Tornare ad Anarres

19.09.2024

Quando, nell’autunno del 1977, un manipolo di giovani che gravitavano intorno a Milano decise di dare vita, tra i mille “fiori di Gutenberg” dell’epoca, alla sua rivista, i punti di riferimento del gruppo erano la moltitudine di fanzine politicamente schierate autoprodotte tra anni Sessanta e Settanta, più che il mondo delle lettrici e dei lettori di fantascienza. A questo la rivista sembrava fare riferimento, invece, sin dalla scelta del nome, “Un’Ambigua Utopia”, tratto dal sottotitolo del romanzo di Ursula K. Le Guin I reietti dell’altro pianeta. La fantascienza era effettivamente un riferimento costante della rivista, ma era pronta per essere decostruita o, come scrive il gruppo redazionale, distrutta. La scelta di un titolo tratto da Le Guin, presto seguita dal sottotitolo “Rivista di critica marx/z/iana”, si sarebbe rivelata particolarmente felice, se pensiamo all’influenza della fantascienza speculativa di Le Guin sul pensiero critico internazionale dei decenni a venire.

“Un’Ambigua Utopia”, uscita in nove numeri tra il mese di dicembre 1977 e la primavera 1982, si inseriva nel dibattito che in Italia aveva visto la letteratura fantascientifica farsi territorio di contesa ideologica: pensiamo, ad esempio, alle riletture tolkeniane fornite dalla Nuova Destra, oggetto, tra l’altro, di un curioso volume pubblicato da Arcana, Lambro / Hobbit (1979), firmato da Giuseppe Bessarione (che prima di essere lo pseudonimo utilizzato qui da Gianni-Emilio Simonetti e altri era stato quello di Stalin). Nella nostra rivista, l’iniziale interesse verso la critica letteraria si accompagnava a quello per l’happening urbano, testimoniato, nel settembre 1978, dall’organizzazione da parte del collettivo redazionale di un’invasione marziana del capoluogo lombardo, pienamente coerente con travestimenti, feste, parate e cortei che già da qualche anno dilagavano in diverse città italiane. Antonio Caronia giunge in questa occasione nel collettivo redazionale, che influenza profondamente: si arriva a un’analisi più specifica di alcuni fenomeni, dall’utopia alla simulazione, sempre coerenti con il punto di partenza, l’immaginario e le sue relazioni con il quotidiano – in cui German A. Duarte, curatore dell’antologia dedicata da poco a “Un’Ambigua Utopia” («I reietti dell’altro pianeta» Un’Ambigua Utopia e le società del futuro, DeriveApprodi, 2024), riconosce lo snodo delle relazioni e dei percorsi “al di là della prassi”[1].

Duarte traccia una via, nella sua introduzione, che va da una fase più spontaneista di UAU (come è stata apostrofata la rivista sin dall’inizio), vicina ad altre esperienze del Settantasette, a una fase più prossima al linguaggio e agli interessi accademici. Questo – è bene precisarlo – non risulta, nella breve storia della rivista, un tradimento, quanto più un aggiornamento capace di intercettare dibattiti urgenti: si pensi che già nel 1980 su UAU veniva tradotto da Caronia un intervento di Jean Baudrillard, Simulacri e science fiction, poco prima che uscisse per Feltrinelli nella sua veste più istituzionale. Sarebbe rimasto, questo, uno snodo fondamentale: le allucinazioni di Ballard e i simulacri di Dick incontravano l’iperreale, con la consapevolezza che “la science fiction non [era] più da nessuna parte, ed [era] dappertutto”[2]. Due anni dopo, la rassegna dedicata a teorie e pratiche della simulazione, significativamente intitolata Il Gatto del Cheshire,avrebbe stabilito sia la rovina economica del gruppo (che intanto aveva persino aperto una libreria), sia la sua importanza nel tessuto culturale milanese, se non nazionale: da Gianni Sassi e la cooperativa Intrapresa, partner del progetto, fino ad Antonio Attisani, Franco “Bifo” Berardi, Franco Bolelli, Paolo Fabbri, Carlo Formenti e molte altre figure, la partecipazione è varia e traccia al contempo una linea ben precisa della teoria italiana intorno ai sempre più pressanti temi della tecnologia e dell’informatizzazione del reale. Partecipano numerose artiste e artisti di stanza a Milano: da Adriano Altamira a Valentina Berardinone, fino a Vincenzo Ferrari e Grazia Varisco. Alle spalle della rassegna si trovavano la Alice di Lewis Carroll e di Radio Alice, insieme a quell’universo di finzione appena descritto tra le pagine di un volume uscito per Bertani nel 1981, Simulazione e falsificazione. Il segno come valore: semiotica e lotta di classe (di Alberto Benini e Maurizio Torrealta), giustamente tra i riferimenti esplicitati nel nono numero di “Un’Ambigua Utopia”. Davanti e tutt’intorno, si intravedevano i simulacri senza referente di Baudrillard, gli ologrammi e gli schermi che raccontavano un mondo nel suo farsi fantasmagoria. Intanto, Franco Bolelli, tra le pagine di UAU, architettava la fuga: “C’è una prigione che è sotto gli occhi di tutti, eppure nessuno sembra vederla. […] Fra alterazioni atmosferiche e mutazioni della forma umana. Modificazioni della percezione prodotte da simultaneità cosmica e istantaneità elettronica. Alterazioni antropologiche e comportamentali: perché per vivere nella dimensione del dopo non basta più ribellarsi all’esistente ma si tratta di imparare a proiettarsi oltre le sue coordinate e al di là di ogni identità”[3].

Qualche anno dopo, in un altro continente, quella tensione tra racconto speculativo e scrittura accademica sarebbe diventata cruciale: la “teoria narrativa della sacca” di Le Guin, del 1988, riletta da Donna Haraway, sarebbe diventata un elemento per riformulare e decostruire miti e racconti delle origini. Giuliano Spagnul (tra i fondatori di UAU), nella postfazione del volume di DeriveApprodi, per raccontare i rivoli speculativi da cui partiva e a cui è giunta UAU, cita proprio il “mondeggiare” e lo “storieggiare” di Haraway e il suo servirsi della fantascienza e della fabulazione anche nella scrittura accademica. Tutto a partire dal suo acronimo, “FS”, che sta per “fantascienza, femminismo speculativo, fabula speculativa e fatto scientifico, ed evoca un grande gioco della matassa”[4].

Giuliano Spagnul, Antonio Caronia davanti all’Università Statale di Milano, fotomontaggio, 2013

“Un’Ambigua Utopia” è stata abbastanza fortunata da divenire un punto di riferimento per vari gruppi: su tutti vanno ricordati gli ufologi radicali di Mir (Men in Red), che alla fine degli anni Novanta avevano chiesto ad Antonio Caronia una testimonianza a proposito di quell’esperienza, che aveva la forza di ispirare il loro agire come militanti che occupavano, in modo più o meno ironico, la galassia dell’immaginario. UAU in seguito ha effettivamente continuato ad essere “riscoperta” ogni dieci o quindici anni e oggi vanta varie germinazioni più o meno riuscite. Nel far emergere la microstoria di UAU, è stata significativa la ristampa anastatica dei nove numeri, accompagnata da alcuni testi successivi e da un apparato iconografico, curata da Antonio Caronia e Giuliano Spagnul nel 2009 per Mimesis (in due volumi), a cui si aggiungono la pubblicazione di tutti i numeri su Archive.org[5] e numerose iniziative che hanno interessato vari soggetti prossimi a UAU[6].

L’antologia di testi selezionati da Duarte raccoglie tre postfazioni – una, già ricordata, di Spagnul, e le altre di Carlo Pagetti e Diego Gabutti – e, inserendosi quindi in una vicenda storiografica ben consolidata, ha forse il pregio di mettere in luce l’attualità di “Un’Ambigua Utopia”, aggiornandone la lettura. Sarebbe stata, questa, una buona occasione per segnalare lo stato dell’arte e la bibliografia su UAU che anno dopo anno si fa più imponente, ancora prima di allargare il discorso, come invece è stato fatto. Il volume, va anche detto, si inscrive in una più generale tensione alla valorizzazione dell’opera di Caronia – il cui spettro di interessi andava dalle arti performative e i nuovi media alla letteratura e al cinema di fantascienza, con diverse incursioni nell’ambito della teoria critica – seguendo la pubblicazione della raccolta di scritti Dal cyborg al postumano (a cura di Loretta Borrelli e Fabio Malagnini, Meltemi, 2020) o la ripubblicazione del volume, uscito originariamente nel 1996, Il corpo virtuale (a cura di German A. Duarte, Krisis Publishing, 2022).

La spiazzante attualità di UAU fa sì che risuoni ancora, tra ritrovamenti e tradizioni, a volte passate in rassegna un po’ velocemente. Essa è parte di un grande gioco della matassa i cui i nodi continuano a farsi: a febbraio 2023 chi scrive è andata alla presentazione di Ufo 78 (Einaudi, 2022) di Wu Ming a Cascina Torchiera. Ha incontrato lì, casualmente, Giuliano Spagnul, a cui aveva scritto alcune mail. Wu Ming affonda le sue radici proprio nelle vicende di cui fa parte UAU, e più specificatamente nel crogiuolo di nomi falsi e beffe mediatiche giunto a piena maturazione a metà anni Novanta, di cui è parte anche Mir. Non è un caso che Wu Ming ambienti il suo romanzo, popolato da ufologi, antropologhe e scrittori, all’indomani del rapimento Moro, e che tra le mani dei personaggi di Ufo 78 si trovi anche l’ultimo numero di “Un’Ambigua Utopia”. A conferma di un cortocircuito lungi dall’esaurirsi qui, Ufo 78 viene citato nella postfazione di Spagnul al volume curato da Duarte[7].

German A. Duarte
I reietti dell’altro pianeta
Un’Ambigua Utopia e le società del futuro
Deriveapprodi, 2024
480 pp., 30 €

In copertina: “Un’Ambigua Utopia”, n. 5, 1979, p. 43


[1] German A. Duarte, Un’Ambigua Utopia. Mappatura di un al di là della prassi, in I reietti dell’altro pianeta, DeriveApprodi, 2024, p. 10.

[2] Jean Baudrillard, Simulacri e science fiction (1980), ora in I reietti dell’altro pianeta, cit., p. 333.

[3] Franco Bolelli, Un sorriso senza gatto (1982), ora in I reietti dell’altro pianeta, cit., p. 428.

[4] Donna J. Haraway, Chthulucene, Nero, 2019, p. 24, citato in Giuliano Spagnul, Immaginare con Antonio Caronia: la fantascienza dopo la morte della fantascienza, in I reietti dell’altro pianeta, cit., p. 463.

[5] archive.org/details/Ambigua_Utopia

[6] È in corso di catalogazione e inventariazione la biblioteca e archivio Bibliotork Interzona Caronia, presso Cascina Torchiera Occupata Senz’Acqua a Milano. Intorno e affianco a essa hanno preso forma varie iniziative, tra cui la pubblicazione del numero 10 di “Un’Ambigua Utopia” nel 2020, e più di recente un gruppo informale di lavoro, chiamato Collettiva Interzona, già presente in occasione della giornata organizzata per i dieci anni della morte di Caronia Occupare l’immaginario (Milano, Olinda, 28 ottobre 2023).

[7] Giuliano Spagnul, op. cit., p. 459.

Sara Molho

Sara Molho

è dottoranda in Arti visive, performative, mediali presso l’Università di Bologna e si occupa delle relazioni tra immagini, collettività, tecnologie e media in Italia negli ultimi decenni del Novecento. Nel 2022 ha concluso la Scuola di Specializzazione in Beni Storico Artistici dell’Università degli studi di Milano discutendo la tesi “Per una ‘pratica fantastica nel quotidiano’. Scenari fantascientifici, estetica cyberpunk e ricerche artistiche collettive a Milano da ‘Un’Ambigua Utopia’ a ‘Decoder’”.

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