Tu sai cosa sono le pietre

Per la cortesia della curatrice, della Galerie Bordas di Venezia e dell’editore Prova d’Artista, che la pubblicano oggi in occasione del centenario della nascita di Paul Celan (Czernowitz-Cernauți, 23 novembre 1920 – Parigi, 20 aprile 1970), si propone qui un estratto dalla sua corrispondenza con Erich Einhorn (in tutto sei fra lettere e cartoline di Celan, dieci di Einhorn) nell’edizione italiana curata da Anna Ruchat, accompagnato dalle note della curatrice, dalla sua versione del componimento di Celan che dà il titolo alla pubblicazione, dalla postfazione di Domenico Brancale e da una riproduzione dell’inchiostro dell’artista georgiana Sophie Ko che accompagna, in originale, le cinquanta copie numerate. L’immagine d’apertura, riprodotta sulla copertina della cartella, è l’autografo dei primi tre versi della prima stesura di una poesia di Celan, Zuversicht (Fiducia: poi in Sprachgitter, Grata di parole), scritti al verso dell’invito al vernissage, il 31 marzo 1955 alla Galerie Marcel Bernheim, di una mostra collettiva che comprendeva anche incisioni di Gisèle Celan-Lestrange: «Sarà ancora un occhio, / un occhio straniero, accanto al nostro: / muto sotto la palpebra di pietra».

Sintetizzo qui di seguito le puntuali note di Ruchat alle lettere restanti. Il rapporto epistolare comincia a Kiev (dove Celan – che presta servizio come infermiere in una clinica psichiatra della sua Czernowitz, per evitare il servizio militare coatto nell’Armata Rossa che quell’anno aveva conquistato la Romania – era in viaggio di servizio) il 1° luglio 1944, quando Celan informa l’amico che i suoi genitori stanno bene: «È già molto, Erich, non puoi immaginare quanto». Aggiunge infatti: «i miei genitori sono stati fucilati dai tedeschi. A Krasnopolka, sul Bug» (Leo e Fritzi Antschel – che non avevano voluto credere agli avvertimenti del figlio e non si erano messi in salvo come lui – erano stati deportati nel giugno del ’42; il primo morì poco tempo dopo, a quanto pare di tifo, nel campo di Gaisin; la seconda uccisa dai nazisti l’anno seguente, non si sa dove – anche se qui Celan pare essere in possesso di informazioni più precise; la località di «Krasnopolska», in Bielorussia, si trova a Oriente di Gaisin). La lettera raggiunge Einhorn a Rostov, sul Don, dove il giovane slavista si era trasferito per studiare storia: di lì a poco richiamato dall’Armata Rossa, vi prestò servizio come interprete dal ’45 al ’49, prima nell’Austria e poi nella Germania occupate (in seguito insegnò rumeno e italiano a Mosca, ma perse il lavoro in seguito alle campagne antisemite di Stalin; dal ’53 sino alla morte, nel ’74, lavorò come redattore e traduttore nella redazione della rivista tedesca «Die neue Zeit»).

La lontananza, geografica e linguistica, resterà sempre al centro delle conversazioni dei due vecchi amici. Il che aiuta forse a risolvere uno dei mille piccoli e grandi enigmi di Celan: la grande poesia Schibboleth (in Von Schwelle zu Schwelle, Di soglia in soglia), composta nel ’54, si conclude infatti in suo nome, e in ricordo delle comuni passioni politiche del tempo prima della bufera che li ha fisicamente allontanati: «Einhorn: / tu sai cosa sono le pietre, / tu sai cosa sono le acque, / vieni, // ti porto via di qui / verso le voci / di Estremadura».

Dopo un lungo ‘buco’, i rapporti si riallacciano nella primavera del ’62: «sono trascorsi così tanti anni – tanti anni e giorni e ore», dice Celan, «tutto è vicino e niente è dimenticato, benché da quattordici anni – o meglio, dal luglio 1948 – io viva a Parigi, nei miei pensieri sono spesso a casa e con gli amici di un tempo». Oltre a dare notizia di sua moglie Gisèle e di suo figlio Eric, Celan spiega che ha cominciato a fare traduzioni letterarie oltre che dal francese anche dal russo, Esenin e Blok anzitutto, e chiede all’amico un po’ di ‘dritte’ (specie per il primo Einhorn dà in effetti numerosi consigli, e del lavoro di Celan si dirà infine entusiasta; della traduzione dei Dodici di Blok si veda l’edizione italiana a cura di Dario Borso, L’arcolaio 2018): «il lavoro che mi sta a cuore più di ogni altro è la traduzione delle poesie di Osip Mandel’štam; è uscita nel 1959, dopo la pubblicazione delle sue memorie in ‘Novyj mir’ l’ho spedita a Il’ja Erenburg tramite la redazione della rivista»; chiede anche notizie di Nadežda Jakovlevna Mandel’štam (che Einhorn conosceva personalmente; allora viveva in effetti nella città di Tarusa, circa 150 km a Sud di Mosca, che all’epoca era un rifugio per altri intellettuali dissidenti come la figlia di Marina Cvetaeva, Ariadna Efron; va ricordato che gli scritti di Mandel’štam – fucilato dagli stalinisti a Vladivostok, in Siberia, alla fine del ’38 – non circolarono in URSS, se non in forma di samizdat, sino al 1973): «è vero che la vedova del poeta abita nei pressi di Mosca?».

Un altro tema che accomuna Celan a Einhorn è la passione per la musica (non a caso Schibboleth evocherà anche il «flauto doppio della notte»): si scambiano dischi «del meraviglioso cantante Fischer Dieskau» (che nel ’60 aveva eseguito anche i Fünf Gedichte von Paul Celan für Bariton und Klavier del giovane compositore tedesco Aribert Reimann), ma anche di letture poetiche per esempio di Esenin. Ma sotto traccia, in tutte le lettere di Celan, il tema dominante sono piuttosto le «sgradevolezze ‘germaniche’» (come le chiama Einhorn, cercando un po’ goffamente di sdrammatizzare): ossia la vexata quæstio dell’«affaire Goll» (l’accusa di plagio nei suoi confronti della vedova del poeta francese Ivan Goll, cioè, cui la stampa tedesca diede molta eco: contribuendo forse in misura decisiva alla sua definitiva perdita d’equilibrio), e poi più in generale la strisciante ipocrisia e gli «alibi» («sovra-compensazioni e altri metodi di ‘superamento del passato’») di «coloro che all’ombra di quegli alibi continuano, con altri mezzi, più adatti al nostro tempo, ciò che avevano cominciato e portato avanti sotto Hitler».

Nella lettera del 27 novembre 1962 Celan definisce l’affaire Goll «una questione molto tedesca e anche, diciamo così, germanica»; ma in effetti la questione non era solo quella – e neppure solo germanica, del resto. Il carteggio si conclude con una lettera non datata in cui Einhorn si rivolge all’amico con malcelata preoccupazione: «mi piacerebbe avere da te un segno di vita». La lettera stavolta non ottenne risposta: perché, con ogni probabilità, risale alla fatale primavera del 1970.

Andrea Cortellessa

Erich Einhorn è un amico di giovinezza di Paul Celan a Czernowitz. Dopo essere stato ufficiale nell’esercito sovietico, lavorò a Mosca dapprima come insegnante di lingue (rumeno e italiano), poi come traduttore.

Il carteggio, come molti dei rapporti epistolari di Celan, ha un andamento a parabola, con un picco e una rapida discesa quando, spesso per futili motivi, si insinuano sospetto, diffidenza, rancore. A una prima lettera di Celan del 1944 in cui quest’ultimo informa l’amico della morte dei propri genitori e chiede notizie, seguono altre 15 lettere tra il 1961 e il 1967, in cui il tema è la lingua russa, la poesia, le traduzioni di Esenin, Blok e Mandel’štam. Il riemergere di Celan dalle nebbie del passato e dell’esilio è una boccata di ossigeno per Einhorn, esiliato a sua volta nella Russia sovietica. Ma anche Celan appare desideroso di riagganciare quel rapporto stretto intorno al filo delle origini, della parola scritta, della lingua russa, della traduzione.

Alla lettura del carteggio si nota un dettaglio sul quale nessuno dei due corrispondenti mai si sofferma: solo una “h” separa il nome dell’amico di Celan, Erich, da quello del figlio Eric.

Questa corrispondenza è stata pubblicata per la prima volta da Maria Dimitrieva-Einhorn (figlia di Erich Einhorn) nel «Celan-Jahrbuch» numero 7, 1997-1998, a cura di Hans-Michael Speier.

Per il controllo sulla traslitterazione dei nomi russi, per la scrittura in cirillico e soprattutto per l’aiuto nella traduzione delle lettere m e n-o ringrazio Margherita Carbonaro senza la quale questa piccola edizione non avrebbe visto la luce.

A Michele Ranchetti che prima di noi conosceva le pietre.

Anna Ruchat

Moisville par Nonancourt (Eure), 10 agosto 1962

Caro Erich,
spero che i miei libri ti abbiano nel frattempo raggiunto. Come avevi chiesto tu, te li ho mandati tutti salvo la traduzione de I dodici di Aleksandr Blok, di cui non avevo più copie (ma tu hai detto che il libro si trova nelle biblioteche di Mosca – cosa che mi fa particolarmente piacere.)
Alcune delle cose che ti ho spedito, per esempio il discorso di Darmstadt[1], non saranno sicuramente di tuo gusto né corrisponderanno a una tua visione, l’ho spedito solo perché quel discorso con tutte le sue domande senza risposta, è la dimostrazione di quanto possa essere solo l’essere umano nel sistema capitalista. Hai ragione quando dici che nella Germania Occidentale non mi hanno perdonato di aver scritto una poesia sui campi di concentramento nazisti – la Fuga di morte. Cos’hanno comportato per me quella poesia e altre simili, è un lungo capitolo. I premi letterari[2] che mi sono stati conferiti non devono trarti in inganno: in fin dei conti sono solo l’alibi di coloro che all’ombra di quegli alibi continuano, con altri mezzi, più adatti al nostro tempo, ciò che avevano cominciato e portato avanti sotto Hitler.
Nel mio ultimo libro (Grata di linguaggio) troverai una poesia, Stretta, che evoca le devastazioni della bomba atomica. In un punto centrale viene citata per frammenti questa frase di Democrito: «Non c’è nient’altro che atomi e spazio vuoto; tutto il resto è opinione». Non ho certo bisogno di dire che la poesia è stata scritta per difendere quell’opinione, per difendere l’uomo, quindi contro il vuoto e l’atomizzazione.
Non ho certo bisogno di dirti quanto mi farebbe piacere se tu volessi tradurre qualcosa di mio[3] .
Come sta tua madre? E tua moglie? E la piccola Marina? E dove trascorrete le vacanze?
Noi saremo in Normandia fino a fine settembre. E speriamo di poter trascorrere le prossime vacanze in Unione Sovietica.
Belli i dischi che mi hai mandato. Di’ per favore a Samuil Maršak che io stimo moltissimo la sua opera.

Vi salutiamo di cuore!

Paul

Se tu, come mi hai proposto, mi indicherai di tanto in tanto un giovane poeta sovietico, te ne sarò grato. – E dimmi anche, te ne prego, dove nelle traduzioni ho interpretato male.

*

78, rue de Longchamp XVI. Parigi, 24 ottobre 1966

Caro Erich,

la tua lettera è arrivata, di sorpresa, due giorni fa – la cosa più bella sarebbe che io potessi salire ora su un treno per venirti a trovare a Weimar – non sarebbe così impensabile, tanto più che nella DDR[4] dovrebbe uscire una scelta di mie poesie (il prossimo anno dall’editore Aufbau). Però mi trattiene qui, tra le altre cose, la mia attività di insegnante e anche la mia salute non è delle migliori, dopo alcune esperienze degli ultimi anni. Così mi devo consolare con la speranza che più avanti[5] tu possa una volta venire a Parigi o io a Mosca.
Quanto alle tue osservazioni sulla mia traduzione di Esenin – che, tra l’altro, o non è stata recensita oppure è stata stroncata[6] – ti ho già ringraziato per lettera a suo tempo ma probabilmente quella lettera non ti ha mai raggiunto. Ti ringrazio ancora con affetto, dunque. Purtroppo al momento non ho più nemmeno una copia dei Tre poeti russi usciti nei tascabili della Fischer-Bibliothek. Nella traduzione, grazie ai tuoi consigli, ho modificato alcune cose[7], inoltre alle poesie di Mandel’štam se ne sono aggiunte tre dal lascito[8]. – A questo proposito mi viene in mente che tu, siccome M. a differenza di Marina Cvetaeva e Andrej Belyj non è ancora uscito a Mosca, vorresti forse provvisoriamente un’edizione transatlantica[9] delle poesie, purtroppo gravata da insensate prefazioni, te la spedisco volentieri a Weimar se le desideri. E in generale, ci sono libri che ti potrei mandare?
Poco tempo fa è uscita da Fischer – un editore col quale ho fatto le più diverse cattive esperienze – un’edizione bilingue delle poesie e degli scritti di Michaux[10] curata (quindi modificata e rielaborata) da me – dimmi se devo mandarti il volume a Weimar o a Mosca. La prossima primavera spero di pubblicare un nuovo libro – il manoscritto è terminato da più di un anno, ora devo solo capire a che editore darlo. Dei «racconti a margine» di tutto ciò, che non sono privi di una relazione con cose come la tua visita a Buchenwald, rimango per il momento debitore. C’è comunque già molto su questo foglio. La letteratura tedesca del dopoguerra, in occidente è, credo, lo sgradevole parco-divertimenti dei più diversi alibi, sovra-compensazioni e altri metodi di «superamento del passato»; meno sarebbe probabilmente meglio.
Cose davvero diverse mancano, salvo rare eccezioni.
E ora lasciami chiedere come state tu e i tuoi, e lasciami salutare di cuore te e i tuoi anche da parte di Gisèle e Eric.

Il tuo vecchio Paul

Non ho più notizie di Gustav[11] da quasi un anno, ma è colpa del mio, sa Dio quanto non voluto, tacere.

Il titolo del nostro libro riprende un verso della poesia Schibboleth, scritta da Celan nel 1954 in ricordo dell’insurrezione operaia di Vienna contro il regime fascista di Dollfuß, il 13-14 febbraio 1934. L’insurrezione socialista a Madrid contro il regime di destra, nell’ottobre del 1934, si richiamava ai fatti di Vienna. La citazione di Erich Einhorn negli ultimi versi della poesia si deve al fatto che i due amici avevano seguito insieme gli eventi di Vienna e della Spagna.

A.R.

SCHIBBOLETH[12]

Mitsamt meinen Steinen,
den großgeweinten
hinter den Gittern,

schleiften sie mich
in die Mitte des Marktes,
dorthin,
wo die Fahne sich aufrollt, der ich
keinerlei Eid schwor.

Flöte,
Doppelflöte der Nacht:

denke der dunklen
Zwillingsröte
in Wien und Madrid.

Setz deine Fahne auf Halbmast,
Erinnerung.
Auf Halbmast
für heute und immer.

Herz:
gib dich auch hier zu erkennen,
hier, in der Mitte des Marktes.
Ruf’s, das Schibboleth, hinaus
in die Fremde der Heimat:
Februar. No pasaran.

Einhorn:
du weißt um die Steine,
du weißt um die Wasser,
komm,

ich führ dich hinweg
zu den Stimmen
von Estremadura.

Con le mie pietre,
ingrandite nel pianto
dietro le grate,

mi trascinarono
al centro del mercato,
laggiù,
dove si srotola la bandiera, alla quale
non prestai nessun giuramento.

Flauto,
flauto doppio della notte:

pensa all’oscuro
rosso gemello
a Vienna e Madrid.

Metti la tua bandiera a mezz’asta,
un ricordo.
A mezz’asta
per oggi e per sempre.

Cuore:
fatti riconoscere anche qui,
qui, al centro del mercato.
Gridalo, quel Schibboleth, gridalo fuori
nella patria estraniata:
febbraio. No pasaran.

Einhorn:
tu sai cosa sono le pietre,
tu sai cosa sono le acque,
vieni,

ti porto via di qui
verso le voci
di Estremadura.

In copertina: Sophie Ko, inchiostro su carta, 2020


[1] Il Meridiano, 1961.

[2] Il Premio letterario della libera città anseatica di Brema, 1958, e il Premio Georg Büchner, a Darmstadt, 1960.

[3] Dopo qualche tentativo personale, Einhorn cedette le traduzioni a dei madrelingua russi e si limitò a organizzare letture e a far pubblicare le traduzioni.

[4] Una scelta delle poesie di Celan uscì presso Aufbau solo nel 1980: Paul Celan, Die Silbe Schmerz: ausgewählte Gedichte [La sillaba dolore: poesie scelte]. Selezione a cura di Klaus Schuhmann, Berlino 1980. Secondo quanto sostiene un ex collaboratore della Aufbau, nel 1966 fu effettivamente programmata l’uscita di un volume di poesie di Celan.

[5] Celan e Einhorn non si incontrarono mai più.

[6] Celan si riferisce qui agli articoli di Karl Dedecius su «Die Zeit» (19 maggio 1961) e sulla rivista «Osteuropa», dove descrive le traduzioni di Celan come «una variante poetica tedesco-occidentale che disconosce il carattere folclorico e del tutto privo di intellettualismo di Esenin, lo modifica sostanzialmente – soprattutto da un punto di vista sintattico –, lo allontana dall’originale (in questo caso lo celanizza)». (Karl Dedecius, Slawische Lyrik – übersetzt – übertragen – nachgedichtet [Poesia slava tradotta – trasposta – riscritta], in «Osteuropa», marzo 1961, pp. 165 sg.). Poi seguirono la critica di Karl Korlov Unbegrenzte Schwermut [Malinconia senza limiti] in «Deutsche Zeitung», 22-23 aprile 1961) e quella di Horst Bienek (Der Dandy aus Rjasan, in «Frankfurter Allgemeine Zeitung», 20 maggio 1961).

[7] Come risulta da un confronto con il testo pubblicato, Celan tenne effettivamente conto di tutte le osservazioni di Einhorn.

[8] Le nuove poesie di Mandel’štam nella raccolta sono: Den steigenden Zeiten [Ai tempi che sorgono]; Im Herz des Berges [Nel cuore del monte]; Wo’s mich nicht gibt [Dov’io non ci sono].

[9] Si tratta di un’edizione delle poesie di Osip Mandel’štam in lingua russa pubblicata negli Stati Uniti da G. Struve e B. Filipov (Washington 1964-New York 1966). Spedito per posta a Mosca, il libro non avrebbe mai superato il controllo della censura.

[10] Henri Michaux, Dichtungen /Schriften I, Frankfurt a. M. 1966. Il libro non è conservato nella biblioteca di Einhorn.

[11] Gustav Chomed. Compagno di scuola di Paul Antschel, nato nel 1920, uno degli amici di più vecchia data. Si conoscevano fin da bambini. Visse a Czernowitz fino alla fine degli anni Settanta, poi emigrò in Israele. Con lui Celan rimase in corrispondenza fino alla morte.

[12] Celan spiega in una lettera all’amico Isac Chiva che la parola Schibboleth ha origini ebraiche e che in tedesco significa segno di riconoscimento.

(Czernowitz 1920 - Parigi 1970), poeta rumeno di lingua tedesca e di origine ebraica, scampato allo sterminio nazista, visse dal 1948 a Parigi, dove morì suicida. È considerato uno dei massimi lirici del ventesimo secolo.