Compare sotto la fitta tessitura della tela di lino una pittura sontuosa, sovraccarica e insieme piatta. Cannon Fodder, prima personale in uno spazio istituzionale di Giuditta Branconi, è compatta e precisa, costituita da sei opere realizzate ad hoc per una delle sale espositive di Collezione Maramotti. È anche una mostra affollata di figure: abitano le opere della giovane pittrice animali, fiori, fiocchi, a volte persone. Cani con le fauci spalancate, scheletri. Tra loro, emergono scritte in varie lingue, in un’ecologia sentimentale rumorosa e gioiosa, nutrita e sostenuta da un vasto archivio di parole e immagini conservato e raccontato dall’artista. Tutto è visto al contrario: Branconi dipinge ogni cosa e poi rivolta le sue tele, così della pittura rimane una superficie strettamente planare e le parole perdono quasi di senso, diventando elementi visivi tra gli altri.

La bidimensionalità è rotta soltanto dall’installazione Se seguissi le molliche di pane (non torneresti qui mai più) del 2026, in cui tre tele tirate sono visibili da ambo i lati, la luce traspare timida attraverso la pittura e le scritte galleggiano in una teoria di figure. Una sorta di capanna dipinta, attraversabile, un rifugio vulnerabile e temporaneo per esseri umani di passaggio, che suggerisce uno slittamento dal privato a un orizzonte più ampio, in grado di abbracciare la situazione internazionale degli ultimi anni. La carne da cannone che dà il titolo alla mostra è inizialmente un riferimento autobiografico; gli eventi che negli ultimi anni hanno affollato le pagine dei quotidiani, stravolgendo e rompendo decine di migliaia di vite, emergono inesorabilmente anche qui: il titolo assume un tono di denuncia e nella “capanna” dal telaio solido emerge certa la scritta “Defascistizzazione!”.
Le opere dipinte a olio sono solo apparentemente stratificate – Branconi lavora per giustapposizioni fino a saturare la superficie – e risentono del panorama mediale in cui siamo immerse. L’accumulo è fallace e fittizio. Le lettere sono delineate da contorni spessi, in font riconoscibili. Le parole che fatichiamo a ricomporre, viste al contrario, non possono che ricordare i CAPTCHA, test per determinare se dall’altra parte del computer ci sia un utente umano oppure un bot, che ci accolgono quando apriamo siti web e compiliamo form online; in un angolo dell’installazione, la presenza della parola “password” ci suggerisce il passaggio. Forse uno snodo su cui la pittura può (ancora) dire molto si posa sulla linea di confine tra esseri umani e computer: lì si inserisce questa serie di opere, segnando una discontinuità rispetto ai precedenti lavori dell’artista.

I messaggi di una persona stanca e le notizie sul commercio di organi si susseguono in una teoria di parole che restituisce l’accostamento di piani ed eventi: a tratti il contenuto è tragico, ma la restituzione è vivace. Il mio feed di Instagram è affollato di notizie di guerra, get ready with me, bombardamenti, cagnolini, scandali di pedofilia internazionale, fit check, your unemployed friend fa un viaggio intercontinentale, il mondo in mezzo è a brandelli, crimini di guerra e altri contenuti virali. Tutto scorre. La pittura di Branconi sembra assumere esattamente questa postura frastagliata: i leprotti mediati dallo schermo di uno smartphone o dipinti sapientemente ci appagano ma non permettono di dimenticare le politiche colonialiste e criminali, i rigurgiti fascisti, né tantomeno l’instabilità economica ed esistenziale che, ne sono certa, è condivisa.

Giuditta Branconi mette in scena con la sua pittura amenità rupestri, catene e parole tratte da messaggi personali, citazioni letterarie o da quotidiani in varie lingue. Le sue opere per tempi bellicosi non dimenticano la dimensione privata e introspettiva della scrittura diaristica: si scorgono le parole “sola, sola, sola, sola”.
La mostra segue l’acquisizione da parte della collezione di un lavoro precedente, in cui, come nelle personali presso L.U.P.O. e nel progetto realizzato per Victoria Miro, la pittura di Branconi era traboccante, densa di riferimenti senza essere pedante.
Nata in provincia di Teramo nel 1998, l’artista si è formata tra l’Accademia di Belle Arti di Urbino e quella di Brera a Milano, dove ha concluso il suo percorso di studi. Come nota Luca Bochicchio nel corposo catalogo della seconda personale dell’artista presso L.U.P.O. (BRAVA, Lorenzelli Upcoming Project Organization, Milano, 2025), l’aspetto decorativo delle sue opere stride volutamente con la scelta di esporre le tele al contrario, carica di risvolti concettuali e non nuova alla storia dell’arte. Il colore, lasciato trasparire attraverso il lino, risulta piatto: quasi come se si trovasse dietro il vetro di uno schermo. La pittura si fa trasognata, le reminiscenze di Walt Disney convivono con quelle dei preraffaelliti o di sapore Art Nouveau, forse più presenti nelle opere degli scorsi anni. In Cannon Fodder, Albrecht Dürer, Paul Gauguin e Disney sono mixati con messaggi di testo e giochi come “unisci i puntini”: esercizio quasi impossibile.

Giuditta Branconi, Mi ricordavo più felice di così, 2025 © Giuditta Branconi. Courtesy the artist; L.U.P.O Gallery, Milan. Ph. Dario Lasagni
Cannon Fodder. Giuditta Branconi
Collezione Maramotti, Reggio Emilia
8 marzo – 26 luglio 2026
In copertina: Se seguissi le molliche di pane (non torneresti qui mai più) / If you followed the breadcrumbs (you’d never get back here)(dettaglio/detail), 2026, olio su lino, struttura di legno / oil on linen, wooden structure © Giuditta Branconi. Courtesy the artist; L.U.P.O Gallery, Milan. Ph. Dario Lasagni
