Il valore attribuito, sin dal principio, al Meridiano Roberto Longhi – curato nel 1973 da Gianfranco Contini con “un tipico titolo da esposizione”, Da Cimabue a Morandi – s’intende grazie a un romanzo sottovalutato, uscito per Rizzoli a meno di dieci anni di distanza. Specchio d’‘impudore’ nudo, Un grido lacerante di Anna Banti rimane infatti la testimonianza più ‘vera’ – per quanto febbrile, partigiana, intrisa di risentimento e insoddisfazione – sul rimpianto dello storico dell’arte, morto nel ’70 fra ricordi inconsolabili, logiche rimostranze e lugubre vampirismo[1].

L’antologia Mondadori non compare nelle pagine di quel memoir, intento insieme a scarnificare il ritratto dello studioso e a ‘dimensionare’ la statura dell’autrice: ma se, in altre circostanze, una simile cancellazione avrebbe veicolato distanza o disprezzo, in tale contesto di scrittura – sospeso fra diario e invettiva – significa al contrario convalida, ammirazione.

Il racconto della Banti segnala soltanto gli episodi di una disputa destinata a smembrare una successione contesa fra partiti divergenti; e lo fa nel rispetto di una linea temporale che, ab anno mortis, mira a ristabilire un legato illustre – quello del marito – in seno alla residenza già vissuta dalla coppia, nelle stanze della Fondazione fiorentina statuita a Villa Il Tasso per volontà del “Maestro”, esito durevole del suo insegnamento. Si tratta, senza dubbio, di un récit mosso da profondi convincimenti personali, riverberi di ermetiche intermittenze del cuore: tanto più, allora, il fatto che non vi si menzioni la silloge composta dal fedele Contini – a fianco di Longhi perfino la notte seguita alla sua dipartita, quella tra il 3 e il 4 giugno del 1970[2] – offre un sigillo d’approvazione.
Il Meridiano va letto, pertanto, non come un monumento, ma come il monumento condiviso da un’intera scuola, prima che fazioni in dissenso, disomogenee per anagrafe e militanze, ne compromettessero l’unità (con esiti di cui si registrano ancora oggi strascichi onerosi). E, d’altronde, se una disamina recente ne ha ricondotto la concezione almeno al ’70, non si è evidenziato come l’anno successivo, allo scadere dell’estate, il Meridiano avesse trovato una forma ormai ultima, perfino in sede editoriale[3]. In una lettera scritta nell’aprile ’71, è la stessa Banti a illustrare la questione a Raffaele Mattioli, Presidente del Consiglio direttivo della Fondazione, stabilita nel luglio precedente[4]:
“mesi fa, Niccolò Gallo e Vittorio Sereni, proposero per mio mezzo […] di raccogliere una piccola antologia di alcuni scritti di Longhi di carattere puramente letterario e senza illustrazioni. L’antologia doveva far parte della collana Mondadori ‘I Meridiani’ e Dante Isella si era messo in contatto con Contini [un altro membro del Consiglio] che volentieri l’avrebbe curata”[5].
La proposta, accolta favorevolmente dalla scrittrice, aveva suscitato dei ripensamenti e delle inattese resistenze da parte di Federico Gentile, patron della Sansoni, casa cui rimontava – sin dal ’56 – la pubblicazione dell’opera omnia di Longhi. La serie, avviatasi col volume in due tomi dell’Officina ferrarese (quando lo studioso era ancora vivo), aveva da poco festeggiato la quinta uscita, quella dei Quesiti caravaggeschi[6]: certo anche per sedare possibili niet, legati a complesse questioni di copyright (e alla difficile stagione sperimentata dalla Sansoni), si era ritenuto di proporre un libro “senza immagini”, concepito per “lettori non specializzati”. D’altronde i Meridiani – nati nel ’69 come una Pléiade italiana, in concorrenza coi Millenni Einaudi – garantivano un posizionamento canonico alla sua scrittura, rispetto al quale la collana fiorentina non poteva competere, a scapito dei costi imponenti di un’iniziativa decisamente ambiziosa, perseguita senza economie.
Simili ostacoli – non anticipati da Gentile che, in un primo momento, aveva condiviso con la Banti la sua disponibilità di massima – trovano conferma in comunicazioni intercorse, nel maggio seguente, fra Alberto Mondadori, Sergio Polillo e lo stesso Mattioli. I loro messaggi dichiarano inaccettabili le condizioni proposte (aperte a concedere “solo” “una tiratura di 5000 copie per 3 anni”, col recupero gratuito dei testi a scadenza raggiunta)[7]. D’altra parte un’ennesima lettera, inedita, indirizzata nell’agosto seguente dalla scrittrice a Contini, lascia intendere come, in estate, un compromesso potesse considerarsi raggiunto:
“Carissimo Amico, forse lei è già informato che la Sansoni ha accordato finalmente alla Mondadori quanto si desiderava per la antologia di Longhi da Lei curata. Me ne ha assicurato personalmente Gentile e me lo ha riconfermato Sereni. Non ho bisogno di dirle quanto ne sia contenta e con che cuore la ringrazi”[8].
Quest’importante biglietto – sfuggito ai censimenti sul tema – testimonia non solo la rapidità con cui la pratica s’era risolta (gli editori erano legati, d’altronde, da una lunga conoscenza e da reciproca stima), ma soprattutto come, a fine agosto, il volume fosse stabilito nel suo disegno d’insieme[9]. Non si comprenderebbe altrimenti il rimando della scrittrice ai “desiderata” discussi con Gentile, mentre, in una situazione a tal punto dibattuta, è difficile credere che l’accordo lasciasse carta bianca sulla scelta dei testi da includere in volume.
Altro dato è che Contini – dopo i tentennamenti a cui la Banti aveva accennato in aprile (“sensibile com’è, vede adesso nella sua posizione di membro del Comitato della Fondazione un ostacolo al suo intervento”) – si era risolto all’impresa, fra il plauso di molti. Il volume cui si stava mettendo mano si affiancava quindi, ma come omaggio durevole, ai molti ricordi che, in quei mesi, erano andati apparecchiandosi per onorare la memoria di Longhi, pure con moderni mezzi di comunicazione. Pensiamo, in particolare, all’appuntamento radiofonico del luglio ’70, in onda sul terzo programma nel quadro della trasmissione Piccolo pianeta. Rassegna di vita culturale (alla quale erano intervenuti, assieme con Giuliano Briganti, Giorgio Bassani, Cesare Garboli, Renato Guttuso e Giovanni Previtali)[10]; ma anche al documentario Roberto Longhi: un maestro, firmato da Roberto Tassi e Attilio Bertolucci come episodio di Sulla scena della vita, serie in più puntateper il Primo Canale TV, passato sullo schermo il 2 settembre ’71 (con interviste, ancora una volta, di Briganti, Garboli, Guttuso, oltre che di Francesco Arcangeli, Antonio Boschetto, Giulio Cattaneo, Douglas Cooper, Michel Laclotte, Ennio Morlotti, Gianni Testori, Antonello Trombadori e dello stesso Contini)[11].
Il Meridiano, fra questi molti souvenirs, va considerato un’eco argentina dei ‘pensieri’ suscitati dalla morte dello studioso (a differenza di quanto la data effettiva d’uscita, la fine del ’73, potrebbe far pensare, complice una dilazione di molti mesi); e anzi è nel quadro di una tanto precoce concezione che il volume si lega ad altri progetti, raramente discussi dalla letteratura specialistica, e che pure ebbero un certo rilievo per la riflessione condotta da Longhi, nella fase estrema della vita, circa il proprio profilo intellettuale, nel ritratto offerto al pubblico dei lettori.
L’idea che fosse Mondadori a stampare l’antologia non nasce, infatti, come semplice trasgressione del rapporto fiduciario stretto con Sansoni, almeno dagli anni Cinquanta. Essa s’inserisce in un ben più articolato dialogo che lo storico era andato costruendo, in parallelo, con altre case, forte di una posizione consolidata, in un rapporto strettissimo con le vicende editoriali gestite dalla moglie nello stesso lasso di tempo.
Note sono, ad esempio, le traversie toccate in sorte alla rivista “Paragone”, nelle serie sull’arte e sulla letteratura, lungo il decennio conclusosi con la morte di Longhi: la responsabilità commerciale del mensile, a partire dal 1961 era infatti passata di mano in mano, attraverso tre gerenti diversi, dalla Sansoni, a Rizzoli e poi a Mondadori (per tornare, infine, sotto a una gestione Gentile)[12].
Meno risaputo è il fatto che – negli stessi anni – Longhi avesse avviato vari pour parler aventi per tema volumi e raccolte, secondo proposte da affiancare all’ opera omnia. In tal senso, sono interessanti in particolare gli scambi con Alberto Mondadori, da un lato perché intersecano la storia della rivista ‘di famiglia’ (avendo questi giocato un ruolo preponderante nella scelta del padre Arnoldo di assumerne la responsabilità editoriale), dall’altra perché – naturalmente –si legano all’esito ultimo del Meridiano.
È pur vero che il primogenito Mondadori aveva, dal ’58, dato vita all’esperienza del Saggiatore (e parlava dunque a nome di quell’etichetta): tuttavia, le lettere scambiate coi Longhi attestano di una confidenza maturatasi negli anni di collaborazione con la casa madre, quando – fra gli autori di un certo prestigio – era stato accolto pure il nome della Banti, dapprima grazie alla raccolta Le donne muoiono e poi coll’acclamato Le mosche d’oro[13]. Proprio questa corrispondenza segnala anzi il rapporto preferenziale che legava la scrittrice al più giovane Alberto, facendo transitare i loro scambi da un “lei” formalissimo a un “tu” cordiale[14]: e d’altronde Mondadori sarebbe stato accolto nel clan di “Paragone”, vedendosi pubblicata su quelle pagine La vecchia casa nel Maryland, prova matura di poesia, distante dal successo arrisogli, nel ’57, con la raccolta Quasi una vicenda (vincitrice del Premio Viareggio, ex-aequo con Pier Paolo Pasolini e Sandro Penna)[15]. Non stupirà pertanto che, all’inizio del ’66, si sarebbe pure ventilato il passaggio delle Opere complete da Sansoni a Mondadori, sebbene tale prospettiva si risolvesse in un nulla di fatto[16].
È nel quadro di simili scambi che nascono le molteplici proposte rivolte a Longhi dalla casa editrice milanese. Già nel dicembre ’50 gli si chiede un “volumetto” sul Caravaggio, sulla scia del progetto elaborato in quei mesi per Palazzo Reale (gli stessi nei quali la Mondadori si assicura anche la prima scelta di racconti della Banti)[17]; nel marzo del ’59 lo si interpella invece per una monografia su Guttuso, discussa sino all’aprile seguente[18].
Risale però al ’64 la menzione di “una scelta dei Suoi saggi”, da pubblicare col Saggiatore, nella collana “La Cultura”[19]. Si tratta di un’idea che passerà attraverso una lunga, inconcludente gestazione e che, con ogni evidenza, individua una merce di scambio in seno alla trattiva che avrebbe temporaneamente condotto “Paragone” nella scuderia Mondadori (scontrandosi, in ultimo, con un insostenibile deficit di bilancio)[20]. D’altra parte, l’antologia avrebbe attinto ai contributi pubblicati sulla rivista, secondo una selezione da approntarsi con il giovane Giovanni Previtali, allievo ortodosso di Longhi.[21]
Altre idee sarebbero state sottoposte alla sua attenzione: una ristampa dei Fatti di Masolino e Masaccio per “I Gabbiani”, sempre del Saggiatore, e un’“iconografia della Divina Commedia” in vista del centenario dantesco del ’65. Tuttavia, solo il florilegio avrebbe suscitato solleciti frequenti, di volta in volta differito – fra mille scuse – per gli impegni dell’autore e per la sua salute vacillante. Se nel settembre ’64 Mondadori poteva confermare a Longhi, “in tutta franchezza”, l’onore che sarebbe stato poterlo contare “tra gli autori della Casa”, in dicembre avrebbe annunciato la promozione, per l’anno a venire, di “una delle strenne più ambite e gradite: la […] scelta dei saggi” promessagli da tempo. Le sollecitazioni si sarebbero ripetute nell’ottobre seguente e poi ancora in novembre; mentre, a gennaio ’66, Longhi doveva essere ancora al lavoro. Tuttavia, proprio queste insistenze avrebbero messo in luce come lo studioso stesse ragionando su altre miscellanee per Feltrinelli e per Sansoni, non concorrenziali rispetto a quella assicurata a Mondadori: per Gentile, si pensava, ad esempio, a una silloge contenente “qualche articolo d’arte moderna […], gli editoriali e gli altri interventi di buono e mal governo artistico”[22].
Tali offerte ribattono tutte sull’idea di commercializzare un “volume” a firma Longhi, di grande tiratura e per un pubblico di non specialisti, a riempire un vuoto non coperto dalle costose (e filologiche) uscite delle Opere complete.
Sembra pertanto coerente che, nell’introdurre il Meridiano, Contini facesse riferimento a un simile bisogno: all’urgenza di proporre, ‘per tutti’, una “storia dell’arte” ‘generale’ riconducibile a Longhi, pur di fronte alla sua riluttanza rispetto al formato “libro”; una ritrosia coerente con tendenze comuni al panorama novecentesco, particolarmente a quello italiano, aperta piuttosto al “frammento critico” o al “saggio d’occasione”[23]. Così in premessa:
“L’antologia del resto mira a offrire un vistoso compenso, con la sua ambizione di strutturarsi in libro organico. Limitato l’ambito a quella che è stata la vastissima specialità di Longhi, cioè la storia della pittura italiana, è stato adottato un ordine approssimativamente cronologico dei contenuti, col risultato di farne una guida per il suo intero itinerario dalla fine del romanico […] ai più segnalati dei nostri contemporanei […]”[24].
Questo in sintonia con il catalogo della collezione, conservata al Tasso, composto nel ’71 da Antonio Boschetto (al tempo segretario della Fondazione)[25] ma anche a discapito di una raccolta che mirasse ad analizzare, dello studioso, la scrittura nel suo evolversi, attraverso le fasi, risapute già negli anni Settanta, nelle quali si è soliti scansionarne la produzione, quelle del “giovanile espressionista vociano”, dell’“estetizzante manierista della maturità” e del “classico” degli “ultimi decenni”. Il curatore, insomma, pur nell’intento dichiarato di mettere in luce le qualità della lingua di Longhi, preferiva ricomporre una rassegna che, dagli studi sul Duecento e sul “Giotto spazioso”, conducesse il lettore ai contributi di contemporanea (Morandi su tutti), passando per Masaccio, Piero, Caravaggio, i veneti e i futuristi (fra gli altri).
Il lavoro – per ammissione dello stesso Contini – non era stato dei più semplici o dei meno articolati, al punto che la prefazione si tutelava rispetto a obbiezioni prevedibili, esplicitando nessi e temi trascurati. Nondimeno, complice un’indiscussa auctoritas intellettuale, la ricezione del Meridiano si sarebbe accordata di buon grado alle sue proposte.
Testo esemplare, in una simile prospettiva, è l’elogio pasoliniano, assai celebre, apparso su “Tempo” il 18 gennaio 1974, consonante coi molti schizzi dello scrittore ispirati alla copertina del Meridiano[26]. Fra i contributi seguiti alla pubblicazione (l’antologia fu presentata a Milano il 29 dicembre ’73, assieme al sesto volume delle Opere complete, Lavori in Valpadana)[27] si sottolinea comunque, con grande frequenza, quanto essa colmasse, in certa misura, il vuoto del “libro” longhiano, esito mancato dall’autore: ne avrebbe parlato, per primo, Antonio Petrucci, su “L’Osservatore Romano”, ma gli avrebbero fatto eco Luigi Baldacci su “Epoca”, Franco Cordelli su “Avanti!” e Geno Pampaloni sul “Corriere della Sera”, trasformando il tema in un vero e proprio refrain, per il quale la Letteratura della nuova Italia di Benedetto Croce sarebbe servita da paragone, utile a giustificare concettualmente l’operazione condotta da Mondadori[28].
Ci sembra dunque legittimo che – alla luce di questa storia e scaduti i diritti cinquantennali sull’antologia – sia stata ripresa la selezione continiana per accogliere Longhi nei Millenni Einaudi, secondo un transito caldeggiato dalla casa torinese e avveratosi col tomo, uscito lo scorso ottobre, commesso a Cristina Acidini e Maria Cristina Bandera. Anzi, in relazione a tale vicenda, insieme biografica e critica, si può semmai obiettare che nell’elegante volume, a fianco delle nuove glosse di voci autorevoli arruolate dalle curatrici (da Roberto Contini a Vincenzo Farinella, da Philippe Costamagna a Mauro Natale), si sarebbe potuta mantenere la prefazione del Meridiano, a ribadire il senso “miliare” dell’impresa; e che questo non avrebbe nuociuto alla veste attualizzata della proposta.
La fedeltà all’indice originale, coi suoi motivi ispiratori, è del resto argomentata nelle tre premesse composte per l’occasione (compresa quella, efficacissima, di Lina Bolzoni, dal titolo eloquente Longhi o il teatro della scrittura), col rimando a un tema dibattuto pure nelle recensioni del tempo. Specialmente Acidini e Bandera interrogano – ciascuna nel proprio contributo – la pratica longhiana di scrittura, risaltandone le ambizioni didattiche; e, nel far questo, sottolineano con efficacia la cura posta nel modulare il suo stile su registri diversi, piegati spesso a fini divulgativi (si pensi, ad esempio, alla pratica della mostra caravaggesca, seguita – oltre che dal catalogo – da una pletora di pubblicazioni differenziate, dal fascicolo per “I Sommi dell’arte” di Martello alla monografia – vero e proprio coffee table book – composta per lo stesso editore a un anno dall’evento milanese).
Una simile insistenza rimanda, de facto, ai giudizi apparsi, nel ’73-74 sulla stampa, che fra le molte, doverose osservazioni, esaltavano l’intento editoriale dell’antologia longhiana, indirizzata a un pubblico en amateur, curioso di fatti d’arte ma non specialisticamente preparato su vicende, anche minori, della pittura nazionale. Anzi, proprio in quest’ottica, la ricezione per lo più entusiasta dovette macchiarsi di qualche rilievo, relativo – in particolare – al contenitore nel quale la silloge s’era vista accolta, tutt’altro che ‘popolare’ in termini di prezzo e per ‘obiettivi’ di collana (il più critico fu, senza dubbio, Pampaloni). In tal senso, i Millenni mantengono alcuni difetti del progetto precedente (non in ultimo il costo elevato): tuttavia, si tratta di una sede esuberante la cerchia ristretta degli storici dell’arte per l’ambizione ‘canonica’ con la quale è pensata ogni uscita, nel rispetto di un alto standard editoriale.
Trasgressione dichiarata, rispetto al modello del ’73, è semmai quella di inserire nel libro un apparato illustrativo. Mentre infatti s’è mantenuta l’esclusione di note e bibliografia, pur presenti negli scritti di Longhi (prevedendo, piuttosto, colte schede di aggiornamento, affidate a colleghi competenti, in apertura di ciascun ‘capitolo’), il formato Einaudi ha permesso una maggior ricchezza iconografica. Certo, sarebbe stato impossibile (per ovvie ragioni di budget), ripetere, di figura in figura, i ricchissimi album dei contributi originali: e s’immaginano, con facilità, le discussioni seguite in casa editrice a questa prima rinuncia, legata anche a un’idea di coerenza interna, nel confronto con gli altri Millenni. Dovendo contenere la galleria di scatti, si sono quindi rappresentate solo alcune opere, con foto d’insieme, non interpretative (legando al volume una scelta giocoforza ascrivibile di qualche arbitrarietà). Si sarebbe potuto evitare un apparato siffatto, in continuità con l’opzione del Meridiano di attribuire alla sola scrittura l’illustrazione delle opere discusse in testo? La risposta non può che essere affermativa, ma è vero che la presenza di tavole a colori aiuta il lettore – soprattutto il lettore ‘non specialista’ – a riallineare i saggi, ricostruendo – anche visivamente – un’ideale concatenazione di temi, che, già nelle intenzioni di partenza, doveva annodarsi di pezzo in pezzo, nonostante l’autonomia dei singoli contributi.
Del resto, a riguardare l’antologia Mondadori, sembra quasi di cogliere, nella sua radicale aniconicità, un certo Zeitgeist contraddittorio, oltre che l’apprezzamento per le capacità ecfrastiche, evocative della scrittura dello studioso[29]. E se non si avesse in mente la figura di Contini nel documentario RAI del ’71, intento a parlare dell’amico con indosso un grigio completo invernale – divisa d’altri tempi, riflesso inconfondibile di epoche distanti – si supporrebbe per quel florilegio (monumento alla verve interpretativa dello studioso, fissa sull’oggetto della propria indagine) il peso di una Modernità estrema; del tempo cioè in cui l’arte concettuale, con le sue tentazioni smaterializzanti, s’era fatta spazio, equiparando opere e idee, tracciando descrizioni di descrizioni, annunciando insomma un passaggio terminale per l’estetica novecentesca.
In quell’intervista video, Contini aveva salutato la memoria di Longhi, richiamando altri colossi, addosso il senso di un’apocalisse imminente: “Quando l’anno scorso si sentì dire che Stravinskij era ricoverato […], mi dissi, ci siamo, sta per scomparire la musica […]. Ebbene Stravinskij sopravvisse e quella fu soltanto la prefigurazione della fine di Longhi; anche la fine di Longhi, la sua scomparsa fisica, significava la fine di una disciplina, significava la mancanza di una certezza […]. Ebbene il fatto che ora anche Stravinskij abbia varcato quella soglia, mi ha fatto intendere che Longhi non si può spiegare con gli schemi della storia dell’arte o con gli schemi della storia della cultura, nel senso specifico, ma in un senso molto più largo; dopotutto Longhi era del ’90, Picasso era dell’ ’81, Stravinskij dell’82, in sostanza questi tre grandi sono della stessa natura, […], per così dire, stilistica; direi che è un grand’uomo della generazione dell’80 e con la partenza di Longhi, come di Stravinskij, un’epoca si è veramente chiusa”.
Rimane quindi circostanza evocativa che proprio a Firenze, nel ’72, i torchi del Fiorino dessero alle stampe la monografia di Ermanno Migliorini, Conceptual Art, fra gli studi italiani più interessanti dedicati a quelle proposte. Nondimeno, bisogna ammettere come una simile suggestione aderisca con difficoltà al profilo austero, antico del filologo, certo sospettoso di fronte a esiti tanto erosivi, pur gemmati da premesse congeniali, dalle lezioni autorevoli d’inizio secolo. In quest’ottica allora, la scelta condotta col Meridiano da Contini si sarà magari allineata al clima di quella stagione, ma avrà espresso piuttosto l’urgenza e l’imperativo di un omaggio, quello al Maestro appena scomparso, col suo peso di assenza e devozione. Come per ogni monumento, è dunque giusto che oggi s’imponga, oltre che il pensiero della sua indispensabile sopravvivenza, la riflessione relativa alla sua attualità; alla maniera cioè di mantenerne vivo il senso, sul metro del tempo trascorso.

Roberto Longhi
Da Cimabue a Morandi
a cura di Cristina Acidini e Maria Cristina Bandera, con un contributo di Lina Bolzoni
Einaudi “I Millenni”, 2024, XXXVII-1162 pp. ill. col., € 100
[1] A. Banti, Un grido lacerante, Milano, Rizzoli, 1981.
[2] G. Contini, L. Ripa di Meana, Diligenza e voluttà. Ludovica Ripa di Meana interroga Gianfranco Contini, Milano, Mondadori, 1989, p. 97.
[3] Le lettere indirizzate dalla Banti a Sereni, conservate nel fondo dello scrittore oggi a Luino, risalgono agli anni compresi fra il 1952 e il 1969. Ringrazio Alice Bitto per questa informazione.
[4] T. Tovaglieri, Roberto Longhi. Il mito del più grande storico dell’arte del Novecento, Milano, Il Saggiatore, 2025, pp. 70-73.
[5] La lettera, conservata presso l’Archivio Storico Intesa San Paolo di Milano, è segnalata, senza specifiche di un’ulteriore collocazione, ivi, pp. 80, 539 nota 30.
[6] Per i due volumi si v. R. Longhi, Officina ferrarese: 1934; seguita dagli ampliamenti 1940 e dai nuovi ampliamenti 1940 e dai nuovi ampliamenti 1940 – 55 (Opere complete, V), 2 voll., Firenze, Sansoni, 1956; Id., “Me pinxit” e Quesiti caravaggeschi (Opere complete, IV), Firenze, Sansoni, 1968.
[7] Milano, Fondazione Arnoldo e Alberto Mondadori, Ame, Corrispondenza Arnoldo Mondadori, Mattioli Raffaele: Sergio Polillo, Appunto interno per il presidente, 11 maggio 1971; Lettera di Arnoldo Mondadori, in Milano, a Raffaele Mattioli, in Milano, 13 maggio 1971.
[8] Firenze, Fondazione Ezio Franceschini, Fondo Gianfranco Contini, Serie Corrispondenza, fascicolo 181, Banti Anna: Lettera di Anna Banti, in Ronchi, a Gianfranco Contini, s. l., 19 agosto 71.
[9] Sui rapporti durevoli fra Arnoldo Mondadori e Federico Gentile può essere utile consultare la corrispondenza fra i due conservata presso la Fondazione Mondadori: v. Milano, Fondazione Arnoldo e Alberto Mondadori, Ame, Corrispondenza Arnoldo Mondadori, Gentile Federico.
[10] Cfr. A. Galansino, Giovanni Previtali, storico dell’arte militante, in “Prospettiva”, nn. 149-152, 2013, pp. 7-165 in particolare p. 11; Marco M. Mascolo, F. Torchiani, Roberto Longhi. Percorsi tra le due guerre, Milano, Officina libraria, 2020, p. 108 nota 6.
[11] Cfr. T. Mozzati, Longhi e Pasolini: un ricordo, un documentario RAI, in “Paragone”, LXXIV, terza serie, nn. 167-168, 2023, pp. 28-53.
[12] La ‘stagione’ Mondadori di “Paragone” si sarebbe inaugurata col numero 181 della serie Arte e il numero 182 di quella Letteratura (rispettivamente marzo e aprile 1965); si sarebbe poi conclusa col numero 225 della serie Arte e il 226 della serie Letteratura (rispettivamente novembre e dicembre 1968).
[13] La Banti, in Mondandori, doveva essere considerata, ancora nel ’59, “una scrittrice su cui puntare”, dotata di “molto istinto e molta classe”. L’appoggio alle sue opere consentiva inoltre di “riguadagnarsi l’ambiente fiorentino (Contini, De Robertis) più Cecchi e i critici giovani della scuola stilistica”: v. Milano, Fondazione Arnoldo e Alberto Mondadori, Ame, Segreteria editoriale autori italiani, Banti Anna: Lettera di Niccolò Gallo, in Roma, a Vittorio Sereni, in Milano, 24 novembre 1959.
[14] Su questi rapporti si v. Milano, Fondazione Arnoldo e Alberto Mondadori, Ame, Corrispondenza Alberto Mondadori, Banti Anna. Se con Longhi i rapporti di Alberto rimasero, nel tempo, più formali, è chiaro quanto la Banti individuasse nel giovane Mondadori un interlocutore privilegiato, rispetto alla relazione – meno intensa, spesso tesa e sempre distaccata – col padre Arnoldo (v. Milano, Fondazione Arnoldo e Alberto Mondadori, Ame, Corrispondenza Arnoldo Mondadori, Banti Anna).
[15] Alberto pubblica su “Paragone” nel 1966 v. A. Mondadori, La vecchia casa nel Maryland, in “Paragone”, XVII, n. s. 12, n. 192, 1966, pp. 88-91. Al riguardo si v. anche Firenze, Fondazione di Studi di Storia dell’Arte Roberto Longhi, Archivio Roberto Longhi, II, fasc. Mondadori, Alberto: lettera di Roberto Longhi, in Firenze, ad Alberto Mondadori, in Milano, novembre 1965.
[16] Milano, Fondazione Arnoldo e Alberto Mondadori, Ame, Corrispondenza Alberto Mondadori, Banti Anna: lettera di Anna Banti, in Firenze, ad Alberto Mondadori, in Milano, 15 gennaio 1966.
[17] Sul Caravaggio, un progetto abortito, v. Firenze, Fondazione di Studi di Storia dell’Arte Roberto Longhi, Archivio Roberto Longhi, II, fasc. Mondadori, Arnoldo: lettera di Arnoldo Mondadori, in Milano, a Roberto Longhi, in Firenze, 5 dicembre 1950. Il volume è discusso anche in Firenze, Fondazione di Studi di Storia dell’Arte Roberto Longhi, Archivio Roberto Longhi, II, fasc. Mondadori, Alberto: lettera di Alberto Mondadori, in Milano, a Roberto Longhi, in Firenze, 16 gennaio 1951. Sulla mostra di Caravaggio v. P. Aiello, Caravaggio 1951, Milano, Officina libraria, 2018.
[18] Firenze, Fondazione di Studi di Storia dell’Arte Roberto Longhi, Archivio Roberto Longhi, II, fasc. Mondadori, Alberto: lettera di Alberto Mondadori, in Milano, a Roberto Longhi, in Firenze, 2 marzo 1959; lettera di Roberto Longhi, in Firenze, a Alberto Mondadori, in Milano, 9 marzo 1959; lettera di Alberto Mondadori, in Milano, a Roberto Longhi, in Firenze, 29 aprile 1959.
[19] Col Saggiatore, e proprio nella stessa collana, la Banti avrebbe pubblicato la raccolta di saggi dal titolo Opinioni (1961).
[20] Sulla conclusione della fase Mondadori di “Paragone” v. Milano, Fondazione Arnoldo e Alberto Mondadori, Ame, Corrispondenza Arnoldo Mondadori, Banti Anna: raccomandata di Arnoldo Mondadori, in Milano, a Roberto Longhi e Anna Banti, in Firenze, 20 settembre 1966; lettera di Anna Banti e Roberto Longhi, in Firenze, ad Arnoldo Mondadori, 22 settembre 1966; Lettera di Arnoldo Mondadori, in Milano, a Roberto Longhi e Anna Banti, in Firenze, 18 dicembre 1967.
[21] Su questa raccolta v. Firenze, Fondazione di Studi di Storia dell’Arte Roberto Longhi, Archivio Roberto Longhi, II, fasc. Mondadori, Alberto: lettera di Alberto Mondadori, in Milano, a Roberto Longhi, in Firenze, 11 settembre 1964; lettera di Alberto Mondadori, in Milano, a Roberto Longhi, in Firenze, 23 dicembre 1964; lettera di Alberto Mondadori, in Milano, a Roberto Longhi, in Firenze, 27 ottobre 1965; Lettera di Roberto Longhi, in Firenze, ad Alberto Mondadori, in Milano, novembre 1965. V. anche Milano, Fondazione Arnoldo e Alberto Mondadori, Ame, Il Saggiatore – carteggio 1934-1976, Longhi Roberto: Lettera di Roberto Longhi, in Firenze, ad Alberto Mondadori, in Milano, 17 settembre 1964; telegramma di Roberto Longhi, in Firenze, ad Alberto Mondadori, in Milano, 1 gennaio 1965. V. anche Milano, Fondazione Arnoldo e Alberto Mondadori, Ame, Corrispondenza Alberto Mondadori, Banti Anna: lettera di Anna Banti, in Firenze, ad Alberto Mondadori, in Milano, 3 gennaio 1965; lettera di Anna Banti, in Firenze, a Alberto Mondadori, in Milano, 15 gennaio 1966.
[22] Milano, Fondazione Arnoldo e Alberto Mondadori, Ame, Il Saggiatore – carteggio 1934-1976, Longhi Roberto: lettera di Roberto Longhi, in Firenze, ad Alberto Mondadori, 17 settembre 1964.
[23] G. Contini, Prefazione, in R. Longhi, Da Cimabue a Morandi, a cura di G. Contini, Milano, Mondadori, 1973, p. xvi.
[24] Ivi, p. xiv.
[25] Il catalogo di collezione venne pubblicato già nel 1971: A. Boschetto, La collezione Roberto Longhi, Firenze, Sansoni, 1971.
[26] P. P. Pasolini, Roberto Longhi, da Cimabue a Morandi, in “Tempo”, XXXVI, n. 3, 1974, p. 71 (l’articolo entra poi nel postumo Descrizioni di descrizioni, a cura di G. Chiarcossi, Torino, Einaudi, 1979, e si legge ora in Id., Saggi sulla letteratura e sull’arte, a cura di W. Siti e S. De Laude, con un saggio di C. Segre e la cronologia di N. Naldini, Milano, Mondadori, 1999).
[27] Giorgio Batini, Tutto Longhi, in “La Nazione”, 23 novembre 1973. È interessante notare che nello stesso anno vide la luce una bibliografia completa degli scritti di Longhi, sempre per cura di Boschetto (A. Boschetto, Bibliografia di Roberto Longhi, Firenze, Sansoni, 1973), oltre alle assai discusse dispense del corso su La pittura umbra della prima metà del Trecento, edite per cura di Mina Gregori, sulla rivista “Paragone”: v. R. Longhi, La pittura umbra della prima metà del Trecento, in «Paragone», nn. 281-283, 1973, pp. 4-44.
[28] Per le recensioni al Meridiano v. (oltre a quella di Batini; v. nota 26): M. Valsecchi, L’occhio di Longhi, in “Il Giorno”, 25 novembre 1973; A. Petrucci, Quasi un diario, in “Osservatore romano”, 25 novembre 1973; L. Baldacci, “Da Cimabue a Morandi” in compagnia di Roberto Longhi, in “Epoca”, XCIII, n. 1210, 1973, pp. 199-200; F. Cord., [Lo scrittore della settimana] Roberto Longhi, in “Avanti!”, 9 dicembre 1973; G. Raimondi, Gli scritti di Longhi, in “Il Resto del Carlino”, 17 dicembre 1973; D. Micacchi, In mezzo ai libri d’arte, in “l’Unità”, 20 dicembre 1973; M. Praz, Longhi scrittore, in “Il Tempo”, 23 dicembre 1973; Nello Ponente, La critica di Longhi, in “Paese sera”, 4 gennaio 1974; G. Pampaloni, Che grande febbre di conoscere, in “Corriere della Sera”, 6 gennaio 1974; B. G., Autoritratto culturale di un critico d’arte, in “Il Mattino”, 10 febbraio 1974; s. a., Uno storico esemplare, in “Il Giornale d’Italia”, 20-21 febbraio 1974.
[29] Se nella rassegna stampa sul Meridiano l’assenza d’immagini viene accolta senza particolare stupore (salvo, forse, da Nello Ponente), è a distanza di anni che Attilio Bertolucci avrebbe pronunciato, al riguardo, un’obbiezione tagliente, prefando il volume dedicato al documentario di Longhi su Carpaccio; Attilio Bertolucci, Introduzione, in Roberto Longhi, Carpaccio. Vita di un documentario d’arte, a cura di Paola Scremin, Torino, Allemandi, 1991, pp. 8-9.
In copertina: Caravaggio, Riposo durante la fuga in Egitto, 1597, (Galleria Doria Pamphilj, Roma)
