Nelle prose estreme delle Encantadas (pubblicate nel 1854, tre anni dopo il “mostruoso” insuccesso di Moby-Dick, che lo aveva gettato nella più cupa costernazione) Herman Melville dipinge un paesaggio di desolazione e immobilità, insistendo sulle lave vetrificate e le ceneri vulcaniche di una terra desolata avanti lettera («molto simile a quello che potrebbe essere il mondo dopo una conflagrazione punitiva»), sulla quale resistono pochi reietti resi folli dalla solitudine. I dieci frammenti (sketches, li definisce l’autore) sono quanto resta di un progettato libro autobiografico di avventure nautiche e caccia alla tartaruga. E infatti le Encantadas – al largo della costa pacifica del Sud America – sono le isole delle grandi Tartarughe: in spagnolo cioè Galápagos che è il loro, più noto, altro nome e che evoca subito il viaggio di Charles Darwin e il suo resoconto, Il viaggio d’un naturalista (1839). Se lo scienziato vi aveva trovato uno stadio dell’evoluzione primordiale, una sorta di alba del mondo, colpisce la natura viceversa di Ultima Thule di questi «venticinque mucchi di cenere», come li descrive Melville coi colori del lutto (l’ultimo frammento si conclude su immagini di lapidi ed epitaffi): se Moby-Dick è il «folle volo» di un Ulisse scisso in Ishmael e Ahab – «due dentro ad un foco» – quanto gli tiene dietro non può che essere la cenere di un viaggio impossibile. Che abbia fatto esperienza, cioè, dell’esaurirsi della stessa esperienza (rare le versioni italiane di questo testo mirabile; eccellente l’ultima, commentata da Cristiano Spila per Piero Manni nel 2010).

Parrebbe dunque rispondere a un ottimismo della volontà che l’ultimo ciclo pittorico di un maestro del colore come Davide Benati, una volta doppiato il capo periglioso dei settantacinque anni, abbia intitolato proprio Encantadas le sue ultime, mirabili composizioni: che a loro volta danno il titolo alla grande personale organizzatagli per l’occasione, nella patria Reggio Emilia, dalla fondazione Palazzo Magnani. Se il titolo dello scrittore ironizza sulla reale natura di quello che è per lui «un mondo decaduto», quello del pittore, rovesciandolo, intende infatti riscoprire l’incanto ideale delle forme dell’universo. Pochi pittori del nostro tempo (o forse nessuno) possono vantare la cangiante sensualità, davvero una pied beauty, che Benati sa versare sulla carta coi suoi arcivelati acquarelli: quelli del 2016 intitolati alle Azzorre, o questi ultimi delle Encantadas appunto, affastellano policrome forme modulari (le si direbbe d’un Capogrossi folgorato dalla gentilezza di Monet) il cui affollamento non produce però un senso di saturazione ma, viceversa, spalanca all’osservatore un’ampiezza di respiro esilarante (se la qualità di una pittura si misura dall’irripetibilità della sua materia in riproduzione, quella di Benati conosce oggi pochi rivali; di sicuro contribuisce l’uso esclusivo, a partire dal ’77, di una certa carta da imballaggio prodotta in Nepal che solo lui, tirandola sulla tela, sa far resistere all’aggressione del colore).

In realtà, mi ha rivelato l’artista in una breve conversazione nel corso dell’affollatissima vernice, questo titolo conosce un precedente all’altro capo della sua parabola: quando già nell’80 s’intitolò così una sua personale milanese. Era quello il tempo in cui Benati frequentava il mitico Mulino di Bazzano, abitato dai suoi vulcanici poeti d’avanguardia – Adriano Spatola, Corrado Costa e Giulia Niccolai –, e si faceva affascinare dalla forma delle isole descritte da Melville, che paiono evocare un alfabeto segreto (come quello dell’isola Tsalal nel Gordon Pym di Poe). Occhieggiavano allora, sulle sue carte, dei misteriosi capodogli (uno residua, all’inizio del percorso a Palazzo da Mosto, nella tempera intitolata Blues) che parevano usciti, a loro volta, dalle pagine di Melville…

E forse in questo modo Benati allude, allora come oggi, all’incantata reversibilità di parola e immagine: l’immagine evocata dalle parole (e viceversa) non è che un fantasma, e l’incanto che produce nient’altro che un inganno percettivo («le mie forme, assolutamente nitide, hanno una componente di astrazione: […] di questa riconoscibilità è presente solamente un simulacro, se non proprio un fantasma», ha confessato una volta a Sandro Parmiggiani; e poi: «sinceramente mi considero un pittore astratto»). Il fatto che in mostra siano esposti anche alcuni dei suoi Taccuini di viaggio e di lavoro ci consente di apprezzare non solo il materializzarsi progressivo delle sue immagini, come se affiorassero per gradi alla superficie di uno specchio d’acqua, ma anche il continuo corteggiarsi reciproco che parola e figura (e diciamo, senz’altro, letteratura e pittura) intrattengono, nell’immaginazione dell’artista, ormai da quasi mezzo secolo.

Un altro suo ciclo, degli anni Novanta, ha per titolo Terrazze, e trova origine ancora una volta dalla letteratura: cioè dal suo sodalizio con Antonio Tabucchi e dai loro conversari su una certa terrazza allagata dalla luce accecante di Braga, in Portogallo. Racconta lo scrittore: «disse Davide, io avevo voglia di quella terrazza, anzi di tutte le terrazze del mondo». Da quell’ultimo orizzonte Benati continua a sporgersi, dolcemente naufragando da un estremo all’altro: dall’Oriente di Kathmandu, che confina col cielo, all’Occidente dell’ultimo Atlantico, che confina con l’abisso. E i suoi colori impareggiabili ritornano sempre, impavidi, a mentirci il loro incanto.
Davide Benati
Encantadas
a cura di Walter Guadagnini
Reggio Emilia, Palazzo da Mosto
7 dicembre 2024 – 2 marzo 2025
catalogo Dario Cimorelli Editore
pp. 144 ill. col., € 30
Una versione più breve di questo articolo è uscita sul «Giornale dell’Arte»
In copertina: Davide Benati, Azzorre, 2016
