Alla vigilia della Festa della Liberazione, il 24 aprile, s’è aperta al MAN di Nuoro, a cura della sua direttrice Chiara Gatti, la mostra Il capitale che cresce di Monica Biancardi, visitabile sino al 14 giugno. Il progetto ha vinto il PAC-Piano per l’Arte Contemporanea 2025, promosso dalla Direzione Generale Creatività Contemporanea del Ministero della Cultura. Undici fotografie in bianco e nero, realizzate dall’artista fra il 2009 e il 2023, ritraggono due gemelle beduine, Sarah e Saleha, da lei incontrate nel corso di ripetuti viaggi in Palestina. Altre opere di Biancardi esposte in mostra sono sette mappe incise su plexiglas, che raccontano la progressiva frammentazione del territorio palestinese dal 1917 a oggi; un video che ripercorre il tragitto da Gerusalemme Est al villaggio di Hataleen; e una selezione di disegni realizzati dai bambini della comunità che cercano di immaginare il mare, così vicino ma loro inaccessibile. Il catalogo edito da Interlinea (64 pp. ill. col., € 20) è stato disegnato da Leonardo Sonnoli e contiene testi critici della curatrice e di Lorenzo Benedetti, oltre a una conversazione di Biancardi con Eyal Weizman, l’architetto studioso e attivista israeliano che ha fondato nel 2010 Forensic Architecture. Per la cortesia di autori ed editore, la offriamo ai lettori di «Antinomie».
Eyal Weizman: Mi racconti che cos’è che ti ha portato in Palestina?
Monica Biancardi: Un incontro casuale nel luglio del 2005, durante il festival teatrale di Asti. Conobbi una persona che lavorava per un’organizzazione umanitaria in Palestina che mi propose di andare a trovarla. Il mese successivo ero lì.
E com’è andata?
Fu una bellissima esperienza, durata più di tre settimane, in cui fui scarrozzata in giro per il paese ma soprattutto in Cisgiordania, nei villaggi frequentati dalla mia ospite, con la quale finii con lo stringere un bel rapporto d’amicizia. Lei lavorava, assieme ad altri, a vari progetti, e grazie a tutte quelle persone ebbi modo di conoscere e visitare strutture inaccessibili ai semplici turisti, prendendo coscienza delle enormi difficoltà che i palestinesi vivono quotidianamente.
Qualche giorno prima della partenza dal Ben Gurion, i compagni mi allenarono a non perdere mai la pazienza per le domande che avrei ricevuto durante i controlli israeliani. Avendo l’aereo alle 6 del mattino, la mia amica mi accompagnò in aeroporto alle 2, e mi misi subito in fila per i controlli di sicurezza. Giovani in borghese passavano a mettere dei bollini di vario colore sui passaporti, e sul mio ne fu incollato uno di colore rosso. Subito dopo iniziarono le domande, che si ripetevano identiche, sebbene poste ogni volta da giovani diversi che si davano il cambio. Dopo alcune ore la stanchezza iniziò a farsi sentire, non solo per l’ora antelucana, ma anche per il semplice fatto che non ci era data l’opportunità di sederci, senza contare quanto pesassero quelle continue domande ripetute su: chi fosse mio padre, chi fosse mia madre, chi avesse fatto il mio bagaglio e sulle relazioni che avevo intrattenuto nel loro Paese. Il mio nervosismo iniziava a trasparire e loro con aria irritata mi ripetevano che se avessi perso l’aereo per i necessari controlli, me ne avrebbero offerto un altro. Decisero poi di spedire il mio piccolo bagaglio in stiva, con tutto il portafoglio, che li aveva particolarmente insospettiti per le sue dimensioni.
Trattenevo le lacrime per il pudore. Alla fine dello strazio fui accompagnata di corsa in aereo, per poi essere sbattuta malamente su un sedile; ero spossata ma finalmente libera, tanto che sprofondai in un pianto liberatorio, giurando a me stessa che non avrei mai più rimesso piede in quel posto che si spacciava come l’unica democrazia del Medioriente. Scoprii solo successivamente che il bollino rosso veniva incollato sui passaporti dei presunti terroristi.
Ma a quanto pare non è andata così. Alla fine sei tornata.
Sì, in verità venni meno al mio giuramento già l’anno successivo, quando fui invitata a realizzare un progetto sulla disabilità infantile nei territori. A questo invito ne seguirono altri, quasi ogni anno, sfociati poi in mostre e pubblicazioni tra la Palestina e l’Italia; è stato anche un modo per rifare pace con quella terra.
Mi spiace che il mio paese ti abbia provocato un tale shock. In Israele circa il 25% del bilancio statale è destinato alla spesa per la sicurezza, e negli ultimi anni la raccolta d’informazioni avviene in maniera capillare grazie ai droni che controllano a tappeto il territorio palestinese.
A lungo ho creduto che quell’orribile trattamento mi fosse stato riservato per aver manifestato al check point di Qalandia assieme a Luisa Morgantini e alle Donne in Nero, ma solo più tardi ho compreso quale era stato il reale motivo. La prima volta che ho messo piede in Palestina in realtà regnava il caos a seguito dell’ordine dato dal primo ministro Ariel Sharon di far evacuare i coloni da Gaza. Benjamin Netanyahu, allora Ministro della Difesa, mesi prima aveva consegnato le sue dimissioni perché contrario al piano di Sharon. Questo deve farci seriamente riflettere sull’estremismo di Netanyahu che addirittura si oppose al primo rappresentante del Likud, figura certo non moderata come tu hai scritto, ritenuto eroe nazionale anche dagli americani.
Si tratta di persone che si servono della guerra per far campagna elettorale. Ma per venire al tuo lavoro, ho l’impressione che ci sia qualcosa che va ben al di là della curiosità, passami il termine, “esotica”, nei confronti delle persone che vivono sotto occupazione. Che cosa ti ha in realtà portato nel deserto?
Era un giorno di luglio del 2009, e un ragazzo italiano di un’organizzazione non governativa mi chiese se fossi stata libera quel pomeriggio per accompagnarlo a far visita a una comunità beduina a sud-est di Hebron, in pieno deserto.
Si tratta esattamente dell’area che gli israeliani vogliono a tutti i costi per i loro insediamenti. Per questo alla periferia di Hebron tentano di sgomberare i beduini. Come ti accolsero?
Agostino, il ragazzo di cui ti parlavo, che parla molto bene l’arabo, aveva già incontrato la comunità per avviare un progetto idrico nella zona, colpita dall’abuso israeliano delle falde acquifere. Lui ebbe una grande accoglienza, contrariamente a me.
Lo slogan sionista di “far fiorire il deserto” va naturalmente a scapito dell’intera popolazione palestinese della Cisgiordania, che viene lasciata a secco per portare l’acqua a migliaia di coloni. Ma dimmi, cosa accadde?
Al mio arrivo tutte le donne scapparono e rimasi da sola con quattro uomini più Agostino.
Scusami se rido, ma che cosa avevi fatto di male?
Non lo so. Probabilmente perché avevo al collo l’Hasselblad, la mia camera medio formato. Ero stata molto accurata nel presentarmi, indossando un abito poco scollato, a maniche lunghe e che giungeva fino alle caviglie. Ci rimasi molto male perché, fatta eccezione per l’anziana capabeduina a cui feci un ritratto con la nipotina, non ebbi modo di relazionarmi con le altre donne.

Gli uomini invece ti accolsero bene?
Per carità! Mentre Agostino conversava con i quattro, questi si guardavano bene dall’incrociare il mio sguardo. Anche quando mi offrirono il tè, riuscirono a posare il bicchiere al mio fianco facendo ben attenzione a non guardarmi. A quel punto pensai di restarmene in silenzio e mi accucciai per terra – in quell’occasione, mi aiutò la mia esperienza di fotografa di scena – lasciandomi accarezzare dal vento caldo ma secco che passava da un lato all’altro della capanna. Provai una sensazione bellissima e la rabbia svanì.

E poi che cosa accadde?
Dopo circa due ore, uno dei quattro sparì per tornare con due bambine meravigliose che sembravano delle bambole, le sue figlie gemelle di circa due anni, che mi posizionò di fronte all’obiettivo. Era un palese invito a ritrarle.
Come hai interpretato quel gesto?
Ho sempre voluto pensare che fosse una sorta di premio al mio silenzio immobile. Il problema era che aveva messo le bambine in un secco controluce, per cui avrei tanto desiderato che le spostasse. Evitai comunque di fare richieste, una volta che avevo conquistato la sua fiducia. Scattai la mia brava fotografia continuando a non dire una parola.
E fu sempre il papà delle gemelline a chiederti di essere fotografato assieme agli altri?
Esatto, facendomi segno di seguirlo. Si distese sul tappeto assieme agli altri tre, quegli stessi che poco prima facevano come se non ci fossi, e che adesso non solo mi fissavano ma aspettavano pazientemente di ricevere ordini per il ritratto. Oltre a offrirsi, questi nomadi del deserto in un atteggiamento da sedentari, il quadretto si prestava anche a ulteriori interpretazioni.
I beduini delle montagne a sud di Hebron si trovano confinati nella parte desertica non perché amino starci. Gli israeliani hanno un rapporto molto complesso ma al tempo stesso paradossale con i beduini. Ben Gurion a suo tempo affermo che i beduini della Palestina altri non erano che gli antichi ebrei. La questione se vuoi è insita nella natura stessa del sionismo, che è l’ideologia che spinge alla colonizzazione della Palestina. Gli ebrei sono arrivati in un primo momento come europei, dalla parte occidentale ma soprattutto da quella orientale del continente, alcuni come rifugiati, altri sotto la spinta di un’ideologia nazionalista, e alcuni dunque in cerca di sicurezza, altri invece di redenzione “nazionale”. Giunti in Palestina, comunque, tutti loro hanno poi stabilito una relazione intima, e al tempo stesso astratta, con la terra. Relazione astratta attraverso il Libro Sacro, attraverso la tradizione ebraica che, se da una parte ricongiunge gli ebrei alla terra, dall’altra fa sì che se ne sentano continuamente estranei. Il sionismo è insomma il tentativo di trasformare un ebreo, portato dalle vicende storiche alle continue migrazioni, nel nativo di un preciso lembo di terra. Ecco perché i sionisti sentono una remota affinità coi beduini.
Dalle tue parole riesco a figurarmi la diversità di queste persone che hanno percorso lunghi cammini, accomunate dal sogno di fondare lo Stato ebraico, ma al tempo stesso mi riportano all’immagine dell’ultimo viaggio che ho fatto per andare a trovare la famiglia di Sarah e Saleha, le due gemelle. Lungo il tragitto verso il deserto, dopo aver lasciato Dura alle spalle, che è l’ultima realtà urbanizzata, metri e metri di filo spinato recingono ora abitazioni nuove di zecca abitate da uomini bianchi che imbracciano enormi fucili puntati verso l’esterno. Durante questi anni ho visto tanti uomini armati ma mai nel deserto, per lo più civili. Oltre all’orrore nel vedere armi e uomini armati, ho avvertito un’infinita tristezza capendo che era in atto un cambiamento anche lì, dove non c’è neanche l’acqua.

È un processo avviato da tempo, attraverso il quale la comunità dei coloni cerca di diventare autoctona, costruendo anno dopo anno case in una terra abitata dai beduini, che ne rappresentano il popolo indigeno. Per i sionisti, il modello tradizionale di vita dei beduini è il loro. I nostri antenati, gli ebrei biblici, erano come i beduini che viaggiavano attraverso il deserto verso la Palestina. Questi sono i nostri antenati. Tutte le storie bibliche parlano di israeliani nomadi, motivo per cui i sionisti si identificano con i beduini. Vogliono essere come loro.
Per quanto piccola sia la Palestina, arrivare ad Hataleen, villaggio a sud-est di Hebron, verso il mar Morto per intenderci, è abbastanza faticoso. Partendo da Gerusalemme, s’incontrano una serie di check point e, dopo Dura, distante una decina di chilometri da Hebron, il nulla. Se non ci fosse il muro, andare a trovarli sarebbe più semplice ma occorre superare alcuni check point. Questi da lontano sembrano caselli autostradali, ma quando i giovani soldati israeliani salgono sull’autobus per il controllo documenti intimando ai palestinesi di scendere, capisci che si tratta di luoghi spaventosi dove accadono fatti spregevoli compiuti da uomini; la presenza maschile in questo paese appare superiore che in qualsiasi altro posto.
Eppure, malgrado gli ostacoli che descrivi, l’area dell’Hebronizzazione, da dove proviene la comunità che hai incontrato, è al centro dell’espropriazione coloniale. L’esercito si sta addestrando lì per rendere la vita difficile ai legittimi abitanti. Sebbene questi non abbiano alcun servizio, perché non hanno acqua, non hanno scuole, non hanno nulla.
Il tentativo di spopolamento coatto l’ho visto in azione anche nella stessa Hebron, l’antica città di Abramo sacra alle diverse fedi, la più grande della Cisgiordania e la sola con Gerusalemme ad essere abitata sia da musulmani che da ebrei. Lì, a partire dal 2005, una serie di botteghe nel centro antico che lavoravano ceramica o vetro – presso cui facevo sistematici acquisti – hanno chiuso, strozzate da strade recintate con filo spinato su cui sventolano bandiere con la stella di David. Una realtà vivace che diventa fantasma.
Eh sì, Hebron è il cuore! Non è come qualsiasi altro posto in Palestina. Il tuo progetto sul deserto, e nel deserto, di Hebron va alla fonte mitica del problema coloniale, perché Hebron nell’immaginario sionista ebraico è la città dei padri.
Quindi il deserto non rappresenta uno spazio neutrale?
Il deserto è il luogo in cui si è formata la cultura ebraica. È uno spazio per la rinascita della nazione, più importante di qualsiasi altra parte della Palestina, perché si tratta della rinascita dellʼindigenità ebraica dopo anni di erranza, dopo anni in cui siamo stati come i beduini in Europa, in Italia, in Germania, in Polonia, in Russia… Sempre in movimento. E chi è costretto a errare, quando si guarda indietro, è come se vedesse in uno specchio contorto, in uno specchio che riflette e distorce. Per questo il deserto è uno spazio mitico. I beduini sono i nostri antenati: siamo noi. Ma poi com’è andata avanti la tua storia?
È successo che ho continuato a essere invitata una volta all’anno per realizzare diversi progetti di foto e video e, nel novembre del 2012, il caso ha voluto che ritrovassi la famiglia e le gemelline.
Lì, nello stesso posto?
Sempre lì.
Incredibile! Nonostante i pozzi vengano riempiti di pietre, loro sono lì, contro ogni tentativo di sfratto.
Nomadi stanziali, un paradosso che venne fuori dalla prima foto che feci ai beduini sul tappeto.
Come ti hanno accolto la seconda volta? si ricordavano di te?
All’inizio il padre delle gemelle, che ho riconosciuto tra tante bambine e bambini, non si ricordava e mi faceva segno di andare via; così corsi in auto a recuperare la macchina, che intanto avevo sostituito con la più leggera Rolleiflex, sempre di medio formato. Appena vide la macchina sgranò gli occhi e m’invitò a entrare per offrirmi il tè di rito.
Eri emozionata più tu o le bambine?
Io, moltissimo. Seduta a terra a bere il tè col beduino e una marea di bambini, comunicavo a gesti e pareva ci capissimo, mentre alla chetichella apparivano le donne.
E finalmente hai conosciuto la madre?
Sì, una giovane donna molto bella, madre di sette figlie, due più grandi e tre più piccole delle gemelline.

E chiedesti di far loro un altro ritratto?
Sì; chiesi al padre di ritrarre le gemelline che timidamente posarono per me, contente di essere le protagoniste assolute sotto gli occhi dei presenti che accorrevano sempre più numerosi. Avrei tanto voluto ritrarre anche la madre; ma lei avrebbe accettato solo quattro anni dopo.
La comunicazione dev’essere stata complicata, non parlando alcuna lingua comune. Eppure, qualcosa tra te e loro dovrà pure essere scattata, e si sarà evoluta nel corso degli anni.
Credo proprio di sì. Rientrata in Italia, ho riflettuto a lungo sul caso che mi ha ricondotta a loro, e ho preso la decisione di seguirne la crescita.
Seguire la crescita di due bambine palestinesi sarebbe stato più semplice che seguire quella di due bimbe beduine, con l’incognita che avresti persino potuto perderne le tracce.
Ed è proprio questa la riflessione che feci: impormi la sfida di seguire una bellezza diversa, più sommessa ma non meno consapevole. E le donne beduine, a differenza degli uomini che emanano un aspetto sinistro – come nel caso del padre delle gemelle – sono di una franchezza assoluta: per usare le parole di Genet, candida. Non sapevo dove mi avrebbe portato un simile lavoro ma ero profondamente attratta dai loro sguardi che trovavo più profondi dei nostri. Noi possiamo avere begli occhi e bei sguardi, ma sono per così dire “urbanizzati”. Contrariamente ai loro occhi, che quando li fissi ti ci puoi pure perdere.
In più c’è la magia del luogo in cui vivono che ne esalta la bellezza.
Esattamente: il deserto si riflette nelle loro pupille, esaltando la luce dei loro sguardi, sempre fissi nei tuoi, finché sembra quasi che t’immergi nella complessità della loro vita.
E sanno da dove vieni?
Sì; sanno che son nata in una città di mare e i bambini mi hanno sempre chiesto come fosse. Pur vivendo a pochi metri, sognano di vedere quest’enorme massa d’acqua che a loro, come a tutti i palestinesi, è vietata. E l’ultima volta son partita munita di fogli Fabriano e colori che ho offerto loro per rappresentare questo “sogno”.
Trovo interessante la scelta di utilizzare la fotografia in bianco/nero, sia in rapporto al deserto, che a mio parere ha una forza monocromatica, sia perché consente di concentrarsi sull’aspetto del tempo. Guardando gli scatti in sequenza, il bianco/nero permette di focalizzare l’attenzione sul tempo che procede attraverso la crescita dei loro corpi che cambiano. Il passaggio dal volto di una bambina a quello di una donna, con tutto quello che ne consegue. Immagino, tra una foto e l’altra, quanta violenza saranno state costrette a subire.
È chiaro che chi comanda è il padre. Dopo i primi scatti, realizzati anche a colori, ho scelto volutamente il registro bianco/nero, che era ciò di cui avevo bisogno per questo lavoro, parafrasando il concetto di Jeff Wall, «il monocromo contiene del grandioso e dell’austero». Una volta trovai la madre delle gemelle molto depressa, e il motivo era che, dopo nove figlie femmine, il marito aveva avuto una relazione con una ragazza della medesima età della loro primogenita, che gli aveva partorito il primo maschio.
Perché? Ne ha avuti altri dalla giovane o dalla moglie?
Sì, ne ha avuti altri. Ho potuto capire che il concetto di poligamia consenziente è un’idea puramente occidentale e che i nostri pregiudizi culturali, come ha scritto Said, sono un ostacolo alla comprensione del mondo arabo-islamico. Nessuna donna è felice di sapere il proprio uomo con altre donne, che come se non bastasse gli partoriscono altri figli. Grazie alla complicità che sono riuscita a instaurare in questi anni con Heger, la madre delle gemelle, posso testimoniare che le sue espressioni trasmettono patimento e sottomissione, non certo fierezza per il fatto che il marito insemini altre donne. In quei luoghi portare un bimbo in grembo è la sola cosa che faccia sentire una donna importante, rispetto alla dispotica figura maschile. Il padre delle gemelle, insomma, non solo ha avuto ancora un’altra figlia dalla stessa giovane di cui parlavo, ma anche due maschi dalla stessa Heger. A quanto mi risulta, dovrebbe avere quindici figli.
È molto difficile vivere su una terra come quella, soprattutto per le donne. Che cosa avveniva durante la fase dello scatto? Chiedevi loro di posare in un determinato modo?
È sempre stato facile fotografare Saleha e Sarah, le gemelle. La loro spontaneità mi ha lasciata senza parole sin dal primo istante. Ho amato osservarle nel mentre si mettevano in posa. Restavo a guardarle per tutto il tempo necessario prima di decidermi a trattenerle in uno scatto. Ho goduto della grazia che restituivano attraverso piccoli gesti che ritenevo autentici regali. Gesti semplici ed efficaci per trovare pose naturali, frutto di una spontaneità che non ho voluto mai turbare, lasciando che fossero loro a propormi con le loro movenze la soluzione che aspettavo. Ed è rimasto così nel corso del tempo.
Trovo che la bellezza del lavoro stia nel fatto che sei tornata anno dopo anno nello stesso posto. Come ti comportavi? Le avvertivi del tuo arrivo?
Mai fatto. Uno dei punti nevralgici del progetto consisteva per me nell’andare a trovarle senza alcun preavviso. All’inizio era effettivamente impossibile che lo facessi, ma anche quando il loro padre si procurò un telefono, ho sempre evitato di avvertirli. La visita inattesa mi ha permesso di catturare le gemelle nella totale naturalezza, sia nei gesti che nel costume. Nel corso degli anni ho sempre rifiutato che la madre, nella sua sollecitudine, le cambiasse d’abito.
Ricordo che nel 2018 andai a trovarle nel mese di marzo. Appena scesi dalla macchina, i bimbi del villaggio mi diedero il benvenuto urlando il mio nome e, qualche minuto dopo, apparvero le gemelle vestite con abiti nuovi, identici, decorati con motivi a casette stampate e con code di cavallo pettinate da poco. Mi morsi le labbra ma poi capii che era giusto: da adolescenti quali erano nel frattempo diventate, erano corse a farsi belle. Quella volta decisi di rompere lo schema ripetuto per sette anni e di fotografarle all’esterno, riprendendole a un po’ più di mezzo busto, per esaltare il disegno di quelle strane case gonfiate dal soffio del vento.
Che senso aveva per te arrivare senza preavviso?
Era una sorta di sfida. Quella di ritrovare tutti loro nello stesso punto dove li avevo salutati l’anno prima. La cosa in sé dovrebbe essere altamente improbabile per qualsiasi essere umano, figuriamoci per dei nomadi.
È la paradossale condizione dei beduini in Palestina. Oltre a non poter fare nomadismo come da tradizione, temono anche di perdere la terra. Una terra arida, sulla quale è molto difficile vivere, visto che non dà nulla. E dopo lo scatto di cui parlavi, e quello dell’anno successivo, ho notato che negli ultimi due invece i loro vestiti sono gli stessi.
Esatto. Nel luglio 2019 in effetti si ripeté il funambolico cambio d’abito, e si presentarono a me in jeans e scarpe da ginnastica nuove di zecca, lanciandomi le braccia al collo e riempiendomi di baci. Negli scatti degli anni successivi invece era già avvenuto qualcosa, lo si capisce dalle loro pose e dagli abiti castigati, che a noi possono ricordare quelli di due suorine.

Sembrano uguali. Eri capace di distinguerle oppure c’è stato un momento in cui ti apparivano identiche? Ho sempre pensato che c’è qualcosa di magico nella somiglianza dei gemelli, talvolta inquietante o addirittura spaventoso. In alcune foto è facile confonderle. Questo lo trovo molto interessante: stare di fronte a due corpi simili che vestono allo stesso modo, mangiano lo stesso cibo ma pensano in maniera diversa.
L’inquietudine l’ho provata quando sono tornata dopo il Covid, trovandole indurite nello sguardo e nei gesti. Quando ho spalancato le braccia alle due giovani donne col capo coperto che non vedevo da due anni, hanno lasciato che le baciassi tenendo le braccia lungo i fianchi.
A differenza di quand’erano piccole, dove le riconoscevo proprio dall’affettività che mi mostravano, ho fatto fatica a distinguerle. Davanti a me c’erano due ragazze contegnose, vestite allo stesso modo, con abiti, tra l’altro, pieni di buchi e macchie. Sono rimasta male; e a un certo punto al dispiacere è subentrato una sorta di timore, perché non riuscivo a capire il motivo del loro comportamento distaccato, che le induceva fra l’altro a muoversi allo stesso modo. Con quella freddezza, erano tornate indistinguibili ai miei occhi.
Il tuo è un lavoro così personale, che restituisce perfettamente gli stati d’animo di cui parli attraverso gli sguardi di due donne che vivono e crescono sotto occupazione, la cui bellezza sboccia facendo capolino da un’epoca all’altra. E che subiscono la violenza del patriarcato.
È così: il lavoro intreccia il tema della loro crescita a quello della questione femminile. Il distacco che avvertii in quell’occasione celava un segreto: durante la pandemia, in cui per me non era stato più possibile tornare, il padre aveva deciso di non farle frequentare più la scuola del villaggio, venendo così meno alla promessa che mi aveva rinnovato nel corso degli anni.
All’inizio il padre si è fidato di te, nonostante il tuo interesse fosse rivolto alle donne?
In un primo momento non capiva perché il mio interesse fosse concentrato sul mondo femminile. Poi con l’aiuto di Marlene, l’interprete che mi ha accompagnata a partire dal 2014, gli abbiamo spiegato la libertà di scelta che le donne vivono altrove.
E come credi l’abbia presa?
Ho sempre pensato che fosse un uomo intelligente. Negli anni ha sovrinteso a tutto; e se è capitato che al mio arrivo qualche volta mancasse, immediatamente le donne del villaggio lo rintracciavano in modo che potesse essere presente all’incontro. Credo fossero i suoi ordini. Gli bastava uno sguardo per mettere tutti i figli in riga, mentre ascoltava con attenzione i consigli che gli davo attraverso l’interprete, come quello di mandare le ragazze a scuola invece che offrirle al primo venuto.
E ha seguito i tuoi consigli?
Dopo il Covid, è cambiato tutto. Nell’aprile 2022 non venne neanche a salutarmi, cosa mai accaduta prima, perché le aveva promesse in sposa. Questo spiegava la nuova freddezza delle gemelle: il loro sogno, che forse ruotava tutt’intorno alle promesse fatte a me, cedeva il posto alla realtà.
M’interesserebbe capire se le donne beduine hanno una coscienza politica.
Dalla pandemia in poi dialogo solo con le donne e attraverso telefonate e messaggi, ho saputo che Saleha si è sposata e ha un bebè. Insistono che vada ad aprile 2026, dopo il Ramadan, al matrimonio di Sarah. Così ho chiesto loro se fossero al corrente di quanto sta accadendo e la risposta è stata che pregano per i poveri bimbi di Gaza. A dicembre del 2025, però, mi hanno scritto disperate che il padre, di ritorno dal lavoro, è stato arrestato dagli israeliani senza alcun motivo.
Oh, no! Perché?
Ho cercato di rivolgermi ad amici palestinesi per recuperare informazioni sulla loro piccola comunità ma, al di là dell’orrore attuale, ho sempre avvertito che gli stessi palestinesi non hanno grande considerazione per i beduini. Poi grazie alle colleghe di Ilham, amica in pensione che ha lavorato come assistente sanitaria a Dura, sono riuscita ad avere qualche notizia. Attraverso il dipartimento di salute di Yatta, che provvede ad inviare farmaci ai villaggi per conto del Ministero della Salute palestinese, ho saputo che in assenza del padre è il clan familiare a sostenere la famiglia delle gemelle.
È paradossale, si tratta di una relazione di amore e odio estremamente complessa.
Quando la comunità beduina riesce a stabilirsi, viene emarginata anche dalla comunità palestinese che possiede la terra, esclusi dai cittadini che li mantengono fuori dalle mura della città. Alla fine restano insediati all’inizio del deserto, come aspettando in piedi fuori dalla porta. Messi al bando due volte perché anche all’interno della cultura palestinese, i beduini sono il popolo più povero ed emarginato. E chiunque segue le notizie che provengono da questa area del mondo, sa quanta violenza i beduini subiscono dai coloni. Gli episodi di razzismo non si contano, e nemmeno le umiliazioni da parte dell’esercito israeliano. Il tuo è un lavoro di resistenza nel corso degli anni, oltre che un lavoro sull’emarginazione subita dai beduini. C’è la resistenza delle donne nell’arco della vita, rimanendo in un posto, grazie al tempo che attraversa i loro corpi in questo spazio. Il miracolo della perseveranza.
Monica Biancardi
Il capitale che cresce
a cura di Chiara Gatti
Nuoro, MAN
24 aprile – 14 giugno 2026
In copertina: Monica Biancardi, Il capitale che cresce, Sarah e Saleha. Stampa fotografica ai pigmenti, 2013 (particolare)
