È attualmente in corso, fino al 31 gennaio 2026, presso la Fondazione Galleria Milano, la mostra Silent Invasion, che si concentra sulla fondamentale produzione di Valentina Berardinone (Napoli, 1929 – Milano, 2024) compresa tra il 1967 e la prima metà degli anni Settanta. Curata da Nicola Pellegrini e Bianca Trevisan, con una sezione filmica affidata a Jennifer Malvezzi, l’esposizione è il risultato di un lungo e meticoloso lavoro di riordino e catalogazione avviato nel 2019. Silent Invasion sancisce anche la nascita dell’Archivio Valentina Berardinone, per volontà del figlio dell’artista Alessandro Ippolito e Nicola Pellegrini, curato da Bianca Trevisan, con lo scopo di conservarne l’opera e l’archivio documentale; l’Archivio è parte del programma della Fondazione Galleria Milano Archivi Riuniti, volto alla valorizzazione degli archivi di artiste e artisti significativi per la galleria o con cui la Fondazione sente una particolare affinità. Per gentile concessione dell’autrice, pubblichiamo qui una rielaborazione del suo intervento, Luoghi reali di azioni possibili, in Bianca Trevisan, Nicola Pellegrini (a cura di), Valentina Berardinone. Silent Invasion, Kunstverein Edizioni/Fondazione Galleria Milano, Milano 2025.
Per il public program della mostra, si terrà oggi venerdì 5 dicembre, presso la Fondazione Galleria Milano (via Arcivescovo Romilli 7), dalle ore 18:00 una serata di proiezioni in pellicola di alcuni dei suoi film sperimentali in collaborazione con Fondazione Home Movies di Bologna, che ne ha curato il restauro e la conservazione (prenotazione fino ad esaurimento posti a info@fondazionegalleriamilano.it)
L’opera di Valentina Berardinone, riconosciuta tra le più significative artiste italiane, sperimentale e multimediale, attraversa scultura, pittura, installazioni e film, con una selezione filologica di opere che spaziano dalle sculture del ciclo delle Visite alle celebri Invasioni e ai Guardoni. Il titolo stesso riprende il film-manifesto del 1971 dove la resina epossidica che cola simboleggia un mutamento storico “silenzioso”, un tema centrale nell’indagine dell’artista, attiva negli ambienti intellettuali e femministi milanesi dell’epoca.
La mostra è accompagnata da un volume di 64 pagine, un libro-documento edito da Kunstverein Milano, a cura di Bianca Trevisan e Nicola Pellegrini e con testi di Bianca Trevisan e Jennifer Malvezzi, oltre a una intervista mai riedita di Lea Vergine a Valentina Berardinone del 1973. Il libro, che contiene fotografie di Enrico Cattaneo, Paola Mattioli e Ugo Mulas, offre una rilettura storico-critica del lavoro di Berardinone tra il 1967 e la metà degli anni Settanta, offrendone una restituzione nella sua processualità.

Luoghi reali di azioni possibili
Quando iniziai a lavorare alla Galleria Milano nel 2013, Carla Pellegrini mi affidò il compito di riordinare e catalogare l’archivio della galleria. L’impresa era ardua, ma partivo con un vantaggio: Carla infatti aveva compreso già da decenni l’importanza di conservare i materiali delle mostre e degli eventi organizzati nei suoi spazi, dal 1964 in poi. Avevo tantissimo da fare, ma quelle scatole colorate raccoglievano e proteggevano da decenni tutto lo storico dello spazio espositivo.
Iniziai a concentrarmi sugli artisti e sulle artiste che avevano collaborato più assiduamente con Carla e dopo qualche mese di maniche rimboccate e ragionamenti su pile e pile di carte, scritti e fotografie, chiesi consiglio a Toni Merola, il suo fedele collaboratore, su come affrontare i materiali di Valentina Berardinone. Mi spiegò che la questione era complessa: Berardinone aveva frequentato molto la galleria, tra proiezioni di suoi film e mostre personali, ma all’interno dei faldoni a lei dedicati era difficile distinguere tra le diverse iniziative e, soprattutto, mancavano documenti fondamentali per ricostruirne la genesi e una corretta cronologia.
Se già telefonicamente avevo apprezzato la sua schiettezza, quando dopo qualche tempo andai a trovarla nella sua casa-studio di via Vallazze, conobbi una donna colta senza pedanteria, dall’ironia irresistibile, aperta al dialogo, ma con qualche riluttanza a parlare di taluni aspetti del proprio lavoro. I colloqui con lei resero possibile la ricostruzione delle sue mostre alla Galleria Milano ma fu dal giugno del 2019 che, dopo la scomparsa di Carla e grazie alla lungimiranza di suo figlio Nicola Pellegrini, iniziai a occuparmi dell’archivio dell’artista, mentre Jennifer Malvezzi, insieme alla Fondazione Home Movies di Bologna, si stava già dedicando alla produzione filmica all’interno del progetto Art & Experimental Film. Seguendo le esigenze dell’artista, partii dalle opere plastiche e pittoriche, oltre che da una selezione di opere su carta, tutte conservate in via Vallazze. Valentina non guardava indietro facilmente: alcuni lavori le ricordavano momenti dolorosi della sua vita, e in quel caso passavamo ad altro; in altri casi era entusiasta di raccontare le mostre, gli incontri, le amicizie, il processo creativo e soprattutto gli esperimenti nel suo studio, e ne parlavamo per ore, mentre mi aiutava a prendere dati e misure, dimenticandosi della sua condizione fisica malconcia. L’attuale mostra alla Fondazione Galleria Milano è appunto frutto di tale lavoro d’archivio e di ricerca iniziato da me iniziato nel 2019 con l’artista e dal 2024, dopo la sua morte, svolto in modo sistematico grazie alla volontà e al sostegno di suo figlio Alessandro Ippolito.

Il titolo della mostra è un omaggio al primo film di Berardinone, Silent Invasion (1971), ora considerato un film-manifesto della sua ricerca artistica. Le opere esposte, in particolare, coprono il periodo dal 1967 al 1973, anni in cui dopo un inizio astratto e un periodo pittorico figurativo, trova il suo linguaggio più distintivo nelle costruzioni plastiche, nelle colate in resina epossidica e nel cinema realizzato in formato ridotto, il tutto in modo sperimentale, con approccio analitico e di costante verifica.
L’esordio nel mondo dell’arte avviene nel 1954 alla Galleria del Naviglio di Milano, dove si era trasferita l’anno prima: introdotta da Alfonso Gatto come giovane pittrice dalla produzione ancora eterogenea, presenta dipinti astratti, composti da geometrie fatte di linee e vuoti. Tra il 1956 e il 1958 soggiorna in Brasile dove il suo lessico diviene chiaramente figurativo: Le attese, I testimoni, Le figure di questi anni rappresentano esseri misteriosi e sofferenti delineati con colori aspri e tratti concisi. “Pittura di conoscenza”, la definisce Mario De Micheli, dove a prevalere è un aspetto narrativo, esistenzialista e ricco di simbologia, non determinando però uno scollamento dal presente ma, anzi, divenendo strumento di indagine della contingenza storica e della sofferenza dell’umanità contemporanea.
Il vero scarto avviene nel 1967, quando dopo diversi esperimenti si dedica alla produzione di assemblaggi di liste di legno e fogli di alluminio, con interventi in acrilico, cementite, vernici alla nitro, basamenti geometrici dai quali emergono sagome organiche dotate di occhi. Lo sguardo sarà uno delle costanti della sua poetica, presente già nella sua pittura esistenzialista, fino al libro d’artista realizzato nel 2003 dal titolo Con la coda dell’occhio. Gli occhi di queste sculture, che Berardinone con ironia chiama “guardoni”, sono elementi misteriosi, che sorvegliano orwellianamente lo spettatore ma che, allo stesso tempo, richiedono interesse: titoli come Attenzione, prego (1968), Visitazione (1967), Attenzione! (1968), Piccolo Agguato (1968), suggeriscono un’invasione di campo e un’inversione Dentro-fuori (1968), ovvero tra l’interno dell’opera, che è anche spazio immaginativo e luogo dell’inconscio, e l’esterno, ovvero la storia, il contingente. Ci ammonisce anche, questo sguardo enigmatico, di portare attenzione a ciò che occupa la nostra vista periferica, a ciò che si fa spazio silenziosamente nelle nostre vite con un’invasione di campo lenta ma inarrestabile.

Queste sculture sono esposte nel 1969 a Milano presso la Galleria dell’Ariete di Beatrice Monti, insieme ad alcune tempere e disegni preparatori che permettono di comprenderne lo studio progettuale. Gillo Dorfles, nel testo introduttivo, le individua come frutto di un percorso, una lunga gestazione partita da una pittura paleo-figurativa e tonale fino ad arrivare agli “embrioni-oggetto” in mostra, da ricondurre al codice linguistico della pop art: oggetti talvolta seriali, o in ogni caso modulari, con elementi figurali innestati in composizioni astratte. Non è un caso che poco dopo, nel 1970, realizzi alcuni multipli dal ciclo dei Guardoni presso “Il Polimero Arte”, un centro e laboratorio di ricerche estetiche presso la Mazzucchelli Celluloide di Castiglione Olona che le permette non solo di produrre opere in serie, ma anche di sperimentare con le materie plastiche a livello industriale.
L’interesse per i materiali è un’altra costante della ricerca di Berardinone: nel 1967 aveva iniziato a lavorare con la resina epossidica, protagonista di molte sperimentazioni, immortalate in fieri anche nelle fotografie di Enrico Cattaneo e Paola Mattioli. I Paesaggi con visita dello stesso anno sono sculture che possono essere esposte in orizzontale, come da preferenza dell’artista, o in verticale – e infatti, curiosità d’archivio, presentano le attaccaglie sul verso, sul lato corto. Non sorprende perché Berardinone tornava spesso sulle sue opere, riposizionandole e talvolta apponendovi alcune modifiche. I Paesaggi con visita, con le loro escrescenze falliche e le colate di resina come tracce ematiche, si prestano a una lettura psicanalitica e in effetti posizionate orizzontalmente queste sculture sembrano inermi, immobilizzate dopo una violazione non difficile da immaginare. Possiamo inoltre considerarle come opere-ponte con le successive Invasioni.
Romana Loda, che ne include una in una mostra collettiva di artiste da lei curata dal titolo Il volto sinistro dell’arte, afferma che nel consolidamento della resina delle sue colate, si stabilisce uno “spazio mentale bloccato, ma non statico”. È una considerazione particolarmente puntuale perché, lo vedremo tra poco, le sue invasioni hanno a che vedere proprio con la sospensione e il tentativo di uscire da tale stasi, condizione ancora più comprensibile se si pensa che l’artista, pur non volendo circoscrivere al femminismo tutta la sua produzione, era attiva negli ambienti femministi milanesi dove si praticava l’autocoscienza e dove il dibattito era costante e vitale, come la Libreria delle donne.
L’incontro tra pensiero sociale, politico e opera artistica trova sua espressione nella partecipazione, il 21 settembre 1969, a Campo Urbano. Interventi estetici nella dimensione collettiva urbana, manifestazione curata da Luciano Caramel a Como. Berardinone vi espone l’Antimonumento alla Vittoria, una grande costruzione simile ai suoi soggetti-scultura, che deflagra suscitando stupore tra gli astanti. Al centro di una piazza, l’anti-monumento è liberato dal drappo che lo copre, iniziando a “sanguinare” resina epossidica rossa da una fessura posta nella parte superiore, mentre le esplosioni dei petardi mettono tutti all’erta. Ancora una volta un ribaltamento di prospettiva e lo sconcerto del presente: ogni vittoria porta con sé un aspetto terribile e oscuro con cui prima o poi è necessario fare i conti.
Per Caramel centrale è il legame con l’attualità, non come narrazione, ma come esigenza di stare in ciò che accade, esigenza che è “esaltata in quel momento provocatorio, a ben guardare, proprio per il suo risolvere il passato e il futuro, nel presente, al di fuori di insistenze descrittive”. La questione è inquadrata con il “tempo dell’immagine”, ovvero, citando le parole dell’artista, “bloccare un’azione nel suo divenire e renderla immagine”: la colata è congelata nel suo procedere e ciò avverrà anche in tutte le colate successive, che realizza appunto nelle Invasioni.

Le Invasioni sono presentate per la prima volta nel 1971 alla Galleria dell’Ariete, anno in cui realizza anche il film in 16mm Silent Invasion, proiettato nel 1972 alla Galleria Milano; sempre nel 1972 ha due personali alla Galleria La Chiocciola di Padova e alla Christian Stein di Torino. Ad analizzare approfonditamente le intenzioni di questa nuova ricerca è, su tutte, la mostra nel 1973 alla Galleria Milano I luoghi e le tracce, introdotta da Vittorio Fagone. Le opere sono divise in due sezioni: la prima costituita dai “luoghi”, tutti intitolati Prospettive, grandi pannelli lignei dipinti raffiguranti gradinate che fungono da oggetti di scena e da quinte alle sculture esposte. La seconda sezione è costituita dalle “tracce”, intitolate Frammenti e ricavate con la resina epossidica. Si tratta di frammenti di luoghi specifici, che l’artista esplicita nel titolo delle opere: da Porta Ticinese a Porta Volta, da via Fatebenefratelli al Palazzo di Giustizia. Che si tratti di realtà o finzione – ovvero, che le colate siano state realizzate davvero lì, in loco – poco importa: questa ambiguità fa parte del lessico e delle intenzioni di Berardinone, che gioca sempre con una sospensione di significato che sfida l’interlocutore e che gli richiede maggiore sforzo se non di decodificazione, di ascolto.
La resina epossidica a volte figura con un supporto ricostruito ad hoc dall’artista, perlopiù scale di legno, “grondaie” di alluminio, sezioni di tubazioni in plexiglas – dove è rivelato l’aspetto paradossale e di finzione nella didascalia, che riporta come luogo del prelievo: “New York, 1917”. Altre volte è presentata senza sostegno ma come puro frammento, testimonianza di un passaggio che rimane congelato nel suo accadere.

Osservando le fotografie scattate da Enrico Cattaneo dell’allestimento alla Galleria Milano, allora da poco trasferitasi nella sede di Via Manin/via Turati, emerge la finalità di verifica, che traghetta l’opera di Berardinone nell’ambito dell’arte concettuale. Tale finalità è evidente soprattutto in due aspetti principali. Il primo è la volontà di documentare il processo di elaborazione attraverso l’esposizione dei progetti: spesso realizzati su carta millimetrata, si riferiscono alle diverse Invasioni, numerate in ordine progressivo. La scala, o meglio, la scalinata, è individuata dagli appunti dell’artista come “struttura del potere”: la monumentalità è necessaria ai suoi scopi, perché “lo spazio della repressione è sempre monumentale, aulico”, leggiamo sotto una proiezione ortogonale. Nonostante l’aspetto aulico, le strutture sono però coercitive, e l’ordine, ci ammonisce l’artista, deve sempre insospettire: “ogni ordine è la facciata del suo disordine interno”. Se sono tanti gli esempi del ritorno all’ordine in architettura – due su tutti, il classicismo socialista staliniano e il monumentalismo di regime in epoca fascista – Berardinone nei suoi studi recupera le strutture del potere di alcune civiltà antiche fortemente gerarchizzate, come la ziggurat sumera, il tempio atzeco messicano e le piramidi egizie. Le gradinate traducono plasticamente e architettonicamente l’ordine autoritario, che è gerarchico e statico, come sarà visibile ancora più esplicitamente nell’opera monumentale La scala nera del potere, presentata nell’aprile del 1974 alla Galleria di Porta Ticinese di Gigliola Rovasino all’interno della mostra Incessante per il Cile: una scultura lignea di grande formato, sui cui gradini poggiano delle pietre riportanti i nomi di alcuni responsabili delle repressioni nelle dittature a matrice fascista. A contrapporsi a questa stasi granitica, tornando ai suoi progetti, è invece la dialettica con il suo corso naturale, che è in continuo divenire, frutto del rapporto tra situazione ambientale e sviluppo biologico. La colata silenziosa costituisce così la sopraffazione, che nel suo svilupparsi e solidificarsi “assume la forma dell’ordine”, pur rimanendo visivamente ambigua, richiamando anche un’invasione in grado di sconvolgere quello stesso rigore.

Il secondo elemento che disvela la finalità di verifica della mostra è la reiterazione degli stessi elementi, ripetizione martellante e ritmica che caratterizza anche la grammatica dei suoi film. Scale, grondaie, colate ovunque, ancora scale, rilievi presentati anche sotto teca, come reperti archeologici: lo statuto dell’immagine, come simbolo, simulacro, significante veicolo di significato sarà sfidato anche nei lavori successivi, dove inizierà ad effettuare calchi in gesso e copie con la Xerox.
La verità di Berardinone è nella storia presente, ma la sua ricerca non avviene attraverso l’esplicitazione narrativa di ciò che è rappresentato, ma attraverso il dubbio, la giustapposizione e l’ironia. La sua indagine si inserisce in quella linea analitica, teorizzata da Filiberto Menna, per cui avviene lo slittamento dall’ermeneutica alla semiotica nella direzione dell’ambiguità e della polisemia. Riferendosi alle opere di questi anni, l’artista afferma di essere interessata a “dare immagine a ciò che transita, che va”; catturare “l’immagine sfuggente”, considerando l’opera “non come rappresentazione ma come avvenimento in sé”.

Dunque quale spazio trova l’indagine del reale all’interno di queste colate che, ovunque si insinuino – scalinate, grondaie o (anti)monumenti – paiono essere un riflesso dei burrascosi mutamenti storici dei primi anni Settanta in Italia? Lo domanda anche Lea Vergine, in riferimento ai suoi film. L’artista risponde, perentoria, che non si tratta di tentativi di discorso politico, ma sono, piuttosto, “politici nella misura in cui hanno come oggetto il condizionamento dell’uomo – non l’uomo generico – ma l’uomo storico”. Le sue opere sono allora “luoghi reali di azioni possibili”, svincolate da quella che Jakobson ha definito “presenza delle cose”: le sue sculture e assemblaggi possono essere spostati, esposti su piedistalli o direttamente sul pavimento, appesi alle pareti, modificati nei dettagli a distanza di qualche anno, ripensati, adattati all’urgenza del momento.
C’è un aspetto processuale fondamentale: se Mulas ha registrato l’atto performativo di Campo Urbano, le fotografie di Cattaneo e Mattioli la immortalano mentre è intenta a versare la resina epossidica, azione che diviene gesto carico di intenzione; Cattaneo realizza un vero e proprio reportage in via Sant’Eusebio, mentre l’artista mette a punto e trasporta alcune delle sue Prospettive; i suoi progetti e i suoi film documentano non solo lo sviluppo di un’idea, ma la sua attivazione e progressione. Le opere dunque mutano e si evolvono, ma ciò che non cambia è l’intenzione di mettere alla prova il presente, ed è per questo motivo che l’opera di Valentina Berardinone, pur essendo profondamente ascrivibile al suo tempo, non è tuttavia circoscrivibile a esso. È infatti ancora oggi in grado di parlare a noi spettatori, suscitare domande, metterci tutti in stato di allarme: mentre siamo impegnati nelle nostre vite, distratti da altro, potrebbe avvenire una silente, per quanto violenta, invasione.
Silent Invasion. Valentina Berardinone
a cura di Nicola Pellegrini e Bianca Trevisan
Fondazione Galleria Milano
fino al 31 gennaio 2025
In copertina: fotogramma da Valentina Berardinone, A vista d’occhio, 1976. Courtesy Archivio Valentina Berardinone e Fondazione Home Movies.
