{"id":75230,"date":"2026-05-15T00:01:00","date_gmt":"2026-05-14T22:01:00","guid":{"rendered":"https:\/\/antinomie.it\/?p=75230"},"modified":"2026-06-19T15:25:31","modified_gmt":"2026-06-19T13:25:31","slug":"robert-klein-e-leclissi-dellopera","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/antinomie.it\/index.php\/2026\/05\/15\/robert-klein-e-leclissi-dellopera\/","title":{"rendered":"Robert Klein e l&#8217;eclissi dell&#8217;opera","gt_translate_keys":[{"key":"rendered","format":"text"}]},"content":{"rendered":"\n<div style=\"height:20px\" aria-hidden=\"true\" class=\"wp-block-spacer\"><\/div>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\"><em>Oggi, <strong>15 maggio<\/strong> 2026, dalle ore 10:00 alle 16:00, presso la Sala di lettura della <strong>Biblioteca Braidense<\/strong>, a Milano, nell\u2019ambito delle attivit\u00e0 di ricerca dell\u2019<strong>Accademia di Belle Arti di Brera<\/strong>, in collaborazione con la <strong>Pinacoteca di Brera<\/strong>, avr\u00e0 luogo il <strong>seminario internazionale<\/strong> \u201cLa meteora <strong>Robert Klein<\/strong>. Prospettive contemporanee della critica d\u2019arte\u201d. La giornata di studi, curata da Giovanni Iovane (Accademia di Belle Arti di Brera) e Massimiliano Rossi (Universit\u00e0 del Salento), prende spunto dalla recente pubblicazione <\/em><a href=\"https:\/\/www.officinalibraria.net\/libro\/9788833672663\" target=\"_blank\" rel=\"noreferrer noopener\">Robert Klein: A Meteor in Art History and Philosophy<\/a>, <em>a cura di Alina Payne, Alessandro Nova e J\u00e9r\u00e9mie Koering (Roma, Officina Libraria, 2024). L\u2019incontro intende proporre una riflessione sulla figura dello storico dell\u2019arte Robert Klein, una delle personalit\u00e0 pi\u00f9 originali della critica d\u2019arte del Novecento, mettendo a confronto prospettive contemporanee nel campo della critica d\u2019arte e dell\u2019estetica e interrogando l\u2019attualit\u00e0 del suo pensiero e della sua eredit\u00e0 metodologica negli studi storico-artistici. Proponiamo ai lettori di <\/em>Antinomie <em>l&#8217;intervento di Federico Ferrari.<\/em><\/p>\n\n\n\n<div style=\"height:20px\" aria-hidden=\"true\" class=\"wp-block-spacer\"><\/div>\n\n\n\n<h4 class=\"wp-block-heading\">I. L&#8217;intuizione di Klein: l&#8217;opera tra due fuochi<\/h4>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Nel 1967, in un saggio che resta tra i pi\u00f9 lucidi e scomodi della critica d&#8217;arte del Novecento, Robert Klein diagnosticava qualcosa che non era ancora del tutto visibile ma che si stava gi\u00e0 compiendo: la progressiva eclissi dell&#8217;opera d&#8217;arte. Non la sua morte \u2014 Klein era troppo preciso per cedere a quel tipo di escatologia facile \u2014, ma qualcosa di pi\u00f9 sottile e pi\u00f9 inquietante. L&#8217;opera non si esauriva dall&#8217;interno, non si consumava per stanchezza delle forme o esaurimento dei linguaggi. Veniva, piuttosto, compressa tra due spinte divergenti che la erodevano da direzioni opposte, e che insieme la rendevano sempre pi\u00f9 difficile da pensare, da vedere, da difendere come categoria critica.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">La prima spinta \u00e8 quella che potremmo chiamare duchampiana, anche se Klein la pensa in termini pi\u00f9 ampi, come tendenza strutturale dell&#8217;avanguardia. \u00c8 la spinta verso il <em>d\u00e9s\u0153uvrement<\/em> \u2014 verso l&#8217;in-operare, il gesto che nega il manufatto, che sostituisce la cosa fatta con l&#8217;atto di pensarla, di nominarla, di sottrarla al regime ordinario della produzione estetica. Duchamp non inventa questo gesto: lo radicalizza fino a renderlo irriproducibile, e poi \u2014 ed \u00e8 questo il punto che Klein intuisce \u2014 lo rende infinitamente riproducibile come stile, come postura, come modo accademicamente riconoscibile di fare arte. Il ready-made \u00e8 originariamente un atto di pensiero che mette in crisi la distinzione tra opera e non-opera. Ma nel momento stesso in cui questa messa in crisi diventa un gesto codificato, ripetibile, insegnabile, essa si trasforma nel contrario di ci\u00f2 che voleva essere: una nuova accademia del gesto artistico-critico o critico-artistico.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">La seconda spinta va nella direzione opposta, ma con un esito paradossalmente simile. \u00c8 la spinta verso l&#8217;esperienza \u2014 verso il tentativo di recuperare, in assenza dell&#8217;oggetto auratizzato, qualcosa di quell&#8217;intensit\u00e0 che Benjamin aveva descritto come aura: non pi\u00f9 nell&#8217;opera in s\u00e9, ormai smaterializzata o ironizzata, ma nell&#8217;evento, nel corpo, nel &#8220;qui e ora&#8221; radicalizzato. La performance, l&#8217;happening, l&#8217;arte relazionale nella sua accezione pi\u00f9 immediata. Tutte queste pratiche condividono un&#8217;implicita \u201cnostalgia benjaminiana\u201d (che, tra l\u2019altro, in Benjamin non \u00e8 probabilmente mai esistita). Vogliono riconsegnare all&#8217;arte un&#8217;irripetibilit\u00e0, una presenza, una densit\u00e0 che l&#8217;oggetto smaterializzato sembra aver perduto. L&#8217;intenzione \u00e8 genuina. Ma il problema \u2014 e qui l&#8217;intuizione di Klein si rivela profetica \u2014 \u00e8 che questa fuga dall&#8217;oggetto verso l&#8217;esperienza non risolve la crisi, ma, semplicemente, la sposta.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">L&#8217;opera, compressa tra queste due spinte, perde il suo baricentro. Non scompare fisicamente \u2014 i musei sono pieni di oggetti, le fiere brulicano di cose \u2014, ma perde la sua funzione critica, la sua capacit\u00e0 di fare resistenza, di opporsi allo sguardo, di esigere qualcosa da chi la guarda. \u00c8 in questo senso, preciso e non apocalittico, che Klein parla di eclissi: l&#8217;opera c&#8217;\u00e8 ancora, ma qualcos&#8217;altro si \u00e8 messo davanti ad essa e oscura la luce.<\/p>\n\n\n\n<h4 class=\"wp-block-heading\">II. La trappola della feticizzazione<\/h4>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Cinquant&#8217;anni dopo, possiamo misurare la portata di quella diagnosi con una precisione che Klein non poteva avere. E quello che vediamo \u00e8 che le due spinte da lui individuate non si sono dissolte nel tempo: si sono istituzionalizzate. Peggio: si sono mercificate. Ed \u00e8 questa mercificazione \u2014 non la scomparsa delle avanguardie, non la fine delle utopie estetiche \u2014 il vero compimento del processo che Klein aveva individuato.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Il feticismo della non-opera \u00e8 forse il fenomeno pi\u00f9 paradossale della storia recente dell&#8217;arte. Il gesto duchampiano, che nasceva dalla volont\u00e0 di sottrarre l&#8217;arte alla logica del mercato, \u00e8 diventato il prodotto pi\u00f9 vendibile del mercato stesso. L&#8217;assenza \u00e8 diventata un marchio. Il vuoto ha acquisito una quotazione. E non si tratta soltanto di un&#8217;ironia storica o di un effetto perverso non voluto: si tratta di una struttura. Il mercato dell&#8217;arte contemporanea ha scoperto molto presto che il gesto critico, l\u2019in-operare, la negazione del manufatto, sono perfettamente compatibili con la logica della merce \u2014 anzi, ne costituiscono una delle forme pi\u00f9 sofisticate, perch\u00e9 producono un oggetto (o una non-cosa) la cui unicit\u00e0 \u00e8 garantita non dalla qualit\u00e0 della fattura ma dall&#8217;autorit\u00e0 del gesto. Il che significa che il valore non dipende da nulla di verificabile, di discutibile, di analizzabile: dipende esclusivamente dalla posizione del suo autore nel campo. \u00c8 la forma pi\u00f9 pura di valore simbolico convertito in valore di mercato.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Ma la seconda spinta \u2014 quella esperienziale \u2014 ha subito una metamorfosi altrettanto radicale e altrettanto inquietante. Quella che doveva essere una liberazione dall&#8217;oggetto, un recupero dell&#8217;intensit\u00e0 del presente contro la contemplazione distaccata del museo tradizionale, \u00e8 diventata la spettacolarizzazione dell&#8217;esperienza. E qui occorre essere precisi, perch\u00e9 la confusione tra esperienza e spettacolo \u00e8 essa stessa parte del problema. Benjamin, nel descrivere l&#8217;aura come apparizione unica di una lontananza, per quanto vicina essa sia, insisteva su un elemento che le sue letture superficiali tendono a dimenticare: la contemplazione. L&#8217;incontro auratizzato con l&#8217;opera richiede una forma di attenzione raccolta, di distanza anche nella vicinanza, di rispetto per la singolarit\u00e0 irriproducibile dell&#8217;oggetto. Non \u00e8 un&#8217;immersione sensoriale indifferenziata: \u00e8 esattamente il contrario.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Quello che il mercato ha prodotto in nome dell&#8217;esperienza \u00e8 invece la fruizione iper-distratta: l&#8217;opera come contesto per un selfie, l&#8217;installazione come ambiente da attraversare senza fermarsi, il museo come luogo di consumo culturale in cui l&#8217;intensit\u00e0 dell&#8217;incontro \u00e8 sostituita dalla quantit\u00e0 degli stimoli. Non si \u00e8 ri-auratizzata l&#8217;opera \u2014 l&#8217;opera \u00e8 ancora l\u00e0, eclissata come Klein aveva previsto. Si \u00e8 semplicemente messo a valore il flusso comunicativo che la circonda: il contenuto sui social, la coda fuori dalla mostra, il dibattito mediatico, la narrazione della celebrity che vi ha partecipato. L&#8217;opera \u00e8 diventata un pretesto per la produzione di contenuto. E il contenuto, a differenza dell&#8217;opera, \u00e8 perfettamente riproducibile, perfettamente distribuibile, perfettamente misurabile in termini di engagement.<\/p>\n\n\n\n<h4 class=\"wp-block-heading\">III. Il mercato come vicario dell&#8217;opera<\/h4>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">In assenza di un&#8217;opera che faccia da baricentro \u2014 che ponga da sola, attraverso la propria resistenza materiale e formale, le condizioni del proprio giudizio \u2014, il valore deve essere stabilito altrove. E questo &#8220;altrove&#8221; \u00e8 esattamente il sistema che si \u00e8 costruito attorno all&#8217;eclissi di cui parla Klein: il mercato come vicario dell&#8217;opera, come istanza che supplisce all&#8217;assenza di criteri intrinseci con criteri puramente posizionali.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">\u00c8 una sostituzione che ha conseguenze precise e misurabili sul piano del giudizio estetico. Quando l&#8217;opera \u00e8 solida \u2014 quando ha una fattura, una storia, una densit\u00e0 formale che pu\u00f2 essere analizzata, discussa, contestata \u2014, il giudizio estetico ha un ancoraggio. Non \u00e8 mai assoluto, non \u00e8 mai neutro, \u00e8 sempre storico e situato; ma \u00e8 un giudizio che pu\u00f2 essere argomentato, che pu\u00f2 scontrarsi con altri giudizi, che pu\u00f2 produrre una discussione critica con un contenuto. Quando invece l&#8217;opera \u00e8 eclissata \u2014 quando il suo valore dipende dalla capacit\u00e0 di generare &#8220;evento&#8221;, di produrre circolazione, di posizionarsi strategicamente nel campo \u2014, il giudizio perde questo ancoraggio e diventa, nella migliore delle ipotesi, un giudizio sulla strategia. Non si discute pi\u00f9 di come \u00e8 fatto il quadro, di come utilizza la luce e il colore, di come si situa rispetto alla tradizione pittorica da cui proviene o con cui rompe: si discute di quanto \u00e8 stato pagato all&#8217;asta, di quante persone hanno visitato la mostra, di che cosa ha detto il critico del <em>Corriere della Sera<\/em> (ammesso che dica qualcosa).<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">La tecnica e la sensibilit\u00e0 \u2014 due parole che risuonano come anacronistiche nel lessico dell&#8217;arte contemporanea, e che invece andrebbero riabilitate con una certa urgenza \u2014 vengono sostituite dalla strategia di posizionamento. Non si chiede pi\u00f9 all&#8217;artista di saper fare qualcosa che richieda apprendimento, esercizio, fallimento e correzione: gli si chiede di occupare una posizione nel campo, di essere riconoscibile, di produrre una firma leggibile indipendentemente dai mezzi usati e dalle scelte compiute. Il che significa che il processo di creazione \u2014 l&#8217;operare in senso stretto, con tutto quello che comporta di incertezza, di ricerca, di confronto con la resistenza dei materiali e delle forme \u2014 diventa irrilevante. Conta il risultato come brand, non come opera.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Questo \u00e8 il vuoto che il mercato riempie: non \u00e8 un&#8217;occupazione abusiva dall&#8217;esterno, \u00e8 il riempimento di uno spazio che le spinte duchampiana ed esperienziale hanno insieme prodotto. Se l&#8217;opera non pu\u00f2 pi\u00f9 fondarsi su criteri intrinseci di qualit\u00e0 \u2014 perch\u00e9 la qualit\u00e0 \u00e8 stata decostruita (o, piuttosto, rottamata) come nozione borghese, come criterio ideologicamente compromesso \u2014, allora il valore deve venire da fuori. E il mercato \u00e8 sempre disponibile a fornirlo.<\/p>\n\n\n\n<h4 class=\"wp-block-heading\">IV. Il ritorno all&#8217;operare<\/h4>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Arrivare fin qui senza proporre nulla equivarrebbe a replicare il gesto che si critica: denunciare un&#8217;assenza producendone un&#8217;altra. Prover\u00f2 quindi a essere propositivo, sapendo che la proposta &#8211; che questa proposta &#8211; \u00e8 deliberatamente controcorrente e deliberatamente esposta all&#8217;accusa di conservatorismo. L&#8217;accusa \u00e8 prevedibile. Non \u00e8, per\u00f2, necessariamente giusta.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Riaffermare l&#8217;opera come metro del giudizio estetico non significa tornare a un passato polveroso, restaurare i criteri dell&#8217;accademia ottocentesca, ignorare tutto ci\u00f2 che il Novecento ha prodotto di irrinunciabile in termini di espansione dei linguaggi e delle pratiche artistiche. Significa qualcosa di pi\u00f9 preciso e di pi\u00f9 modesto: rivendicare il primato della singolarit\u00e0. Non la singolarit\u00e0 come effetto di brand \u2014 come unicit\u00e0 garantita dalla firma o dalla posizione nel campo \u2014, ma la singolarit\u00e0 come esito di un processo che non pu\u00f2 essere interamente previsto, programmato, strategizzato. La singolarit\u00e0 come ci\u00f2 che accade quando qualcuno fa qualcosa con attenzione e con perizia, quando il risultato supera l&#8217;intenzione, quando l&#8217;opera dice qualcosa che il suo autore non sapeva di voler dire.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Questa \u00e8 la definizione implicita di opera che Klein difende, e che io considero ancora valida: non una definizione morfologica (l&#8217;opera \u00e8 un quadro, una scultura, un oggetto con caratteristiche fisiche determinate), ma una definizione funzionale. L&#8217;opera \u00e8 ci\u00f2 che esige dallo spettatore un tipo di attenzione che non pu\u00f2 essere sostituita dalla distrazione; \u00e8 ci\u00f2 che ha una forma tale da rendere possibile un giudizio che non sia riducibile a preferenza soggettiva o a valore di mercato; \u00e8 ci\u00f2 che porta in s\u00e9 la traccia di un processo \u2014 l&#8217;operare \u2014 che ha richiesto scelte, tecniche, decisioni che potevano andare diversamente.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">L&#8217;opposizione che voglio tracciare non \u00e8 tra contemporaneo e tradizionale, n\u00e9 tra sperimentale e accademico. \u00c8 tra opera e spettacolo. Non nel senso debordiano di critica generalizzata alla societ\u00e0 dell&#8217;immagine \u2014 sebbene quella critica resti pertinente \u2014, ma in un senso pi\u00f9 specifico e pi\u00f9 applicabile alla pratica critica e artistica quotidiana. Lo spettacolo \u00e8 ci\u00f2 che si consuma nel momento in cui si produce; l&#8217;opera \u00e8 ci\u00f2 che resiste al consumo, che rimane disponibile a successive letture, che cambia con il variare dello sguardo che vi si rivolge. Lo spettacolo produce uno stato affettivo momentaneo \u2014 meraviglia, divertimento, shock, commozione \u2014 senza lasciare traccia cognitiva; l&#8217;opera produce un&#8217;esperienza che ha effetti cognitivi duraturi, che modifica il modo in cui si guarda, che chiede di essere ripensata.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Riportare l&#8217;attenzione sull&#8217;operare \u2014 sul processo di creazione come luogo in cui si depositano le scelte tecniche e formali che rendono un&#8217;opera analizzabile e discutibile \u2014 significa restituire al giudizio estetico la sua funzione critica. Significa sottrarlo alla dittatura del &#8220;mi piace&#8221; e della quotazione d&#8217;asta, non in nome di una pretesa oggettivit\u00e0, ma in nome di criteri che possono essere discussi perch\u00e9 si riferiscono a qualcosa di verificabile: la fattura, la relazione tra forma e contenuto, la coerenza interna di un progetto, il modo in cui un&#8217;opera si situa rispetto alla tradizione che la precede e alle pratiche che la circondano.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Klein, nel 1967, non proponeva una soluzione. Proponeva una diagnosi. La diagnosi era giusta, e il tempo gli ha dato ragione in modo persino pi\u00f9 radicale di quanto lui potesse prevedere. Ma una diagnosi, per quanto precisa, non \u00e8 sufficiente. Quello che serve ora \u00e8 qualcosa che assomigli a una terapia \u2014 non nel senso di una guarigione totale, non nell&#8217;illusione di poter ripristinare condizioni che non esistono pi\u00f9, ma nel senso pi\u00f9 modesto e pi\u00f9 necessario di una resistenza. La resistenza di chi continua a guardare le opere come opere, a giudicarle come opere, a produrle come opere. Non perch\u00e9 il mercato non esista, non perch\u00e9 il sistema dell&#8217;arte non funzioni come funziona \u2014 funziona benissimo, e sarebbe ingenuo ignorarlo \u2014 ma perch\u00e9 l&#8217;alternativa a questa resistenza \u00e8 la capitolazione totale: accettare che il valore dell&#8217;arte sia interamente determinato da parametri esterni all&#8217;opera, e che il giudizio estetico sia indistinguibile dal giudizio di mercato.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Klein ci ha lasciato gli strumenti concettuali per resistere. Usarli \u00e8, a questo punto, una questione di scelta, una questione operativa.<\/p>\n\n\n<div class=\"wp-block-image\">\n<figure class=\"aligncenter size-full\"><img decoding=\"async\" src=\"data:image\/gif;base64,R0lGODlhAQABAIAAAAAAAP\/\/\/yH5BAEAAAAALAAAAAABAAEAAAIBRAA7\" data-src=\"https:\/\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2026\/05\/GPC-2638_R_Foto-Vianello_Ritagliata.jpg\" alt=\"\" class=\"wp-image-75462 lazyload\"><noscript><img data-recalc-dims=\"1\" loading=\"lazy\" loading=\"lazy\" decoding=\"async\" width=\"900\" height=\"641\" src=\"https:\/\/i0.wp.com\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2026\/05\/GPC-2638_R_Foto-Vianello_Ritagliata.jpg?resize=900%2C641&#038;ssl=1\" alt=\"\" class=\"wp-image-75462\" srcset=\"https:\/\/i0.wp.com\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2026\/05\/GPC-2638_R_Foto-Vianello_Ritagliata.jpg?w=900&amp;ssl=1 900w, https:\/\/i0.wp.com\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2026\/05\/GPC-2638_R_Foto-Vianello_Ritagliata.jpg?resize=300%2C214&amp;ssl=1 300w, https:\/\/i0.wp.com\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2026\/05\/GPC-2638_R_Foto-Vianello_Ritagliata.jpg?resize=768%2C547&amp;ssl=1 768w, https:\/\/i0.wp.com\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2026\/05\/GPC-2638_R_Foto-Vianello_Ritagliata.jpg?resize=60%2C43&amp;ssl=1 60w\" sizes=\"auto, (max-width: 900px) 100vw, 900px\" \/><\/noscript><figcaption class=\"wp-element-caption\">Giulio Paolini, <em>Robert Klein<\/em>, 2026, matita e collage su carta, 48 x 67 cm. Collezione dell\u2019artista. Foto Luca Vianello. Courtesy Fondazione Giulio e Anna Paolini<\/figcaption><\/figure>\n<\/div>\n\n\n<h4 class=\"wp-block-heading\">V. Giulio Paolini, <em>Robert Klein<\/em>, 2026<\/h4>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Ovviamente, di opere, nell&#8217;arte contemporanea, ne esistono molte. Prendiamone una, a mo&#8217; d&#8217;esempio. \u00c8 una matita e collage su carta, 48 x 67 centimetri, datata 2026. Il titolo \u00e8 il nome di un uomo.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Giulio Paolini ha preso una fotografia di Robert Klein \u2014 l&#8217;anonima fotografia d&#8217;archivio conservata alla Biblioth\u00e8que de l&#8217;Institut national d&#8217;histoire de l&#8217;art, nel fondo Chastel \u2014 e ne ha fatto un&#8217;opera. Come sua consuetudine, non l&#8217;ha illustrata, non l&#8217;ha commentata, non ha aggiunto didascalie o glosse critiche. L&#8217;ha presa, l&#8217;ha tagliata, l&#8217;ha duplicata e l&#8217;ha firmata. Il gesto \u00e8 limpido, quasi brutale nella sua semplicit\u00e0, ed \u00e8 per questo che mette in crisi lo sguardo.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Leggendo retrospettivamente il suo lavoro, Paolini \u00e8 l&#8217;artista che pi\u00f9 di ogni altro nel panorama dell&#8217;arte italiana del secondo Novecento ha vissuto dentro l&#8217;antinomia di cui Klein aveva scritto \u2014 non come problema da risolvere, ma come condizione da abitare con consapevolezza. L&#8217;intera sua opera \u00e8 costruita sulla soglia tra il fare e il non-fare, tra la presenza dell&#8217;oggetto e la sua continua messa in crisi, tra il rivendicare la funzione dell&#8217;immagine e il mostrare le sue condizioni di impossibilit\u00e0. Non \u00e8 duchampismo, anche se usa la stessa mossa dell&#8217;appropriazione. Non \u00e8 nostalgia auratizzante, anche se produce oggetti che si guardano in silenzio, con la lentezza che occorre alla contemplazione vera. C&#8217;\u00e8 nel suo gesto artistico, nel suo operare, la messa in scena dell&#8217;antinomia in quanto tale.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Quando Paolini prende quella fotografia \u2014 immagine che viene da un archivio accademico, che conserva il residuo storico di una presenza irripetibile \u2014 e la porta nel campo dell&#8217;arte attraverso il collage e il segno della matita, non sta compiendo il gesto del ready-made. Non sta dicendo: questa immagine \u00e8 gi\u00e0 opera, basta dichiararla. Sta facendo qualcosa di pi\u00f9 complesso e, al contempo, di pi\u00f9 antico: entra nel campo dell&#8217;operare, nel senso pieno che si \u00e8 cercato di restituire alla parola. La matita lascia tracce di scelte, di pressioni, di ritmi. Il collage istituisce relazioni tra frammenti che non stavano insieme. Il foglio porta la firma di chi ha deciso che quella disposizione, e non un&#8217;altra, valeva la pena di essere fissata.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Ma c&#8217;\u00e8 un elemento che in questo lavoro pesa pi\u00f9 degli altri: la duplicazione. Paolini non usa la fotografia di Klein una volta sola. La raddoppia. La lascia dentro e fuori dalla cornice, dall&#8217;elemento che, tradizionalmente, definisce il perimetro dell&#8217;opera. Due immagini dello stesso volto, l&#8217;una accanto all&#8217;altra o l&#8217;una di fronte all&#8217;altra \u2014 due impronte della stessa presenza che si confrontano senza risolversi. \u00c8 una mossa che nel lessico di Paolini ha radici profonde: il doppio, lo specchio, l&#8217;immagine che si ripete per interrogarsi, non per confermarsi. Ma qui acquista un peso che va oltre il repertorio formale. Klein contro Klein: l&#8217;uomo che aveva scritto dell&#8217;eclissi dell&#8217;opera moltiplicato fino a diventare lui stesso figura dell&#8217;antinomia. Il raddoppio non produce identit\u00e0 \u2014 produce tensione. Due fotografie dello stesso volto non dicono la stessa cosa: dicono che lo stesso esorbita sempre da s\u00e9 e, allo stesso tempo, indicano che ogni presenza porta in s\u00e9 la traccia della propria ripetizione, che la singolarit\u00e0 dell&#8217;opera \u00e8 sempre esposta alla serialit\u00e0 che la minaccia. Klein aveva descritto una pressione esterna sull&#8217;opera; Paolini porta quella pressione all&#8217;interno di Klein stesso, la inscrive nel suo volto, la fa abitare nella figura di chi l&#8217;aveva diagnosticata. Come a dire: anche tu \u2013 come tutti noi &#8211; sei soggetto a ci\u00f2 che hai descritto. Non ne sei al di fuori per il fatto di averlo pensato. Lo pensasti dall&#8217;interno \u2014 come ogni critico che conta pensa dall&#8217;interno delle contraddizioni del proprio tempo.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Il paradosso \u00e8 che l&#8217;operare di Paolini ha per oggetto precisamente la questione del <em>d\u00e9s\u0153uvrement<\/em>. L&#8217;opera tematizza la propria possibile eclissi. Ma nel farlo \u2014 nel rendere visibile l&#8217;antinomia, nel darle una forma, nel costringerla a rimanere disponibile allo sguardo invece di dissolversi nell&#8217;evento o nel gesto \u2014 la supera parzialmente, nel solo modo in cui una cosa del genere pu\u00f2 essere superata: non risolvendola, ma portandola sino al proprio limite.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">C&#8217;\u00e8 un&#8217;ironia sottile in tutto questo, come sempre in Paolini. L&#8217;opera ha per titolo <em>Robert Klein<\/em>. Non \u00e8 un ritratto, non \u00e8 un&#8217;illustrazione, non \u00e8 un omaggio nel senso convenzionale del termine. \u00c8 la scelta di portare un nome \u2014 il nome di chi aveva scritto dell&#8217;eclissi dell&#8217;opera \u2014 all&#8217;interno di un&#8217;opera. Klein, che aveva diagnosticato la pressione che rende l&#8217;opera sempre pi\u00f9 difficile da pensare e da difendere, diventa il titolo di qualcosa che esiste, che misura 48 per 67 centimetri, che \u00e8 firmato e datato e che appartiene a una collezione. L&#8217;eclissi \u00e8 nominata dentro ci\u00f2 che dovrebbe essere eclissato. Non \u00e8 consolatorio, \u00e8 semplicemente esatto.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Ed \u00e8 qui che la resistenza di cui si \u00e8 parlato trova il suo caso limite e il suo caso migliore insieme. Non \u00e8 una resistenza eroica n\u00e9 programmatica. \u00c8 la resistenza quieta di chi fa qualcosa con attenzione, di chi non rinuncia alla forma anche quando la forma \u00e8 attraversata dalla consapevolezza della propria fragilit\u00e0. Paolini lo sa da sessant&#8217;anni. <em>Robert Klein, 2026<\/em> lo dice una volta di pi\u00f9, con la discrezione e la precisione che sono il contrario dello spettacolo: facendo poco, facendo con precisione, lasciando che sia l&#8217;opera a parlare della vita, delle umane passioni, degli epiloghi drammatici (come fu quello di Klein) e del mondo. E tra le cose del mondo l&#8217;opera <em>mostra<\/em>, rende visibile, anche ci\u00f2 che l&#8217;opera mette a rischio e, a volte, eclissa.<\/p>\n\n\n\n<div style=\"height:20px\" aria-hidden=\"true\" class=\"wp-block-spacer\"><\/div>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\" style=\"font-style:normal;font-weight:200\"><em>In copertina: Gino De Dominicis,&nbsp;<\/em>Tentativo di far formare dei quadrati invece che dei cerchi attorno ad un sasso che cade nell\u2019acqua<em>&nbsp;(1969)<\/em><\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\"><\/p>\n","protected":false,"gt_translate_keys":[{"key":"rendered","format":"html"}]},"excerpt":{"rendered":"<p>Nel 1967, in un saggio che resta tra i pi\u00f9 lucidi e scomodi della critica d&#8217;arte del Novecento, Robert Klein diagnosticava qualcosa che non era ancora del tutto visibile ma che si stava gi\u00e0 compiendo: la progressiva eclissi dell&#8217;opera d&#8217;arte. Non la sua morte \u2014 Klein era troppo preciso per cedere a quel tipo di escatologia facile \u2014, ma qualcosa di pi\u00f9 sottile e pi\u00f9 inquietante. L&#8217;opera non si esauriva dall&#8217;interno, non si consumava per stanchezza delle forme o esaurimento dei linguaggi. 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