La terra immagicata. Alla scoperta della tenuta di Celle

Contrada. Così Andrea Zanzotto chiamava (nel grande componimento di Idioma, 1986, che comincia appunto con le parole «La contrada. Zauberkraft») l’Heimat che ha celebrato con l’intera sua opera poetica. Un modo banale di leggere Zanzotto, e Idioma in particolare, è quello di prendere la Contrada solo per il luogo contingente, materiale, in cui il poeta ha passato quasi tutti i suoi giorni: Pieve di Soligo, nella “Marca gioiosa” del Trevigiano. Mentre proprio leggendo quella poesia si capisce che nel luogo reale – mai perso di vista, peraltro – si proietta, trascendentale, il Luogo An Sich: la categoria stessa di Luogo. La «Zauberkraft» è quella che Hegel, nell’introduzione alla Fenomenologia dello spirito, chiama «l’immane potenza del negativo» (die ungeheure Macht des Negativen): solo la presenza del negativo, cioè l’immanenza della morte («la cosa più terribile»), è in grado di suscitare «la vita dello Spirito», «quella vita che sopporta la morte e si mantiene in essa»; solo «guardando in faccia il negativo e soggiornando presso di esso» quel «potere magico» è in grado di «convertire il negativo nell’essere». Quel potere Hegel lo identifica col «soggetto», senz’altro; Zanzotto avanza qualche dubbio quando ironizza, nella Beltà, esortando il «mondo» a «esistere buonamente». Il soggetto che conferisce a se stesso liceità di esistere – aveva mostrato Adorno nei Minima moralia – assomiglia al barone di Münchhausen che si solleva dalla Palude prendendosi per il codino; infatti Al mondo si conclude, sferzante: «Su, bello, su. // Su, münchhausen». Ma una quindicina d’anni dopo, in Idioma (la poesia, datata 1980, appare dapprima in una plaquette dell’amico pittore Armando Pizzinato), sembra pensare che un modo «per sperare di arrivare a domani, a dopodomani» ci sia: proprio nella congiunzione fra Poesia e Luogo, «in tutta la sua siderale / forza, inattualità, demoralizzazione costituzionale / e sovrumana inerzia di presenza / sempre più immagicata in colori linee piani» (e per inciso non sarebbe forse male, La montagna immagicata, per risolvere la vessata querelle sul titolo di Thomas Mann…).

Seguendo pensieri di tal genere, se non tali appunto, deve aver ragionato Giuliano Gori quando il 5 marzo 2015 una tempesta di vento si abbatté sulla Tenuta di Celle (la contrada sita fra Prato e Pistoia nel cui plein air, nel 1970, ha voluto collocare la sua straordinaria collezione d’arte, dall’82 aperta al pubblico) sradicando in una sola notte 550 delle sue formidabili piante secolari (anche Zanzotto, in IX Ecloghe, celebra La quercia sradicata dal vento nella notte del 15 ottobre MCMLVIII). Quella stessa notte, si è saputo qualche giorno dopo, era morto nella sua Scozia uno degli artisti che più gli avevano ispirato l’idea della Tenuta, Ian Hamilton Finlay. A questo Negativo Gori (che lo scorso 18 agosto ha festeggiato i novant’anni, ma come si vede non ha perso un grammo della sua energia) reagì subito, piantando trenta cipressi su quattro file che – su istruzione di Andrea M. N. Mati, architetto paesaggista di multiforme ingegno – convergono verso un Punto di Fuoco che, di questo Luogo nel Luogo (al pari di diverse altre opere disseminate nella Tenuta), fa anche un Osservatorio: un cannocchiale trascendentale capace di divinare, di là dall’ultimo orizzonte, l’Oltranza Oltraggio. Poi s’è ricordato di uno dei suoi amici più cari, l’ingegner Giannino Veronesi, che nel ’73 lo aveva accompagnato nella contrastata impresa di collocare a Prato la Forma squadrata con taglio di Henry Moore, e pochi anni dopo aveva realizzato uno dei più audaci lavori della Tenuta, il labirinto triangolare di Robert Morris; e di quel suo figlio degenere, Sandro, a suo tempo laureatosi in architettura per preferirle poi, però, la letteratura. Lo ha chiamato, e gli ha spiegato come quella fosse l’occasione per riconciliarsi con la sua vocazione abiurata (nonché, magari, con la memoria di suo padre).

Robert Morris, Labirinto, 1982

Come ricorda Veronesi nel libro che racconta questa storia (La serra dei poeti. Fattoria di Celle-Collezione Gori, Gli Ori 2018), a uno come Giuliano Gori non si può dire di no. Così, per la prima volta dopo trent’anni e passa, ha ripreso in mano pennarelli e tecnigrafo e, con la complicità di Franco Purini, s’è messo al lavoro. Il risultato è la Serra dei Poeti: un «paraboloide iperbolico» che fonde le figure del Trapezio e del Triangolo in una struttura d’acciaio e cristallo, al cui interno ogni pianta dell’osservatorio è intitolata a un Poeta Estinto della tradizione italiana, da Guido Cavalcanti (proprio nel palazzo della famiglia Cavalcanti, a Prato, era cominciata l’avventura di Gori…) a Valentino Zeichen (ed è infatti a lui, aduso a descrivere la «portanza» dei suoi versi in termini d’ingegneria aeronautica, che viene da pensare quando Veronesi definisce quella del paraboloide iperbolico una «resistenza per forma […], indipendentemente dalla sua consistenza o dimensione»); quartultimo nella serie cronologica, non può mancare Zanzotto.

Sandro Veronesi, La serra dei poeti, 2017

A chiudere il cerchio, a un poeta invece vivo e vegeto ha deciso Giuliano Gori di consegnare un premio intitolato ad Arte e Natura, che avrà cadenza biennale e s’inaugura il 19 settembre con Antonella Anedda. Scelta perfetta, quella di chi – nell’ultimo Historiae – edifica il suo «Osservatorio» guardando in faccia il negativo del nostro tempo: «Davanti alla dismisura delle cose cerco di provvedere, / scendo nel loro baratro. Ogni volta riemergo / con il metro, il compasso, la mente piena di cifre» (mentre l’avventura di famiglia prosegue, s’intende, cogli artisti di oggi: il giorno prima s’inaugura Profondo Oro di Flavio Favelli nella sede storica della Gori Tessuti a Calenzano).

Non basterebbe un libro (e gliene sono stati dedicati molti) per descrivere tutti i mirabilia della Tenuta, vero Castello di Atlante dell’arte contemporanea. I due giorni incendiati d’agosto in cui sono riuscito a percorrere solo una parte di questo Territorio Magico (è a quel medesimo etimo hegeliano che vanno ricondotti i titoli decisivi del giovane Achille Bonito Oliva: l’omonimo libro d’esordio del ’71, e la mostra Vitalità del negativo dell’anno precedente) mi si confondono, nella memoria abbacinata, in Diplopie-Sovrimpressioni. Il Triangolo di Morris, perturbante come la manieristica Casetta Pendente nel Bosco Sacro di Bomarzo, si rispecchia in quel Mondrian tridimensionale che è la Cabane eclatée di Daniel Buren; il Cubo senza Cubo di Sol Lewitt nei menhir a sezione diagonale dal Richard Serra di Open Field Vertical Elevations; le illusionistiche palafitte del Tema e variazioni di Fausto Melotti nel Bosco virgiliano di Hamilton Finlay.

Fausto Melotti, Tema e variazioni II, 1981

Tutto questo senza contare le opere conservate nell’impeccabile indoor della fattoria seicentesca: da Emilio Vedova a Richard Long, da Giulio Paolini a un originalissimo Emilio Castellani, da Marco Tirelli a Nunzio. A intimidatoria guardia del tutto, il Grande ferro Celle di Alberto Burri (dello stesso ’86 di Idioma…).

Alberto Burri, Grande ferro Celle, 1986

Ma forse il lavoro più emblematico, dello Spirito di questo Luogo, è fra tutti il più nascosto. Nel fitto d’un boschetto di betulle, aguzzando la vista, si scorgono degli oggetti enigmatici: una Colonna, una Campana, un Poliedro, un’impossibile Sfera il cui peso immane, nel suo cliname, pare frenato – davvero per magia – dall’esile tronco di una pianta. Sono, materializzati per incanto, gli oggetti misteriosamente campeggianti nella Melencolia I di Albrecht Dürer, e l’opera s’intitola infatti Melencolia II: la concepirono insieme Robert Morris e Claudio Parmiggiani, incontratisi nella Tenuta nel 2002, dopo aver scoperto che quell’immagine simboleggiava per entrambi, appunto, la Magia che converte il Negativo nell’Essere: con il metro, il compasso, la mente piena di cifre.

Robert Morris e Claudio Parmiggiani, Melencolia II 2, 2002

Il misterioso Poliedro di Dürer (un «romboide troncato» secondo Panofsky), come il «paraboloide» di Veronesi, concilia l’archetipo quadrangolare con quello triangolare; ed è più che giusto che siano riconsegnati, questi Archetipi, alla Cornice della Natura. Il primo articolo di legge dell’«Arte Ambientale» (quella che concepisce «lo spazio non più come semplice contenitore, bensì come parte integrante dell’opera») Giuliano Gori lo prende da Carlo Belli: «i diritti dell’arte nascono dove terminano quelli della natura». È sacrosanto che l’arte oggi metta a tema l’ambiente minacciato (dai Campi di Sterminio allo Sterminio dei Campi, diceva Zanzotto); ma prima che ambientalista è bene si ricordi di essere ambientale. La Magia, in quel Territorio, ce la deve mettere lei.

Albrect Dürer, Melencolia I, 1514

Una versione più breve di questo articolo è uscita il 13 settembre su «Alias» del «manifesto»

In copertina: Robert Morris e Claudio Parmiggiani, Melencolia II, 2002

(Roma, 1968) critico e saggista. Insegna Letteratura italiana contemporanea all’Università di Roma Tre; nel 2018 ha tenuto la «cattedra De Sanctis» al Politecnico di Zurigo. Ha pubblicato saggi, curato testi e realizzato trasmissioni radiofoniche e televisive, spettacoli teatrali e musicali. È nella redazione del «verri» e collabora ad «Alias», «Il Sole 24 ore», «Tuttolibri», «doppiozero», «Le parole e le cose2» e altre testate.