Luce. Rovine. Anselm Kiefer e Andrea Emo

Come scriveva Andrea Emo nel suo quaderno 256, è proprio quando disprezziamo il pubblico, quando dimostriamo di non aver bisogno di lui, che il pubblico scopre di aver bisogno di noi. Queste parole hanno assunto un’ulteriore istanza da quando un artista del calibro di Anselm Kiefer ha deciso di intitolare la sua mostra a Palazzo Ducale a Venezia con una citazione da Emo. In una lettera a Gabriella Belli, una delle curatrici della mostra, Kiefer scrive: «vorrei che Andrea Emo diventasse il fondamento della nostra mostra». In questo modo, il pensatore veneto viene scoperto dal grande pubblico in un abito glorioso, tanto più che in Emo sorprende l’ethos di una vita: circa quattrocento i quaderni scritti in sessant’anni, e nessuna pubblicazione.

Quale spazio sarebbe stato più adatto di Palazzo Ducale per celebrare i milleseicento anni di Venezia, per indagare il suo potere politico, la sua storia di ascesa e caduta; per confrontarsi con i maestri d’arte veneziani? Questo è stato il pensiero della committenza, la Fondazione Musei Civici di Venezia, diretta da Gabriella Belli. A più di tre secoli dall’ultima aggiunta alla sala dello Scrutinio entra – temporaneamente – il ciclo di Anselm Kiefer. Un’operazione pubblica sulla memoria della città, come i vecchi teleri dello Scrutinio, ma, in questa occasione, non verrà celebrata nessuna battaglia, nessun governo e nessun committente.

È dai tempi della sua prima mostra in Italia – alla Biennale del 1980 – che Kiefer frequenta di tanto in tanto Venezia. E nell’estate 2021, in vista della mostra a Palazzo Ducale, cammina per le calli tenendo in tasca il Faust II di Goethe (Kiefer è solito scegliere al mattino un libro per il giorno, specie se si trova in viaggio) e il caso vuole che questa lettura presto si sovrapponga alla città: così come nella notte di Valpurga le figure mitiche appaiono a Faust numerose senza successioni causali, allo stesso modo Kiefer decide che dovrà affrontare Venezia. Nel suo diario annota: «non riprodurrò la storia di Venezia, i costanti alti e bassi, cronologicamente, bensì come simultaneità, la simultaneità di un qualcosa e del nulla».

Anselm Kiefer ritratto da ©Georges Poncet

Kiefer non illustra la storia, raggruma il passato – e ciò che ne risulta sono croste più che cicatrici. Nel suo indefinito regresso nel tempo non c’è storiografia perché – ricordando Novalis – egli sa che c’è più verità nelle fiabe che nelle dotte cronache. Kiefer attinge dalla fiaba più arcaica, quella tragica, quella della ferita che non guarisce mai del tutto. Le sue tele sono la pelle antica di un mostro i cui strati si addensano come pigmento col piombo e la gommalacca, come uniformi dure sulla tela, l’oro, i libri e i rami bruciati, i sottomarini.

La vasta ed eclettica conoscenza di Kiefer è disseminata sulla superficie delle tele, che fin da subito appaiono complesse nella forma e nei saperi, frutto di processi lunghi e di stratificazioni. Lui stesso ammette che nel suo processo di creazione spesso arriva il momento in cui l’occhio non basta più e non si sa come procedere, pur sapendo che qualcosa manca: «è una mancanza che non può essere riempita con l’aiuto di nessun’altra forma» (A. Kiefer, L’arte sopravvivrà alle sue rovine, Feltrinelli). In questi casi la mistica, la storia, la scienza, il mito e la filosofia vengono in soccorso al quadro. Eppure i riferimenti puntuali degli elementi – la bara vuota di san Marco, il getto di piombo come emanazione sefirotica o i carrelli della spesa da cui pendono i nomi dei dogi – non aggiungono niente che non sia già in quella pittura monumentale. La mistica cabalistica, il dolore cristiano e la ricchezza veneziana non hanno bisogno di altra simbologia oltre a quella che già è presente nel carattere pittorico dei quadri esposti. È in quel carattere che il simbolo vive – nei grumi di tempo, non nei numerosi riferimenti che tradiscono quasi il desiderio di farsi capire.

vista della mostra

Venezia è una città che respira con la marea. L’andare e venire tra l’Oriente e l’Occidente, le perdite e le conquiste, l’acqua alta, l’incendio della sala dello Scrutinio del 1577. Flussi e riflussi, nei teleri di Kiefer, il mare, una laguna primitiva. Palazzo Ducale sospeso tra l’incendio vivo ed estinto. Cieli di tempesta – «ho fatto cadere il colore […] da otto, dieci metri di altezza. Se da questa altezza fai cadere un secchio di colore, c’è un’esplosione». I bellissimi cieli di Venezia… Canaletto, Turner, e ora Kiefer. Ma i cieli di Kiefer sono di una bellezza dolorosa, come quelli di Tintoretto. Kiefer mostra come la prospettiva centrale raggiunga la sua acme nei formati giganti, dove la geometria rivela il suo titanismo. La laguna a inizio sala ricorda tanto la palude della Grande riserva di caccia di Friedrich (1832), anzi sembra che tutti gli otto grandi dipinti siano abitati dallo sguardo di Friedrich; ma di tutt’altro carattere. Se in Friedrich sentiamo uno dei modi del sublime di cui parlava Kant, in Kiefer li sentiamo entrambi: l’infinita vastità del mondo e la tremenda potenza della natura – e della tecnica – a cui non potremmo comunque opporre resistenza.

Dietro le tele di Kiefer, sulle pareti della sala, sta la gloria militare delle battaglie veneziane del Cinquecento, davanti, la devastazione delle guerre novecentesche, ma anche un mondo originario, un brodo primordiale freddo e denso, carico di potenza divina. La scala di Giacobbe è sì un simbolo del ritmo di Venezia e, d’altra parte, è traccia dell’artista che si muove su e giù nel tempo, ma forse è soprattutto la chiave di volta che sostiene lo sguardo nella sala: l’occhio deve oscillare, in ogni quadro, dal piombo e la resina impastata sulla tela alla prospettiva dei paesaggi, dal passato recente al passato originario, dalla tragedia umana alla potenza divina. E l’una cosa si mescola all’altra in un’immagine; è come scrive Emo: «la verità dell’arte non è ciò che essa annuncia o rivela, ma è l’arte stessa, il suo ritmo, la sua immagine. E l’immagine non prende valore dal suo immaginato, ma da se stessa. Essa è l’immagine di sé, ed abolisce il suo oggetto, l’immaginato, lo espropria totalmente a proprio favore» (Emo, Quaderno 267, 1964).

vista della mostra

È ormai da qualche decennio che Kiefer ha abbandonato la persecuzione giovanile dell’opera d’arte, preferisce mostrare il processo, la continua metamorfosi del quadro, prima e dopo l’esposizione, togliendo e aggiungendo, colpendo e lasciando che la gravità e l’intemperia segnino la tela a modo loro. Sa già che probabilmente le tele esposte a Palazzo Ducale, una volta uscite di lì, subiranno altre metamorfosi. Intanto però si inseriscono – con lunghe radici – nella tradizione, e quel che accade in quella sala è una visione memorabile.

Guardando quello che Kiefer ha fatto nella sala dello Scrutinio viene da pensare a ciò che Emo scriveva riguardo al poeta, ovvero «colui che scopre l’essenza delle cose all’infuori del sistema a cui appartengono; cioè che mostra la propria affinità con le cose, l’affinità della sua anima con la particolarità delle cose» (Emo, Quaderno 12, 1931). E questo vale per Kiefer nella misura in cui in Venezia – e specialmente nel Palazzo Ducale – ritrova il ritmo della rovina e della ripresa, ma soprattutto torna a fare i conti con la ferita.

Per Kiefer il quadro ha in sé la propria distruzione. A partire da questo pensiero – dice in un’intervista con Hans Ulrich Obrist – ha trovato nell’opera di Emo «il fondamento spirituale» per i suoi quadri. La distruzione dà luce, ma solo un po’ di luce, dice Kiefer, perché siamo molto piccoli. Di qui il titolo della mostra: Questi scritti, quando verranno bruciati, daranno finalmente un po’ di luce.

«Il canto senza fine delle origini; sappiamo e sentiamo che l’origine è ciò che non ha mai fine, perché soltanto l’origine risorge» (Emo, Quaderno 280, 1965). Ecco perché Kiefer dà così tanta attenzione alle rovine, perché lì sta ciò che risorge, lì c’è l’origine. Le rovine sono il momento sospeso tra due luci: quella del crollo e quella della rinascita. Le rovine per Anselm Kiefer e Andrea Emo sono come i campi bruciati, ora sono sì fertili, ma prima hanno dovuto brillare.

Anselm Kiefer.
‘Questi scritti, quando verranno bruciati, daranno finalmente un po’ di luce’ (Andrea Emo)

a cura di Gabriella Belli e Janne Sirén
Venezia, Palazzo Ducale – Sala dello Scrutinio
fino al 6 gennaio 2023

In copertina: vista della mostra, ph. ©Andrea Avezzù

Nato in Svizzera nel 1994, ha studiato presso l’Accademia di Belle Arti di Brera a Milano e presso l’Universität der Künste di Berlino. Scrive come redattore esterno per il canale Cultura della RSI (Radiotelevisione della Svizzera Italiana). La sua ricerca d’arte, attraverso pittura, scultura, grafica e scrittura, si concentra sulla forma visiva del grafema inteso come figura originaria o geroglifico e sulla relazione essenziale tra nome e immagine. Negli ultimi anni ha esposto diverse volte a Varese, Chiasso, Pavia, Milano e Berlino.