{"id":74771,"date":"2026-05-14T00:01:00","date_gmt":"2026-05-13T22:01:00","guid":{"rendered":"https:\/\/antinomie.it\/?p=74771"},"modified":"2026-05-03T16:59:19","modified_gmt":"2026-05-03T14:59:19","slug":"vietato-calpestare-i-sogni","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/antinomie.it\/index.php\/2026\/05\/14\/vietato-calpestare-i-sogni\/","title":{"rendered":"Vietato calpestare i sogni","gt_translate_keys":[{"key":"rendered","format":"text"}]},"content":{"rendered":"\n<div style=\"height:20px\" aria-hidden=\"true\" class=\"wp-block-spacer\"><\/div>\n\n\n\n<h4 class=\"wp-block-heading\">Una conversazione con Donatella Massimilla<\/h4>\n\n\n\n<div style=\"height:20px\" aria-hidden=\"true\" class=\"wp-block-spacer\"><\/div>\n\n\n\n<p class=\"has-drop-cap wp-block-paragraph\">A volte ci sono storie che chiedono di essere raccontate, di essere abitate, attraversate come se fossero stanze colme di memoria stratificata nel tempo. Quella di Donatella Massimilla inizia nel solco di una terra antica, nei ricordi dei suoni e dei canti della comunit\u00e0 Arb\u00ebresh\u00eb in Calabria, dove il fare teatro non era un mestiere, ma il respiro naturale di una festa collettiva.&nbsp;<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Il nucleo della sua ricerca nasce da qui, da un sentiero non accademico, ma aperto all\u2019incontro, alla possibilit\u00e0 e alla comunione. Il suo percorso attraversa il cuore del Novecento performativo della generazione del Terzo Teatro e inizia dopo un periodo di studi a Roma al Festival di&nbsp;Santarcangelo di Romagna, dove vivr\u00e0 per sei anni. Qui, giovanissima e contro il volere familiare incontra il silenzio ascetico del maestro Jerzy Grotowski, che le sussurra il segreto della presenza totale, il \u201cqui e ora\u201d. La ritroviamo a Milano con il drammaturgo Heiner M\u00fcller, con gli occhiali neri e il sigaro, che camminano mentre parlano del dolore come forma di rinascita e di Berlino Est. E poi con la regista dissidente sfuggita ai gulag russi Julija Voznesenskaja, autrice del <em>Il Decamerone delle donne, <\/em>testo fondamentale per la ricerca di Donatella al carcere San Vittore a Milano. Qui scoprir\u00e0 che la scena e quindi il teatro, per essere autentici, devono misurarsi con la ferita e l&#8217;isolamento. In trent\u2019anni di lavoro con l\u2019associazione da lei fondata,&nbsp;CETEC Dentro\/Fuori San Vittore, la dimensione carceraria \u00e8 diventata paradossalmente un laboratorio di libert\u00e0 condivisa, restituendo dignit\u00e0 e parola a chi \u00e8 stato condannato al silenzio, far uscire fuori <em>La Nave dei Folli<\/em>, nome del gruppo di detenuti di San Vittore in onore del testo di Sebastian Brant.&nbsp;<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Lungo il suo cammino incontra Eugenio Barba, Dario Fo e France Rame, pensatori divergenti che hanno rivolto la loro ricerca teatrale alla protezione della memoria, della cultura, dell\u2019identit\u00e0 sociale e i diritti degli invisibili.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Camminando lungo i Navigli Donatella si \u00e8 imbattuta anche nella poetessa Alda Merini, gi\u00e0 incrociata a San Vittore, dove la Merini andava per parlare e raccontare poesie ai detenuti. Quell\u2019incontro tra due donne \u201cnon addomesticabili\u201d si fra ancora pi\u00f9 stretto con la direzione artistica di Donatella della Casa Museo Alda Merini, situato nell\u2019ex tabaccheria in Via Magolfa, dove la poetessa andava a comprare le sigarette. \u00c8&nbsp;oggi un presidio di&nbsp;rigenerazione umana&nbsp;dove la cultura diventa accoglienza: dai laboratori per i ragazzi del quartiere al t\u00e8 preparato per le madri arabe, fino a CAST, progetto di residenze per giovani artisti senza tetto. Donatella inoltre omaggia la poetessa dei Navigli dedicandole lo spettacolo <em>Alda. Parole al vento<\/em>, realizzato insieme ad ex attrici-detenute e l\u2019attrice Gilberta Crispino, portandolo in giro per l\u2019Italia.&nbsp;<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Come riassumere quindi una vita fatta di sguardi, incontri, dedizione, amore, teatro, sincronicit\u00e0, attivismo e un po\u2019 di follia? Forse citando proprio Alda Merini: <em>vietato calpestare i sogni.<\/em><\/p>\n\n\n\n<div style=\"height:20px\" aria-hidden=\"true\" class=\"wp-block-spacer\"><\/div>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\"><strong><em>Pi\u00f9 che un\u2019intervista quello che segue \u00e8 un diario di bordo. Vorrei quindi partire dall\u2019inizio di tutto. Come sei arrivata fin qui?<\/em><\/strong><\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Ho iniziato a fare teatro da bambina; \u00e8 stato un lento avvicinamento a un&#8217;arte performativa, provenendo da una famiglia in cui si viveva in modo comunitario e ritualistico. Mia madre era greco-albanese (Arb\u00ebresh\u00eb), di una comunit\u00e0 in Calabria; mio nonno insegnava ai bambini a parlare sia l&#8217;italiano sia l&#8217;arb\u00ebresh\u00eb e mio padre ha sempre recitato in teatro, fin da giovane all\u2019universit\u00e0 di Napoli. Mi ricordo, per esempio, quando facevamo le conserve di pomodoro tutti insieme: le donne del paese cantavano e gli uomini suonavano, era una vera e propria festa collettiva. Questa infanzia passata con i nonni in quei luoghi, unita a mio padre che fin da piccola mi portava a teatro, \u00e8 stata come unire radici culturali profondamente performative, perch\u00e9 il corpo, la danza, la musica e il canto hanno fatto parte della mia crescita. Devo dire, quindi, che sono cresciuta a &#8220;pane e teatro&#8221;, &#8220;pane e musica&#8221;, &#8220;pane ed etnografia&#8221;.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\"><strong><em>Poi i tuoi genitori si trasferiscono a Roma, dove nasci.<\/em><\/strong><\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">S\u00ec, mio padre si trasfer\u00ec a Roma per lavoro, ma la radice calabrese ci ha accompagnati sempre. Lui amava l\u2019arte, la letteratura e lo studio; si laure\u00f2 in scienze politiche con una tesi proprio sulla comunit\u00e0 Arb\u00ebresh\u00eb, ma possedeva anche un senso molto forte della comunit\u00e0 e delle esperienze collettive, e questo lo univa a mia madre. Mio nonno era sindaco di San Benedetto Ullano, in Calabria, paese anche del politico e giurista Stefano Rodot\u00e0, quindi con una grande tradizione costituzionalista. Mio nonno aveva fatto la guerra in Russia e si era occupato di ricostruire quel borgo lavorando contro lo spopolamento. Queste radici &#8220;terrene&#8221; hanno fatto s\u00ec che tutto quello che ho incontrato \u2014 e su cui ho lavorato \u2014 parlasse di radicamento e collettivit\u00e0. La grande citt\u00e0 mi ha offerto, inoltre, l\u2019opportunit\u00e0 di approfondire le mie passioni e trasmetterle. Roma \u00e8 stata un incontro magico.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\"><em><strong>Come ti avvicini al teatro?<\/strong>&nbsp;<\/em><\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Gi\u00e0 dal liceo, grazie ad alcuni professori, ho incontrato molti professionisti, tra cui Franco Mol\u00e8 al teatro della Ringhiera. Diciamo che ho sempre navigato tra il desiderio di fare regia, di scrivere e quello di stare in scena. In un primo momento ho fatto l&#8217;attrice e pensavo che avrei approfondito quel versante, ma lavorando con Julian Beck e Judith Malina del Living Theatre ho capito che volevo fare la regista. Negli anni Ottanta ho iniziato l\u2019Universit\u00e0 Sapienza, facolt\u00e0 di Lettere con indirizzo Storia del Teatro. Ho dato tutti gli esami possibili di storia, antropologia e cinema, iniziando a frequentare i corsi di Ferruccio Marotti e altri docenti. Ma la fortuna pi\u00f9 grande \u00e8 stata incontrare il maestro Jerzy Grotowski.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\"><strong><em>Parlami di quel momento e di cosa avvenne dopo. Come \u00e8 cambiato il tuo cammino?<\/em><\/strong><\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Ai professori dell\u2019ateneo era stato chiesto di scegliere alcuni studenti per un corso di una settimana nella Casa-laboratorio di Cenci, a Terni, con Grotowski; venni selezionata. Fu folgorante: eravamo immersi nel silenzio con guide che provenivano da tutto il mondo \u2014 India, Colombia, Messico \u2014 che ci portavano all&#8217;alba a fare il saluto al sole e la notte ci facevano vegliare il sonno degli altri. Ricordo che, quando tornai dopo quella settimana e raccontai tutto ai miei compagni di corso, dissi quanto mi avesse illuminato il concetto di &#8220;ampliamento della coscienza vigilante&#8221;, come la chiamava Grotowski: la percezione a 360 gradi di tutto quello che ti accade intorno, ma anche e soprattutto il concetto di &#8220;qui e ora&#8221;, la presenza scenica totale. Questi mesi di antropologia teatrale mi hanno veramente cambiato la vita. Per me il testo&nbsp;<em>Per un teatro povero<\/em>&nbsp;e l\u2019esperienza con lui indicavano una nuova strada, oltre le parole, oltre la prassi del teatro canonico. Dopo questa enorme esperienza mi presero come segretaria al Festival di Santarcangelo e a lavorare alla produzione presso l\u2019allora Istituto di Cultura Teatrale. Contemporaneamente, anche Grotowski mi scelse per proseguire il lavoro insieme, dopo aver fatto anche un corso di tre mesi con lui all\u2019universit\u00e0. Lasciai quindi Roma, a vent\u2019anni, tra l\u2019incredulit\u00e0 dei miei genitori, e mi trasferii in questo piccolo borgo romagnolo dove sono rimasta per altri sette anni, anche dopo che Grotowski and\u00f2 a vivere a Pontedera. Era un crocevia di incontri con i grandi maestri del Terzo Teatro, come Ferruccio Merisi con il Teatro di Ventura e l&#8217;Odin Teatret di Eugenio Barba, che mise in scena&nbsp;<em>Le ceneri di Brecht<\/em>. Fu un momento impagabile assistere a quel miracolo di sincronicit\u00e0.&nbsp;<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\"><strong><em>Cosa succede dopo gli anni a Santarcangelo?<\/em><\/strong><\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Gli attori del Teatro di Ventura sono diventati un po&#8217; la mia casa e l\u00ec ho avuto la possibilit\u00e0 di coltivare il desiderio di diventare regista e pedagoga in modo molto personale, autobiografico. All\u2019epoca non eravamo in tante a volerci dedicare alla scrittura e alla regia: era molto pi\u00f9 semplice essere attrice che attrice-autrice. Dopo tanto tempo c\u2019\u00e8 stato un naturale distacco dal festival; anche con Ferruccio Merisi decidemmo di intraprendere strade diverse, nonostante insieme fossimo stati a Venezia e Pordenone e avessimo insegnato alla Scuola di Commedia dell\u2019Arte presso il Teatro a l\u2019Avogaria. Con lui, peraltro, ritornai a recitare ne&nbsp;<em>Il teatrino delle meraviglie<\/em>&nbsp;di Miguel de Cervantes, in Piazza San Marco, con Sting fra il pubblico. Sono ricordi che rimangono per sempre, celebrazioni dell\u2019amore per l\u2019arte.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\"><strong><em>Il cammino ti porta altrove, lontano dal tracciato.<\/em><\/strong><\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Mi sono trasferita a Milano facendo una scelta di tipo drammaturgico. Durante il periodo di Santarcangelo mi ero iscritta al DAMS di Bologna, una delle prime facolt\u00e0 a insegnare teatro; non c\u2019era bisogno di frequentare assiduamente, visto che i docenti stessi venivano al festival. L\u00ec, per\u00f2, conobbi Claudio Meldolesi, professore di drammaturgia: il suo corso era concentrato sulla ricerca pedagogica e, grazie a lui, conobbi il drammaturgo Heiner M\u00fcller, che lavorava a Milano. Facendogli da assistente per un laboratorio sulla scrittura scenica chiamato&nbsp;<em>Shakespeare-Cocktail<\/em>, ho scoperto questa citt\u00e0; mi portava in giro per le strade notturne, in via Monte Napoleone o al Palazzo delle Stelline. Era formativo essere accanto a quello che era considerato il Bertolt Brecht contemporaneo: con il suo sigaro e i suoi occhiali neri, veniva da Berlino Est, era uno dei pochi che riusciva ad andare oltre il muro e ti faceva capire come si possa diventare registi attraverso il dolore, la sofferenza e la capacit\u00e0 di trasformare tutto questo in opera d\u2019arte. La mia \u00e8 stata una scuola fatta di incontri. Ho deciso fin da ragazza di non frequentare le accademie perch\u00e9 ho avuto la fortuna di fare incontri che hanno seminato in me qualcosa, destinato a fiorire nel tempo. Come disse Renzo Vescovi (del Teatro Tascabile) al mio primo spettacolo da regista,&nbsp;<em>Il Decameron delle donne<\/em>, ormai trentacinque anni fa: \u201cQui c&#8217;\u00e8 il fiore della giovinezza, adesso dobbiamo aspettare le tue nuove regie per vedere come crescer\u00e0\u201d.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\"><strong><em>Parlavi prima di essere donna e regista. C&#8217;\u00e8 stato un momento preciso in cui hai sentito che la tua identit\u00e0 di donna e la tua visione di regista si sono fuse?<\/em><\/strong><\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Era una strada nuova, non eravamo in tante. Avevo conosciuto la regista Andr\u00e9e Ruth Shammah quando lavorava con Testori all\u2019Eliseo per uno spettacolo; era molto giovane, una delle prime a collaborare con queste grandi figure del teatro. Nel corso di regia della Scuola Civica d\u2019Arte Drammatica &#8220;Paolo Grassi&#8221; le donne erano ancora pochissime; io, peraltro, volevo fare l\u00ec la mia tesi di laurea e ho fatto da assistente al critico d\u2019arte Renato Palazzi. La mia prima regia fu ispirata a un romanzo russo di Julija Voznesenskaja,&nbsp;<em>Il Decamerone delle donne<\/em>. Fu una folgorazione: lei era stata una regista dissidente, rinchiusa nei gulag russi e poi trasferitasi in Germania lasciando marito e figli. La intervistai per la rivista&nbsp;<em>Lapis<\/em>, diretta da Lea Melandri, e mi innamorai di lei e del suo romanzo. Parlava solo russo, ma parlandoci mi resi conto di quanto fosse rimasta legata alla sua terra e alla sua memoria; questo risuonava profondamente in me, poich\u00e9 anch&#8217;io mi sentivo legata alle mie origini. Soprattutto, per\u00f2, mi colp\u00ec la storia: un reparto maternit\u00e0 in un ospedale sovietico dove le madri sono isolate per un\u2019infezione della pelle; ogni donna del reparto, ispirandosi a temi diversi, racconta la propria storia, proprio come nel testo di Boccaccio ma al femminile. Per lo spettacolo scelsi attrici che rispecchiassero le personalit\u00e0 descritte dalla Voznesenskaja, ma nessuna di loro proveniva dalla Paolo Grassi, nonostante fossi andata l\u00ec appositamente per cercarle. Ognuna aveva un\u2019altra storia da raccontare, che mettemmo insieme attraverso vari workshop: prima a Bologna, a Villa Guastavillani, e poi proprio in un reparto maternit\u00e0 in ospedale. Debuttammo al Teatro Verdi verso il 1989 e fummo candidate al Premio Scenario arrivando seconde: fu un grande successo.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\"><strong><em>Come cambia la scrittura drammaturgica quando il luogo di creazione \u00e8 un istituto di pena? Com&#8217;\u00e8 nata questa necessit\u00e0 espressiva?<\/em><\/strong><\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Dopo il debutto non mi sentivo ancora completa, perch\u00e9 non ero mai stata in un luogo di reclusione. La Voznesenskaja aveva vissuto la prigionia trasformandola metaforicamente in un reparto maternit\u00e0 per raccontare le storie delle donne; cos\u00ec, poco dopo, iniziai a tenere dei laboratori nel reparto femminile del carcere di San Vittore a Milano. Fondai l\u2019associazione&nbsp;<em>Tichvin Societ\u00e0 Teatro<\/em>&nbsp;\u2014 nome che deriva proprio dalla citt\u00e0 del&nbsp;<em>Decamerone delle donne<\/em>&nbsp;\u2014, diventato successivamente CETEC Dentro\/Fuori San Vittore e iniziammo a realizzare progetti con alcune delle attrici con cui avevo messo in scena lo spettacolo. Luigi Pagano, all\u2019epoca direttore del carcere e anche lui innamorato del teatro, ci apr\u00ec le porte del reparto femminile permettendoci di iniziare questa impresa. Rimanemmo affascinate dall\u2019umanit\u00e0 degli incontri che stavamo facendo e nacque il desiderio di favorire il reinserimento delle detenute non solo attraverso il palcoscenico, ma insegnando loro un mestiere.&nbsp;<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Fondammo cos\u00ec la cooperativa di sartoria teatrale interna al carcere, chiamata&nbsp;<em>Alice T<\/em>, con cui realizzammo persino i costumi per il Teatro alla Scala, chiamando importanti costumisti a collaborare con noi. Per il nostro primo spettacolo,&nbsp;<em>Viaggio con Alice<\/em>, coinvolgemmo donne di ogni et\u00e0, sia della sezione penale sia di quella giudiziaria. Il pubblico veniva da fuori ed entrava in carcere, nel &#8220;cortile dell\u2019aria&#8221; (perch\u00e9 San Vittore non ha un teatro interno), e tutti rimanevano affascinati dal progetto. La Regione Lombardia ci chiese allora di far diventare il teatro un\u2019attivit\u00e0 stabile, insieme alla cooperativa di sartoria. Andammo in scena anche al Teatro Verdi, uscendo finalmente fuori dalle mura del carcere.&nbsp;<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Mi chiamarono poi alla sezione maschile, dove stavano seguendo un corso su Shakespeare con Giuseppina Carutti del Piccolo Teatro, nipote di Testori. L\u00ec mi trovai di fronte a una molteplicit\u00e0 di provenienze diverse, dalla Sicilia a Milano. C&#8217;era, per esempio, Ugo Bossi, boss della Comasina detto &#8220;il Porsche&#8221;, di cui si innamor\u00f2 anche Giorgio Strehler dopo aver visto il suo monologo dove interpretava Prospero, personaggio della&nbsp;<em>Tempesta<\/em>&nbsp;di Shakespeare ma recitato in milanese. Questo gruppo di detenuti si chiam\u00f2&nbsp;<em>La Nave dei Folli<\/em>, in onore del testo di Sebastian Brant in cui i matti escono dal carcere sopra un carro a forma di nave. Mi piaceva la metafora dell&#8217;uscita: alla fine organizzammo&nbsp;<em>La Parata dei Folli<\/em>, un carnevale itinerante nei vari cortili del carcere con un gruppo di formatori provenienti da tutta Europa.&nbsp;<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Infine, uscimmo davvero dal carcere: non pi\u00f9 in un cortile interno ma fuori dal cancello, verso la Societ\u00e0 Umanitaria, dove per\u00f2 \u2014 anche l\u00ec \u2014 ad accoglierci c\u2019era un grosso cancello all\u2019ingresso. Il viaggio del teatro in carcere mi ha accompagnata per circa trent\u2019anni: una continua scoperta di se stessi attraverso i racconti degli altri, nonostante sia un campo molto delicato. Essendo una donna da sempre molto libera e indipendente, ho sofferto quando nella mia famiglia d&#8217;origine ho percepito una sorta di &#8220;carcerazione&#8221; rispetto al mio desiderio di fare teatro; mio padre si oppose e si impose come figura autoritaria. I miei genitori non sono mai venuti a Santarcangelo, se non una volta sola perch\u00e9 volevano portarmi via: quello era il loro desiderio. Quindi io nella segregazione mi sono riconosciuta e, attraverso il teatro, mi sono liberata. Li ho riconquistati proprio quando ho iniziato a fare teatro in carcere.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\"><strong><em>Alda Merini fu rifiutata dal padre perch\u00e9 voleva diventare poetessa e perch\u00e9, come sosteneva, &#8216;con le poesie non si mangia&#8217;. Chi \u00e8 per te la Merini?<\/em><\/strong><\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Alda Merini l&#8217;abbiamo incontrata perch\u00e9 veniva a San Vittore a raccontarsi e a fumare con noi. Fu Alberto Casiraghy, suo grande amico, a portarla e fu un incontro bellissimo. Il carcere, cos\u00ec come l&#8217;ospedale psichiatrico \u2014 ovvero l&#8217;istituzione chiusa \u2014 genera una sofferenza profonda; in lei, per\u00f2, quella sofferenza aveva alimentato una necessit\u00e0 e un&#8217;urgenza suprema di trasformare tutto in arte e poesia per poterlo rielaborare. Il diario della poetessa rappresenta la possibilit\u00e0 che la scrittura diventi trasformativa, catartica, terapeutica. La scrittura lo \u00e8 di per s\u00e9, ma lo diventa ancora di pi\u00f9 se praticata in un luogo recluso. Anche noi, durante i nostri laboratori con i detenuti, abbiamo lavorato molto sul testo in questa direzione. Io lo chiamo&nbsp;teatro d\u2019arte sociale. Ho sempre cercato, cio\u00e8, di compiere un\u2019azione artistica che fosse allo stesso tempo di inclusione sociale. Per questo oggi mi sento molto vicina ai giovani artisti e soprattutto ai performer: a chi ha la capacit\u00e0 di catturare, come con delle antenne, tutto ci\u00f2 che accade in questo mondo contemporaneo cos\u00ec frammentato, cos\u00ec particolare e digitalizzato. Mi sento vicina a chi coltiva un&nbsp;pensiero divergente. E questo, devo dire, mi accompagna anche in questi anni di lavoro alla&nbsp;Casa Alda Merini.&nbsp;<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">\u00c8 un luogo magico della citt\u00e0 di Milano che pu\u00f2 diventare uno spazio di possibilit\u00e0, di apertura e di speranza. \u00c8 un vero&nbsp;presidio culturale&nbsp;in una terra di confine: siamo in via Magolfa, nell&#8217;ex tabaccheria di Alda, dove le case hanno prezzi stratosferici, ma confiniamo con via Gola e le sue case occupate. L\u00ec abbiamo realizzato laboratori teatrali per i ragazzini del quartiere e preparato il t\u00e8 per le loro madri arabe. Cosa c&#8217;\u00e8 di pi\u00f9 importante che creare comunicazione e trasformazione attraverso la cultura? Non parliamo solo di rigenerazione urbana, parliamo di&nbsp;rigenerazione umana&nbsp;attraverso la cultura e l&#8217;azione. Penso alle performance sul Ponte Alda Merini, ai suoi versi scritti sulle strade come lei avrebbe voluto, ai suoi aforismi cantati e suonati. \u00c8 proprio questo tipo di spettacolo che mi interessava realizzare.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\"><strong><em>Parlami dello spettacolo su Alda Merini,&nbsp;<\/em>Alda. Parole al vento<em>.<\/em><\/strong><\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Lo spettacolo nasce da questa storia: dopo un lungo periodo di laboratori dentro San Vittore, ho sentito il bisogno di staccarmi e di respirare, tornando in carcere solo per progetti speciali.&nbsp;<em>Alda. Parole al vento<\/em>&nbsp;nasce a seguito di un laboratorio intensivo basato su un &#8220;vocabolario&#8221; composto da tutte le parole delle poesie di Alda Merini. Ogni detenuta ha scelto le parole di Alda per raccontare la propria storia. Con Gilberta Crispino, che lavora con me da vent\u2019anni, e le detenute, quelle parole le abbiamo cantate, urlate al vento, declamate e registrate. Sono diventate un prologo di quindici minuti: quando il pubblico arrivava al Piccolo Teatro Studio Melato, sentiva nell&#8217;aria voci che sussurravano &#8220;Vento&#8221;, &#8220;Amore&#8221;, &#8220;Attesa&#8221;. Intanto noi \u2014 io in questo caso sono regista in scena, quasi una testimone di Alda \u2014 ci trucchiamo e ci prepariamo. Respiriamo come fa un attore di&nbsp;Kathakali&nbsp;prima di entrare nel suo mondo, prima che cali il sipario. Guardiamo il pubblico e fumiamo \u2014 avvolte da una nuvola di fumo che, tra finzione scenica e realt\u00e0, ci permette di ascoltare quelle voci che arrivano da dentro. L&#8217;importante per noi \u00e8 non dimenticare mai che esistono queste &#8220;voci di dentro&#8221;: le storie delle nostre attrici detenute che si intrecciano alla storia di una poetessa reclusa come \u00e8 stata Alda Merini. Cosa c\u2019\u00e8 di lei in me? Ormai \u00e8 difficile distinguerlo.&nbsp;<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Oggi la Casa Alda Merini \u00e8 un centro vivo, un presidio di&nbsp;rigenerazione umana&nbsp;aperto alle scuole, alle aziende e ai turisti. Attraverso il lavoro di Alberto Casiraghi, gli aforismi di Alda sono diventati come haiku preziosi che hanno riportato la sua figura alla luce dopo un lungo oblio. Esiste un filo rosso invisibile che lega le donne straordinarie che celebriamo: abbiamo inaugurato qui davanti una panchina rossa con il suo aforisma&nbsp;<em>&#8220;Non sono una donna addomesticabile&#8221;<\/em>, collegandolo idealmente al monologo&nbsp;<em>Lo stupro<\/em>&nbsp;di Franca Rame. Franca \u00e8 stata una figura immensa, capace di trasformare l\u2019autobiografia in un coraggioso racconto collettivo; si \u00e8 battuta con Basaglia per la chiusura dei manicomi e ha difeso i diritti dei detenuti, proprio come cerchiamo di fare noi. Questa collaborazione continua oggi con la Fondazione Fo Rame e con Mattea Fo, con cui curer\u00f2 la regia di&nbsp;<em>Parliamo di donne<\/em>: tre monologhi interpretati da Gilberta Crispino che non sono solo memoria, ma testimonianza viva dell\u2019arte dei comici itineranti. Abbiamo accolto anche Rosa Balistreri, la voce della Sicilia nata il 21 marzo come Alda e scoperta da Dario Fo. Lui, ogni volta che entrava a San Vittore, ci faceva dei doni incredibili: ricordo ancora l&#8217;ultimo, una sua interpretazione di San Francesco nella chiesa della sezione femminile. Fu un momento veramente commovente, avvenuto proprio un anno prima della sua scomparsa. Si avvicina anche il suo centenario e quindi festeggeremodal 21 al 29 marzo alla Casa Museo Alda Merini organizzando il compleanno della Merini, \u201csono nata il 21 a primavera\u201d e si concluder\u00e0 con una festa anche per Dario Fo; celebriamo il ricordo di queste persone, uomini e donne straordinari, un connubio di \u201dpensieri divergenti&#8221;.&nbsp;<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\"><strong><em>Vietato calpestare i sogni, insomma.<\/em><\/strong><\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Sebbene io sia milanese d&#8217;adozione, insignita dell&#8217;Ambrogino d\u2019Oro, sento oggi la difficolt\u00e0 di una citt\u00e0 che, come diceva Alda, rischia di diventare un luogo solo per ricchi e non per artisti. Per reagire a questa deriva, ho ripreso dal cassetto il progetto&nbsp;CAST (Casa Artisti Senza Tetto): come Alda ospitava i senzatetto nella sua casa in Ripa di Porta Ticinese, noi vorremmo offrire ospitalit\u00e0 e residenza ai giovani performer, mettendo a disposizione gli spazi dell&#8217;ex tabaccheria per weekend intensivi di creazione. Il sogno \u00e8 collaborare con il Comune per trasformare gli appartamenti sfitti in residenze continue per artisti provenienti da tutto il mondo, dal Messico all&#8217;Africa. Collaboriamo con il Forum della Salute Mentale di Trieste nel solco di Marco Cavallo, perch\u00e9 la nostra missione \u00e8 racchiusa nella targa all&#8217;ingresso della Casa:&nbsp;&#8220;Vietato calpestare i sogni&#8221;. \u00c8 questo il compito di chi ha gi\u00e0 percorso un lungo pezzo di vita: proteggere la bellezza e la possibilit\u00e0 del futuro.<\/p>\n\n\n\n<div style=\"height:20px\" aria-hidden=\"true\" class=\"wp-block-spacer\"><\/div>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\" style=\"font-style:normal;font-weight:200\"><em>In copertina: Alda Merini<\/em><\/p>\n","protected":false,"gt_translate_keys":[{"key":"rendered","format":"html"}]},"excerpt":{"rendered":"<p>Camminando lungo i Navigli Donatella Massimilla si \u00e8 imbattuta anche nella poetessa Alda Merini, gi\u00e0 incrociata a San Vittore, dove la Merini andava per parlare e raccontare poesie ai detenuti. Quell\u2019incontro tra due donne \u201cnon addomesticabili\u201d si fra ancora pi\u00f9 stretto con la direzione artistica di Donatella della Casa Museo Alda Merini, situato nell\u2019ex tabaccheria in Via Magolfa, dove la poetessa andava a comprare le sigarette. \u00c8\u00a0oggi un presidio di\u00a0rigenerazione umana\u00a0dove la cultura diventa accoglienza: dai laboratori per i ragazzi del quartiere al t\u00e8 preparato per le madri arabe, fino a CAST, progetto di residenze per giovani artisti senza tetto. Donatella inoltre omaggia la poetessa dei Navigli dedicandole lo spettacolo Alda. 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