Il 26 ottobre 2024, quando si è inaugurata la mostra Attraverso i diluvi presso la Collezione Maramotti di Reggio Emilia, il titolo ha subito assunto un carattere quasi profetico, richiamando i drammatici eventi alluvionali e climatici che, proprio in quei giorni, stavano colpendo nuovamente l’Emilia Romagna.
Oltre alla sua evidente attualità, il riferimento al diluvio rappresenta una chiave per affrontare, in senso più ampio, il concetto di distruzione, conducendo il visitatore attraverso opere che ne hanno affrontato e reinterpretato i significati nel corso della storia. Il topos della catastrofe — della fine del mondo o, più modestamente, di un disastro — sia che abbia origine naturale, sia che derivi dall’agire umano, ha infatti attraversato i secoli influenzando tradizioni e discipline: dall’escatologia mitica e religiosa alla narrativa distopica, fino, ovviamente, alla storia delle arti visive.
Il fascino che ha esercitato, e che continua a esercitare sugli artisti, sembra riconducibile a due ragioni fondamentali: da un lato, l’estetica spettacolare della distruzione, capace di stimolare i vertici più alti dell’immaginazione; dall’altro, la profonda inquietudine suscitata dall’idea che la civiltà possa terminare bruscamente, con la sfida di confrontarsi con un “dopo” incerto. Le catastrofi non si esauriscono nella loro dimensione immanente, come semplici calamità, ma introducono una frattura temporale, un’inevitabile discontinuità rispetto al passato, che genera una lacerazione nel tessuto intimo dell’esistenza, proiettando le comunità verso un futuro, seppur incerto.

Nella mostra, la catastrofe non è infatti rappresentata come un evento lineare e conclusivo, ma come un passaggio tra un “prima” e un “dopo”, e soprattutto come un fenomeno ciclico che ritorna in epoche e contesti differenti. Attraverso un dialogo tra le opere della collezione e una selezione di oggetti, sculture e dipinti provenienti da istituzioni italiane ed europee, il percorso espositivo tesse una rete di accostamenti fuori dal tempo, ribadendo l’idea di un eterno ritorno di certi avvenimenti, una condizione costitutiva della stessa storia dell’umanità.
Disastri e sconvolgimenti, pur manifestandosi in forme sempre diverse, rivelano così costanti universali; si racconta di onde altissime, di maremoti, di case che crollano, di fiamme e del terrore che si propaga, dell’imprevedibilità e dell’inevitabile sopraffazione. Ma, accanto a queste immagini di distruzione, emerge anche la possibilità di una rinascita: prendono vita forme nuove, qui rappresentate da quelle opere d’arte zoomorfe che si avvicinano sorprendentemente alla natura, a suggerire una prospettiva inedita di riconciliazione e rigenerazione.
Il percorso espositivo si articola in sei sezioni tematiche, ognuna delle quali esplora un aspetto specifico della catastrofe, permettendo al visitatore di attraversarne le diverse fasi: dai disastri naturali alle guerre, fino ai momenti successivi alla sciagura, quando il ricordo lascia spazio alla possibilità di una ricostruzione. Il percorso si apre e si chiude con Oltre il Diluvio di Filippo Palizzi (1864), un’opera che funge da perno concettuale e narrativo, orientando il pubblico verso l’idea di una ciclicità insita nel concetto stesso di catastrofe. La tela, con la sua descrizione minuziosa di un paesaggio post-diluvio, presenta l’arca incagliata sulle rocce, immersa in un mondo ormai popolato esclusivamente da animali. L’assenza dell’uomo diventa così un punto di riflessione sulla precarietà della condizione umana e sul rapporto instabile tra civiltà e natura.
Oltre ad alcuni pezzi di particolare interesse, si può dire che la forza della mostra risiede nel suo approccio dialogico: la giustapposizione di opere di epoche diverse e di oggetti dalla natura eterogenea apre a nuove inaspettate connessioni e significati. Così, la Preparazione zoologica in liquido di una medusa blu del primo Novecento trova una sorprendente affinità formale con gli occhi in vetro cristallo di Nicolò Cecchella, un’opera che, in questo contesto, sembra fissare un’umanità ridotta a frammenti, quasi resti archeologici di una civiltà alla deriva. Analogamente, le sculture di Federico Tosi, con le loro forme che evocano processi organici e geologici, sembrano sedimentarsi nello spazio come tracce di un tempo remoto.

Anche quando non sono disposte vicine, le opere dialogano a distanza attraverso rimandi e assonanze: Testa (2018-2023) di Cecchella, un calco del volto dell’artista celato misteriosamente al suo interno, trova un’eco in Deep Water (1998) di Joan Banach, dove una testa umana affiora dalla superficie di un’acqua verde, circondata da onde concentriche, i cui occhi socchiusi e l’espressione enigmatica evocano la medesima sensazione di isolamento.

Similmente, l’opera ottocentesca di Palizzi trova un’affinità con Spoiler Alert (Extreme Weather) (2017–2024) di Andy Cross, che raffigura una moltitudine di animali, selvatici e domestici, disposti in un ambiente sospeso tra un Eden utopico e una realtà post-apocalittica. I colori vivaci — toni di rosso, rosa e verde — contribuiscono a creare un’atmosfera in cui distruzione e rinascita sembrano coesistere. il richiamo alla varietà delle specie e alla loro resistenza a suggerire che, di fronte alla catastrofe, l’equilibrio tra natura e cultura si ribalta, aprendo la strada a nuove possibilità.

Ancora, la tragedia collettiva e la devastazione trovano una comune risonanza nell’opera di Giulia Andreani, La paix et l’espoir aux portes de l’Europe (2020), e in Metanarrativas No. 1. From the series Secondary Scenes (2024) di Ariel Cabrera Montejo. La prima, con la caratteristica palette monocromatica dai toni freddi dell’artista, si radica nella memoria storica, attingendo a fotografie d’epoca e documenti visivi che risuonano con particolare forza rispetto alle crisi umanitarie della contemporaneità. Due giovani donne, adagiate su una barella, sono trasportate da due infermiere, in una scena che richiama il contesto bellico del XX secolo. È l’iscrizione “NO EXIT” a rappresentare la chiave di volta dell’opera, amplificando il senso di disperazione e suggerendo una condizione in cui ogni possibilità di salvezza appare negata.
Nell’opera di Montejo, la devastazione si apre a una inquietante vastità: una distesa infinita di corpi umani accasciati a terra sono delineati da una pennellata sommaria che ne definisce i contorni ma mai i volti. In primo piano, una figura maschile, separata dalla massa indistinta, assume il ruolo di testimone silenzioso, osservando e registrando la scena. La prospettiva, che si perde all’orizzonte, evoca una catastrofe di proporzioni storiche, in cui la moltitudine schiacciante di vite coinvolte si trasforma in un monito sull’impotenza umana di fronte al dramma collettivo.

Attraverso i diluvi si articola dunque come un dialogo costante tra memoria storica e urgenze contemporanee, proponendo un modello espositivo in cui il ricordo delle catastrofi passate si intreccia con una riflessione sulle fragilità del presente e sui rischi del futuro. Forse, però, il valore più profondo della mostra risiede nella sua capacità di ribadire il ruolo sociale e politico dell’arte: in un’epoca segnata dall’incertezza, sono ancora una volta gli artisti, con il loro sguardo laterale, a offrirci chiavi interpretative capaci di guidare verso una comprensione più lucida della realtà e delle sue trasformazioni.
Attraverso i diluvi / Through the Floods
Collezione Maramotti, Reggio Emilia
fino al 16 febbraio 2025
In copertina: Filippo Palizzi, Oltre il Diluvio, 1864, olio su tela, 185 x 266 cm, Napoli, Museo e Real Bosco di Capodimonte, Courtesy MiC – Museo e Real Bosco di Capodimonte, ph. Luciano Romano
