{"id":74386,"date":"2026-04-08T00:01:00","date_gmt":"2026-04-07T22:01:00","guid":{"rendered":"https:\/\/antinomie.it\/?p=74386"},"modified":"2026-04-03T15:26:40","modified_gmt":"2026-04-03T13:26:40","slug":"intervallo-e-continuita-wittgenstein-visionary-film-e-godard","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/antinomie.it\/index.php\/2026\/04\/08\/intervallo-e-continuita-wittgenstein-visionary-film-e-godard\/","title":{"rendered":"Intervallo e continuit\u00e0. Wittgenstein, &#8216;visionary film&#8217; e Godard","gt_translate_keys":[{"key":"rendered","format":"text"}]},"content":{"rendered":"\n<div style=\"height:20px\" aria-hidden=\"true\" class=\"wp-block-spacer\"><\/div>\n\n\n\n<p class=\"has-drop-cap wp-block-paragraph\">Il cinema \u00e8 al presente, anche quando il tempo \u00e8 passato. Stanley Cavell (<em>The World Viewed: Reflections on the Ontology of Film<\/em>) scriveva: <em>we see things that are not present<\/em>; questo <em>feeling<\/em> ci fa riscoprire il mistero dimenticato delle cose, che nella vita quotidiana appaiono date per scontate. La traccia, non tanto, o non solo, quella di Derrida, ma quella di cui parla all\u2019inizio del suo libro (<em>L\u2019uomo comune del cinema<\/em>) Jean Louis Schefer: il potere di <em>persistenza<\/em> delle immagini e dei suoni \u00e8 dato insieme, paradossalmente e indissolubilmente, al loro <em>movimento di sparizione<\/em>. Ci\u00f2 che vediamo e udiamo \u00e8 \u201cl\u00e0\u201d sullo schermo, proiettato \u2013 e la proiezione implica una <em>situazione<\/em> <em>cinematografica<\/em>, una condizione psico-sociale; ma ci\u00f2 che vediamo e udiamo non \u00e8 l\u00e0. Ci\u00f2 che \u00e8 presente \u00e8 assente. E, insieme, ci\u00f2 che \u00e8 assente, il volto di Lillian Gish o Liv Ullman, \u00e8 presente. Il mondo \u00e8 presente, invade i nostri occhi con la sua solidit\u00e0, eppure accade qualcosa che si apre proprio nei nostri occhi, come se qualcosa fosse assente o ancora tale, e aspettasse solo la nostra attenzione, una mancanza che viene a noi, come nell\u2019occhio di Peter Hutton.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Per Wittgenstein le proposizioni sono equivalenti, quindi non \u00e8 il caso di complicarsi la vita distinguendo tra verit\u00e0 e falsit\u00e0 ma, appunto, per evitare di strozzarsi nei nostri stessi nodi, nemmeno \u00e8 il caso di confondere i giochi linguistici e nel nostro caso il tempo dell\u2019immagine pellicolare e quello dell\u2019immagine schermica. \u201cSi confonde il tempo della pellicola con quello dell\u2019immagine proiettata\u201d. Ma, continua Wittgenstein, un conto \u00e8 quando concepiamo la memoria come fonte del tempo e un altro \u00e8 quando la memoria \u00e8 soltanto un\u2019immagine sbiadita che conserva debolmente l\u2019evento che \u00e8 trascorso nel tempo. L\u2019immagine sbiadisce, la memoria di un evento fisico, di un fatto narrato e mostrato nello svolgimento del film, non \u00e8 fonte del tempo, ma soltanto una certa conservazione di ci\u00f2 che \u00e8 stato, forse un indizio di un evento fisico o filmico. Nondimeno, osserva Wittgenstein, se la memoria \u00e8 fonte del tempo, allora non \u00e8 un\u2019immagine e, di conseguenza, nemmeno pu\u00f2 sbiadire, quindi \u00e8 sempre al presente, come vuole Serge Daney. Sullo schermo \u201c\u00e8 solo il presente\u201d, mentre le immagini sulla pellicola sono quelle del presente, del passato e del futuro: \u201cil costante fluire dell\u2019apparenza\u201d.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Eppure, la successione delle inquadrature come appare nel montaggio di Hutton \u00e8 eterogenea, la sua qualit\u00e0 dipende dallo spessore temporale delle inquadrature, cio\u00e8 dal lavoro della memoria che entra nella percezione e che la impregna. Il movimento attraversa i piani fissi di Hutton ed \u00e8 come una sorta di correlativo oggettivo che metaforizza la dialettica tra percezione e memoria. La percezione \u00e8 puntuale e presente, come nel <em>plan<\/em> fisso, ma essa \u00e8 anche penetrata dalla vibrazione della memoria. La percezione \u00e8 cos\u00ec ontologicamente \u201crumorosa\u201d, al di l\u00e0 dei parametri fotografici. La materia, gli edifici e perfino il cielo di New York, diventano qualcosa che si confonde con la percezione. Come voleva Bergson, c\u2019\u00e8 sempre qualcosa in pi\u00f9 nella materia rispetto a quello che \u00e8 attualmente dato. L\u2019istantaneo (il presente) \u00e8 gi\u00e0 fessurato dalla memoria \u2013 e addirittura nel caso della Trilogia di New York che Hutton realizza tra il 1978 e il 1990, anche da una memoria che \u00e8 intertestuale.<\/p>\n\n\n<div class=\"wp-block-image\">\n<figure class=\"aligncenter size-full is-resized\"><img decoding=\"async\" src=\"data:image\/gif;base64,R0lGODlhAQABAIAAAAAAAP\/\/\/yH5BAEAAAAALAAAAAABAAEAAAIBRAA7\" data-src=\"https:\/\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2026\/04\/hutton-1.jpeg\" alt=\"\" class=\"wp-image-74391 lazyload\" style=\"aspect-ratio:1.3542217700915564;width:590px;height:auto\"><noscript><img data-recalc-dims=\"1\" loading=\"lazy\" loading=\"lazy\" decoding=\"async\" width=\"520\" height=\"384\" src=\"https:\/\/i0.wp.com\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2026\/04\/hutton-1.jpeg?resize=520%2C384&#038;ssl=1\" alt=\"\" class=\"wp-image-74391\" style=\"aspect-ratio:1.3542217700915564;width:590px;height:auto\" srcset=\"https:\/\/i0.wp.com\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2026\/04\/hutton-1.jpeg?w=520&amp;ssl=1 520w, https:\/\/i0.wp.com\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2026\/04\/hutton-1.jpeg?resize=300%2C222&amp;ssl=1 300w, https:\/\/i0.wp.com\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2026\/04\/hutton-1.jpeg?resize=60%2C44&amp;ssl=1 60w\" sizes=\"auto, (max-width: 520px) 100vw, 520px\" \/><\/noscript><figcaption class=\"wp-element-caption\">Peter Hutton, <em>New York Portrait: Chapter I <\/em>(1979)<\/figcaption><\/figure>\n<\/div>\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Il presente di cui parla Wittgenstein \u201cnon \u00e8 il fotogramma che sta passando davanti all\u2019obiettivo del proiettore\u201d e che \u00e8 in un rapporto di accordo o disaccordo, metonimico o metaforico, con i fotogrammi che precedono e seguono. Il presente di cui prova a parlare Wittgenstein \u00e8 quello dell\u2019<em>immagine sullo schermo<\/em>, che \u00e8 un presente perfino irriducibile al significato di \u201cpresente\u201d, forse \u00e8 quel \u201cpresente del presente\u201d agostiniano? La fotogenia tematizzata da Jean Epstein in effetti \u00e8 la nozione che differenzia l\u2019inquadratura dalla fotografia. L\u2019inquadratura \u00e8 fotogenia perch\u00e9 maggiorata dal movimento che non \u00e8 solo il movimento degli oggetti (gli oggetti mobili nell\u2019inquadratura) e fra gli oggetti filmati (il movimento della macchina da presa) ma anche l\u2019<em>intervallo<\/em>, il presente vivente e variabile: la durata della stessa inquadratura. Presente del presente?<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\"><\/p>\n\n\n<div class=\"wp-block-image\">\n<figure class=\"aligncenter size-full is-resized\"><img decoding=\"async\" src=\"data:image\/gif;base64,R0lGODlhAQABAIAAAAAAAP\/\/\/yH5BAEAAAAALAAAAAABAAEAAAIBRAA7\" data-src=\"https:\/\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2026\/04\/hutton-2.jpeg\" alt=\"\" class=\"wp-image-74395 lazyload\" style=\"width:590px\"><noscript><img data-recalc-dims=\"1\" loading=\"lazy\" loading=\"lazy\" decoding=\"async\" width=\"530\" height=\"377\" src=\"https:\/\/i0.wp.com\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2026\/04\/hutton-2.jpeg?resize=530%2C377&#038;ssl=1\" alt=\"\" class=\"wp-image-74395\" style=\"width:590px\" srcset=\"https:\/\/i0.wp.com\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2026\/04\/hutton-2.jpeg?w=530&amp;ssl=1 530w, https:\/\/i0.wp.com\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2026\/04\/hutton-2.jpeg?resize=300%2C213&amp;ssl=1 300w, https:\/\/i0.wp.com\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2026\/04\/hutton-2.jpeg?resize=60%2C43&amp;ssl=1 60w\" sizes=\"auto, (max-width: 530px) 100vw, 530px\" \/><\/noscript><figcaption class=\"wp-element-caption\">Peter Hutton, <em>New York Portrait: Chapter I<\/em> (1979)<\/figcaption><\/figure>\n<\/div>\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Wittgenstein lo chiama \u201cepiteto senza significato\u201d, un\u2019aggiunta che non denota, non corrisponde ad un certo stato, ma nemmeno il uso rimanda a un qualche contesto. In questo caso il presente, quindi l\u2019immagine sullo schermo, non \u00e8 mai in uno spazio, non \u00e8 \u201cl\u00e0\u201d, ma \u00e8 (<em>si fa<\/em>) spazio. Anche se, antinomicamente, come scrive lo stesso Wittgenstein, \u00e8 solo nello spazio che si ha una relazione con quel \u201c<em>l\u00e0<\/em> dove non si \u00e8\u201d. Dopo tutto \u00e8 lo stesso Wittgenstein, che lungi dal privilegiare un momento agostiniano, quello del \u201cpresente del presente\u201d, anche a proposito del tempo, si domanda che ne sia del presente? Il presente \u00e8 fuori posto e se \u00e8 al suo posto lo \u00e8 solo in quanto lo \u201csi immerge a sua volta in un tempo\u201d che tuttavia, in quanto scorrimento sul nastro, gli \u00e8 estraneo.<\/p>\n\n\n<div class=\"wp-block-image\">\n<figure class=\"aligncenter size-full is-resized\"><img decoding=\"async\" src=\"data:image\/gif;base64,R0lGODlhAQABAIAAAAAAAP\/\/\/yH5BAEAAAAALAAAAAABAAEAAAIBRAA7\" data-src=\"https:\/\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2026\/04\/hutton-3.jpeg\" alt=\"\" class=\"wp-image-74398 lazyload\" style=\"width:590px\"><noscript><img data-recalc-dims=\"1\" loading=\"lazy\" loading=\"lazy\" decoding=\"async\" width=\"534\" height=\"374\" src=\"https:\/\/i0.wp.com\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2026\/04\/hutton-3.jpeg?resize=534%2C374&#038;ssl=1\" alt=\"\" class=\"wp-image-74398\" style=\"width:590px\" srcset=\"https:\/\/i0.wp.com\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2026\/04\/hutton-3.jpeg?w=534&amp;ssl=1 534w, https:\/\/i0.wp.com\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2026\/04\/hutton-3.jpeg?resize=300%2C210&amp;ssl=1 300w, https:\/\/i0.wp.com\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2026\/04\/hutton-3.jpeg?resize=60%2C42&amp;ssl=1 60w\" sizes=\"auto, (max-width: 534px) 100vw, 534px\" \/><\/noscript><figcaption class=\"wp-element-caption\">Peter Hutton, <em>New York Portrait: Chapter I<\/em> (1979)<\/figcaption><\/figure>\n<\/div>\n\n\n<div style=\"height:20px\" aria-hidden=\"true\" class=\"wp-block-spacer\"><\/div>\n\n\n\n<p class=\"has-drop-cap wp-block-paragraph\">Wittgenstein nei suoi <em>Philosophische Bemerkungen<\/em> scrive che la traslazione del concetto di tempo fisico in quella di decorso dei vissuti immediati genera una confusione tra giochi linguistici: Wittgenstein contrappone fisica e fenomenologia. Peter Gidal, coerentemente, osserva che l\u2019illusionismo della continuit\u00e0 delle immagini, che il film materialista-strutturalista decostruisce, fa parte di una pratica ideologica (Wittgenstein parlerebbe di \u201cforma di vista\u201d) che prende le mosse dalla supposta continuit\u00e0 della sua testura che, invece, \u00e8 discontinua come rivelano da un lato il <em>flickering<\/em>, lo scintillamento che \u00e8 un difetto della proiezione e che il cinema rappresentativo-narrativo tende a dissimulare, e dall\u2019altro l\u2019insistenza dei filmmaker strutturali sull\u2019unit\u00e0 fotogrammatica del film che \u00e8 l\u2019intervallo che spezza l\u2019illusione della continuit\u00e0. Nel film strutturale <em>primario<\/em> non \u00e8 il contenuto rappresentato ma il rapporto materiale tra il film e lo spettatore, e con esso le relazioni strutturali del film (quindi il vissuto nell\u2019accezione di Wittgenstein). Gli aspetti strutturali, la chiarificazione delle strutture e l\u2019analisi del processo di produzione delle immagini sono il compito e la vocazione di questa pratica filmica. Qualcosa che suona un po\u2019 wittgensteiniano. Infatti Gidal allude ad una pratica ideologica, cio\u00e8, come direbbe Wittgenstein, abbiamo imparato a \u201cvedere\u201d, c\u2019\u00e8 come una <em>grammatica del vedere<\/em>, e persino il concetto di tempo ha a che fare con \u201cle regole di sintassi\u201d. Forse per questo, come ci hanno spiegato i narratologi, il tempo \u00e8 (secondariamente) racconto (ma primariamente sintassi) oppure, a rovescio, che, come ci ha spiegato Paul de Man, la retorica non \u00e8 un\u2019aberrazione della grammatica ma \u00e8 la regola della grammatica, anzi \u00e8 tutta la grammatica.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">La durata di <em>States<\/em> (1967) di Frampton infatti \u00e8 il tempo del racconto, il dispiegarsi insieme della coscienza dello spettatore e della narrazione che \u00e8 quella degli elementi. Una narrazione niente affatto descrittiva o denotativa ma differente. In <em>Maxwell\u2019s Demon<\/em> (1968) Frampton schioda dai suoi bolloni la freccia del tempo taylorista-fordista e costruisce un piccolo congegno per produrre intervalli che violino le regole della sintassi della continuit\u00e0.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"has-text-align-center wp-block-paragraph\">*<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">\u201cSapere che <em>era<\/em> lo stesso colore \u00e8 diverso dal sapere che \u00e8 lo stesso colore\u201d, annota Wittgenstein. Che cosa mi costringe, si chiede Wittgenstein, a interpretare l\u2019albero che osservo fuori dalla mia finestra \u00e8 pi\u00f9 grande di quest\u2019ultima, quando in effetti, nel mio campo visivo, la finestra \u00e8 pi\u00f9 grande di quell\u2019albero? La corrispondenza tra campo fisico e campo visivo per quanto giustificata \u00e8 sempre problematica, cos\u00ec come lo \u00e8 quella tra la pellicola e lo schermo. Il film strutturale problematizza proprio questa tensione tra un sistema secondario, stabile e fisico e quella corrente dei vissuti che \u00e8 un sistema primario e fenomenologico, anche se il vissuto non \u00e8 solo fenomenologico ma \u00e8 inscritto in una <em>situazione cinematografica<\/em>, in un <em>dispositif<\/em>; del resto Wittenstein ne ha forse intuito qualcosa parlando di \u201cgiochi linguistici\u201d e \u201cforme di vita\u201d. Frampton preferiva il termine \u201cfilm\u201d a quello di \u201ccinema\u201d perch\u00e9 quest\u2019ultimo rimanda al falso movimento, all\u2019illusione ideologica del movimento (<em>kinesis<\/em>), mentre quello al supporto materiale sempre dissimulato dalla trasparenza quasi-albertiana del <em>r\u00e9cit<\/em> cinematografico classico o comunque organico. Ma curvato nel recupero fenomenologico del Wittgenstein di fine anni Venti e primissimi anni Trenta, il cinema torna ad essere primario, in quanto <em>fenomeno<\/em> e flusso dei vissuti, a dispetto della pellicola, del \u201cfilm\u201d, che, con i suoi fotogrammi, \u00e8 una <em>cosa<\/em>.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Attraverso il ritmo e gli effetti ottici, cio\u00e8 gli elementi di base del film, <em>Piece Mandala\/End War<\/em> (1966) di Paul Sharits, divarica l\u2019identit\u00e0 di un\u2019immagine, la sua presenza supposta piena, differenziandola per mezzo della temporalit\u00e0 generata dal diagramma che incrocia ritmo ed effetti ottici, trasformando l\u2019identit\u00e0 in una differenza simmetrica, come in<em> Ray Gun Virus<\/em> (1966) o in <em>Razor Blades<\/em> (1968), in cui il quadro \u00e8 sdoppiato: il film \u00e8 proiettato su due schermi in modo tale che, come disse lo stesso Sharits, lo spettatore pu\u00f2 creare da s\u00e9 una sorta di ambiente <em>stereo sound<\/em>. Ecco perch\u00e9, a dispetto della pur operante e condizionante \u201cmodalit\u00e0 istituzionale di rappresentazione\u201d descritta criticamente da Burch (<em>Il lucernario dell\u2019infinito<\/em>), quindi una concezione proprietaria dello spazio, e dell\u2019<em>interpellazione<\/em> althusseriana dell\u2019<em>apparatus<\/em> (gi\u00e0 spinoziano) su cui hanno scritto Baudry, Comolli, Heath e altri, lo spazio visivo, come lo chiama Wittgenstein, cio\u00e8 quello dello schermo, \u201cnon ha essenzialmente un proprietario\u201d. Nello spazio fisico c\u2019\u00e8 il mio occhio e ci sono gli occhi degli altri ma in quello visivo no. Quindi lo spazio \u00e8 asimmetrico, un\u2019interferenza tra il visivo e il fisico, lo schermo e la pellicola proiettata. Nello spazio visivo dello schermo non esistono occhi se non mille, quelli di Mabuse o dell\u2019occhio disseminato nella materia come in un Rossellini, ma, osserva Wittgenstein, \u201cnello spazio fisico la cosa si presenta in un questo modo: uno fra i vari occhi collocati in luoghi sullo stesso piano viene privilegiato e si chiama il <em>mio<\/em> occhio\u201d. Il mio di spettatore seduto nella sala cinematografica, in quarta fila, spostato leggermente sulla destra rispetto allo schermo. Su questo terreno Wittgenstein anticipa il pensiero interrogante, poroso e felino di Merleau-Ponty. \u201c<em>Dunque<\/em> \u00e8 la possibilit\u00e0 di voltarmi che mi procura quell\u2019idea di spazio. Lo spazio intorno a me che ne risulta \u00e8 dunque uno spazio ibrido, visuale e <em>cinestetico<\/em>\u201d. La motilit\u00e0, cio\u00e8 la sensazione motoria, la facolt\u00e0 senso-motoria di voltarmi \u00e8 l\u2019origine, il punto-zero dell\u2019<em>idea<\/em> di spazio: l\u2019occhio, come scriver\u00e0 pi\u00f9 tardi Merleau-Ponty ma gi\u00e0 aveva intuito Bergson, si <em>muove<\/em>. Persino quando siamo installati nella poltrona del cinema. La corrente dei vissuti dello spettatore \u00e8 insieme visiva, propriopercettiva e cinestetica.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\"><em>Surface Tension<\/em> (1968) di Hollis Frampton \u00e8 come la crisi della strutturazione del gioco di quelle forze che bilanciate organicamente assicurano l\u2019equilibrio narrativo, che se s-regolate, come in questo corto di Frampton, generano differenze di pressione. La superficie del quadro filmico ancora albertiano, in quanto trasparente, non \u00e8 avvertibile nella <em>situazione cinematografica<\/em>. Frampton misura e fa sentire questa superficie che pietrifica la mobilit\u00e0 dei fotogrammi immobili: la fa sentire attraverso la tensione. Quello che Thierry Kuntzel chiamava <em>travail du film<\/em> \u2013 il dramma della celluloide, per dirla ancora con Sharits \u2013 si stabilisce solo in virt\u00f9 della tensione strutturale o interfacciale di immagine e suono. Strutturalismo significa separare le superfici, quella fotogrammatica e quella schermica, e liberare nuove energie attraverso la loro interferenza. La tensione di superficie interrompe la forza di coesione che compone il film organico e scongiura la viscosit\u00e0 tra spettatore e spettacolo. La \u201cnarrazione\u201d, nel caso, \u00e8 un volume molare ed \u00e8 come sovrascritta sulla tensione superficiale.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Il film organico ha un alto grado di capacit\u00e0 solubile, una forza di attrazione che Frampton fa inciampare con la repulsione prodotta dall\u2019attrito tra le superfici, ricoprendo e stratificando la superficie schermica con quella fotogrammatica, quella della pellicola, cio\u00e8 del \u201cfilm\u201d. Ma \u201cfilm\u201d \u00e8 anche il termine impiegato per designare lo strato di soluto che ricopre la superficie delle soluzioni delle sostanze in cui prevale non l\u2019attrazione (organica e classica) ma la repulsione (non-organica e sperimentale). L\u2019<em>interfacie<\/em> tra suono e immagine, schermo e fotogramma \u00e8 l\u2019angolo rumoroso di interferenza. L\u2019interfaccia si fa interferenza. Lo <em>structural film<\/em> presenta un\u2019aria di famiglia con il gesto di Godard che disturba e riga, fa interferenza e fa inciampare la presa di possesso, fa balbettare il disegno di una percezione chiara e distinta e di un dispositivo di cattura discorsivo che riconduce i pezzi a una totalit\u00e0, ad una \u201cstoria\u201d: infatti Frampton \u00e8 entrato nelle <em>Histoire(s) du cin\u00e9ma<\/em> (1988-1998) di Godard.&nbsp;<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Tensione superficiale suono\/immagine, tensione superficiale schermo\/fotogramma e tensione superficiale testo\/immagine. Il film di Frampton \u00e8 un agente tensioattivo, una fisica e una chimica delle superfici. David E. James (<em>Allegories of Cinema<\/em>) ha definito il film strutturalista un <em>pure<\/em> <em>film<\/em> proprio perch\u00e9 fondato su tutte queste tensioni. Quindi non si tratta qui di pacificare le tensioni ma, attraverso Wittgenstein, di dirottarne il senso e, per una volta, di risolvere l\u2019attrito, la tensione di superficie tra schermo e pellicola, cinema e film, a favore del fenomeno vissuto (lo schermo) e non della cosa materiale (la pellicola). La pellicola con i suoi fotogrammi, occultati dal <em>travail du film<\/em>, \u00e8 un\u2019oggettualit\u00e0 compiuta che si pu\u00f2 distinguere da altre oggettualit\u00e0, cos\u00ec come i fotogrammi sulla pellicola, ma non sullo schermo, si possono distinguere l\u2019uno dall\u2019altro, come fossero delle sostanze aristoteliche. Ma i fotogrammi sono pur sempre qualcosa <em>di <\/em>qualcos\u2019altro, anche senza ricorrere alla frusta definizione di segno, perch\u00e9 persino i fotogrammi <em>handmade<\/em> e dipinti uno ad uno di Brakhage sono comunque, oltre che montati, proiettati sullo schermo e l\u00e0, in quello che Wittgenstein chiama spazio visivo o fenomenologico, senza proprietari, acquistano un\u2019altra vita, impersonale e cosmica. L\u2019immagine \u00e8 due volte presenza assente. Una prima volta in quanto e sincronicamente (poich\u00e9 nel flusso non distinguo il prima e il dopo dei fotogrammi) sullo schermo, perch\u00e9 quel presente proiettato \u00e8 assente (Gary Cooper \u00e8 morto e comunque non \u00e8 mai stato sullo schermo); e una seconda volta, diacronicamente, nella costellazione materiale dei fotogrammi (che posso distinguere l\u2019uno dall\u2019altro), in quanto il fotogramma \u00e8 pur presente ma il suo significato non \u00e8 l\u00e0 sulla pellicola, bens\u00ec assente.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"has-text-align-center wp-block-paragraph\">*<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">La materialit\u00e0 inorganica (la struttura del film, il \u201cfilm\u201d per dirla con Frampton), come insegna Henri Bergson ne <em>L\u2019\u00e9volution cr\u00e9atrice<\/em>, \u00e8 comparabile alla totalit\u00e0 dell\u2019universo materiale che a sua volta possiamo assimilare ad un organismo vivente, come quello di cui parla Platone nel <em>Timeo<\/em> o quello bruniano. I tratti dell\u2019organizzazione, cio\u00e8 della struttura del film, che assicurano la durata (filmica) delle cose, che un\u2019immagine audio-visiva \u201cvirtuale\u201d (passata) si prolunghi metonimicamente e metaforicamente in un\u2019altra pi\u00f9 \u201cattuale\u201d (presente), ci ricordano che, sempre come vuole Bergson, noi non esperiamo oggetti tagliati o sistemi isolati ma \u201cune realit\u00e9 qui change en bloc\u201d, una sorta di \u201cm\u00e9moire accumulatrice\u201d che \u00e8 la \u201cdur\u00e9e concr\u00e8te\u201d.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Le immagini framptoniane in effetti sono tensioni in atto. L\u2019altro lato del <em>pudor<\/em>, della struttura, per dirla con Didi-Huberman (<em>Aprire Venere. Nudit\u00e0, sogno, crudelt\u00e0<\/em>), \u00e8 l\u2019<em>horror<\/em>, la ferita. C\u2019\u00e8 la struttura e c\u2019\u00e8 la ferita, lo scheletro che quasi \u00e8 immutabilit\u00e0 o <em>forma<\/em>, e l\u2019<em>informe<\/em>, la crudelt\u00e0. Insomma <em>fra<\/em> le travi sono come posati dei paradossi. Frampton non articola organicamente, come nel film classico, quella materialit\u00e0 inorganica, tuttavia la sua crudele ferita forsenna quel materiale e la proiezione sullo schermo restituisce questo <em>polemos<\/em> nel flusso fenomenologico e anche cinematografico dei vissuti.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">La durata non \u00e8 il tempo che scorre lungo un nastro, come scrive Wittgenstein. \u201cLa dur\u00e9e r\u00e9elle est celle qui mord sur le choses et qui y laisse l\u2019empreinte de sa dent\u201d (Bergson, <em>L\u2019\u00e9volution cr\u00e9atrice<\/em>).<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Sharits, attraverso la luce e la testura dei suoi film, anela alla presenza immediata, all\u2019intuizione agostiniana, il \u201cpresente del presente\u201d, l\u2019\u201cepiteto senza significato\u201d di Wittgenstein, all\u2019evento (visivo e sonoro), proprio come Newman (<em>Il sublime adesso<\/em>) il cui \u201csoggetto\u201d, secondo le parole di Lyotard (<em>L\u2019istante, Newman<\/em>), \u00e8 l\u2019\u201cattuale\u201d, ci\u00f2 che accade ora, qui, il <em>quod<\/em> (il \u201cche c\u2019\u00e8\u201d) in cui si inscrive il <em>quid <\/em>(il \u201cci\u00f2 che\u201d): l\u2019evento del mondo in cui il mondo si fa evento. Se \u00e8 cos\u00ec, allora il film strutturale \u2013 soprattutto quello nordamericano \u2013 non \u00e8 una variante formalista del <em>significant form<\/em>, un\u2019estetica formalista in cui contano solo le propriet\u00e0 formali indipendentemente dal \u201csoggetto\u201d del film che nel caso di Sharits \u00e8 la sua stessa sensibilit\u00e0, l\u2019esperienza di gustare, per un attimo, lo scintillamento dei colori senza catturarli, in cui risuona un\u2019eco che va dall\u2019immagine alla mente e viceversa.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">In <em>New York Portrait: Chapter I<\/em> (1979) di Hutton, il vento \u00e8 forte, la macchina da presa sbanda. Central Park \u00e8 addossato agli edifici di Manhattan, spinge, cerca spazio nell\u2019isola che non ha spazio. C\u2019\u00e8 anche il fiume con le sue navi. Inquadratura puntinista e sfumata. Un angolo di strada. L\u2019interno quasi hopperiano di una stanza visto attraverso la finestra. Le nuvole chiudono il cielo lasciandolo senza luce alcuna. Dissolvenza nel farsi dell\u2019inquadratura. \u00c8 il tempo nella sua durata. Il tempo come intervallo e il tempo come tutto. La durata dell\u2019inquadratura e l\u2019inquadratura della durata. \u201cLa sua forma \u00e8 il tempo, ma esso non ha un posto nel tempo\u201d? La domanda \u00e8 ancora una volta di Wittgenstein.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Il linguaggio del film, certo, decorre temporalmente, decorre nel tempo fisico della proiezione, ma ci\u00f2 che decorre (che \u00e8 passato, presente e futuro) \u00e8 un segno sulla pellicola e non sullo schermo (che \u00e8 al presente). Wittgenstein insiste a non confondere i giochi linguistici e cio\u00e8: l\u2019immagine proiettata o schermica e l\u2019immagine pellicolare. Il linguaggio fisico, pellicolare (quello che Frampton chiama \u201cfilm\u201d) e persino oggettivo, \u00e8 per Wittgenstein come secondario. Il <em>flickering<\/em> di Sharits esplicita che, nonostante sembri che vi sia un\u2019armonia prestabilita o quantomeno regolare tra i processi dello spazio visivo proiettati sullo schermo e quelli fisici della pellicola che gira, tra schermo e pellicola c\u2019\u00e8 interferenza. \u201cIl tutto \u00e8 un film sonoro e la parola parlata che accompagna i processi sullo schermo \u00e8 altrettanto fuggevole di questi e non \u00e8 la stessa cosa della banda sonora. Questa non accompagna l\u2019azione sullo schermo\u201d. Wittgenstein in questo pensiero (75c) delle <em>Osservazioni filosofiche<\/em> convoca e condensa non solo il film strutturale ma anche Godard.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"has-text-align-center wp-block-paragraph\">*<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\"><em>Bande \u00e0 part<\/em> (1964) di Godard \u00e8 proprio un film sulla frattura, sulle bande separate: attrici e(t) attori, son e(t) image. <em>Bande \u00e0 part <\/em>\u00e8 una storia sulla narrazione, un film ironico perch\u00e9, come spiegato da Scholes e Kellog (<em>La natura della narrativa<\/em>), la narrazione \u00e8 supremamente ironica, cio\u00e8 implica delle complicazioni: un rapporto tra narratore, narrazione, personaggi e pubblico e anche tra autore e narratore. L\u2019ironia \u00e8 questa differenza, la separazione, il gioco del dis-giungersi di queste \u201cbande\u201d. Una moltiplicazione dei punti di vista narrativi che \u00e8 sintomo di modernit\u00e0 ed esaurirsi del realismo classico. Una traduzione infinita che prende corpo nella scena della lezione di inglese: Eliot (poesia e critica), Thomas Hardy, <em>Romeo e Giulietta <\/em>letto in francese ma tradotto (scritto) in inglese da francesi.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">\u201cSe in tre condotti scorrono rispettivamente un liquido nero, uno rosso, e uno giallo, e questi a un certo punto confluiscono a formare uno marrone, anche questo liquido risultante \u00e8 dotato di un proprio stato di scorrimento; io per\u00f2 voglio dire che ognuno dei liquidi dal colore incomposto \u00e8 dotato anch\u2019esso di uno stato di scorrimento, e intendo esaminare quello stato l\u00e0 dove i tre liquidi non sono ancora confluiti\u201d. Wittgenstein qui (75e) ha gi\u00e0 scritto il commento del film godardiano. <em>States <\/em>di Frampton \u00e8 un\u2019indagine kantiana delle condizioni di questi stati di cui parla Wittgenstein, cio\u00e8 delle possibilit\u00e0 espressive del medium filmico a partire dai suoi elementi formali, che poi sono quelli materiali in <em>States<\/em>, cio\u00e8 gli stati perpetui di cambiamento dal solido al liquido al gassoso: una cosmologia<em> elementare<\/em>, primordiale, \u201cstrutturale\u201d.Un film classico, come commentava Michael Snow. Il sale, il latte e il fumo di <em>States<\/em>, la lotta o alternanza anassimandrea tra luce e buio, nel silenzio cosmico, sono come uno zip di Barnett Newman o i tagli siderali di Franz Kline, fenditure che catastrofano l\u2019essere, cos\u00ec come Wittgenstein catastrofa la credenza in un sapere fondato. Costruzione porosa e galleria del tempo perch\u00e9 la percezione, ancora una volta, non solo \u00e8 possibile a partire da condizioni materiali ma si fa nel tempo.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Il cinema, anche nel film di Godard, \u00e8 al presente ma non \u00e8 al suo posto. Il commento di Godard in <em>Bande \u00e0 part<\/em> \u00e8 a sua volta una banda separata proprio come quella anomala e confusa dei tre bighelloni protagonisti del film (Anna Karina, Sami Frey e Claude Brasseur). Nella celebre scena del ballo al bar, la sua voce estromette una delle quattro bande della pellicola di <em>Bande \u00e0 part <\/em>\u2013 che \u00e8 girato in presa diretta \u2013 la banda della musica, interferendo con la banda visiva, quella dei rumori e quella dei dialoghi (delle voci dei personaggi). Spiegare? No, la voce di Godard non lo fa. Allora meglio lasciar parlare le immagini che a loro volta sono parlate? Quando Brasseur e Karina si stringono nel treno della metropolitana, capita loro di osservare un giovane uomo piuttosto rabbuiato, accigliato, forse preoccupato. Chi \u00e8? La sua immagine lo dice? Dipende dal commento, cio\u00e8 dalla parola, dal testo. Potrebbe essere benissimo un padre preoccupato per la sua bambina malata che porta chiuso in un pacco un piccolo dono o forse un terrorista che nasconde una bomba. L\u2019immagine non \u00e8 autosufficiente, non parla da s\u00e9, anche se Godard ironicamente lo dice. L\u2019immagine, in particolare quella fotografica, nonostante il suo supposto realismo, come osservava Benjamin, ha bisogno della didascalia, il <em>text<\/em> fosse necessario all\u2019<em>image<\/em>. Quindi testo e immagine debordando i rispettivi confini mediali. Le immagini parlano e le parole rappresentano. Godard ha sempre cercato la loro dis-giunzione.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\"><em>Color Sound Frames <\/em>(1974) di Sharits \u00e8 un altro film sull\u2019interferenza, che suona come un colore e in cui il colore suona, organizzato come una combinazione che congiunge e disgiunge vettori. Michel Foucault, negli anni in cui Godard diventa sempre pi\u00f9 esemplare per giovani artisti e filmmaker come Martha Rosler e Paul Sharits, indaga questa disgiunzione dell\u2019audio-visione, del vedere-parlare. Vedere e parlare, i visibili e gli enunciabili, costituiscono ci\u00f2 che sia Deleuze che Foucault chiamano sapere. Le ricerche archeologiche di Foucault dimostrano che sapere \u00e8 concatenato a potere e soggettivazione, pertanto nulla preesiste al sapere che per\u00f2 non \u00e8 una semplice \u2013 o moderna troppo moderna \u2013 relazione gerarchica tra soggetto (che sa) e oggetto (che \u00e8 saputo), non \u00e8 nemmeno mera congiunzione, raccordo tra visibile e dicibile ma, come in Blanchot o nei film di Godard mai anche in quelli del pi\u00f9 \u201cclassico\u201d ma gi\u00e0 moderno Joseph L. Mankiewicz, dis-giunzione, non-rapporto tra audio e visione. Sapere \u00e8 la rissa tra parole e cose, stretta fra lottatori. I film di Hollis Frampton sono una riflessione e un\u2019espressione di questa <em>addizione<\/em>\/<em>agencement<\/em> deleuzeano e di questa rissa foucaultiana tra audio e visione.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"has-text-align-center wp-block-paragraph\">\u00a0*<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Wittgenstein ci invita a pensare a due piani, che possono essere quello dello schermo e quello della pellicola, quello della realt\u00e0 e quello della rappresentazione. Ci sono figure su un piano e sull\u2019altro. Noi vogliamo riprodurre le figure del primo piano, quello della pellicola che gira, i cui fotogrammi sono tuttavia statici, sul piano dello schermo, attraverso quello che Wittgenstein chiama \u201cmetodo di proiezione\u201d e che nel <em>Tractatus<\/em>, una decina d\u2019anni prima le <em>Osservazioni filosofiche<\/em>, chiamava \u201cregola di traduzione\u201d. I fotogrammi della pellicola si traducono nelle immagini dello schermo che, nondimeno, a loro volta, sono una traduzione di quei fotogrammi che sono una traduzione di quelle immagini in movimento, quel duello nella mainstreet, come in uno dei primissimi western di Ford o in uno di Sturges, o quel paesaggio ghiacciato rotto dal movimento degli avvenimenti storici, come in Ejzenstejn o Pudovkin. Wittgenstein osserva che abbiamo imparato dalle nostre regole di sintassi a interpretare armonicamente la corrispondenza tra i due piani attraverso un metodo di raffigurazione, la cui logica non \u00e8 per\u00f2 raffigurabile. Come per Kant, quel che si pu\u00f2 dire, senza tacere, \u00e8 che tra i due piani, quello della pellicola e quello dello schermo, c\u2019\u00e8 un\u2019analogia, una somiglianza di rapporto, pi\u00f9 che un rapporto di somiglianza, perch\u00e9 quella analogia vale non solo nel caso di un film \u201crealista\u201d, ma anche in quello di un film di Sharits. Questa somiglianza di rapporto tra pellicola e schermo \u00e8 esemplare di quella pi\u00f9 generale tra rappresentazione e realt\u00e0. \u201cLo stesso vale per la realt\u00e0 quando la raffiguriamo in proposizioni a soggetto-predicato\u201d.<\/p>\n\n\n\n<div style=\"height:10px\" aria-hidden=\"true\" class=\"wp-block-spacer\"><\/div>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\" style=\"font-style:normal;font-weight:200\"><em>In copertina: Jean-Luc Godard, Bande \u00e0 part (1964)<\/em><\/p>\n","protected":false,"gt_translate_keys":[{"key":"rendered","format":"html"}]},"excerpt":{"rendered":"<p>Il cinema \u00e8 al presente, anche quando il tempo \u00e8 passato. Stanley Cavell scriveva: \u201cwe see things that are not present\u201d; questo ci fa riscoprire il mistero dimenticato delle cose, che nella vita quotidiana appaiono scontate. La traccia, non tanto, o non solo, quella di Derrida, ma quella di cui parla all\u2019inizio del suo libro (\u201cL\u2019uomo comune del cinema\u201d) Jean Louis Schefer: il potere di persistenza delle immagini e dei suoni \u00e8 dato insieme, paradossalmente e indissolubilmente, al loro movimento di sparizione. Ci\u00f2 che vediamo e udiamo \u00e8 \u201cl\u00e0\u201d sullo schermo, proiettato \u2013 e la proiezione implica una situazione cinematografica, una condizione psico-sociale; ma ci\u00f2 che vediamo e udiamo non \u00e8 l\u00e0. Ci\u00f2 che \u00e8 presente \u00e8 assente. E, insieme, ci\u00f2 che \u00e8 assente, il volto di Lillian Gish o Liv Ullman, \u00e8 presente. Il mondo \u00e8 presente, invade i nostri occhi con la sua solidit\u00e0, eppure accade qualcosa che si apre proprio nei nostri occhi, come se qualcosa fosse assente o ancora tale, e aspettasse solo la nostra attenzione, una mancanza che viene a noi, come nell\u2019occhio di Peter Hutton.<\/p>\n","protected":false,"gt_translate_keys":[{"key":"rendered","format":"html"}]},"author":562,"featured_media":74389,"comment_status":"closed","ping_status":"open","sticky":false,"template":"","format":"standard","meta":{"_jetpack_newsletter_access":"","_jetpack_dont_email_post_to_subs":false,"_jetpack_newsletter_tier_id":0,"_jetpack_memberships_contains_paywalled_content":false,"_jetpack_feature_clip_id":0,"_jetpack_memberships_contains_paid_content":false,"footnotes":"","jetpack_post_was_ever_published":false},"categories":[102],"tags":[944,190,3101],"coauthors":[3100],"class_list":["post-74386","post","type-post","status-publish","format-standard","has-post-thumbnail","hentry","category-cinema","tag-jean-luc-godard","tag-ludwig-wittgenstein","tag-toni-dangela","style--link-2"],"yoast_head":"<!-- This site is optimized with the Yoast SEO plugin v28.7 - https:\/\/yoast.com\/product\/yoast-seo-wordpress\/ -->\n<title>Intervallo e continuit\u00e0. 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