Cartoline (stravaganti) dalla Terra Devastata

Ho scelto dieci immagini, due per ogni sezione di The Waste Land di T.S. Eliot, per raccontare divagazioni che sono rimaste fuori dal commento che accompagna la mia edizione di T.S. Eliot, La terra devastata, uscita per il Saggiatore (2021). Ogni immagine è un punto di partenza per cucire insieme pezzi avanzati, suggestioni, coincidenze, incursioni laterali.

I. The Burial of the Dead / La sepoltura dei morti

L’estate ci sorprese, piombando sullo Starnbergersee
con un acquazzone; ci fermammo sotto il colonnato
e con il sole proseguimmo, fino allo Hofgarten,
e bevemmo caffè, e parlammo per un’ora.
Bin gar keine Russin, stamm’ aus Litauen, echt deutsch.
E quando da bambini, ospiti dell’arciduca
mio cugino, lui mi portò fuori in slitta,
io avevo paura. Mi disse, Marie,
Marie, tieniti forte. E giù andammo.
Su, tra le montagne, ci si sente liberi.
Leggo, quasi tutta la notte, e d’inverno vado a sud.

Su una pagina del New York Times il 4 maggio 1913 si annunciavano rivelazioni sul doppio suicidio nel 1889 a Mayerling del principe ereditario Rodolfo d’Asburgo e della giovane baronessa Maria Vetsera. A svelare i retroscena era Marie Larisch-Wallersee, cugina del principe e amica di Vetsera, ritratta con lei in un tondo in bianco e nero.

Dopo la tragedia, Marie era stata allontanata dalla corte austriaca, e nel 1913 aveva deciso di ricostruire in My Past, pubblicato a Londra nel 1913, non solo i fatti di Mayerling, ma anche l’amore malinconico dell’imperatrice Elisabetta (Sissi, madre di Rodolfo) per il cugino Ludovico II di Baviera, annegato nello Starnbergersee e finanziatore del teatro wagneriano di Bayreuth. Dieter Fuchs riporta una ballata popolare tedesca dedicata a Ludovico II il cui primo verso “[a]uf den Bergen wohnt die Freiheit” (“Sulle montagne c’è libertà”) potrebbe aver suggerito a Eliot il verso: “In the mountains, there you feel free” (“Su, tra le montagne, ci si sente liberi”). Marie riprenderebbe così nostalgicamente le parole di una ballata popolare che ricordava il cugino e la sua morte per acqua, la prima di una lunga serie nel poemetto.

Negli anni venti, Marie Larisch-Wallersee lavorò per la casa di produzione Indra Film come sceneggiatrice, e nel 1921 interpretò se stessa in un film muto (qualcuno le attribuisce anche la regia), Kaiserin Elisabeth von Österreich, di cui sopravvive poco più di un fermo immagine: il capezzale dell’Imperatrice Sissi, uccisa dall’anarchico italiano Luigi Lucheni nel 1898 mentre si imbarcava sul lago Lemàno (“By the waters of Leman I sat down and wept…”, v. 182).

II. A Game of Chess / Una partita a scacchi

Ho i nervi a pezzi stasera. Sì, a pezzi. Resta con me 
Parla con me. Perché non parli mai? Parla.
A cosa stai pensando? Cosa pensi? Cosa?
Non so mai cosa pensi. Pensa.»

Penso che siamo nel vicolo dei topi
dove i morti hanno perso le ossa.

«Cos’è questo rumore?»
		Il vento sotto la porta.
«Cos’è questo rumore, adesso? Cosa fa il vento?»
		Nulla di nuovo nulla.
						«E tu 
non sai nulla? Non vedi nulla? Non ricordi
nulla?»

Nel 1914 il francese Jean Metzinger dipingeva in chiave cubista un soldato che gioca a scacchi con la morte, o forse se stesso come pedina insignificante di una partita più grande. Più dei dipinti però a raccontare il primo conflitto mondiale furono le migliaia di fotografie scattate durante, che riemergeranno dopo la guerra, a ricostruire il quadro degli orrori della vita in trincea.

Sono soprattutto soldati tedeschi e inglesi a documentare privatamente la guerra con macchinette tascabili, ma anche in Francia Le Miroir nel 1915 offriva trentamila franchi “pour la plus saissante photographie de la guerre”.

E ciò che raccontano le immagini sono soprattutto i cunicoli delle trincee e i topi, e i terrier lanciati a caccia di topi. C’è una trincea, conquistata dagli inglesi nel 1916, che si chiama come il vicolo dei topi eliotiano: Rat’s Alley, perché al tempo alley è parola comune per trincea.

Il racconto della guerra Eliot lo aveva ricevuto dall’amico Jean Verdenal, morto nella campagna di Gallipoli (e assistente medico al fronte come Metzinger), ma anche dal cognato Maurice Haigh-Wood, impegnato come soldato nel nord della Francia. Nel giugno del 1917 Eliot scriverà alla testata “The Nation” per proporgli di pubblicare un estratto in cui Maurice rispondeva alle accuse di indifferenza (e reticenza) rivolte ai soldati, spiegando l’“impossibilità pratica per chi non c’era di capire o immaginare anche confusamente le reali condizioni della guerra”. Si diceva esasperato dai luoghi comuni sulla guerra e dalla simpatia a buon mercato per le sue vittime. Cedeva poi alla descrizione dei corpi sventrati, dell’agonia dei moribondi, ma solo per aggiungere: “queste sono solo parole, e restituiscono probabilmente una porzione minima del loro significato a quelli che ascoltano, che rabbrividiscono e poi dimenticano…” (Letters, a cura di V. Eliot e H. Haughton, Faber&Faber, pp. 204-205). Se i soldati ricordano, e chi non c’era dimentica, i soldati smettono di raccontare. «E tu  / non sai nulla? Non vedi nulla? Non ricordi / nulla?».

III. The Fire Sermon / Il sermone del fuoco

Eppure di tanto in tanto alle spalle io sento
il suono di corni e motori che porterà
Sweeney da Mrs Porter a primavera.
O la luna splendeva limpida su Mrs Porter
e su sua figlia
che si lavano i piedi con acqua e soda
et O ces voix d’enfants, chantant dans la coupole!

Nel 1923 Eliot pubblica un saggio per ricordare Miss Marie Lloyd come “the greatest music-hall artist of her time in England”. Ne loda la mancanza di aspetti grotteschi e caricaturali nella performance e la capacità di rappresentare come nessun’altra le classi più basse, che infatti la amano. Nel 1892 aveva portato in giro una canzone intitolata Oh! Mr Porter, la storia di una ragazza che sale sul treno sbagliato, così popolare che è citata anche da Joyce in Ulysses. Un’altra sua canzone, Bathing, consiglia di non ascoltare quelli che non vogliono che uomini  e donne facciano il bagno insieme d’estate.

Nelle note a The Waste Land, a proposito dei versi su Sweeney e Mrs Porter, Eliot scrive che appartengono a una ballata riportatagli dall’Austrialia. Secondo Southam, una ballata intitolata “Mrs Porter and her daughter” (“Mrs Porter e sua figlia”) era cantata dalle truppe durante la campagna dei Dardanelli. La ballata era dedicata a Mrs Porter, famosa tenutaria di un bordello al Cairo dove molti soldati avevano contratto malattie veneree durante la guerra, in particolare gli inglesi e gli australiani e neozelandesi dell’Anzac di stanza nella città in attesa di andare a Gallipoli. Qui nel giovedì santo del 1915 si registrò una sommossa – nota come “The Battle of Wazzir” – dei soldati nella zona di Haret El Wasser, che sfociò nella devastazione di diversi locali e nell’incendio di alcuni bordelli. Se Mrs Porter è la tenutaria del bordello egiziano, allora Sweeney, personaggio già ricorrente nei Poems (1920), potrebbe essere un soldato che nella primavera del 1915 passava dal Cairo prima di andare nei Dardanelli, dove lo sbarco avvenne nell’aprile dello stesso anno. Al tempo le malattie veneree venivano curate con bagni di acqua e soda.

IV. Death by water / Morte per acqua

Phlebas il fenicio, cadavere da due settimane,
dimenticò le grida dei gabbiani, e le onde in alto mare
e il profitto e la perdita.
				Una corrente sottomarina
sgretolò in bisbigli le sue ossa. Mentre risaliva e ricadeva
attraversò gli stadi della maturità e della giovinezza
entrando nel gorgo.
				Gentile o Giudeo
o tu che tieni il timone e guardi sopravento,
pensa a Phlebas, che un tempo era bello e alto come te.

In Economy of the Unlost, Anne Carson parla di una poesia di Paul Celan intitolata Matière de Bretagne, che riprende la storia di Tristano e Isotta attraverso l’immagine di una vela insanguinata. Nella versione tradizionale francese, cui Celan sembra attingere, Tristano aveva stabilito un segnale con il timoniere che doveva portargli Isotta la Bionda per curarlo da una ferita avvelenata: la vela bianca come segnale di salvezza, la vela nera come segnale di morte. Quando Tristano chiede alla moglie Isotta dalle Bianche Mani di che colore sono le vele, lei gli mente, dicendo che sono nere. Così “Tristano si lascia morire, perché crede che Isotta la Bionda con il suo rifiuto di venire abbia disatteso il patto d’amore” (Varvaro).

Carson ricostruisce anche il modo in cui, nella tradizione classica, Simonide (556-467 a.C.) trasforma la vela con cui Egeo spera di avere notizie di suo figlio Teseo, dopo l’uccisione del Minotauro, da bianca o nera in rossa, usando la parola phoinikion che ci ricorda come il nome stesso dei fenici fosse inscritto nel rosso delle tinture ricavate dai molluschi. “Simonide non si fece scrupoli a sprecare (waste) alcune parole sull’argomento”, dice Carson, che cita due frammenti del poeta greco: uno riportato da Plutarco, in cui si legge che la vela che Egeo consegna al figlio Teseo non è bianca ma rossa perché “tinta con i fiori del leccio”; l’altro noto grazie a uno scoliaste che ricorda le parole che il messaggero ha rivolto al cadavere di Egeo che si è gettato in mare perché non ha visto la vela bianca: ‘Ti avrei donato un profitto più grande della vita se fossi arrivato prima’. Il profitto e la perdita.

Attraccato alla riva dello Starnbergersee, Ludovico II di Baviera aveva un battello a vapore che serviva a raggiungere sulla riva opposta l’amata Sophie Charlotte. Il matrimonio fu annullato per circostanze mai chiarite. Il battello si chiamava Tristan.

V. What the Thunder Said / Ciò che disse il tuono

Chi è il terzo che ti cammina sempre accanto?
Quando conto, ci siamo solo io e te
ma quando guardo la strada bianca davanti
c’è sempre un altro che ti cammina accanto
scivola avvolto in un manto marrone, incappucciato
non so dire se sia un uomo o una donna
– ma chi è che ti sta accanto dall’altra parte?

Nel 1917 Eliot scrive a Eleanor Hinkley che gli sembra di vivere in un romanzo di Dostoevskij, e non in uno di Jane Austen. “Se non ho visto il campo di battaglia, ho visto altre cose strane, e ho firmato un assegno da 200.000 sterline mentre mi cadevano in testa le bombe. Ho cenato con una principessa e con uno che doveva scontare due anni di lavori forzati; e tutto sembra come un sogno” (Letters, p. 210).

Nelle note aggiunte alla prima edizione di The Waste Land uscita nel dicembre 1922, Eliot rimanda al racconto di una delle spedizioni di sir Ernest Shackleton nell’Antartide, durante la quale il gruppo di esploratori ebbe la costante sensazione che ci fosse sempre un uomo in più.

C’è dietro il viaggio di Cristo a Emmaus, ma Ricks e McCue suggeriscono anche il confronto con un passo dei Fratelli Karamazov che suona, anche formalmente, più vicino: “Qui non c’è nessun fantasma, salvo noi due, e poi ancora un terzo. Senza dubbio, si trova adesso qui, in messo a noi due.” “Chi? Chi si trova qui? Quale terzo?”. La risposta nel romanzo di Dostoevskij è che “il terzo è Dio, la Provvidenza in persona”. Il rimando a Shackleton serve forse a occultare il collegamento con il romanzo russo. Eliot preferisce richiamare le ben più popolari avventure dell’esploratore, che avevano avuto grande spazio sui giornali anche grazie alle fotografie dell’australiano Frank Hurley, che seguì la prima spedizione, Endurance Expedition (1914-1917, da cui ricavò anche il documentario South, 1919). Quella spedizione si era rivelata particolarmente difficile: la nave era rimasta bloccata per dieci mesi prima di inabissarsi, costringendo i membri dell’equipaggio a sopravvivere in condizioni estreme, e Shackleton a traversate spericolate per raggiungere una base baleniera nella Georgia dal Sud, dalla quale organizzò il soccorso di tutti i suoi uomini. Shackleton morì di infarto nel gennaio del 1922, nel corso della sua terza spedizione.

Il nome di quest’ultima era Quest, la parola inglese che si usa per indicare la ricerca del Sacro Graal.

vive a Napoli. Ha pubblicato i libri di poesia “Paura degli occhi” (L’Arcolaio 2014), “Appartamenti o stanze” (D’If, 2016, Premio Castello di Villalta Giovani 2017) e “Le fuggitive” (Aragno 2020). Nel 2019 è stata inclusa nel XIV Quaderno di poesia contemporanea a cura di Franco Buffoni (Marcos y Marcos) e nell’antologia della giovane poesia europea “Grand Tour. Reisen durch die junge Lyrik Europas”, a cura di Federico Italiano e Jan Wagner (Carl Hanser 2019). Ha curato e tradotto “Tutto è vero, o Enrico VIII” di Shakespeare per Bompiani (2017) e “Ritratti di figure con veleno” della drammaturga inglese Caryl Churchill (Editoria & Spettacolo 2019). Nel 2018 ha pubblicato il saggio sui poeti metafisici inglesi “L’altra natura. Eucaristia e poesia nel primo Seicento inglese” (ETS, Tempera Book Prize). Il suo ultimo lavoro è una nuova traduzione commentata di “The Waste Land” di T.S. Eliot, intitolata “La terra devastata” e uscita dal Saggiatore nel 2021. È nella redazione del blog “Le parole e le cose2”. Insegna letteratura inglese all’Università “La Sapienza” di Roma.