Tommaso Giartosio, l’Eritrea fantasma

20/06/2023

È uscito nella bella collana einaudiana «Frontiere», Tutto quello che non abbiamo visto di Tommaso Giartosio: un libro che «Antinomie» ha visto nascere. Ci fa piacere salutarlo, accompagnato dalle fotografie inedite scattate durante il viaggio dallo stesso Giartosio, riproducendo la recensione dedicatagli da Daniele Giglioli.

Chi si accinga, partendo da un paese non o non più imperiale, a scrivere un libro su un luogo “difficile”, deve vedersela con due tra le più brutte bestie che possano insidiare uno scrittore: l’Etica e l’Esotismo. Se è fesso non se ne accorge. Ma anche se è un genio come Gide correrà il rischio di avvoltolarcisi come Sant’Antonio tentato nel deserto, incrementando il godimento coi sensi di colpa e viceversa.

Poi c’è il caso assai singolare di questo ultimo libro di Tommaso Giartosio, Tutto quello che non abbiamo visto. Un viaggio in Eritrea. Intellettuale raffinatissimo, iperconsapevole, fortificato da una lunga militanza gay che lo ha avvezzo a frequentare e insieme a diffidare di zone un tempo lontane dal senso comune e oggi fin troppo svenevolmente vicine (da cui la cautela quando scrive; esisterà pure in politica una “sinistra dei diritti”, ma in campo estetico ciò non conta niente, è con tutt’altre bilance che si viene pesati), Giartosio sceglie di esporsi, di dichiarare schiettamente la situazione ambigua in cui si trova. Chiamato a condividere nel 2019 tre settimane di viaggio con dei fotografi che attraverseranno Etiopia ed Eritrea in vista di una mostra che dovrebbe accompagnare il trattato di pace tra due stati che si sono atrocemente combattuti (pace purtroppo già finita, sia pure in diverse circostanze geopolitiche), mette a confronto e più ancora in giustapposizione diretta le due principali esperienze sensoriali e conoscitive che il paese gli propone.

Da un lato, dichiara candidamente: Io amo l’Eritrea. Ne ama in primo luogo gli abitanti, la loro fisicità, la loro accoglienza, la curiosità a volte anche interessata, ma che importa, con cui comunicano con quegli stranieri imperfetti che sono i loro ex colonizzatori. E poi paesaggi odori colori dimensioni delle persone e delle cose, il cibo, i funerali, i matrimoni, il suono della lingua, aiutato magari – non si lascia cadere via con una scrollata di spalle il retaggio della Storia – da quel tanto di senso di colpa collettivo che gli permette di non sentirsi un dio bianco in un mondo primitivo ma neanche uno stanco civilizzato rinvigorito appunto perché in un mondo primitivo; e di assumere tutte le volte che può la posizione del pagliaccio, del tipo buffo, di quello che si esibisce e non si sa se ci è o ci fa.

Dall’altro non si nasconde che l’Eritrea è uno dei luoghi oscuri della terra, poverissima, patriarcale, senza diritti, sottomessa a un regime dittatoriale che dura da tempo immemorabile, un po’ come capitava a molti paesi del Maghreb prima delle primavere arabe, dove ex eroici combattenti per l’indipendenza si erano lentamente trasformati in larve di papponi che nemmeno Papa Doc ad Haiti. La sua stessa scelta omosessuale gli sarebbe, non fosse uno straniero, probabilmente letale: in gattabuia e non se ne saprà più nulla.

Come si comporta Giartosio con questa dissonanza cognitiva? Semplicemente, apertamente, la assume. Non è lì per celebrare, non è lì per denunciare. Ma sa che proprio l’amore che dichiara all’Eritrea non può esimerlo dall’obbligo di non cedere alla tentazione che i nostri nonni o bisnonni sopraffatti dai profumi, dagli spazi e dai corpi chiamavano “mal d’Africa” (e ci sono cascati ancora in tempi non lontani non proprio i primi imbecilli che passano, ma gente come Moravia e Pasolini). Se c’è qualcuno che denuncia, ma gioiosamente, è sé stesso. Fa outing. “Quel pranzo è stato una piccola bellezza in cui sono entrato per mezz’ora, come se fossi un forestierismo accolto in un linguaggio antico, e la mezz’ora in cui dirò la mia sui guasti del clericalismo e del patriarcato verrà un altro giorno: ora voglio ricordare questa bellezza”.

Il risultato è un testo, scritto in forma di lettere all’amico Antonio, che lo aveva coinvolto nel progetto, in cui descrizioni, aneddoti, riflessioni e affondi storici (il passato coloniale, la lunga guerra con l’Etiopia) si alternano a un ritmo desultorio e imprevedibile ma non forsennato: un moderato cantabile, piuttosto. Tutto quello che non abbiamo visto non è un libro che si legge in fretta, sballottati, a nervi tesi. Ne deriva un sentimento di serenità invidiabile. Laddove “invidiabile” è aggettivo che va accettato in toto, ivi compresa la sua coda di scorpione. Non sarà, questa che ci descrivi, l’Eritrea che ti sei sognato, che ti sei costruito per i tuoi propri bisogni? Chi ti ha dato il diritto di sentirti felice in uno dei luoghi più sventurati della terra?

Impossibile, però, rispondere senza acredine a questa domanda se si accettano le regole del gioco etico (vi avevamo avvertiti!) che presuppone. Non resta che cambiare regole. Prima di tutto, non c’è bisogno di alcuna autorizzazione per essere felici: se Sartre diceva qualcosa come “non siamo mai stati felici come sotto l’occupazione nazista” avrà avuto i suoi motivi. In secondo luogo, facendoci soccorrere da Nietzsche, “nessuno mente tanto quanto l’indignato”, e chi ha orecchie per intendere intenda. Infine, che per quanto non segua un ordine cronologico preciso il libro di Giartosio ha una sua progressione. All’inizio si vedono e si sentono più i “nostri” corpi, le nostre reazioni, le nostre sensazioni. Ma via via che il testo si sviluppa è sempre più l’Eritrea a venire in primo piano. Alla fine, nelle pagine di questo cauto, perplesso ma anche generosamente fiducioso italiano in Asmara, tantissimo “Non-Io” è rimasto impigliato dentro i suoi bei periodi.

Filtrato, certo. Cosa si pretendeva, la realtà così com’è? Che poi, a pensarci bene, questa famosa “realtà così com’è” non è che manchi proprio del tutto. Chi ci ha dato la patente per espungerne Giartosio? Non fa parte anche lui della realtà? Non è forse la realtà, sgamati come siamo da millenni di letteratura e poi foto cine etc., un labirinto di sguardi? Chi mai potrebbe oggi pensare che lo sguardo non fa parte esso stesso della realtà? 

Giartosio ci ha messo con generosità a disposizione il suo, lì da guardare. A chi non piace non è mica obbligato.

Tommaso Giartosio
Tutto quello che non abbiamo visto. Un viaggio in Eritrea
“Frontiere” Einaudi 2023
pp. 184, € 18

Questo articolo è uscito su «La Lettura» del «Corriere della Sera» 

Daniele Giglioli

(Roma, 1968) insegna Letterature comparate presso l’Università di Trento. Collabora con il “Corriere della Sera” e la “Neue Zürcher Zeitung”. Tra le sue pubblicazioni ricordiamo “Senza trauma” (Quodlibet 2011), “Critica della vittima” (nottetempo 2014) e “Stato di minorità” (Laterza 2015). Con il Saggiatore ha pubblicato “All’ordine del giorno è il terrore” (2018).

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