Proprio nell’incandescente maggio ’68 – quel Mai che stando a Deleuze e Guattari n’a pas eu lieu – Plinio De Martiis, nei panni del curatore/regista, metteva in scena alla Galleria La Tartaruga il suo Teatro delle Mostre. Annoverata ormai tra i “classici della rottura” o “canone degli anti-canoni”, la rassegna metteva in discussione i tradizionali assiomi espositivi mostrando tautologicamente (e decostruendo) alcuni fondamentali meccanismi di “messa in mostra” sedimentatisi nel tempo: così, ad esempio, la natura effimera delle “opere/azioni” che vi si svolgevano (una diversa ogni giorno), questionavano l’indole conservativa (e auratico-sacrale) dello spazio espositivo; Fabio Mauri, anticipando profeticamente l’allunaggio dell’Apollo 11, con l’istallazione Luna trasformava la galleria in un ambiente – un’atmosfera lunare, appunto – che avvolgeva lo spettatore invitandolo a interagire con lo spazio circostante e abbattendo, così, il monolite del “guardare ma non toccare”; e con la sua Spia ottica Giosetta Fioroni inscenava l’ancillare voyeurismo spettatoriale, acuito dall’inaccessibilità dell’“oggetto del desiderio” incarnato dall’alter ego del corpo femminile consegnato all’agency dello sguardo maschile.
“Mettere in mostra la mostra” e analizzare storia e ruolo di tutti gli attori che prendono parte alla messa in scena del “mostrare” sono anche le operazioni che stanno alla base del Display di Elisabetta Modena. Si tratta di un manuale, una preziosa guida per studenti o appassionati d’arte, divisa nelle tre macro-sezioni che fungono da sottotitolo, a loro volta suddivise nei numerosi “sottotemi” – corredati da un ricco campionario di casi di studio – che costellano i sistemi di “mostrazione”: sicché, nella sezione “luoghi” sfilano le storie di atelier, gallerie, musei e archivi; in quella dedicata ai “dispositivi” si trovano, tra gli altri, le peripezie di cornice, piedistallo e didascalia; mentre tra i “gesti” si analizzano sia le operazioni compiute da curatori e allestitori che il ruolo svolto dall’illuminazione. Tutti elementi costitutivi del display, insomma, inteso nella duplice accezione del termine: quella del mostrare/esporre che reca con sé una «intrinseca qualità narrativa» – scrive la studiosa – «come il dispiegamento dei temi di una tesi», e quella legata all’ossimorica “realtà virtuale” dove «lo schermo-display mette in discussione – almeno parzialmente – le categorie della contemplazione e della spettatorialità passiva […] a favore di una partecipazione e condivisione dei contenuti esposti».

L’obiettivo è quello di evidenziare gli elementi di continuità e/o di rottura tra vecchi e nuovi dispositivi e, in una certa misura, chiedersi quanto del “reale” si sia riversato nel “virtuale”. Se il sistema dello scroll sembra una sorta di prosecutio dello spazio oblungo della galleria (o «enfilade di ambienti») con il suo presentarci i contenuti in sequenza, la funzione “innalzativa” del piedistallo viene inaspettatamente mantenuta – secondo Modena – dalle strategie «Seo», cioè le pratiche volte a mettere in evidenza (ovvero più in alto), nei motori di ricerca, determinati contenuti a scapito di altri. È tuttavia la cornice, con la sua duplice funzione connettiva/separativa o deittico/esclusiva (perché nel dirci “guarda qui” esclude tutto quello che cade al di fuori del “qui” che ci indica), ad aver mantenuto la sua essenza nel virtuale, poiché gli schermi di smartphone, computer e tablet, si presentano strutturalmente come delle cornici/soglie che segnano l’ingresso a uno “spazio altro”.
La continuità tra vecchi e nuovi media, insieme all’inestricabilità degli attori che prendono parte alle “finzioni del museo” (e il riferimento è quelle Funzioni del museo di Daniel Buren che, per una forma di dislessia mnestica – o impulso borgesiano – per anni ho archiviato nella mente con la lettera “i”) permettono di assommare al senso di dispiegamento del display quello di piega – pur contenuto nel termine – così come viene inteso da Deleuze nell’arcinota lettura di Leibniz e del barocco articolata nella Piega (1988): quella stratificazione inesauribile, trasformazione infinta della continuità del mondo che, attraverso il suo dispiegarsi, piegarsi e ripiegarsi, crea inedite e sempre nuove possibilità.

Accanto (e “dentro”) quest’accezione, nel testo sembra serpeggiare anche il pericolo di un ripiegamento del display su sé stesso. Una “impossibilità a uscirne” che si legge in filigrana sia attraverso tutti gli immancabili riferimenti alla Critica Istituzionale degli anni Sessanta, sia negli insistiti riferimenti al concetto di dispositivo elaborato da Agamben (ossia «qualunque cosa che abbia in qualche modo la capacità di catturare, orientare, determinare, intercettare, modellare, controllare e assicurare i gesti, le condotte, le opinioni e i discorsi degli esseri viventi»), per farsi poi lampante quando si afferma, ad esempio, che «il sistema dell’arte tende a fagocitare tutto nel tritacarne del mercato che lo regola».
Benché i “nuovi dispositivi” sembrino recare con sé la promessa di una democratizzazione della conoscenza e la possibilità di una partecipazione attiva da parte degli utenti messi così in grado di formulare narrazioni alternative a quelle ufficiali – come scrive Modena a proposito degli archivi digitali che dice essere potenzialmente in grado di “decolonizzare” quelli reali – si tratta infatti pur sempre di dispositivi dotati di agentività e tutt’altro che neutri. In definitiva, come sostiene l’autrice, la «democratizzazione del display si convalida di schermo in schermo, favorendo una stratificazione di contenuti e narrazioni eterogenee che, tuttavia, è bene sottolinearlo, non approdano a uno spazio neutro e pneumatico» ma a uno spazio altrettanto “politico” di quello “reale”. Ancora una volta, in questa “impossibilità ad uscirne”, si tratta di capire come “schermarsi dallo schermo”. Senza mai smettere di porsi la sempre attuale domanda: Che fare?
Elisabetta Modena
Display. Luoghi Dispositivi Gesti
Einaudi, 2024
328 pp., € 22
