{"id":77268,"date":"2026-10-02T07:00:00","date_gmt":"2026-10-02T05:00:00","guid":{"rendered":"https:\/\/antinomie.it\/?p=77268"},"modified":"2026-09-30T10:12:29","modified_gmt":"2026-09-30T08:12:29","slug":"aspettando-godot-a-sarajevo","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/antinomie.it\/index.php\/2026\/10\/02\/aspettando-godot-a-sarajevo\/","title":{"rendered":"Aspettando Godot a Sarajevo","gt_translate_keys":[{"key":"rendered","format":"text"}]},"content":{"rendered":"\n<div style=\"height:20px\" aria-hidden=\"true\" class=\"wp-block-spacer\"><\/div>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\"><em>\u00abLa Falena\u00bb \u00e8 un semestrale di critica e cultura teatrale, prodotta dal Teatro Metastasio di Prato e diretto da Lorenzo Donati, Maddalena Giovannelli, Alessandro Iachino, Rodolfo Sacchettini e Alessandro Toppi. Il<\/em> focus <em>del numero 10, datato febbraio 2026, \u00e8 dedicato a<\/em> Teatri contro la guerra<em>. Ogni numero della rivista \u00e8 illustrato da rielaborazioni grafiche, di Stefano Ricci, tratte da reperti teatrali documentari (in questa occasione si tratta di una fotocomposizione dal video che documenta la storica<\/em> Antigone <em>del Living Theatre, anno di grazia 1967). Per la cortesia dei redattori e dell\u2019autrice proponiamo ai lettori di \u00abAntinomie\u00bb l\u2019intervento di Chiara Lagani. \u00c8 appena uscito il nuovo numero della \u00abFalena\u00bb, il cui<\/em> focus <em>\u00e8 dedicato stavolta al<\/em> Fake<em>.<\/em><\/p>\n\n\n\n<p class=\"has-drop-cap sg-ai-highlighted-block wp-block-paragraph\"><\/p>\n\n\n\n<p class=\"has-drop-cap wp-block-paragraph\">Nel 2002 Fanny &amp; Alexander port\u00f2 in scena un suo spettacolo, <em>Requiem<\/em>, al Mess International Theatre Festival di Sarajevo. Dopo quasi sette anni dalla fine della guerra in Bosnia, la citt\u00e0 si mostrava vulnerabile e piena di ferite. Ho un\u2019immagine vivida della piazza Ba\u0161\u010dar\u0161ija, vivace e luminosa, con le bancarelle del mercato centrale e i fiori coloratissimi. Poco pi\u00f9 in l\u00e0 i palazzi storici erano ancora forati dai proiettili, le ricostruzioni delle facciate solo provvisorie. Molte attivit\u00e0 avevano riaperto in quegli anni: piccoli caff\u00e8, negozi artigianali, alcune botteghe. Si aveva, per\u00f2, la netta sensazione di una citt\u00e0 \u201csopravvissuta\u201d: la vita culturale e commerciale cercava a tutti i costi di ripartire, ma lo spettro della guerra era ancora cos\u00ec palpabile che le ragazze del festival e dell\u2019Istituto di cultura ci mostrarono le traiettorie pi\u00f9 \u201csicure\u201d che facevano anni prima, nella citt\u00e0 sotto assedio, per attraversare la piazza, col cuore in gola: \u00abvedi, partivo da qui e mi fermavo dietro a quel palazzo, poi riprendevo fiato e facevo l\u2019ultimo tratto di corsa\u00bb, mi disse una di loro mentre seguivo, procedendo a zig zag, i suoi passi. La piazza del Teatro Nazionale \u00e8 oggi intitolata a Susan Sontag (scomparsa nel 2004), perch\u00e9 la sua presenza ripetuta in citt\u00e0 durante la guerra aveva segnato profondamente l\u2019immaginario di chi l\u2019aveva conosciuta.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Avevamo incontrato Sontag l\u2019anno prima della nostra data a Sarajevo, grazie al Teatro delle Albe. Una sera, a Ravenna, dopo <em>I Polacchi<\/em>, era venuta a cena da noi, ad Ardis Hall, il nostro spazio prove. Ho ricordi molto forti, ma piuttosto frammentari. Non ci sono documenti: non c\u2019era facebook, n\u00e9 instagram, non si fotografava con gli smartphone ogni cosa. La sala era allestita come una specie di grotta, con le luci molto basse. Ho l\u2019immagine confusa di una strana festa d\u2019ombre. La presenza di Susan era magnetica, quando ti fissava ti sentivi radiografato. Non abbiamo parlato molto, in realt\u00e0. Lei per\u00f2 era curiosa di tutto, faceva molte domande, aveva occhi mobili e appuntiti. Andava spesso a teatro, disse, vedeva pi\u00f9 cose possibili. Conosceva, personalmente, i pi\u00f9 importanti artisti contemporanei. Nel \u201979 aveva diretto lei stessa, a Torino, <em>Come tu mi vuoi<\/em> di Pirandello; aveva scritto <em>Alice a letto: commedia in otto scene<\/em> e curato negli anni un\u2019imponente antologia artaudiana. In pi\u00f9 era stata a Sarajevo, durante la guerra, dove aveva diretto sotto i bombardamenti un <em>Aspettando Godot<\/em> ormai diventato leggenda.<\/p>\n\n\n<div class=\"wp-block-image\">\n<figure class=\"aligncenter size-large is-resized\"><img decoding=\"async\" src=\"data:image\/gif;base64,R0lGODlhAQABAIAAAAAAAP\/\/\/yH5BAEAAAAALAAAAAABAAEAAAIBRAA7\" data-src=\"https:\/\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2026\/10\/LA-FALENA-10DIGITALE-167_page-0001-860x1024.jpg\" alt=\"\" class=\"wp-image-77276 lazyload\" style=\"aspect-ratio:0.8398635221776461;width:463px;height:auto\"><noscript><img data-recalc-dims=\"1\" loading=\"lazy\" loading=\"lazy\" decoding=\"async\" width=\"860\" height=\"1024\" src=\"https:\/\/i0.wp.com\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2026\/10\/LA-FALENA-10DIGITALE-167_page-0001.jpg?resize=860%2C1024&#038;ssl=1\" alt=\"\" class=\"wp-image-77276\" style=\"aspect-ratio:0.8398635221776461;width:463px;height:auto\" srcset=\"https:\/\/i0.wp.com\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2026\/10\/LA-FALENA-10DIGITALE-167_page-0001.jpg?resize=860%2C1024&amp;ssl=1 860w, https:\/\/i0.wp.com\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2026\/10\/LA-FALENA-10DIGITALE-167_page-0001.jpg?resize=252%2C300&amp;ssl=1 252w, https:\/\/i0.wp.com\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2026\/10\/LA-FALENA-10DIGITALE-167_page-0001.jpg?resize=768%2C914&amp;ssl=1 768w, https:\/\/i0.wp.com\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2026\/10\/LA-FALENA-10DIGITALE-167_page-0001.jpg?resize=60%2C71&amp;ssl=1 60w, https:\/\/i0.wp.com\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2026\/10\/LA-FALENA-10DIGITALE-167_page-0001.jpg?w=1241&amp;ssl=1 1241w\" sizes=\"auto, (max-width: 860px) 100vw, 860px\" \/><\/noscript><\/figure>\n<\/div>\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Era stato David Rieff, il figlio di Susan, a portare per la prima volta la madre a Sarajevo. David era giornalista e, nel settembre del 1992, era andato in Bosnia. Credeva di dover dire al mondo \u201ccivile\u201d quel che stava accadendo. \u00abSe solo le notizie sulla Bosnia potessero arrivare davvero alla gente\u00bb, afferma di aver pensato, \u00abil massacro non continuerebbe. Col senno di poi, avrei dovuto sapere che non ci si pu\u00f2 mai fidare del potere delle verit\u00e0 disarmate\u00bb. In quel suo primo viaggio Rieff conosce Miro Purivatra, fondatore del Sarajevo Film Festival. Gli chiede se c\u2019\u00e8 qualcosa che pu\u00f2 fare per loro al suo ritorno in Bosnia, di l\u00ec a pochi mesi. \u00abPortaci Susan Sontag\u00bb, gli risponde lui. Qualche settimana dopo Rieff suona alla porta di Miro. \u00c8 proprio quest\u2019ultimo a raccontarlo al biografo di Sontag, il premio Pulitzer Moser: \u00abci siamo abbracciati e mi ha detto: \u201ceccoci qui\u201d. Appena dietro la porta c\u2019era lei, Susan Sontag. Sono rimasto di ghiaccio\u00bb.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Sarajevo in quel momento sembra il compendio perfetto di tutte le questioni che a Sontag stanno a cuore: il ruolo politico e sociale dell\u2019artista, il tentativo di unire l\u2019estetico e il politico, il legame tra mente e corpo, l\u2019esperienza del potere e dell\u2019impotenza, i modi in cui il dolore viene inflitto, percepito e rappresentato, quello in cui immagini, linguaggio e metafora creano \u2013 e distorcono \u2013 ci\u00f2 che chiamiamo <em>realt\u00e0<\/em>.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">\u00abNon sono venuta prima non perch\u00e9 avessi paura, o perch\u00e9 non fossi interessata,\u00bb disse Susan in quella sua visita. \u00abNon sono venuta perch\u00e9 non capivo a cosa potesse servire\u00bb. Ma una volta partita, e poi tornata a casa, non riesce a togliersi la citt\u00e0 dalla mente. Il contrasto tra ci\u00f2 che ha visto e l\u2019indifferenza del mondo la perseguita. \u00abTornai a Sarajevo poco dopo, a met\u00e0 luglio 1993, per mettere in scena <em>Aspettando Godot<\/em>, non tanto perch\u00e9 volessi a tutti costi dirigere un\u2019opera di Beckett (nonostante io lo volessi davvero fare), ma perch\u00e9 mi forniva una ragione pratica e concreta per poterci tornare per un mese intero, o pi\u00f9\u00bb.<\/p>\n\n\n<div class=\"wp-block-image\">\n<figure class=\"aligncenter size-large is-resized\"><img decoding=\"async\" src=\"data:image\/gif;base64,R0lGODlhAQABAIAAAAAAAP\/\/\/yH5BAEAAAAALAAAAAABAAEAAAIBRAA7\" data-src=\"https:\/\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2026\/10\/LA-FALENA-10DIGITALE-168_page-0001-860x1024.jpg\" alt=\"\" class=\"wp-image-77280 lazyload\" style=\"aspect-ratio:0.8398635221776461;width:479px;height:auto\"><noscript><img data-recalc-dims=\"1\" loading=\"lazy\" loading=\"lazy\" decoding=\"async\" width=\"860\" height=\"1024\" src=\"https:\/\/i0.wp.com\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2026\/10\/LA-FALENA-10DIGITALE-168_page-0001.jpg?resize=860%2C1024&#038;ssl=1\" alt=\"\" class=\"wp-image-77280\" style=\"aspect-ratio:0.8398635221776461;width:479px;height:auto\" srcset=\"https:\/\/i0.wp.com\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2026\/10\/LA-FALENA-10DIGITALE-168_page-0001.jpg?resize=860%2C1024&amp;ssl=1 860w, https:\/\/i0.wp.com\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2026\/10\/LA-FALENA-10DIGITALE-168_page-0001.jpg?resize=252%2C300&amp;ssl=1 252w, https:\/\/i0.wp.com\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2026\/10\/LA-FALENA-10DIGITALE-168_page-0001.jpg?resize=768%2C914&amp;ssl=1 768w, https:\/\/i0.wp.com\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2026\/10\/LA-FALENA-10DIGITALE-168_page-0001.jpg?resize=60%2C71&amp;ssl=1 60w, https:\/\/i0.wp.com\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2026\/10\/LA-FALENA-10DIGITALE-168_page-0001.jpg?w=1241&amp;ssl=1 1241w\" sizes=\"auto, (max-width: 860px) 100vw, 860px\" \/><\/noscript><\/figure>\n<\/div>\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Sontag non voleva tornare a Sarajevo da testimone (\u00abnon \u00e8 pi\u00f9 quello il compito imperativo di uno scrittore ormai, dare notizie al mondo, ci sono gi\u00e0 molti giornalisti bravissimi che lo fanno\u00bb), voleva invece \u00abfare qualcosa di concreto\u00bb. Certo, mettere in scena uno spettacolo non l\u2019avrebbe forse fatta sentire utile come un medico o un ingegnere idraulico, \u00abma era la sola tra le tre cose che sapevo fare \u2013 scrivere, fare film e regie teatrali \u2013 che poteva dare vita a qualcosa di unico per Sarajevo, qualcosa che sarebbe nato e si sarebbe consumato solo qui\u00bb.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Ad aprile Susan aveva incontrato un giovane regista, Haris Pa\u0161ovi\u0107, di cui aveva visto lo spettacolo <em>Grad<\/em> e che sapeva attivo nella Sarajevo assediata: stava preparando un <em>Alcesti<\/em> di Euripide con gli attori ancora disponibili. Pa\u0161ovi\u0107 era anche produttore e cos\u00ec Susan lo contatt\u00f2 per chiedergli se fosse interessato a un suo ritorno in citt\u00e0 per dirigere una pi\u00e8ce. \u00abCerto\u00bb, le rispose lui, \u00abe che cosa vorresti dirigere?\u00bb. Susan rispose senza quasi pensarci: <em>Aspettando Godot.<\/em> Quel testo di Beckett, scritto pi\u00f9 di quaranta anni prima, \u00absembrava fatto apposta per Sarajevo, sembrava parlare <em>proprio di quella devastazione<\/em>\u00bb. In pi\u00f9 era un grande esempio di drammaturgia europea e la cultura europea rappresentava, per la popolazione locale, una sorta di passaporto di appartenenza, qualcosa che li avvicinava all\u2019identit\u00e0 tanto agognata.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Perch\u00e9, si chiede Sontag mentre sta per partire, gli artisti e gli scrittori stranieri non se vengono a Sarajevo in massa a protestare? Il pericolo, si risponde, non pu\u00f2 essere la sola ragione. Andare a Barcellona nel 1937 non era certo meno pericoloso che andare nel 1993 a Sarajevo. \u00abSospetto che la ragione ultima per cui pi\u00f9 persone non si offrono volontarie per andarci sia una mancanza di identificazione, rafforzata dalla parola \u201cmusulmano\u201d. Ma se Sarajevo, con la sua convivenza di stirpi, religioni e popoli, \u00e8 proprio l\u2019ideale laico e anti-tribale per eccellenza!?\u00bb. \u00c8 proprio questa, concluder\u00e0 altrove, \u00abla ragione per cui \u00e8 stata presa di mira per la distruzione\u00bb. Susan parte, molto convintamente, come se non avesse alternative.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Il giorno seguente al suo arrivo inizia le audizioni per formare il cast. Durante un incontro pubblico, mesi prima, era rimasta colpita dall\u2019aspetto di una donna in sala: anziana e imponente, portava un grande cappello nero a tesa larga. Qualche giorno dopo l\u2019aveva ritrovata in scena in <em>Grad<\/em> e aveva scoperto che era Ines Fan\u010dovi\u0107, una delle attrici pi\u00f9 importanti della Sarajevo pre-assedio. Quando Sontag dice a Pa\u0161ovi\u0107 di volerla a tutti i costi per la parte di Pozzo, lui le chiede se intende dirigere un <em>Aspettando Godot<\/em> al femminile. Ma non \u00e8 un discorso di genere quello che Susan vuole fare. Se l\u2019<em>everyman<\/em> di Beckett davvero sta per <em>chiunque<\/em>, i ruoli \u2013 pens\u00f2 Sontag \u2013 dovevano qui davvero essere \u201cgender-blind\u201d, anzi quello era uno dei pochi testi esistenti a consentirlo, senza dover operare nessuna forzatura. Assegnando il ruolo di Pozzo a Ines Fan\u010dovi\u0107, cio\u00e8, Sontag non stava sostenendo \u00abche anche una donna pu\u00f2 essere un tiranno, ma solo che la parte del tiranno poteva benissimo farla una donna\u00bb. Invece la parte di Lucky viene data a Admir Glamo\u010dak, un giovane attore magrissimo e molto agile, che Susan sceglie proprio per la sua corporatura. Per Valdimiro ed Estragone la decisione \u00e8 molto poco scontata: ci sono pi\u00f9 attori che la attraggono che parti disponibili nel suo Beckett, ma la coppia dei protagonisti Sontag la vuole \u00abfluida e potente\u00bb, e anche imprevedibile, prismatica, sfaccettata. Decide di assegnare i due ruoli a tre coppie, sempre compresenti sulla scena: al centro ci sono due uomini, come scritto da Beckett, a sinistra due donne, a destra una donna e un uomo, \u00able tre varianti possibili della nostra idea di coppia\u00bb. I due uomini sono due amici; le due donne incarnano una relazione in cui dipendenza e affetto si mescolano a esasperazione e risentimento \u2013 una sorta di madre giovane con una figlia adulta; l\u2019uomo e la donna, infine, la coppia pi\u00f9 anziana, interpretano un marito e una moglie litigiosi e irritabili.<\/p>\n\n\n<div class=\"wp-block-image\">\n<figure class=\"aligncenter size-large is-resized\"><img decoding=\"async\" src=\"data:image\/gif;base64,R0lGODlhAQABAIAAAAAAAP\/\/\/yH5BAEAAAAALAAAAAABAAEAAAIBRAA7\" data-src=\"https:\/\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2026\/10\/LA-FALENA-10DIGITALE-169_page-0001-860x1024.jpg\" alt=\"\" class=\"wp-image-77278 lazyload\" style=\"aspect-ratio:0.8398635221776461;width:437px;height:auto\"><noscript><img data-recalc-dims=\"1\" loading=\"lazy\" loading=\"lazy\" decoding=\"async\" width=\"860\" height=\"1024\" src=\"https:\/\/i0.wp.com\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2026\/10\/LA-FALENA-10DIGITALE-169_page-0001.jpg?resize=860%2C1024&#038;ssl=1\" alt=\"\" class=\"wp-image-77278\" style=\"aspect-ratio:0.8398635221776461;width:437px;height:auto\" srcset=\"https:\/\/i0.wp.com\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2026\/10\/LA-FALENA-10DIGITALE-169_page-0001.jpg?resize=860%2C1024&amp;ssl=1 860w, https:\/\/i0.wp.com\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2026\/10\/LA-FALENA-10DIGITALE-169_page-0001.jpg?resize=252%2C300&amp;ssl=1 252w, https:\/\/i0.wp.com\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2026\/10\/LA-FALENA-10DIGITALE-169_page-0001.jpg?resize=60%2C71&amp;ssl=1 60w, https:\/\/i0.wp.com\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2026\/10\/LA-FALENA-10DIGITALE-169_page-0001.jpg?resize=768%2C914&amp;ssl=1 768w, https:\/\/i0.wp.com\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2026\/10\/LA-FALENA-10DIGITALE-169_page-0001.jpg?w=1241&amp;ssl=1 1241w\" sizes=\"auto, (max-width: 860px) 100vw, 860px\" \/><\/noscript><\/figure>\n<\/div>\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">La scena, minimale, era concepita su due livelli: una piattaforma rialzata sul fondo serviva da palco per le entrate di Lucky e Pozzo, con l\u2019albero a sinistra; sul davanti la scena era ricoperta da un telo traslucido, quello che l\u2019UNCHR aveva fornito per sigillare le finestre in frantumi di Sarajevo. Le tre coppie agivano separatamente sulla parte anteriore della scena ma, quando Lucky e Pozzo entravano, a volte si univano \u00aba formare una sorta di coro tragico, oppure semplicemente di pubblico per il tremendo spettacolo offerto dagli altri due personaggi\u00bb.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Tutto in quell\u2019allestimento \u00e8 condotto allo stremo delle forze e delle possibilit\u00e0: assenza di elettricit\u00e0 (dunque si lavora sempre nella penombra delle poche candele reperibili), oggetti di scena praticamente impossibili da trovare fino all\u2019ultimo, costumi di fortuna, attori deboli e malnutriti, il rischio quotidiano di morire recandosi alle prove, il terrore nel lasciare a casa, esposti all\u2019evenienza non remota dei bombardamenti, figli, mogli, mariti, madri, padri\u2026 Eppure ogni giorno gli attori si riuniscono puntuali allo Youth Theatre e provano disciplinatamente per alcune ore.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">La messinscena di Sontag prevede solo il primo atto. Un po\u2019 perch\u00e9 non si pu\u00f2 chiedere al pubblico di stare per due ore e mezzo in un teatro semibuio, senza acqua per i servizi, tutti ammassati al caldo (perch\u00e9 incredibilmente, anche sotto assedio, la gente usciva in massa di casa per andare a teatro) e soprattutto con i quotidiani bombardamenti, sempre a rischio della propria vita. Un po\u2019 perch\u00e9 il secondo atto replica la situazione del primo, ma intensificandone la sensazione di sconforto: tutto qui \u00e8 ancora peggio, Lucky non pu\u00f2 parlare, Pozzo \u00e8 cieco, Vladimiro \u00e8 sempre pi\u00f9 disperato\u2026 Sontag dir\u00e0 pi\u00f9 volte di avere \u00abvoluto risparmiare\u00bb il secondo atto ai sarajevesi: a un popolo abbattuto, affamato, privo di mezzi, \u00abin attesa perenne di un potere arbitrario che lo salvasse\u00bb, non si poteva infliggere quella seconda occasione mancata, in cui Godot continua tragicamente a non arrivare. \u00abForse volevo solo suggerire, subliminalmente, che il secondo atto avrebbe anche potuto essere diverso\u00bb.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">La risonanza mediatica del progetto di Sontag super\u00f2 tutte le possibili aspettative. La prima pagina del \u201cWashington Post\u201d, subito dopo il debutto, titol\u00f2: \u00ab<em>Aspettando Clinton, aspettando un intervento<\/em>\u00bb. Nonostante la sua iniziale esitazione a concedere interviste (ogni giorno Susan era letteralmente assediata nel suo hotel, l\u2019Holiday Inn, da reporter di tutto il mondo), in un secondo momento rinunci\u00f2 a ogni pudore su richiesta esplicita dello stesso cast e della produzione: tutti, attori, lavoratori del teatro, pubblico speravano, anzi volevano che lo spettacolo esercitasse una forte pressione sulla politica e sull\u2019opinione pubblica. Era il primo dei tre genocidi europei, dir\u00e0 Sontag, \u00aba essere seguito sulla stampa mondiale e documentato ogni sera in TV. Nel 1915 non c\u2019erano giornalisti che inviavano quotidianamente storie dall\u2019Armenia; tantomeno c\u2019erano troupe televisive a Dachau e Auschwitz. Fino al genocidio bosniaco si sarebbe potuto pensare che se la verit\u00e0 fosse stata divulgata, il mondo avrebbe fatto qualcosa. La copertura mediatica del genocidio in Bosnia ha posto fine a quell\u2019illusione\u00bb.<\/p>\n\n\n<div class=\"wp-block-image\">\n<figure class=\"aligncenter size-large is-resized\"><img decoding=\"async\" src=\"data:image\/gif;base64,R0lGODlhAQABAIAAAAAAAP\/\/\/yH5BAEAAAAALAAAAAABAAEAAAIBRAA7\" data-src=\"https:\/\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2026\/10\/LA-FALENA-10DIGITALE-171_page-0001-1-860x1024.jpg\" alt=\"\" class=\"wp-image-77279 lazyload\" style=\"aspect-ratio:0.8398635221776461;width:380px;height:auto\"><noscript><img data-recalc-dims=\"1\" loading=\"lazy\" loading=\"lazy\" decoding=\"async\" width=\"860\" height=\"1024\" src=\"https:\/\/i0.wp.com\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2026\/10\/LA-FALENA-10DIGITALE-171_page-0001-1.jpg?resize=860%2C1024&#038;ssl=1\" alt=\"\" class=\"wp-image-77279\" style=\"aspect-ratio:0.8398635221776461;width:380px;height:auto\" srcset=\"https:\/\/i0.wp.com\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2026\/10\/LA-FALENA-10DIGITALE-171_page-0001-1.jpg?resize=860%2C1024&amp;ssl=1 860w, https:\/\/i0.wp.com\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2026\/10\/LA-FALENA-10DIGITALE-171_page-0001-1.jpg?resize=252%2C300&amp;ssl=1 252w, https:\/\/i0.wp.com\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2026\/10\/LA-FALENA-10DIGITALE-171_page-0001-1.jpg?resize=768%2C914&amp;ssl=1 768w, https:\/\/i0.wp.com\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2026\/10\/LA-FALENA-10DIGITALE-171_page-0001-1.jpg?resize=60%2C71&amp;ssl=1 60w, https:\/\/i0.wp.com\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2026\/10\/LA-FALENA-10DIGITALE-171_page-0001-1.jpg?w=1241&amp;ssl=1 1241w\" sizes=\"auto, (max-width: 860px) 100vw, 860px\" \/><\/noscript><\/figure>\n<\/div>\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Ed \u00e8 forse proprio su questo punto, la responsabilit\u00e0 collettiva dello sterminio, che le domande di Sontag risuonano pi\u00f9 terribili anche per il lettore di oggi. Sontag riflette, ancora una volta, sul rapporto tra dolore e rappresentazione, ma qui lo fa proprio in senso strettamente politico, ponendo una questione precisa sulla responsabilit\u00e0 di chi resta a guardare, chiedendosi cosa sia davvero a renderci spettatori impotenti di fronte all\u2019orrore della guerra: \u00abnon \u00e8 la televisione, ma il fatto che i nostri politici hanno fatto s\u00ec che la storia sembrasse solo una replica. E cos\u00ec noi ci stanchiamo di guardare ogni sera lo stesso spettacolo e se ci sembra a tratti irreale \u00e8 solo perch\u00e9 \u00e8 allo stesso tempo spaventoso e apparentemente inarrestabile\u00bb. Oggi, di fronte a un orrore che viviamo addirittura minuto per minuto, in diretta non pi\u00f9 solo TV, ma addirittura smartphone, lo shock si tinge di un\u2019ulteriore, pi\u00f9 violenta desolazione, accresciuta dallo sgomento impotente di vivere in un paese (e in una parte di mondo) che, forse, sarebbe giunto a chiamare \u00abstrega\u00bb perfino Susan Sontag.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\" style=\"font-size:16px\"><br><em><a href=\"https:\/\/www.metastasio.it\/it\/news\/2026\/la-falena-10.1052\" target=\"_blank\" rel=\"noreferrer noopener\">La Falena n. 10<\/a><\/em><br><em>Teatro Metastasio di Prato<\/em>, Inverno 2025, \u20ac 8<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\" style=\"font-size:15px\"><em>Immagine di apertura: Rielaborazione grafica di Stefano Ricci, fotocomposizione dal video<\/em> di Antigone <em>del Living Theatre, 1967<\/em><\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\"><\/p>\n","protected":false,"gt_translate_keys":[{"key":"rendered","format":"html"}]},"excerpt":{"rendered":"<p>Dopo quasi sette anni dalla fine della guerra in Bosnia, la citt\u00e0 si mostrava vulnerabile e piena di ferite. 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Si aveva, per\u00f2, la netta sensazione di una citt\u00e0 \u201csopravvissuta\u201d: la vita culturale e commerciale cercava a tutti i costi di ripartire, ma lo spettro della guerra era ancora cos\u00ec palpabile che le ragazze del festival e dell\u2019Istituto di cultura ci mostrarono le traiettorie pi\u00f9 \u201csicure\u201d che facevano anni prima, nella citt\u00e0 sotto assedio, per attraversare la piazza, col cuore in gola: \u00abvedi, partivo da qui e mi fermavo dietro a quel palazzo, poi riprendevo fiato e facevo l\u2019ultimo tratto di corsa\u00bb, mi disse una di loro mentre seguivo, procedendo a zig zag, i suoi passi.<\/p>\n","protected":false,"gt_translate_keys":[{"key":"rendered","format":"html"}]},"author":673,"featured_media":77269,"comment_status":"closed","ping_status":"open","sticky":false,"template":"","format":"standard","meta":{"_jetpack_newsletter_access":"","_jetpack_dont_email_post_to_subs":true,"_jetpack_newsletter_tier_id":0,"_jetpack_memberships_contains_paywalled_content":false,"_jetpack_feature_clip_id":0,"_jetpack_memberships_contains_paid_content":false,"footnotes":"","jetpack_post_was_ever_published":false},"categories":[104],"tags":[3663,3660,3665,3659,3662,503,3661],"coauthors":[3658],"class_list":["post-77268","post","type-post","status-publish","format-standard","has-post-thumbnail","hentry","category-teatro","tag-aspettando-godot","tag-fanny-alexander","tag-ines-fancovic","tag-living-theatre","tag-miro-purivatra","tag-samuel-beckett","tag-sarajevo","style--link-2"],"yoast_head":"<!-- This site is optimized with the Yoast SEO plugin v28.7 - https:\/\/yoast.com\/product\/yoast-seo-wordpress\/ -->\n<title>Aspettando Godot a Sarajevo - Chiara Lagani<\/title>\n<meta name=\"description\" content=\"Dopo quasi sette anni dalla fine della guerra in Bosnia, la citt\u00e0 si mostrava vulnerabile e piena di ferite. 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Tra i molti progetti del gruppo c\u2019\u00e8 la serie di spettacoli tratti da \u201cAda\u201d di Nabokov, quelli dal \u201cMago di Oz\u201d di Baum e quello da \u201cL\u2019amica geniale\u201d di Ferrante. Nel 2017 si aggiudica il Premio Riccione Speciale per l\u2019Innovazione drammaturgica e scrive a quattro mani con Elio Germano lo spettacolo \u201cLa mia battaglia\u201d (Einaudi 2021). Ha curato e tradotto \u201cI libri di Oz\u201d di Frank L. Baum (\u201cI millenni\u201d Einaudi 2017), \u201cSylvie e Bruno\u201d di Lewis Carroll (Einaudi 2021), \u201cLa finestra della signora Manstey e altri racconti\u201d di Edith Wharton (Einaudi 2025). Ha sceneggiato per Coconino\\\/Fandango i primi due volumi del graphic novel tratto da \u201cL\u2019amica geniale\u201d di Elena Ferrante, con i disegni di Mara Cerri (Coconino Press\\\/Fandango, 2022 e 2026).\",\"url\":\"https:\\\/\\\/antinomie.it\\\/index.php\\\/author\\\/chiara-lagani\\\/\"}]}<\/script>\n<!-- \/ Yoast SEO plugin. -->","yoast_head_json":{"title":"Aspettando Godot a Sarajevo - Chiara Lagani","description":"Dopo quasi sette anni dalla fine della guerra in Bosnia, la citt\u00e0 si mostrava vulnerabile e piena di ferite. Ho un\u2019immagine vivida della piazza Ba\u0161\u010dar\u0161ija, vivace e luminosa, con le bancarelle del mercato centrale e i fiori coloratissimi. Poco pi\u00f9 in l\u00e0 i palazzi storici erano ancora forati dai proiettili, le ricostruzioni delle facciate solo provvisorie. Molte attivit\u00e0 avevano riaperto in quegli anni: piccoli caff\u00e8, negozi artigianali, alcune botteghe. 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