzati nel 2003 (Work in Progress) e nel 2005 (Luoghi della cura). Per il primo, si trattava di una campagna commissionata al fine di produrre delle immagini del lavoro da mettere in mostra all’interno di uno spazio istituzionale. L’aspetto più interessante di questa indagine portata avanti da Olivo Barberi e William Guerrieri è stato che da una parte Olivo ha orientato il suo sguardo verso le nuove frontiere del lavoro tecnologico e quindi ha operato all’interno della fabbrica degli stabilimenti Ferrari (…) mentre Guerrieri ha fatto un affondo molto interessante sulla storia e sugli archivi, in particolare gli archivi fotografici della CGIL della città. E dunque l’aspetto diciamo fondamentale di questa ricerca è stato quello di guardare al presente ma recuperare anche aspetti del passato, aspetti identitari che hanno costituito la storia, spesso ahimè oggi dimenticata, che è la storia del lavoro nel nostro paese.

Linea di Confine ha questa connotazione che è al tempo stesso locale, nazionale e internazionale; e quindi a partire da identità locali partono delle traiettorie che poi arrivano alla scena internazionale attraverso il coinvolgimento di personalità e di ricercatori – perché sono veri e propri ricercatori –, autori e autrici che hanno lavorato nella prospettiva della fotografia intesa come ricerca artistica. Quella che ha lasciato Linea di Confine è un’eredità oggi di grandissima importanza.

Guido Guidi, PK TAV + 500, 2005 # 8

GUIDO GUIDI
(fotografo)

Qual è stata l’idea portante dei Laboratori di fotografia? L’idea di base del Laboratorio di fotografia nasceva anche dal fatto che in Italia non si insegnava la fotografia. All’epoca non c’era università americana che non avesse un corso di fotografia. Un giorno William Guerrieri è venuto a casa mia portandosi dietro un gruppo di persone, per propormi di fare un laboratorio a Rubiera. Francamente mi sentivo ancora impreparato per affrontare un laboratorio. Avevo fatto sì, pochi mesi prima, un laboratorio qui in città, ma restavo un po’ incerto. Poi però, dietro l’insistenza del visitatore, ho accettato.

Perché abbiamo invitato fin da quasi subito gli americani? Perché per noi era un po’ la nuova frontiera della fotografia. Non la fotografia subjective tedesca, non la fotografia russa, non la fotografia italiana soprattutto, che era impaludata nella tradizione provinciale del fotoamatorismo. E quindi il modello era l’attenzione per le cose e non per i monumenti: per le cose da poco, come diceva Zavattini. Lewis Baltz diceva dell’attenzione al rumore che fa il pantalone camminando sfiorandosi tra gamba sinistra e gamba destra. Insomma gli interstizi erano il nostro interesse, il che non apparteneva alla fotografia tedesca e non era neanche tipico della fotografia francese. E invece derivava dalla fotografia antica.

L’eredità di Linea di Confine? Bella domanda. Chi è stato, chi è passato attraverso Linea di Confine ha subito un imprinting indelebile. Lo si vede anche da varie istituzioni che in qualche modo cercano di continuare questa esperienza, non sempre ricordandola. Mentre è stata Linea di Confine a tracciare un solco davvero importante. Un solco che, se vuoi, non è molto di moda; però credo che tornerà presto in auge.

Stephen Shore, Luzzara, 1993

URS STAHEL
(fondatore del Museo della fotografia di Winterthur, che ha fondato insieme all’editore Walter Keller e al collezionista e mecenate George Reinhart: uno dei luoghi più significativi per la fotografia a livello internazionale che Stahel ha diretto con successo per ben vent’anni. Dal 2013, dopo essersi dimesso dall’incarico, è responsabile delle attività espositive della Fondazione MAST di Bologna, oltre che autore, consulente e docente presso l’Accademia di Belle arti e l’università di Zurigo; dal prossimo autunno curerà inoltre il festival della fotografia di Mannheim-Ludwigshafen-Heidelberg)

Linea di Confine è stata fondata nel 1989, il Museo di Winterthur ha aperto al pubblico nel 1993, quattro anni dopo. (…) Per rispondere alla domanda su quale sia stato l’impatto di Linea di Confine negli anni Novanta, credo che quell’esperienza corrisponda alla mia storia e crescita presso il Fotomuseum di Winterthur. Gli anni Novanta sono stati un periodo molto speciale; anzi forse gli anni Novanta, per la fotografia, sono stati il periodo migliore in assoluto. La fotografia ha iniziato allora a recepire l’idea di parlare del nostro mondo, del paesaggio, del territorio, degli impatti sociali, delle situazioni sociali. Così è diventata, per un decennio o due, il documento visivo più importante per il mondo. In questo movimento Linea di Confine, dal mio punto di vista, ha avuto un ruolo fondamentale. Ha invitato fotografi internazionali, alcuni dei quali americani come Lewis Baltz e Stephen Shore, o dalla Germania come Michael Smith. (…) Allo stesso tempo, Linea di Confine ha fatto scuola, tramite laboratori di ricerca, ospitando un’intera nuova generazione di fotografi italiani.

Anche la conoscenza di questi fotografi internazionali si è trasformata tramite il panorama italiano (…). Insomma a posteriori potremmo dire che Luigi Ghirri negli anni Ottanta e Novanta e Linea di Confine di Guido Guidi negli anni Novanta e anni Zero, hanno realizzato un ritratto del Nord Italia, e quella fotografia ha fatto proselitismo diventando un linguaggio importante per parlare del territorio, per parlare degli impatti sociali, delle relazioni sociali. Per me è stata una delle iniziative più intense e complesse che abbiamo avuto in Europa. Infatti negli anni Novanta, al Fotomuseum di Winterthur, abbiamo esposto molte opere dell’Archivio di Linea di Confine. (…). Quindi abbiamo realizzato la mostra Trans Emilia nel 2003, con molti lavori provenienti dalla collezione di Linea di Confine. (…) Ed è stata un’esperienza fantastica per diffondere questa iniziativa, per mostrare la qualità delle opere di alcuni fotografi, artisti come Lewis Baltz e molti altri. Altrettanto straordinario il lavoro di John Gossage, per esempio, oggi un po’ dimenticato. Ma il lavoro che Gossage ha fatto per Linea di Confine è fantastico. Per noi il suo è stato un progetto molto importante, che si adattava perfettamente al nostro modo di pensare e di affrontare la fotografia. In quel momento ci è sembrato giusto invitare al Fotomuseum di Winterthur fratelli e sorelle del Nord Italia, perché siamo fratelli e sorelle nel pensare la fotografia.

L’eredità di Linea di Confine è stata grande. Per la qualità del lavoro, la qualità dei progetti, l’incontro di molte persone, l’insegnamento della fotografia ai giovani. (…) Un progetto come Linea di Confine non si potrà più realizzare né ora né in futuro. Il mondo della fotografia e il mondo dei media in generale sono cambiati, e si sono trasformati così velocemente e così drammaticamente che non sono sicuro che si potrà mai più rifare una Linea di Confine con la stessa cura, la stessa pazienza di iniziare qualcosa senza sapere dove si andrà a finire, ma desiderare lo stesso andare avanti. (…) Nel nostro presente un milione di immagini all’ora vengono caricate su Internet. E allo stesso tempo la nostra attenzione per queste immagini è diminuita drasticamente, proprio a causa dell’incredibile quantità di immagini che ci circonda. La realtà della fotografia sta cambiando molto. (…) Linea di Confine è la memoria, la storia di una fotografia che forse non esisterà più in futuro.

On Borders – Sui confini. L’esperienza d’indagine di “Linea di Confine per la Fotografia contemporanea”
a cura di Ilaria Campioli, William Guerrieri e Monica Leoni
Reggio Emilia, Palazzo dei Musei
8 dicembre 2024 – 23 marzo 2025

Sabrina Ragucci

Sabrina Ragucci

è artista visiva e scrittrice. Ha esposto il suo lavoro in numerose mostre monografiche e collettive, in Italia e all’estero. Nel 2011 è tra gli artisti del Padiglione Italia alla Biennale di Venezia con “Italian East Co(a)st” (divenuto, in via definitiva, “Condominio Oltremare”). Nel 2012, con Giorgio Falco, ha pubblicato “The Collared Dove Sound”, nel 2014 “Condominio Oltremare” (L’orma) e nel 2020 “Flashover” (Einaudi) . Ha collaborato con diverse riviste on line; scrive di fotografia e arte su “il manifesto”. Ha insegnato Storia dell’arte e della fotografia. Nel 2020 ha pubblicato il romanzo “Il medesimo mondo” (Bollati Boringhieri). Sono in uscita a settembre due fototesti: per “Around Photography” e per il progetto “Welcome Stories”, promosso dalla Fondazione Palazzo Magnani, Reggio Emilia.

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