{"id":72840,"date":"2026-02-12T00:01:00","date_gmt":"2026-02-11T23:01:00","guid":{"rendered":"https:\/\/antinomie.it\/?p=72840"},"modified":"2026-02-08T16:20:05","modified_gmt":"2026-02-08T15:20:05","slug":"cinema-auricolare-sei-ragioni","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/antinomie.it\/index.php\/2026\/02\/12\/cinema-auricolare-sei-ragioni\/","title":{"rendered":"Cinema auricolare. Sei ragioni","gt_translate_keys":[{"key":"rendered","format":"text"}]},"content":{"rendered":"\n<div style=\"height:20px\" aria-hidden=\"true\" class=\"wp-block-spacer\"><\/div>\n\n\n\n<p class=\"has-drop-cap wp-block-paragraph\">Perch\u00e9 privarsi delle immagini al cinema, del tutto o quasi? \u00c8 possibile <em>proiettare<\/em> con il suono o la parola, piuttosto che con un raggio luminoso? A che serve, in fin dei conti, realizzare questa particolare declinazione del cinematografico che potremmo chiamare <em>cinema auricolare<\/em> (ovvero per mezzo dell\u2019udito)? E soprattutto: che senso ha assistervi? Ci siamo posti tali quesiti nel comporre un numero collettivo della <em>Revue Documentaires<\/em> \u2013 storica rivista transalpina dedicata alla non-fiction cinematografica da pi\u00f9 di 35 anni \u2013 intitolato provocatoriamente \u201cAd occhi chiusi\u201d (\u201cLes yeux clos\u201d).<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Dissipando la sensazione di un\u2019esperienza stramba e incongrua che potrebbe coglierci a prima vista, l\u2019evocazione di alcune circostanze specifiche ci aiuter\u00e0 ad assaporare almeno la pertinenza di queste domande e delle proposte estetiche a cui si riferiscono. Non \u00e8 impossibile che le ragioni presentate qui di seguito alimentino la convinzione che la periferia dei film-da-ascoltare rappresenti una ricca opportunit\u00e0 per comprendere meglio ci\u00f2 che accade al centro della galassia cinematografica (dove le immagini abbondano generosamente). Ecco sei buone ragioni per non lasciarsi dissuadere dalla stranezza del cinema extra-visivo, per farsi tentare dalla sua insolita (per quanto per niente recente) esperienza. A chi legge e risulta intrigato propongo di scovare altri motivi validi che indubbiamente sussistono\u2026<\/p>\n\n\n\n<h4 class=\"wp-block-heading\">I.&nbsp;&nbsp;&nbsp; Fatica visiva (prima ragione)<\/h4>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">All\u2019inizio del 2021, il ricercatore di Stanford Jeremy N. Bailenson ha iniziato a trarre alcune conclusioni sulla diffusione sempre pi\u00f9 pervasiva degli strumenti di videochiamata in tutti gli ambiti sociali (dall\u2019intimit\u00e0 amorosa al lavoro, passando per l\u2019allenamento sportivo) a seguito dei lockdown pandemici. Osservando le interazioni con un software emblematico come Zoom, lo scienziato statunitense ha studiato quattro situazioni responsabili di un \u201csovraccarico non verbale\u201d (\u201c<em>Nonverbal Overload<\/em>\u201d): \u201cl\u2019eccessiva visione ravvicinata, lo sforzo cognitivo, l\u2019aumento dell\u2019autovalutazione osservandosi sullo schermo, i vincoli alla mobilit\u00e0 fisica\u201d. Ciascuno di questi fattori, legati principalmente all\u2019esperienza dello spettatore interattivo, poteva contribuire a spiegare ci\u00f2 che veniva definito \u201c<em>Zoom Fatigue<\/em>\u201d in inglese.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Mentre la versione italiana ancora latita nel 2025, il fatto che gli utenti francofoni di Internet si siano impegnati ad aprire <a href=\"https:\/\/en.wikipedia.org\/wiki\/Zoom_fatigue\" target=\"_blank\" rel=\"noreferrer noopener\">una pagina Wikipedia<\/a> dedicata a questo argomento appena due settimane dopo la pubblicazione dell\u2019articolo in questione \u00e8 un chiaro segnale dell\u2019interesse collettivo e urgente per queste questioni. Non solo dal basso, ma anche dall\u2019alto: anche la sezione digitale del Ministero delle Finanze francese ha compilato rapidamente una pagina dedicata ai disturbi causati dagli sforzi attenzionali di queste ecologie audiovisive, basandosi proprio sui lavori di Bailenson. Sebbene l\u2019obiettivo di questo scienziato fosse meno quello di mettere in discussione i popolari strumenti di videochiamata quanto piuttosto quello di ottimizzarli (\u201cmigliorare la loro interfaccia, piuttosto che accusare il mezzo\u201d, dichiarava), le sue riflessioni possono invitare a prendere sul serio il desiderio di evitare certi ambienti che richiedono un grande sforzo basato principalmente sulla sollecitazione visivo.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Privilegiare l\u2019ascolto piuttosto che la visione potrebbe essere un buon modo per eludere, almeno in parte, l\u2019onnipresenza estenuante degli schermi a cui siamo sempre pi\u00f9 \u201cdipendenti\u201d malgrado la nostra volont\u00e0 (come dimostrato dall\u2019antropologa Natasha Dow Schull). Il rinnovamento dello strumento radiofonico e della narrazione sonora &#8211; incarnato da un formato di successo come il podcast &#8211; potrebbe rappresentare il sintomo di una tale tattica di sopravvivenza in un\u2019epoca di saturazione iconica. Si potrebbe quindi ipotizzare che uno dei motivi pi\u00f9 o meno consapevoli dell\u2019attuale passione per l\u2019ascolto in streaming sia l\u2019affaticamento degli occhi causato dai nostri schermi ubiqui. Consapevole di questa fatica ottica che ci spinge a installare software di filtraggio luminoso sui nostri computer o ad acquistare costose lenti protettive per i nostri occhiali, un certo cinema, che prende la via del timpano piuttosto che quella delle pupille, cerca di trasmetterci visioni, racconti e testimonianze senza spingere la nostra retina verso il <em>burn out<\/em>.<\/p>\n\n\n\n<h4 class=\"wp-block-heading\">II.&nbsp;&nbsp;&nbsp; Proiezioni unplugged (seconda ragione)<\/h4>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Un recente spettacolo teatrale diffuso in Francia nasce da una domanda tanto apocalittica quanto pragmatica sul futuro del cinema: come conservare e trasmettere il patrimonio cinematografico e tutta la sua cultura popolare nel mezzo di un collasso delle nostre infrastrutture energetiche? La domanda deriva da un\u2019equazione relativamente semplice <em>cinema = elettricit\u00e0<\/em> (nella stragrande maggioranza dei casi) e dall\u2019osservazione evidenziata dalle analisi della \u201ccollassologia\u201d sulla fragilit\u00e0 dei nostri ecosistemi logistici e produttivi: ovvero quelle complesse infrastrutture globali che si rivelano molto vulnerabili in tempi di sconvolgimenti climatici e geopolitici. La fragile relativit\u00e0 di tale evidenza pu\u00f2 essere facilmente constatata in una vecchia pubblicit\u00e0 utilizzata, tra l\u2019altro, da Guy Debord nel celebre saggio filmico <em>In girum imus nocte et consumimur igni<\/em> (1978) di cui divenne una delle immagini pi\u00f9 rappresentative (quella del pubblico fotografato dal lato dello schermo). La pubblicit\u00e0 proveniente dagli anni Settanta, in una fase di crisi energetica, sbandierava occultando la dipendenza del cinema dalle fonti fossili: \u00abSe ci privano della benzina, ci rester\u00e0 sempre il cinema\u00bb. Il sottinteso era: per spostarsi, viaggiare, visitare (ma rimanendo sul posto). Ma le cose stanno diversamente, sono sempre pi\u00f9 complicate di quel che gli annunci pubblicitari scelgono di raccontare. Chiaramente, il cinema senza industria e senza le risorse energetiche che hanno regnato nella modernit\u00e0 novecentesca sarebbe irriconoscibile (come ha argomentato precocemente Nadia Bozak).<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">A quali condizioni la saga cult <em>Terminator<\/em>, ad esempio, continuer\u00e0 ad esistere e ad essere \u201ctrasmessa\u201d nel bel mezzo di un blackout generale, temporaneo o prolungato? L\u2019 esempio non \u00e8 casuale. Si tratta proprio dell\u2019opera cinematografica scelta dall&#8217;attore Aur\u00e9lien Arnaud, che nel 2024 ne ha realizzato una versione <em>unplugged<\/em> (scollegata dall&#8217;alimentazione elettrica) per il palcoscenico. Come fare vivere il cinema con un\u2019energia estremamente <em>low tech<\/em> come quella del solo corpo umano? Il ragionamento \u00e8 piuttosto semplice e si colloca a cavallo tra la \u201cpreistoria\u201d e la \u201cpost-storia\u201d del cinema, per dirla con il cineasta e teorico Erik Bullotin <em>Cin<\/em><em>\u00e9ma vivant<\/em>. Se non avremo pi\u00f9 nulla per alimentare le macchine che permettono di proiettare le bobine (bench\u00e9 si possa al limite tornare alla manovella dei primordi) o i file (qui non c\u2019\u00e8 un piano B), non ci rester\u00e0 che imparare a memoria i film e poi raccontarli. In fondo, bisogna solo allenare e perfezionare questa abitudine molto diffusa di memorizzare e rifare attraverso il racconto le scene pi\u00f9 significative di film visti pi\u00f9 volte. Chi non l\u2019ha mai fatto, condividendo con alcuni amici le proprie impressioni su un film particolarmente memorabile o insopportabile? Siamo tutti potenziali proiettori <em>unplugged<\/em>.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Lo spettacolo <em>Terminator 2 Unplugged<\/em> ripercorre la famosa opera di James Cameron (1991) in modo nel contempo accurato e sintetico, sia appoggiandosi sulla memoria del suo pubblico sia riproducendo fedelmente il film originale per i neofiti. Il grado zero (o zero-punto-uno) della tecnica diegetica umana corrisponde al semplice linguaggio verbale, in fertile connessione con le nostre facolt\u00e0 immaginative. L\u2019attrezzatura pi\u00f9 semplice possibile per ritrasmettere il cinema potrebbe essere proprio la voce &#8211; e il corpo che la esprime accompagnandola con i suoi gesti mimici. <em>Terminator 2 Unplugged<\/em> interroga radicalmente gli orizzonti di decrescita della nostra attrezzatura tecnologica: fino a che punto possiamo spogliare un film della sua epidermide macchinica senza perderne definitivamente l\u2019esperienza? La parola recitata pu\u00f2 bastare a diffondere un\u2019esperienza cinematografica? \u00c8 attraverso una voce che racconta (ma anche imita i rumori, le battute, la musica&#8230;) e attraverso orecchie ricettive che non subiremo la futura estinzione del cinema (\u201c<em>the future is set<\/em>\u201d), ma lo costruiremo attivamente (\u201c<em>There is no fate but what we make<\/em>\u201d)? Forse.<\/p>\n\n\n\n<h4 class=\"wp-block-heading\">III.&nbsp;&nbsp;&nbsp; Ai confini antropologici del cinema (terza ragione)<\/h4>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Una digressione in altri ambiti antropologici potrebbe aiutarci a mettere in discussione la forma prevalente assunta dall\u2019esperienza audiovisiva nel corso dell\u2019affermazione del dispositivo cinematografico all\u2019interno della civilt\u00e0 industriale moderna. Scostiamoci inizialmente dall\u2019ambito filmico per interessarci innanzitutto al caso analogo dei nostri modelli di esplorazione dell\u2019universo spaziale \u2013 in particolare la \u201cconquista\u201d della Luna \u2013 messi alla prova dello sguardo e delle pratiche dei nativi americani (con un riferimento alle ricerche dell\u2019antropologa Jane M. Young). La ricercatrice nordamericana riferisce che, quando agli Inuit dell\u2019Alaska fu raccontata la missione lunare compiuta dagli Stati Uniti nell\u2019ambito di una competizione internazionale della Guerra Fredda, il popolo indigeno rispose con una risata. Alla richiesta di spiegazioni, essi risposero: \u201cNon sapevamo che fosse la prima volta che voi, popolo bianco, andavate sulla Luna. I nostri sciamani ci vanno gi\u00e0 da anni. Ci vanno di continuo\u201d. Ovviamente, il loro modo di frequentare la luna non era lo stesso della NASA (e anche gli obiettivi erano diversi). Tuttavia, il popolo Inuit la considerava allo stesso livello di quella statunitense e la comicit\u00e0 di questo parallelo deve essere interpretata meno come una presa in giro dell&#8217;ingenuit\u00e0 indigena che come un turbamento critico delle nostre forme di \u201csenso\u201d prestabilite. Cosa significa esattamente \u201cviaggiare nello spazio\u201d? E se tale formula potesse indicare qualcosa di diverso dallo sfrecciare nella galassia con razzi high-tech sviluppati da programmi aggressivi di ingegneria?<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Questo tipo di quesiti potrebbe essere posto riguardo al cinema, quel viaggio immobile attraverso lo sguardo e l\u2019ascolto tecnologici. Un\u2019altra ricerca antropologica, quella transalpina di Charles St\u00e9panoff, ci invita proprio a riconsiderare il valore di un certo tipo di immagini trascurate dalla nostra cultura sociotecnica: le \u201cimmagini non sensoriali\u201d o \u201cimmagini invisibili\u201d. La sensazione di contraddizione che ci colpisce immediatamente di fronte alla locuzione \u201cimmagine invisibile\u201d permette di misurare quanto il nostro universo sociale sia dominato da \u201cun modo recente e un po\u2019 strano di utilizzare le nostre capacit\u00e0 immaginative di esseri umani\u201d, che si traduce in un \u201cbisogno compulsivo di immagini materializzate\u201d (p. 21). Se il concetto di \u201cvedere oltre il visibile\u201d non \u00e8 del tutto estraneo alla nostra storia sociale e tecnologica, come hanno dimostrato i recenti lavori di Erik Bullot su argomenti come la \u201cvisione parottica\u201d, questa dimensione \u00e8 rimasta in una zona di netta minoranza e marginalit\u00e0.<\/p>\n\n\n<div class=\"wp-block-image\">\n<figure class=\"aligncenter size-large\"><img decoding=\"async\" src=\"data:image\/gif;base64,R0lGODlhAQABAIAAAAAAAP\/\/\/yH5BAEAAAAALAAAAAABAAEAAAIBRAA7\" data-src=\"https:\/\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2026\/02\/Fragments_pour_un_film_imaginaire-2023-ErikBullot-1024x390.webp\" alt=\"\" class=\"wp-image-72860 lazyload\"><noscript><img data-recalc-dims=\"1\" loading=\"lazy\" loading=\"lazy\" decoding=\"async\" width=\"1024\" height=\"390\" src=\"https:\/\/i0.wp.com\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2026\/02\/Fragments_pour_un_film_imaginaire-2023-ErikBullot-1024x390.webp?resize=1024%2C390&#038;ssl=1\" alt=\"\" class=\"wp-image-72860\"><\/noscript><figcaption class=\"wp-element-caption\">Erik Bullot, <em>Fragments pour un film imaginaire<\/em>, 2023<\/figcaption><\/figure>\n<\/div>\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Uno studio approfondito delle pratiche sciamaniche ha indotto St\u00e9panoff a diffidare della certezza frettolosa che \u201cgli occhi\u201d siano \u201cil nostro unico mezzo per accedere alle immagini\u201d: al contrario, \u201cla nostra coscienza \u00e8 in grado di produrre da sola immagini non sensoriali degne di attrarre la nostra attenzione\u201d (p. 13). Come \u201cmetodo\u201d per \u201ctrasmettere immagini invisibili e proiettarsi collettivamente in mondi virtuali\u00bb (p. 17), lo sciamanesimo costituisce un interessante accesso al \u201ccinema naturale\u201d (per dirlo con una formula celatiana) in quanto sprovvisto di qualsiasi armamentario tecnologico di cui in realt\u00e0 siamo tutti capaci. La singolarit\u00e0 di queste visioni, lontane dal modello cinematografico consolidato, si basa sulla rinuncia alla materializzazione delle immagini che a volte raggiunge il buio completo, in particolare nel modello rituale della \u201ctenda nera\u201d. Secondo Stepanoff, questa esperienza delle immagini non \u00e8 di livello rudimentale e povero come si potrebbe concludere in modo pregiudizioso, ma di maggiore potenza connettiva rispetto a ci\u00f2 che ci circonda: va considerata una preziosa \u201cimmaginazione esplorativa dei mondi\u201d.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Il riferimento cinematografico \u00e8 utilizzato in modo pi\u00f9 sistematico da un\u2019altra recente riflessione antropologica, quella di Emmanuel Grimaud nel saggio <em>Metavertigo<\/em> sui dispositivi di ipnosi regressiva che si stanno diffondendo nel subcontinente indiano. Il suo lavoro \u2013 scientifico e cinematografico (si veda il documentario <em>Black Hole &#8211; Pourquoi je n&#8217;ai jamais \u00e9<\/em><em>t<\/em><em>\u00e9 une rose, <\/em>2019 \u2013 studia le sedute di terapia ipnotica attraverso la lente interpretativa di una sorta di cinema interiore \u201camatoriale\u201d, a volte minimale e d\u2019avanguardia, a volte ricco di azione e colpi di scena nello stile dei grandi blockbuster: \u201ccon l\u2019ipnosi, il cinema si ripiega all\u2019interno del cervello e diventa cinema profondo\u201d (p. 27). Questa esperienza cinematografica interna avviene per l\u2019appunto con le palpebre abbassate tramite un accompagnamento vocale che innesca e accompagna la visualizzazione.<\/p>\n\n\n<div class=\"wp-block-image\">\n<figure class=\"aligncenter size-large\"><img decoding=\"async\" src=\"data:image\/gif;base64,R0lGODlhAQABAIAAAAAAAP\/\/\/yH5BAEAAAAALAAAAAABAAEAAAIBRAA7\" data-src=\"https:\/\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2026\/02\/black-hole-9-resized-1024x576.jpg\" alt=\"\" class=\"wp-image-72856 lazyload\"><noscript><img data-recalc-dims=\"1\" loading=\"lazy\" loading=\"lazy\" decoding=\"async\" width=\"1024\" height=\"576\" src=\"https:\/\/i0.wp.com\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2026\/02\/black-hole-9-resized.jpg?resize=1024%2C576&#038;ssl=1\" alt=\"\" class=\"wp-image-72856\"><\/noscript><figcaption class=\"wp-element-caption\">Emmanuel Grimaud, Arnaud Deshayes, <em>Pourquoi je n&#8217;ai jamais \u00e9t\u00e9 une rose<\/em>, 2019<\/figcaption><\/figure>\n<\/div>\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Un dispositivo di questo tipo si ricongiunge a quelli descritti da St\u00e9panoff non solo dal punto di vista dell\u2019osservazione di situazioni di natura cinematografica per cos\u00ec dire periferiche, ma anche e pi\u00f9 precisamente per una serie d\u2019altre coordinate: il ruolo dell\u2019ascolto nella generazione di immagini, una certa capacit\u00e0 di guarigione e <em>last but not least<\/em> l\u2019esplorazione di un repertorio sociale di trame e figure. Infatti, sia nelle comunit\u00e0 indigene descritte da St\u00e9panoff che in quelle urbane che praticano l\u2019ipnosi regressiva, la visione si collega a culture visive condivise in una societ\u00e0 determinata. &nbsp;\u00c8 attingendo a un repertorio di immagini e scene condivise da una comunit\u00e0 spettatoriale (nel caso di Grimaud, impregnata di immagini pop, cinematografiche e videoludiche) che alcuni nodi pi\u00f9-che-individuali possono essere affrontati e risolti, ad esempio sul piano di una storia coloniale e del suo inconscio: \u201cSi tratta di scoprire quale potere di resistenza o di emancipazione racchiudono i nostri cinema interiori\u201d (p. 27). Nel caso delle visioni ipnotiche, il film mentale si muove in un modo interattivo che potrebbe ricordare talvolta pi\u00f9 la realt\u00e0 virtuale o i videogiochi che il cinema classico.<\/p>\n\n\n\n<h4 class=\"wp-block-heading\">IV.&nbsp;&nbsp;&nbsp; Riprese vietate (quarta ragione)<\/h4>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Una forma di resistenza, un tentativo di fare cinema nonostante il divieto: questa pu\u00f2 essere un\u2019altra ragione dell\u2019immagine mancante, dei film che esistono solo (o quasi) attraverso l\u2019ascolto. Vietare di vedere o di mostrare \u00e8 un modo ricorrente di esercitare il potere: \u201cCircolare, non c\u2019\u00e8 niente da vedere qui\u201d, secondo la ben nota frase poliziesca. Ma \u2013 ammesso e non concesso che non ci sia davvero nulla da vedere \u2013 potrebbe comunque esserci qualcosa da ascoltare! Nel film <em>Welcome<\/em> (2016) del regista cinese Rikun Zhu lo schermo rimane nero perch\u00e9 non \u00e8 stato possibile documentare visivamente la tensione con le autorit\u00e0 locali che impongono la censura. A questa censura, tuttavia, sfugge il microfono che registra le interazioni discorsive di cui sar\u00e0 costituito il film oscurato. Sopportare l\u2019assenza di immagini in questo documentario di circa un\u2019ora equivale a sperimentare un regime di percettibilit\u00e0 determinato da un certo potere politico che desidera occultare alcuni fatti e responsabilit\u00e0.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">A volte accade anche il contrario: il divieto riguarda pi\u00f9 la registrazione sonora che quella visiva (limitata agli spazi specificamente autorizzati), come nel caso nordcoreano di <em>Tourisme international<\/em> (2014) realizzato da Marie Voigner. Nel film della regista francese, per l\u2019appunto, le immagini del circuito turistico permesso dalle autorit\u00e0 sono sprovviste di suono registrato sul campo a causa dell\u2019interdizione vigente. A volte, inoltre, l\u2019impossibilit\u00e0 di filmare un determinato argomento non \u00e8 imposta da un ordine della polizia, ma deriva da un disagio politico che ostacola la rappresentazione visiva e lascia lo schermo nero: scelta pi\u00f9 radicale di quella di applicare maschere e filtri \u201cprotettivi\u201d come nel caso di <em>Z 32<\/em> (2008) di Avi Mograbi o <em>El sicario <\/em><em>\u2013 <\/em><em>Room 164<\/em> (2010) di Franco Rosi. Dedicato alle questioni migratorie e ai dispositivi politico-giuridici che riconoscono o negano i diritti di soggiorno (in particolare l\u2019OFPRA), <em>Is it a true storytelling<\/em>? (2019) di Clio Simon ci arriva quasi esclusivamente attraverso le orecchie: l\u2019immagine vuota rimanda tanto alla difficolt\u00e0 di mostrare questo argomento sovraesposto dai media quanto all\u2019incertezza del giudizio dei soggetti coinvolti nella macchina dell\u2019accoglienza istituzionale.<\/p>\n\n\n\n<h4 class=\"wp-block-heading\">IV.&nbsp;&nbsp;&nbsp; Film incompiuti (quinta ragione)<\/h4>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">A volte capita anche che i film non possano essere realizzati, in tutto o in parte, per vari motivi: geopolitici nel caso di quelli studiati dalla storica e programmatrice L\u00e9a Morin, specializzata nell\u2019ambito decoloniale e l\u2019area nord-africana. Nel suo caso, la narrazione vocale rappresenta un modo per farli rivivere, per dar loro vita nonostante la loro assenza storica dettata da condizioni limitate di produzione e diffusione nell\u2019ambito di rapporti di forza geopolitici sfavorevoli. Le conferenze performative di questa ricercatrice indipendente incarnano tale strategia e testimoniano che \u201ci film che non esistono, esistono\u201d, secondo il titolo di un intervento proposto al festival di Lussas nel 2024 nel seminario <em>Histoires de programmation<\/em>. Nella pratica artistica di Fr\u00e9d\u00e9ric Danos, altre circostanze e decisioni pi\u00f9 personali ostacolano il completamento dei progetti cinematografici e spingono il regista a improvvisare dispositivi alternativi per condividere esperienze proto-cinematografiche, come nella proposta di una piattaforma telefonica a sostegno di <em>J<\/em><em>\u2019<\/em><em>ai mis 9 ans <\/em><em>\u00e0 <\/em><em>ne pas terminer<\/em> (2010). Questo sito internet dedicato alla condivisione delle sequenze sparpagliate di un progetto documentario incompiuto permetteva di fare vivere il film attraverso un appuntamento a tu per tucol regista alla cornetta del telefono e lo schermo del computer sotto gli occhi. L\u2019accesso alle immagini \u00e8 mediato dal racconto del suo autore che collega i frammenti visibile del film con aneddoti e riflessioni aperti al dialogo con lo spettatore.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Insomma, di fronte all\u2019impossibilit\u00e0 di vedere le immagini montate e le sequenze finalizzate, possiamo comunque ascoltare delle voci e incontrare lo spettro dei film \u201csospesi\u201d attraverso la comunicazione verbale. Questo \u00e8, quanto meno, l\u2019invito del suo progetto successivo di Fr\u00e9d\u00e9ric Danos che approfondisce l\u2019esperimento precedente: <em>Film de t<\/em><em>\u00e9<\/em><em>n\u00e8<\/em><em>bres<\/em> (2018). Inizialmente si trattava di produrre un film paradossale a partire da riprese al buio, \u201ccieli senza luna n\u00e9 stelle, buchi, cavit\u00e0\u201d. Danos descrive il suo intento come la volont\u00e0 di fare \u201cSoulages al cinema\u201d: \u201cfilmare l\u2019assenza di luce per domare il buio e le sue paure\u201d, per \u201ctrovarvi ospitalit\u00e0\u201d. Si sarebbe trattato, dunque, si esplorare zone liminari della realt\u00e0 luminosa che permette di registrare immagini cinematografiche. Ma la pigrizia ha la meglio&#8230; Quale pigrizia? Quella che si manifesta di fronte alla \u201cpesantezza e alle difficolt\u00e0 della produzione cinematografica\u201d, in particolare nella percezione di un artista abituato a pratiche ben pi\u00f9 leggere come la performance o la radio. Per iniziare a esistere nonostante queste complicazioni indesiderate, il <em>Film de t<\/em><em>\u00e9<\/em><em>n\u00e8<\/em><em>bres<\/em> assume quindi la forma di una proiezione attraverso la parola nel buio totale, eseguita pi\u00f9 volte alcuni anni fa\u2019. In questa \u201cproiezione senza proiettore\u201d, \u201cci\u00f2 che veniva mostrato era il suono\u201d. La \u201ccolonna sonora\u201d prodotta dal racconto del <em>bonimenteur<\/em> desidera mettere il pubblico \u201cin una situazione di auto-proiezione\u201d che esplora le avventure percettive interne del corpo spettatoriale a partire dalla privazione di immagini esterne.<\/p>\n\n\n\n<h4 class=\"wp-block-heading\">VI. Schermi svuotati (sesta ragione)<\/h4>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">I laboratori percettivi delle avanguardie cinematografiche non hanno potuto fare a meno di sperimentare dispositivi cinematografici essenzialmente sonori in cui gli schermi rimanevano vuoti deludendo le aspettative rodate. Questa tradizione del cinema auricolare attraversa un lungo periodo che va da <em>Wochenende<\/em> (1930) di Walter Ruttman a <em>Branca de Neve<\/em> (2000) di Jo\u00e3o C\u00e9sar Monteiro, passando per il tandem <em>Anticoncept<\/em> (Gil J. Wolman, 1952)\/ <em>Hurlements en faveur de Sade<\/em> (Guy Debord, 1952) o ancora <em>The song of Rio Jim <\/em>(1978) di Maurice Lema\u00eetre. Questi film, di epoche e provenienze geografiche diverse, sono spesso associati all\u2019idea imprecisa \u2013 o addirittura falsa alla luce delle riflessioni teoriche precedentemente menzionate \u2013 di \u201cfilm senza immagini\u201d. Tale espressione ricorrente tende a nascondere il fatto che, sebbene queste proposte cinematografiche siano volutamente prive di supporti visivi materiali, possono stimolare attivamente l\u2019immaginazione e indurre cinema invisibili all\u2019interno del cranio. Quindi di immagini ce ne sono, eccome!<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Il repertorio narrativo e immaginario della cultura popolare \u00e8 attivato, in particolare, dai riferimenti che strutturano i sei minuti del film di Lema\u00eetre (una colonna sonora western che suggerisce al pubblico le scene classiche del genere), ma anche dal lungometraggio portoghese che evoca la favola di Biancaneve attraverso dialoghi tratti da Robert Walser nel buio pi\u00f9 totale. Il sottile gioco di questi due schermi privi di supporti visivi espliciti consiste in una capacit\u00e0 ambigua di far rivivere i clich\u00e9 e consentirne una sovversione (tragica o ironica). Se \u00e8 preferibile parlare di schermi svuotati \u2013 piuttosto che vuoti \u2013 \u00e8 perch\u00e9 i loro dispositivi funzionano per sottrazione rispetto a iconografie date e a una configurazione abituale della situazione cinematografica. Giocano per cos\u00ec dire sulla presenza di un\u2019assenza. Quando la regola \u00e8 l\u2019immagine proiettata, la sua mancanza costituisce lo sforzo di un\u2019eccezione creativa e sovversiva.<\/p>\n\n\n<div class=\"wp-block-image\">\n<figure class=\"aligncenter size-full\"><img decoding=\"async\" src=\"data:image\/gif;base64,R0lGODlhAQABAIAAAAAAAP\/\/\/yH5BAEAAAAALAAAAAABAAEAAAIBRAA7\" data-src=\"https:\/\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2026\/02\/WalterRuttman-Weekend-1930-CollanaCinemaPourLesOreilles.jpg\" alt=\"\" class=\"wp-image-72849 lazyload\"><noscript><img data-recalc-dims=\"1\" decoding=\"async\" src=\"https:\/\/i0.wp.com\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2026\/02\/WalterRuttman-Weekend-1930-CollanaCinemaPourLesOreilles.jpg?w=1080&#038;ssl=1\" alt=\"\" class=\"wp-image-72849\"><\/noscript><figcaption class=\"wp-element-caption\">Walter Ruttman, Weekend, 1930, Collana Cine\u0301ma Pour Les Oreilles<\/figcaption><\/figure>\n<\/div>\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Il caso del film tedesco (il cui titolo \u00e8 traducibile come \u201cweekend\u201d in italiano) indica un\u2019altra dimensione in cui l\u2019oscillazione tra creazione sonora e cinematografica rimane pi\u00f9 ambigua, almeno dal punto di vista degli usi e della sua interpretazione teorica. Infatti, quest\u2019opera \u00e8 stata considerata sia come un film da condividere in un contesto di proiezione, sia come un brano sonoro da diffondere su un supporto esclusivamente musicale. Il suo racconto rumoristico di un fine settimana \u00e8 stato infatti riconosciuto come uno dei precursori di quella che sarebbe poi stata chiamata musica concreta, al punto da essere inserito nella collana <em>Cin<\/em><em>\u00e9ma pour l<\/em><em>\u2019<\/em><em>oreille<\/em> (\u201cCinema per l\u2019orecchio\u201d) avviata dalla struttura transalpina Metamkine negli anni Novanta. Uno dei protagonisti di tale avventura editoriale, Jer\u00f4me Noetinger appositamente intervistato, descrive una collana di una trentina di titoli dedicati a un unico artista (Mich\u00e8le Bokanowski, Herv\u00e9 Castellani, Christine Groult, Lionel Marchetti&#8230;) registrati sul supporto ormai desueto del mini-cd: \u201cavendo spesso constatato che la durata dei brani era compresa tra i 15 e i 20 minuti, il formato del mini-cd, su cui era possibile registrare fino a 21:50, si prestava perfettamente al progetto\u201d.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Secondo l\u2019artista e editore Noetinger, il termine \u201ccinema\u201d nel titolo di questa serie discografica si riferisce al fatto che \u201cl\u2019ascolto di questa musica pu\u00f2 creare, evocare immagini pi\u00f9 o meno astratte e organizzate\u201d che ricordano meno \u201cuna narrazione qualsiasi\u201d che un \u201cmoto di forme astratte\u201d che richiama il \u201ccinema sperimentale\u201d. Riguardo ai brani sonori selezionati nella collana, egli parla di un\u2019\u201copera proiettata\u201d non attraverso uno \u201cschermo\u201d ma tramite \u201ccasse\u201d all\u2019interno di uno \u201cspazio stereofonico\u201d. Secondo una logica di ascolto acusmatico (suoni senza riferimenti visibili) tipica anche di molti film sperimentali, \u201cogni ascoltatore ha la libert\u00e0 di creare le proprie connessioni, il proprio cinema\u201d.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Il poeta Ren\u00e9 Char aveva probabilmente ragione quando affermava solennemente che \u201cse l\u2019uomo non chiudesse talvolta gli occhi in modo sovrano, finirebbe per non vedere pi\u00f9 ci\u00f2 che vale la pena guardare\u201d. E la lezione del cinema attraverso le orecchie si rivela estremamente utile per liberarci &#8211; in nome del superamento dei nostri riflessi \u201cvalidisti\u201d &#8211; dal luogo comune secondo cui una vista mancante equivarrebbe necessariamente a uno sfortunato smarrimento di capacit\u00e0, una realt\u00e0 tristemente ridotta.<\/p>\n\n\n\n<div style=\"height:20px\" aria-hidden=\"true\" class=\"wp-block-spacer\"><\/div>\n\n\n\n<h6 class=\"wp-block-heading\"><em>Bibliografia<\/em><\/h6>\n\n\n\n<p class=\"has-small-font-size wp-block-paragraph\">Jeremy N. Bailenson, Nonverbal Overload: A Theoretical Argument for the Causes of Zoom Fatigue.&nbsp;<em>Technology, Mind, and Behavior<\/em>,&nbsp;<em>2<\/em>\/1, 2021.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"has-small-font-size wp-block-paragraph\">Jeremy N. Bailenson, \u201cWhy Zoom Meetings Can Exhaust Us\u201d, <em>The Wall Street Journal<\/em>, 3 avril 2020.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"has-small-font-size wp-block-paragraph\">Nadia Bozak, <em>The Cinematic Footprint<\/em>. <em>Lights, Camera, Natural Ressources<\/em>, New Brunswick (NJ), Rutgers University Press, 2011.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"has-small-font-size wp-block-paragraph\">Erik Bullot, <em>Cin<\/em><em>\u00e9ma vivant<\/em>, Macula, Paris, 2025.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"has-small-font-size wp-block-paragraph\">Erik Bullot (dir.), \u201cLes yeux clos\u201d, <em>La revue Documentaires<\/em>, n\u00b0 34, 2025.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"has-small-font-size wp-block-paragraph\">Gianni Celati, <em>Cinema naturale<\/em>, Milano, Feltrinelli, 2001.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"has-small-font-size wp-block-paragraph\">Natasha Dow Schull, <em>Addiction by Design. Machine Gambling in Las Vegas<\/em>, Princeton, Princeton University Press, 2014.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"has-small-font-size wp-block-paragraph\">Emmanuel Grimaud, <em>Metavertigo<\/em>, Paris, La d\u00e9couverte, 2024.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"has-small-font-size wp-block-paragraph\">L\u00e9a Morin, \u201cLes formes d\u2019une archive\u201d, <em>La revue documentaires<\/em>, n\u00b0 33, 2024.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"has-small-font-size wp-block-paragraph\">Jacopo Rasmi, <em>Collassologia. Istruzioni per l<\/em><em>\u2019<\/em><em>uso<\/em>, Trieste, Asterios, 2020.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"has-small-font-size wp-block-paragraph\">Charles Stepanoff, <em>Voyager dans l<\/em><em>\u2019<\/em><em>invisible. Techniques chamaniques de l<\/em><em>\u2019<\/em><em>imagination<\/em>, Paris, La d\u00e9couverte, 2019.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"has-small-font-size wp-block-paragraph\">Jane M. Young, \u201cPity the Indians of the Outer Space: Native American Views of the Space Program\u201d, <em>Western Folklore<\/em>, n\u00b0 46, 1987, p. 269-279.<\/p>\n\n\n\n<div style=\"height:20px\" aria-hidden=\"true\" class=\"wp-block-spacer\"><\/div>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\" style=\"font-style:normal;font-weight:200\"><em>In copertina: Emmanuel Grimaud, Arnaud Deshayes, <\/em>Pourquoi je n&#8217;ai jamais \u00e9t\u00e9 une rose<em>, 2019<\/em><\/p>\n","protected":false,"gt_translate_keys":[{"key":"rendered","format":"html"}]},"excerpt":{"rendered":"<p>Perch\u00e9 privarsi delle immagini al cinema, del tutto o quasi? \u00c8 possibile proiettare con il suono o la parola, piuttosto che con un raggio luminoso? A che serve, in fin dei conti, realizzare questa particolare declinazione del cinematografico che potremmo chiamare cinema auricolare (ovvero per mezzo dell\u2019udito)? E soprattutto: che senso ha assistervi? 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