Killing me sweetly

24.12.2025

Si fatica ad associare il nome di Alberto Savinio, dall’euritmia ed eutimia brevettate, al fascino torvo della maledizione. Eppure gli appartiene uno dei testi più chiacchierati del nostro Novecento. Il sorbetto di Leopardi uscì su «Omnibus» il 28 gennaio 1939, e fu quello l’ultimo numero della rivista di Leo Longanesi: entertainment letterario dall’innovativa grafica editoriale, cui arrideva il più meritato dei successi. Ciò malgrado (o proprio in ragione di questo), a molti sopracciò di regime, «Omnibus» piaceva poco o punto. Longanesi era (e rimarrà) fascistissimo; ma, ahilui, era anche intelligente. Cosicché pezzi pepati come quello, per spregiudicatezza e non certo per ideologia (sino ad allora fascista era stato, ahinoi, anche Savinio; e magari fu questo incidente, proprio, un passaggio chiave nel suo ravvedimento), sulla rivista erano la regola (ricorderà a posteriori Sciascia quanto avesse nutrito il suo antifascismo di adolescente l’indipendenza intellettuale del fascista Longanesi).

Fatto sta che, aperto il giornale, il prefetto di Napoli trasecola e protesta vibratamente col Duce. Come se in quel frangente non ci fosse altro a cui pensare, il prefetto di Milano entra in azione e il collega di Napoli ringrazia a nome della città tutta: dall’uscita sono passati quattro giorni (la storia l’ha raccontata a suo tempo Paolo Monelli, e l’ha ricostruita di recente Giovanni Turra). “Maledetto”, il pezzo, è rimasto sino ad oggi: la riproposta da parte dell’editore Spartaco, nella preziosa raccolta degli scritti dedicati a Leopardi da Savinio, è in assoluto la prima in un suo volume (solo Franco Contorbia lo aveva antologizzato nei «Meridiani» del Giornalismo italiano).

Ma cos’aveva scritto, Savinio, di tanto scandaloso? Non erano un mistero le circostanze della morte di Leopardi, il 14 giugno 1837, raccontate dal contubernale Antonio Ranieri: nel corso di un’epidemia di colera, dopo una scorpacciata di confetti (pare un chilo e mezzo), una minestra bollente, una cioccolata e una granita gelata, il poeta è preda di un’esplosiva crisi d’asma e si spegne fra le braccia di Ranieri: «Addio, Totonno, non veggo più luce». Vittima insomma, sintetizza Savinio, di quella che «i napoletani chiamano ’a cacarella». Ma non si pensi che a scandalizzare la polizia fascista fosse la lesa maestà letteraria; lo «scrutatore mercuriale» (come lo chiama Silvio Perrella) aveva approfittato della spigolatura per deprecare la chiusura di caffè storici come il Gambrinus, l’«agorà intellettuale del suo tempo», dove teneva banco un antifascista notorio quale Roberto Bracco. Cosicché, ripetendo una battuta dell’amato Apuleio, concludeva Savinio: «l’aria di Napoli è esiziale ai bei caffè, come le rose sono mortali agli asini» («Duce, questo gazzettiere mi dà del somaro»).

Savinio non voleva affatto insolentire Leopardi. Solo, rivendicava il diritto-dovere di «umanizzare “sempre” i nostri grandi poeti» (ricorda l’altro curatore Alessio Bottone), contro ogni «disciplinato rispetto»: proprio allora andava scrivendo i formidabili “ritratti” di Narrate, uomini, la vostra storia (raccolti nel ’42 da Bompiani). Nel centenario di quella morte ingloriosa, nel 1937, aveva letto la conferenza Drammaticità di Leopardi nella quale, in nome della «simpatia» con lui, concludeva, «noi lo possiamo trattare con la confidenza di un contemporaneo». Ed è proprio questo testo a testimoniare la misura di una simpatia che ha piuttosto i contorni di un discepolato. È un Leopardi letto con Nietzsche (e – per un annoso partito preso – contro Pirandello) quello che «introduce il dubbio […] nella letteratura italiana […] troppo sicura di sé», quello che «butta un occhio dietro i decorosi scenari della storia umana», in uno «“sporcar casa” […] impertinente a chiunque altro che a lui».

Non a una presunta «drammaticità» di tono e contenuti della poesia di Leopardi (la quale anzi, scriverà in Nuova enciclopedia, poco gli giova per la «tristezza» con cui porta «il ricordo in sé del paradiso perduto») è dedicata, bensì alla «drammaticità» in senso teatrale della sua prosa (ed è serissimo antidoto ai ricorrenti tentativi di portarle davvero in scena, le Operette morali: laddove il loro teatro è solo mentale, «riposto, silenzioso, pudico – e alto»). Mentre è teatro popolare, avanspettacolo della più bell’acqua, il bis sul quale a sorpresa si conclude il volumetto: un articolo del ’46 nel quale Savinio ricorda i suoi precedenti leopardiani, ospite a pranzo d’un ristorante chiamato Starita – proprio come l’ultimo, benemerito editore napoletano del «contino». Ma l’oste tiene i Savinio pressoché a digiuno: a non dichiarato contrappasso dell’indigestione fatale di un secolo prima.

Quella sorte desublimata rientrava però, forse, nelle coordinate di un destino. Dice Savinio in Nuova enciclopedia che «la poesia è la crema della prosa» (ricordando come appunto Leopardi gli argomenti dei Canti li stendesse prima in prosa: e magari Savinio li apprezzava più in quella forma “scremata”, diciamo salutista), ma non ricorda come la dolcezza del vivere, così passeggera, fosse dallo Zibaldone ascritta fra le poche consolazioni, nella disgrazia di essere umani. Ricorda invece quanto acconcia fosse Napoli, quale ultima tappa della troppo rapida escursione terrestre di Leopardi. È lì che si ferma la corsa di chi «tutto vuole pensare, tutto vedere, tutto notare, prima di arrivare alla libertà». Vedi Napoli e poi muori. Tanto tempo prima lo aveva pur detto, sul ciglio dell’infinito, voluttuosamente inabissandosi: «il naufragar m’è dolce in questo mare».  

Alberto Savinio
Leopardi. Tre carte napoletane
a cura di Silvio Perrella e Alessio Bottone
Spartaco, 2025
92 pp., € 15

Questo articolo è uscito sulla «Domenica» del «Sole 24 ore»

Andrea Cortellessa

Andrea Cortellessa

è nato a Roma nel 1968. Insegna Letteratura italiana contemporanea all’Università di Roma Tre. Ha curato mostre e testi (tra gli altri di de Chirico, Manganelli, Pagliarani, Raboni, Rosselli, Zanzotto, Di Ruscio, Paolini, Parmiggiani e Serafini), realizzato trasmissioni radiofoniche e televisive, spettacoli teatrali e musicali. Fra i suoi ultimi libri “Le notti chiare erano tutte un’alba. Antologia di poeti italiani nella Prima guerra mondiale” (Bompiani 2018), “Andrea Zanzotto. Il canto nella terra” (Laterza 2021), “Filologia fantastica. Ipotizzare, Manganelli” (Argolibri 2022), “Amelia Rosselli. Con l’ascia dietro le nostre spalle” (Electa 2024), “Forse che sì. Joyce fra Pascoli e Gadda”; (Quodlibet 2025) e “Una ragione di più per andare all’inferno. Vedere, Pasolini” (Treccani 2025). È nella redazione delle riviste “il verri”, “Strumenti critici” e “Moderna”, e tra i fondatori di “Antinomie. Scritture e immagini”; collabora al “manifesto”, al “Corriere della Sera”, alla “Domenica”del “Sole 24 ore”, al “Giornale dell’Arte” e ad altre testate.

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