{"id":74920,"date":"2026-05-26T00:01:55","date_gmt":"2026-05-25T22:01:55","guid":{"rendered":"https:\/\/antinomie.it\/?p=74920"},"modified":"2026-07-13T08:30:15","modified_gmt":"2026-07-13T06:30:15","slug":"elogio-della-pigrizia","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/antinomie.it\/index.php\/2026\/05\/26\/elogio-della-pigrizia\/","title":{"rendered":"Elogio della pigrizia","gt_translate_keys":[{"key":"rendered","format":"text"}]},"content":{"rendered":"\n<div style=\"height:20px\" aria-hidden=\"true\" class=\"wp-block-spacer\"><\/div>\n\n\n\n<p class=\"has-drop-cap wp-block-paragraph\"><em>Where Are We Going?<\/em> domandava laconicamente il titolo d\u2019una celebre mostra veneziana d\u2019una ventina d\u2019anni addietro, rievocando, com\u2019\u00e8 noto, il famoso quesito esistenziale di Gauguin, riproposto ironicamente da Damien Hirst in sede espositiva.<a href=\"#_ftn1\" id=\"_ftnref1\">[1]<\/a><\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Eppure, la sopraccitata domanda, oggi pi\u00f9 che mai, parrebbe palesarsi come un\u2019urgenza urlante al cospetto dell\u2019attuale egocentrico e iperattivo circo artistico globalizzato, dove un\u2019ipertrofia espositiva senza precedenti dischiude la frenesia narcisistica imprenditoriale d\u2019una mostrificazione universale. Sovra questo nostro ubriacante palcoscenico accecante, l\u2019impellente dogma del fare e del mostrare ha perduto il suo fine, la sua meta dell\u2019andare, divenendo ricorsiva maratona produttiva dove l\u2019arte parrebbe svaporare.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\"><em>\u201cWhere Do We Go from Here?\u201d<\/em> s\u2019intitolava, similmente, un convegno organizzato da Katharine Kuh il 20 marzo 1961 presso il Philadelphia Museum College of Art. Gi\u00e0 allora si tent\u00f2 di fare il punto su una situazione artistica la cui effervescenza postbellica covava in s\u00e9 il germe del delirio produttivo dell\u2019attuale. A questa manifestazione partecip\u00f2 un artista che, proprio in quegli anni, in America, vedeva assurgere la propria persona al rango di figura leggendaria, venerata e idolatrata dalle giovani generazioni che in lui riconoscevano il pioniere della ricerca artistica contemporanea; e allora, chi meglio di Marcel Duchamp avrebbe potuto rispondere all\u2019annosa domanda sull\u2019incertissimo futuro dell\u2019arte?<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Duchamp ebbe modo di ricordare l\u2019evento in una conversazione con Calvin Tomkins del 1964, nel corso della quale puntualizz\u00f2:<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\"><em>Tre anni fa a Philadelphia hanno organizzato un simposio sul tema, \u201cdove andremo a finire\u201d, pi\u00f9 o meno. E ho concluso dicendo che penso che il grande uomo di domani in materia di arte non pu\u00f2 essere visto, non dovrebbe essere visibile, dovrebbe starsene sottoterra. Potr\u00e0 essere riconosciuto dopo la sua morte, se ha un po\u2019 di fortuna, ma potrebbe anche non essere riconosciuto. Stare sottoterra significa non avere a che fare con la societ\u00e0 in termini economici. Non accettare l\u2019integrazione.<a href=\"#_ftn2\" id=\"_ftnref2\">[<\/a><\/em><a href=\"#_ftn2\" id=\"_ftnref2\">2]<\/a><\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Nel corso dell\u2019intervista, Duchamp si concentra sugli effetti dell\u2019integrazione, processo che, in quegli anni, iniziava ad assorbire l\u2019artista nelle dinamiche professionali d\u2019una societ\u00e0 produttiva, spostando il baricentro dell\u2019arte da oziosa diversione improduttiva a riconosciuta attivit\u00e0 lavorativa. Divenendo un docile e ambizioso lavoratore, l\u2019artista perde, insieme a qualsivoglia carica sovversiva, quella lentezza, o se vogliamo <em>pigrizia<\/em>, tanto necessaria alla creazione artistica; Duchamp sottolinea come la rapidit\u00e0 performante, implicata dall\u2019integrazione, consenta s\u00ec di fare della propria arte un mestiere, ma questo a danno della qualit\u00e0 dell\u2019opera e della libert\u00e0 dell\u2019artista. Questo processo d\u2019integrazione ha progressivamente trasformato l\u2019artista in una specie d\u2019impiegato depotenziato d\u2019un ufficio artistico globalizzato, dedito alla compilazione del curriculum, dell\u2019immancabile portfolio e a sfornare freneticamente mostre su mostre, una dietro l\u2019altra. L\u2019arte \u00e8 cos\u00ec passata dall\u2019essere una condizione esistenziale al divenire una mera prestazione funzionale; Duchamp affronta nuovamente la questione in alcuni appunti inediti degli anni \u201960:<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Negli ultimi trent\u2019anni, l\u2019artista \u00e8 stato sempre pi\u00f9 trascinato nell\u2019avventura di un\u2019integrazione economica che l\u2019ha incastrato dentro un processo di sovrapproduzione per soddisfare un pubblico di osservatori sempre pi\u00f9 numerosi. Siamo lontani anni luce dai paria di inizio secolo, e credo che il bravo artista di domani dovr\u00e0 difendersi contro quest\u2019integrazione, e per riuscirci dovr\u00e0 innanzitutto darsi alla macchia.<a href=\"#_ftn3\" id=\"_ftnref3\">[3]<\/a><\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Insomma, l\u2019auspicio duchampiano \u00e8 esattamente l\u2019opposto di questa nostra attualit\u00e0 artistica che reclama protagonismo e visibilit\u00e0 a oltranza, consumata dal deleterio narcisismo mediatico che ha arruolato pure gli artisti nella frustrante e chimerica roulette dei social network, dove le immagini delle opere finiscono col perdere identit\u00e0, uniformandosi sempre pi\u00f9 in un\u2019indistinta e fantasmatica e frenetica carrellata da scorrere inconsapevolmente.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Potrebbe tornare alla mente profeticamente l\u2019invisibilit\u00e0 teorizzata e attuata da Gino De Dominicis, manco prevedesse l\u2019attuale delirio espositivo, dove si considera, ahim\u00e8, la visibilit\u00e0 un valore in s\u00e9. Ma la questione dell\u2019integrazione trascende la ben nota dicotomia benjaminiana d\u2019un valore cultuale sacrificato a un valore d\u2019esponibilit\u00e0 crescente, focalizzandosi invece sul reclutamento lavorativo dell\u2019artista: l\u2019aspetto maggiormente preoccupante dell\u2019attuale integrazione, non consiste tanto nell\u2019aver trasformato l\u2019artista in un produttore di opere in quanto prodotti, bens\u00ec nell\u2019aver reso l\u2019attivit\u00e0 espositiva, dell\u2019opera come di se stessi, un lavoro in s\u00e9, dove gli artisti sono tristemente chiamati a mantenere desta l\u2019attenzione d\u2019un pubblico globalizzato sempre pi\u00f9 capricciosamente volubile.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">L\u2019artista, evidentemente, \u00e8 oggi sollecitato, pi\u00f9 che a fare opere, a fare mostre, le nuove opere del nostro bieco tempo. Fare mostre da mettere nel curriculum per fare altre mostre. Se ripensiamo ancora una volta a Duchamp, che siamo soliti eleggere a modello solo quando ci fa comodo, potremmo constatare che tenne la sua prima mostra personale nel 1937, presso l\u2019Arts Club di Chicago e all\u2019et\u00e0 di cinquant\u2019anni, un\u2019et\u00e0, questa, alla quale oggi gli artisti sono soliti annoverare nell\u2019interminabile curriculum almeno un centinaio di collettive, decine di personali e magari pure un paio di retrospettive! Certo, i tempi sono cambiati, ma, forse, varrebbe la pena fermarsi un attimo e ripensare a quale ruolo abbia assunto l\u2019arte nelle nostre vite e se ancora d\u2019arte si pu\u00f2 parlare.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Il nostro stesso vocabolario \u00e8 divenuto specchio dell\u2019integrazione artistica: le opere siamo soliti definirle \u201clavori\u201d, un termine algido e impersonale degno d\u2019una meccanica impiegatizia, e questi \u201clavori\u201d li soppesiamo affermando apaticamente \u201cfunziona\u201d oppure \u201cnon funziona\u201d. Insomma, l\u2019artista deve produrre \u201clavori\u201d che devono pure \u201cfunzionare\u201d, cio\u00e8 essere funzionali a un determinato sistema che, vista la terminologia, parrebbe essere quello d\u2019una fabbrica.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Duchamp definiva le proprie opere indifferentemente \u201ccose\u201d, una parola piatta e pigra che le rendeva immuni da qualsivoglia forma d\u2019arruolamento, estetico o lavorativo che fosse; e proprio dalla proverbiale pigrizia duchampiana potrebbe derivare l\u2019antidoto all\u2019attuale integrazione coatta: gli artisti si riapproprino dell\u2019ozio creativo e si sottraggano ai dettami d\u2019un meccanismo anglofono fatto di \u201c<em>studio visit<\/em>\u201d e \u201c<em>portfolio review<\/em>\u201d.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Mladen Stilinovi\u0107, arguto artista croato del quale si parla sempre molto poco,<a href=\"#_ftn4\" id=\"_ftnref4\">[4]<\/a> affront\u00f2 la questione in un testo del 1992 intitolato, per l\u2019appunto, <em>Elogio della pigrizia<\/em> ed ebbe cos\u00ec a scrivere:<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\"><em>Gli artisti in Occidente non sono pigri e quindi non sono artisti, ma piuttosto produttori di qualcosa\u2026 Il loro coinvolgimento in questioni di scarsa importanza, come produzione, promozione, sistema delle gallerie, sistema museale, sistema di competizione (chi \u00e8 il primo), la loro preoccupazione per gli oggetti, tutto ci\u00f2 che li allontana dalla pigrizia, dall&#8217;arte. Cos\u00ec come il denaro \u00e8 carta, cos\u00ec la galleria \u00e8 una stanza.<\/em><\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\"><em>Gli artisti dell&#8217;Oriente erano pigri e poveri perch\u00e9 l&#8217;intero sistema di fattori insignificanti non esisteva. Perci\u00f2 avevano abbastanza tempo per concentrarsi sull&#8217;arte e sulla pigrizia. Anche quando producevano arte, sapevano che era stato inutile, non era nulla.<\/em><a href=\"#_ftn5\" id=\"_ftnref5\">[5]<\/a><\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">E proprio il <em>tempo<\/em> \u00e8 il fattore centrale per affrancarsi dall\u2019integrazione, quello stesso tempo il cui utilizzo fu definito dall\u2019amico Henri-Pierre Roch\u00e9 come l\u2019opera pi\u00f9 bella di Duchamp. Gli artisti, che oggi sono soliti dividersi schizofrenicamente fra voli aerei e <em>vernissages<\/em>, potrebbero, parrebbe suggerirci Duchamp, riappropriarsi del loro tempo e osare essere pigri e, col tempo nuovamente fra le mani, potremmo finanche recuperare il nobilissimo gusto di perderlo.<\/p>\n\n\n\n<hr class=\"wp-block-separator has-alpha-channel-opacity\"\/>\n\n\n\n<p class=\"has-small-font-size wp-block-paragraph\"><a href=\"#_ftnref1\" id=\"_ftn1\">[1]<\/a> <em>\u201cWhere Are We Going?\u201d <\/em><em>Opere scelte dalla Collezione Fran\u00e7ois Pinault<\/em>, A cura di Alison M. Gingeras &amp; Jack Bankowsky, Palazzo Grassi, Venezia, aprile-ottobre 2006.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"has-small-font-size wp-block-paragraph\"><a href=\"#_ftnref2\" id=\"_ftn2\">[2]<\/a> Calvin Tomkins, <em>Marcel Duchamp. <\/em><em>Le interviste pomeridiane<\/em>, Postmedia Books, Milano 2020, pp. 28-29.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"has-small-font-size wp-block-paragraph\"><a href=\"#_ftnref3\" id=\"_ftn3\">[3]<\/a> Bernard Marcad\u00e9, <em>Marcel Duchamp. <\/em><em>La vita a credito<\/em>, Johan &amp;Levi Editore, Milano 2009, p. 477.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"has-small-font-size wp-block-paragraph\"><a href=\"#_ftnref4\" id=\"_ftn4\">[4]<\/a> Michele Savino, <em>L\u2019artista al lavoro<\/em>, Argh\u00eda, Roma, 27 febbraio 2025, https:\/\/www.arghia.it\/lartista-al-lavoro\/&nbsp;<\/p>\n\n\n\n<p class=\"has-small-font-size wp-block-paragraph\"><a href=\"#_ftnref5\" id=\"_ftn5\">[5]<\/a> https:\/\/mladenstilinovic.com\/works\/10-2\/<\/p>\n\n\n\n<div style=\"height:10px\" aria-hidden=\"true\" class=\"wp-block-spacer\"><\/div>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\" style=\"font-style:normal;font-weight:200\"><em>In copertina: Marcel Duchamp<\/em><\/p>\n","protected":false,"gt_translate_keys":[{"key":"rendered","format":"html"}]},"excerpt":{"rendered":"<p>&#8220;Where Are We Going?&#8221; domandava laconicamente il titolo d\u2019una celebre mostra veneziana d\u2019una ventina d\u2019anni addietro, rievocando, com\u2019\u00e8 noto, il famoso quesito esistenziale di Gauguin, riproposto ironicamente da Damien Hirst in sede espositiva. 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