{"id":70461,"date":"2025-11-28T00:01:00","date_gmt":"2025-11-27T23:01:00","guid":{"rendered":"https:\/\/antinomie.it\/?p=70461"},"modified":"2025-12-02T15:55:04","modified_gmt":"2025-12-02T14:55:04","slug":"ma-scrivi","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/antinomie.it\/index.php\/2025\/11\/28\/ma-scrivi\/","title":{"rendered":"Ma scrivi","gt_translate_keys":[{"key":"rendered","format":"text"}]},"content":{"rendered":"\n<div style=\"height:20px\" aria-hidden=\"true\" class=\"wp-block-spacer\"><\/div>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\"><em>Minaccia Antonella (lo compir\u00e0 il 22 dicembre) il compleanno che, per convenzione arbasiniana, fa accedere chi lo compia al rango di \u00abvenerato maestro\u00bb. A festeggiarla, tre libri e una serie di incontri. Il primo \u00e8 il <\/em><a href=\"https:\/\/www.librest.com\/nos-rendez-vous\/28-novembre-2025\/6695-rencontre-avec-antonella-anedda-pour-la-parution-de--historiae---aencrages-et-co-\" target=\"_blank\" rel=\"noreferrer noopener\"><em>28 novembre<\/em><\/a><em> alla libreria L\u2019Atelier, a Parigi, per presentare la traduzione francese di <\/em><a href=\"https:\/\/www.aencrages.com\/2025\/09\/04\/historiae\/\" target=\"_blank\" rel=\"noreferrer noopener\">Historiae<\/a><em>, per le cure di Marie Fabre e Sylvie Fabre G., pubblicata da Aencrages (112 pp., \u20ac 17); il secondo \u00e8 alle 15 del 4 dicembre all\u2019Universit\u00e0 di Bologna (aula F della sede di Via Filippo Re, 8), quando della <\/em><a href=\"https:\/\/www.electa.it\/prodotto\/la-vita-dei-dettagli\/\" target=\"_blank\" rel=\"noreferrer noopener\">Vita dei dettagli<\/a><em> (Electa, 200 pp. ill. col., \u20ac 28) Andrea Cortellessa dialogher\u00e0 con Anedda nel corso del ciclo di incontri <\/em>Possiamo chiamarlo saggio lirico? <em>condotto da Beatrice Seligardi; il terzo \u00e8 alle 18 del 16 dicembre all\u2019Accademia Nazionale di San Luca, a Roma, quando dello stesso libro parleranno con l\u2019autrice Carmen Gallo, Eloisa Morra e Andrea Cortellessa; infine, il 18 dicembre si terr\u00e0 a Lugano, all\u2019Aula Magna dell\u2019Universit\u00e0 della Svizzera Italiana e alla Casa della Letteratura per la Svizzera Italiana, la giornata di letture e studi<\/em> <a href=\"https:\/\/www.isi.usi.ch\/eventi-notizie\/essere-attenti-al-mondo-antonella-anedda-e-la-vita-40571\" target=\"_blank\" rel=\"noreferrer noopener\">\u00abEssere attenti al mondo\u00bb. Antonella Anedda e la vita dei dettagli<\/a><em>, con la partecipazione di Stefano Prandi, Vega Tescari, Laura Accerboni, Annalisa Carlevaro, Laura Crippa, Riccardo Corcione, Giuliana Di Febo-Severo, Melissa Melpignano, Sara Sermini, Mara Travella, Fabio Pusterla, Andrea Cortellessa e Marco Maggi. Si parler\u00e0 anche dell\u2019ultima pubblicazione di Anedda, la traduzione brasiliana di <\/em><a href=\"https:\/\/7letras.com.br\/livro\/noites-de-paz-ocidental\/\" target=\"_blank\" rel=\"noreferrer noopener\">Notti di pace occidentale<\/a><em> (1999), appena curata da Patricia Peterle e Andrea Santurbano (140 pp., R$ 67): l\u2019originale italiano della cui postfazione si propone qui, per la cortesia dell\u2019editore, ai lettori di \u00abAntinomie\u00bb.<\/em><\/p>\n\n\n\n<div style=\"height:20px\" aria-hidden=\"true\" class=\"wp-block-spacer\"><\/div>\n\n\n\n<p class=\"has-drop-cap wp-block-paragraph\">Era il 1969 quando, all\u2019ex amico che lo aveva appena aggredito con efferata brutalit\u00e0 (per parte sua reagendo alla famigerata \u201cpoesia\u201d sugli scontri di Valle Giulia, <em>Il PCI ai giovani!!<\/em>, che prendeva le parti dei celerini contro gli studenti in rivolta, ivi definiti \u00abfigli di pap\u00e0\u00bb), si rivolgeva cos\u00ec Pier Paolo Pasolini: \u00abtutte le poesie di Fortini hanno l\u2019aria di essere scritte durante una \u201csosta dalla lotta\u201d\u00bb. L\u2019\u00abossessione di guerra guerreggiata\u00bb \u00e8, secondo lui, la postura obbligata della psiche di Fortini: solo in quella \u00absituazione di emergenza\u00bb egli \u00abtrova una necessit\u00e0 al proprio esistere\u00bb \u2013 cio\u00e8 al proprio scrivere. In questo lo appella s\u00ec \u00abfratello\u00bb, il Pasolini che sa d\u2019essere a sua volta venuto a dividere i suoi lettori con la spada; e che per\u00f2 (con mossa che pare voler parodiare certe clausole a tradimento dell\u2019amico-avversario) finisce per deprecare il suo \u00abfanatismo\u00bb; perch\u00e9 in effetti, conclude, \u00abnon siamo in guerra\u00bb. Clausola singolare questa, pronunciata da chi prima e dopo, fra <em>La rabbia<\/em> e <em>Petrolio<\/em>, mai ha cessato di evidenziare la filigrana violenta del \u201ctempo di pace\u201d toccato in sorte all\u2019umanit\u00e0 occidentale di met\u00e0 Novecento. Altrettanto aveva fatto e continuer\u00e0 a fare Franco Fortini, e infatti non si pu\u00f2 dire avesse torto, Pasolini, a iscriverne la figura sotto il cartiglio del \u00abGuerra \u00e8 sempre\u00bb: come a suo tempo aveva sentenziato la figura tormentosa del Mordo Nahun, nella <em>Tregua<\/em> di Primo Levi.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Trent\u2019anni dopo, la \u00abpace occidentale\u00bb dalle cui tenebre scrive una discepola di Fortini e di Levi (ma non di Pasolini), quale da sempre si considera Antonella Anedda (era stato proprio Fortini a incoraggiarla per primo nel 1989, incontrata la sua scrittura in un premio per inediti \u2013 di narrativa, peraltro, non di poesia \u2013 intitolato a Calvino: tre anni prima, dunque, l\u2019esordio tardivo di <em>Residenze invernali<\/em>), ha rivelato ormai la sua natura \u00abamaramente ironic<em>a<\/em>\u00bb (come, rimaneggiando le note conclusive alla sua raccolta nel <em>collected<\/em> di <a href=\"https:\/\/antinomie.it\/index.php\/2023\/10\/27\/antonella-anedda-dal-balcone-del-cosmo\/\" target=\"_blank\" rel=\"noreferrer noopener\"><em>Tutte le poesie<\/em><\/a>, espliciter\u00e0 Anedda: \u00abil termine pace \u00e8 diventato sempre pi\u00f9 inadatto a un Occidente gi\u00e0 allora assediato da guerre sempre pi\u00f9 frequenti, e incalzanti anche ora, nel 2023, mentre scrivo questa nota. Ora pi\u00f9 che mai le notti di pace sembrano remote\u00bb). Proprio Fortini, nelle <em>Sette canzonette del Golfo<\/em> dell\u2019ultima e testamentaria raccolta <em>Composita solvantur<\/em>, aveva da poco sferzato quella \u201cpace\u201d anestetizzata e illusoria, col cipiglio agonista suo marchio di fabbrica: corretto per\u00f2 dal sarcasmo, pi\u00f9 che ironia, di chi contempli la definitiva sconfitta della prospettiva politica (peraltro da lui sempre intravista solo in un orizzonte trascendente) che a quella catastrofe aveva tentato di contrapposi. Le ulteriori catastrofi poi intercorse, appunto dal Golfo ai Balcani, sono bastate e avanzate: a concepire \u00abl\u2019idea di un Occidente circondato da guerre apparentemente concluse e di un\u2019Europa che non vive una pace, ma una tregua atterrita\u00bb (come recitava invece, di Anedda, la nota in calce alla <em>princeps <\/em>uscita nel \u201999).\u00a0<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\"><em>Versi per una tregua<\/em>, proprio, suonava il titolo del primo mannello di versi anticipati sulla rivista \u00abPoesia\u00bb nel maggio di quell\u2019anno \u201cestremo\u201d (nel duplice senso dell\u2019Hobsbawm di <em>The Age of the Extremes<\/em>, come aveva intitolato lo storico britannico il celebre saggio uscito in Italia, nel \u201995, col titolo <em>Il secolo breve<\/em>). E ancor prima (sempre su \u00abPoesia\u00bb, ma nell\u2019estate del \u201994) aveva dato Anedda al lessema di Levi, <em>tregua<\/em> (ci si ricorda della \u00absosta dalla lotta\u00bb di Fortini, secondo Pasolini), una valenza filosofica con l\u2019associarla all\u2019idea, tutta sua invece, di \u00abrecinto\u00bb. Ossia una zona franca da salvaguardare nell\u2019ordine letterario ma, ancor prima, quale categoria etica: corrispondendo nella vita di tutti i giorni alla capacit\u00e0 di vegliare, custodire, forse redimere le cose che abbiamo sempre sotto gli occhi. Cos\u00ec ritagliando \u00abuno spazio all\u2019interno del quale [\u2026] gli oggetti e gli esseri respirino gli uni accanto agli altri, abbiano durata e luce\u00bb (dove si sente forse l\u2019eco della clausola celebre delle <em>Citt\u00e0 invisibili<\/em> di Italo Calvino: \u00abl\u2019inferno dei viventi non \u00e8 qualcosa che sar\u00e0; se ce n\u2019\u00e8 uno, \u00e8 quello che \u00e8 gi\u00e0 qui, l\u2019inferno che abitiamo tutti i giorni, che formiamo stando insieme. | Due modi ci sono per non soffrirne. Il primo riesce facile a molti: accettare l\u2019inferno e diventarne parte fino al punto di non vederlo pi\u00f9. Il secondo \u00e8 rischioso ed esige attenzione e apprendimento continui: cercare e saper riconoscere chi e cosa, in mezzo all\u2019inferno, non \u00e8 inferno, e farlo durare, e dargli spazio\u00bb).<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Pi\u00f9 o meno coevo a queste righe \u00e8 uno dei componimenti eminenti di <em>Notte di pace occidentale<\/em>, quello che comincia \u00abApparteneva a un\u2019immagine stanca\u00bb (cito la seconda e la terza stanza delle cinque che lo compongono):<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Non volevo dire della guerra<br>ma della tregua<br>meditare sullo spazio e dunque sui dettagli<br>la mano che saggia il muro, la candela per un attimo accesa<br>e \u2013 fuori \u2013 le fulgide foglie.<br>Ancora un recinto con spine confuse ad altre spine<br>spine di terra che bruciano i talloni.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Ci\u00f2 che si stende tra il peso del prima<br>e il precipitare del poi:<br>questo io chiamo tregua<br>misura che rende misura lo spavento<br>metro che non protegge.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">La <em>tregua<\/em> come <em>misura <\/em>e (in termini metapoetici) <em>metro<\/em>, che contiene <em>lo spavento<\/em> ma non lo attenua, e che in effetti <em>non protegge<\/em> davvero chi vi cerchi rifugio, rappresenta uno slittamento minimo \u2013 ma ai miei occhi decisivo \u2013 rispetto all\u2019ultimo componimento della raccolta precedente, <em>Residenze invernali<\/em>, al cui <em>explicit<\/em> si leggeva: \u00abDi lato c\u2019era un recinto \/ e l\u00ec duravano le cose\u00bb (mentre nel primo, straordinario libro di prose \u2013 <em>Cosa sono gli anni<\/em> del \u201997 \u2013 si legge che il linguaggio pu\u00f2 \u00absterrare uno spazio all\u2019interno del quale gli esseri respirino, abbiano durata e luce\u00bb). Nella sua scrittura successiva mai verr\u00e0 meno del tutto quest\u2019idea di una misura ristretta (quello che Leopardi, etimologico, chiamava \u00abidillio\u00bb e che, soprattutto sulle sue tracce infatti, Anedda codificher\u00e0 nell\u2019immagine-guida dell\u2019Osservatorio: come il \u00abbalcone del corpo\u00bb della sua raccolta del 2007) che consente una veduta limitata ma precisa, e all\u2019interno della quale si dia una <em>durata<\/em>, e persino una <em>vita<\/em>, delle cose e di chi le contempla: quella <em>vita<\/em> che il capolavoro prosimetrico e iconotestuale del 2009, <a href=\"https:\/\/www.leparoleelecose.it\/la-vita-dei-dettagli\/\" target=\"_blank\" rel=\"noreferrer noopener\"><em>La vita dei dettagli<\/em><\/a>, sin dal titolo attribuir\u00e0 a immagini appunto ritagliate, \u201csalvate\u201d rispetto al <em>precipitare<\/em> di un tempo che irreparabile sprofonda verso il futuro (come l\u2019Angelo della storia di Benjamin).<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Ma sempre pi\u00f9 si fanno strada, nell\u2019opera di Anedda, accenti \u201cnegativi\u201d che di quello stesso <em>recinto<\/em> \u2013 da un certo momento in avanti identificato col pi\u00f9 quieto e soporoso <em>int\u00e9rieur<\/em> domestico \u2013 vedono l\u2019ambiguit\u00e0 costrittiva e anestetica, la stupefazione di un \u00abquotidiano\u00bb ottundente \u00abnella sua opacit\u00e0, nella sua irriducibilit\u00e0 al senso\u00bb. Sono parole, queste ultime citate, della traduttrice di questo libro, <a href=\"https:\/\/antinomie.it\/index.php\/2024\/07\/19\/cucina-e-sopravvivenza-antonella-anedda-martha-rosler\/\" target=\"_blank\" rel=\"noreferrer noopener\">Patricia Peterle<\/a> (pubblicate nel numero monografico dedicato ad Anedda dalla rivista \u00abPolisemie\u00bb nel 2023): la quale esemplifica l\u2019ambivalenza dello \u00abspazio di intimit\u00e0\u00bb della casa \u2013 e in particolare della cucina, luogo-simbolo dell\u2019identit\u00e0 femminile ivi relegata dalla cultura occidentale \u2013 che \u00e8 \u00abal contempo osservatorio, tana, prigione nonch\u00e9 spazio cimiteriale\u00bb, accostandolo a quello dei video e dei fotomontaggi della Martha Rosler che, a cavallo fra anni Sessanta e Settanta, segnava a dito nelle <em>Semiotics of Kitchen<\/em> l\u2019alienazione femminile, e che in <em>House Beautiful: Bringing the war home<\/em>, sul <em>d\u00e9cor<\/em> borghese delle tappezzerie pastello, proiettava le immagini pi\u00f9 crude della guerra d\u2019allora, quella del Vietnam: con le quali la sorridente casalinga, angelo del focolare dell\u2019<em>American way of life<\/em>, coabitava sottomessa e senza pensieri. &nbsp;<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Eppure, lo si accennava, in date condizioni questo stesso spazio pu\u00f2 rivelarsi il primo, il pi\u00f9 cruciale degli Osservatori. \u00c8 il giro di vite fatto nella raccolta, <em>Historiae<\/em>, che nel 2018 pi\u00f9 direttamente raccoglie il testimone delle <em>Notti di pace occidentale<\/em>. La sua prima sezione s\u2019intitola proprio \u00abOsservatorio\u00bb, ma \u00e8 nella grande poesia <em>Occidente<\/em> \u2013 baricentro espressivo e strutturale di <em>Historiae<\/em>, esin dal titolo collegata al libro di vent\u2019anni prima \u2013 che dalla finestra di casa chi dice \u00abio\u00bb osserva il \u00abdirupo sotto il <em>suo<\/em> balcone\u00bb, confrontando la condizione \u00abalt<em>a<\/em> e miop<em>e<\/em> e assordat<em>a<\/em>\u00bb del \u00abnostro mondo occidentale\u00bb a quella \u2013 disgraziata s\u00ec, ma attiva e re-attiva \u2013 dei \u00abnostri alieni\u00bb venuti dal Meridione e dall\u2019Oriente, e confinati nelle \u00abcase contadine del Duemila\u00bb, <em>favelas<\/em> che si scoprono allignare nel <em>terrain vague<\/em> suburbano:<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">a volte sono donne, spesso vecchie.<br>Spingono un passeggino privo di bambino,<br>ma anche un carrello per la spesa,<br>e in effetti la fanno, \u00aba nostre spese\u00bb<br>aggiunge l\u2019inquilino.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">In realt\u00e0 cercano ferro in questa et\u00e0 dell\u2019oro.<br>Stavolta vedo da vicino. Ci guardiamo.<br>\u00c8 davvero impossibile lavare la vergogna reciproca?<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Negli occhi dell\u2019Oriente, a specchio rovesciato, appare l\u2019abiezione dell\u2019Occidente \u2013 e viceversa. Quella <em>vergogna reciproca<\/em> ricorda lo sguardo che verso la fine di <a href=\"https:\/\/www.youtube.com\/watch?v=fwnz0rDFAUE&amp;list=RDfwnz0rDFAUE&amp;start_radio=1\" target=\"_blank\" rel=\"noreferrer noopener\"><em>Zabriskie Point<\/em><\/a>, il film sessantottino di Michelangelo Antonioni, si scambiano Daria, la ragazza del Movement californiano (divenuta poi un\u2019icona della controcultura americana), povera e ribelle ma comunque appartenente a un\u2019etnia privilegiata, e una domestica nativa americana che, facendo parte del personale dell\u2019elegantissima villa nella Death Valley, \u00e8 asservita senza residui all\u2019ordine borghese contestato dalla studentessa. In fondo \u00e8 la stessa contrapposizione istituita dal Pasolini di Valle Giulia: fra i giovani ribelli del Sessantotto, che per\u00f2 appartengono alla giovent\u00f9 pi\u00f9 \u201caffluente\u201d e <em>\u00e0 la page<\/em>, e i servi del sistema, i poliziotti meridionali che li manganellano ma che, per estrazione di classe, sono i veri proletari. In quel film del \u201970, per\u00f2, Antonioni rifugge dallo schematismo sociologico di Pasolini, e la <em>vergogna<\/em> appartiene in effetti a entrambi. Segue la scena famosa dell\u2019esplosione della villa <em>au<\/em> <em>ralenti<\/em>, alle urla liberatorie e insieme terrorizzanti dei Pink Floyd.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">A essere mutata, nei quasi vent\u2019anni che separano <em>Notti di pace occidentale<\/em> da <em>Historiae<\/em>, \u00e8 la percezione di s\u00e9 da parte del <em>nostro mondo occidentale<\/em>. Il libro del \u201999 giunge alla fine di un ciclo storico nel quale la <em>Western way of life<\/em> ha ipostatizzato s\u00e9 stessa come il migliore dei mondi possibili, decretando inevitabile e irreversibile il diffondersi di un modello economico, sociale e culturale che non prevede pi\u00f9 eccezioni n\u00e9 incrinature. In un suo libro recente dal sottotitolo, ancorch\u00e9 ironicamente, gi\u00e0 calviniano (<em>Senza riparo. Sei tentativi di leggere il presente<\/em>, 2025), un poeta e saggista che spesso ha guardato con interesse all\u2019opera di Anedda, Guido Mazzoni, ha colto una testimonianza precoce di questa propriocezione rassicurante e anestetizzata in uno scritto di Calvino dei primi anni Sessanta, <em>La \u201cbelle \u00e9poque\u201d inaspettata <\/em>(poi raccolto in <em>Una pietra sopra<\/em>): nel quale \u00abil boom economico\u00bb consente alla parte privilegiata del mondo \u00abun\u2019aria di cuccagna\u00bb in cui, venuta meno l\u2019\u00abintransigente tensione ideale\u00bb del primo dopoguerra, \u00abognuno bada ai suoi interessi\u00bb: \u00abc\u2019\u00e8 s\u00ec la guerra fredda che non \u00e8 finita, e continuano anche alcuni spargimenti di sangue locali, ma la gente che \u00e8 al riparo li guarda come grandinate estive in un giorno di sole\u00bb.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Questo \u00abatteggiamento\u00bb, commenta Mazzoni, \u00absarebbe diventato pienamente egemone tra gli anni Ottanta e gli anni Novanta\u00bb. Al \u201992, a tre anni dalla caduta del Muro di Berlino, risale infatti l\u2019epocale saggio di Francis Fukuyama che teorizzava \u00abla fine della storia\u00bb, ma l\u2019<em>atteggiamento<\/em> di cui si parla \u00e8 meglio decritto dall\u2019immagine lucreziana d\u2019un altro e ben pi\u00f9 consistente saggio filosofico, di un quindicennio precedente, <em>Naufragio con spettatore <\/em>di Hans Blumenberg: come l\u2019osservatore che all\u2019inizio del secondo libro del <em>De rerum natura<\/em> contempla sereno battaglie e naufragi che non lo minacciano davvero, cos\u00ec il <em>nostro mondo occidentale<\/em> guardava allora al resto del pianeta come a uno spettacolo da commentare in modo pi\u00f9 o meno partecipato, ma dal quale ci si sapeva del tutto immuni: <em>al riparo<\/em>, appunto.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Sono, questi appena descritti, gli anni di formazione e d\u2019esordio di Antonella Anedda. Eppure sin dal primo libro non si trova mai, nella sua scrittura, la <em>comfort zone<\/em> alla quale, che la si stigmatizzi come Calvino o ce la si goda spensierati come troppi venuti dopo di lui, associamo di norma il luogo del <em>riparo<\/em>. Quello dell\u2019\u00abospedale\u00bb, allusivo <em>set <\/em>di <em>Residenze invernali<\/em>, consente s\u00ec una \u00abtregua\u00bb (come nella poesia che comincia \u00abCos\u00ec lontano dalle nostre ceneri\u00bb) ma \u00e8 quella di \u00absoldati in ritirata\u00bb, claudicanti \u00abcol passo dei sopravvissuti\u00bb: quella di un \u00abtempo sconnesso\u00bb in cui \u00abil tempo era rovina e fredda pace\u00bb, e l\u2019inverno raggela e cauterizza un\u2019umanit\u00e0 ferita o convalescente, senza una prognosi definita.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">In <em>Notti di pace occidentale<\/em> \u00e8 ormai chiaro, appunto, che \u00abci\u00f2 che chiamiamo pace \/ ha solo il breve sollievo della tregua\u00bb: quella che si trova schiacciata dal \u00abpeso del prima\u00bb, e insieme atterrita dal \u00abprecipitare del poi\u00bb. L\u2019osservatorio della \u00abfinestra\u00bb consente s\u00ec di \u00abguarda<em>re<\/em>\u00bb all\u2019esterno, ma solo \u00abaccetta<em>ndo<\/em> la disperazione\u00bb. Il <em>precipitare<\/em> \u00e8 quello del Novecento che si affretta a morire: nella sua corsa \u00abnon s<em>a<\/em> se accorrere o fuggire\u00bb, sa solo che deve \u00abcorr<em>ere<\/em> verso un rifugio\u00bb. E nella poesia esplicitaria, intitolata appunto <em>1999<\/em>, si legge:<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Non c\u2019\u00e8 salvezza nell\u2019attardarsi di un millennio [\u2026]<br>Cerca tra le cose che ami quale morir\u00e0 per prima<br>combatti nonostante il tremore.<br>Ma noi parliamo a candele, ad auspici imperfetti<br>a ombre che abbracciamo con fervore<br>e la lingua \u00e8 la stessa che si porta migrando dalle isole:<br>una nube in gola<br>che oscura la dizione degli oggetti.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Anche gli <em>oggetti<\/em>, ai quali la poesia successiva di Anedda spesso conferir\u00e0 una pur malcerta, post-montaliana valenza salvifica (<em>La luce delle cose<\/em> s\u2019intitola una silloge saggistica del 2000), sono esperibili s\u00ec, ma solo nel fitto d\u2019una <em>lingua<\/em> che, anzich\u00e9 illimpidire perspicua la loro <em>dizione<\/em>, la intorbida <em>oscura<\/em>. Lo stesso primo verso della raccolta, che pure nel verso seguente evoca il \u00abpi\u00f9 radioso dei balconi\u00bb, incarna appieno questa dialettica. \u00abVedo dal buio\u00bb, infatti, suona l\u2019<em>incipit<\/em> del libro: evocando uno sguardo coraggiosamente rivolto all\u2019esterno, come sempre sar\u00e0 quello della sua autrice, ma che sa di dover attraversare, per farlo, una tenebra fonda: un\u2019oscurit\u00e0 dalla quale non si passa indenni. (\u00c8 la medesima dialettica che proprio Calvino \u2013 autore del quale si sorprendono spesso, come si vede, consonanze non superficiali con Anedda \u2013 codificher\u00e0 in uno dei suoi testi pi\u00f9 belli, <em>Dall\u2019opaco<\/em>, raccolto dopo la sua morte in <em>Sotto il sole giaguaro<\/em>.)&nbsp;<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">E infatti non ci si presenta in alcun modo <em>indenne<\/em>, chi ci parla dal fondo delle ultime <em>notti<\/em> del Novecento. Non vive certo in modo pacificato e soddisfatto, il suo stare <em>al riparo<\/em>, chi vive questi ultimi scampoli di <em>pace occidentale<\/em>. La proiezione del penultimo componimento <em>Per un nuovo inverno<\/em>, che reca la dedica\u00abnella morte di A.R.\u00bb, non potrebbe essere pi\u00f9 eloquente \u2013 convocando come fa lo spettro forse pi\u00f9 esemplare, senz\u2019altro il pi\u00f9 tormentoso del secolo: che dal mondo, solo tre anni prima, s\u2019era messo in fuga nel modo pi\u00f9 traumatico e imperdonabile. <em>A.R.<\/em> non \u00e8 altri, infatti, che Amelia Rosselli: la poetessa di <em>Variazioni Belliche<\/em> e <em>Serie Ospedaliera<\/em> che nel \u201992 aveva fatto in tempo a salutare l\u2019esordio di <em>Residenze invernali<\/em> come un \u00abquasi capolavoro\u00bb (il componimento di Anedda era uscito a caldo, sulla rivista \u00abNuovi Argomenti\u00bb, alla notizia della tragica morte della dedicataria). &nbsp;<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Vent\u2019anni dopo il \u00abquadro di insieme\u00bb nel quale l\u2019Occidente per mezzo secolo ha potuto considerare s\u00e9 stesso, annota Mazzoni, si presenta devastato in misura forse irreversibile: \u00abla sensazione di essere al riparo sta scomparendo\u00bb dopo le ripetute crisi finanziarie, l\u2019acuirsi delle preoccupazioni climatiche, la pandemia da Covid, l\u2019imprevedibile nuovo insorgere di nazionalismi xenofobi e la nuova pandemia bellicista della \u00abterza guerra mondiale combattuta a pezzi\u00bb di cui, in sostanza inascoltato, parlava gi\u00e0 dieci anni fa papa Bergoglio. Se \u00abl\u2019Occidente collettivo \u00e8 lacerato da tensioni di tipo nuovo che, fino a qualche tempo fa, parevano inconcepibili\u00bb, conclude Mazzoni, \u00abla sensazione di essere al riparo \u00e8 finita\u00bb.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">E certo \u00e8 questa la <em>facies hippocratica<\/em> del mondo ritratto da <em>Historiae<\/em>, con la lucidit\u00e0 inflessibile del \u00abgrigio libro di Tacito\u00bb (che \u00abdice soltanto ci\u00f2 che deve\u00bb), cui sin dal titolo s\u2019ispira la raccolta del 2018: dove la \u00abvita\u00bb \u00e8 \u00abbellissima e crudele\u00bb, in quanto per sua natura <em>portata a corruzione<\/em> (sebbene non per questo perda la sua radianza come si dice, in <em>Osservazione 2<\/em>, con parole dantesche citate a memoria: <em>Par. <\/em>VII, 124-126; III, 14-15), in una \u00abdismisura delle cose\u00bb nel cui \u00abbaratro\u00bb si scende ineluttabilmente (<em>Geometrie<\/em>), una costellazione di \u00abrovine\u00bb entro le quali \u00abquesta specie si conserva \/ e avanza crollando lungo i secoli\u00bb (<em>Ruinas<\/em>). \u00c8 qui che (nella sezione eponima) si consuma l\u2019offesa della <em>specie<\/em> a s\u00e9 stessa, con lo sterminio dei migranti nel Mediterraneo: ma i \u00absegnali del male\u00bb storico e politico, emessi incessabili dall\u2019\u00ab\u00e8ra di ferro che ci irradia\u00bb, non fanno altro che proseguire, acuendolo crudelmente, il generale vettore distruttivo dell\u2019universo (\u00abatomi che pensiamo perdurino \/ e che invece si perdono nel vuoto \/ che ci scuote al vento delle stelle e dei pianeti\u00bb: dove il <em>clinamen<\/em> di Lucrezio prefigura l\u2019implacabile entropia termodinamica). Non solo l\u2019<em>Occidente<\/em> riconosce con un brivido il proprio etimo remoto, per natura votato al declinare della propria luce nel tramonto; \u00e8 il mondo nel suo complesso che si scopre (come nel Pascoli pi\u00f9 cosmologico) un \u00abatomo opaco del male\u00bb. &nbsp;<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Comunque si voglia interpretare l\u2019origine di questo <em>male<\/em>, in ogni caso \u00e8 certo che le \u00abnotizi<em>e<\/em> delle strag<em>i<\/em>\u00bb, \u00ablampi di armi, \/ corpi nudi e dentro ai calcinacci un cane\u00bb, sempre pi\u00f9 ravvicinate e incombenti, continueranno a venire proiettate nel quieto terrore della \u00abstanza buia\u00bb dallo \u00abschermo del televisore\u00bb, che \u00abnessun baratro eguaglia\u00bb, \u00abmentre la casa si scompone e scompare\u00bb. Dunque il suo <em>recinto<\/em> non pu\u00f2 pi\u00f9 dare <em>tregua<\/em> \u2013 mentre la <em>specie<\/em>, credendo di <em>avanzare<\/em>, non fa altro che <em>crollare<\/em> nel <em>baratro<\/em>. Ma se questa \u00e8 la cronaca ormai sin troppo riconoscibile del secolo nel quale ci addentriamo incauti, si dovr\u00e0 riconoscere come le antenne vibranti di questa poesia l\u2019avessero antiveduta gi\u00e0 l\u2019anno prima del suo avvento (perch\u00e9 s\u00ec \u2013 sulla <em>specie <\/em>il secolo si <em>avventa<\/em> come una belva dalla pi\u00f9 cieca ferocia). \u00c8 gi\u00e0 in <em>Notti di pace occidentale<\/em> che \u00abil mondo si trasforma in polvere \/ in quella sabbia che i condannati vedono \/ prima di colpirla con la nuca\u00bb; \u00e8 gi\u00e0 qui che, tra \u00abtonf<em>i<\/em>\u00bb e \u00abgrida\u00bb, fuggiamo \u00abnel buio degli inseguiti\u00bb; \u00e8 qui \u2013 \u00e8 sempre \u2013 che si \u00abscriv<em>e<\/em> per la piet\u00e0 del buio \/ per ogni creatura che indietreggia \/ con la schiena premuta a una ringhiera \/ per l\u2019attesa marina \u2013 senza grida \u2013 infinita\u00bb.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Eppure \u00e8 proprio in questi ultimi versi \u2013 quelli conclusivi del primo componimento della seconda sezione, \u00abIn una stessa terra\u00bb \u2013 che Anedda enuncia una volta per tutte l\u2019<em>ethos<\/em> della sua scrittura-nonostante (\u00abCombatti nonostante il tremore\u00bb, si ricorder\u00e0, \u00e8 l\u2019altro imperativo che risuona alla fine del libro):<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Scrivi, dico a me stessa<br>e scrivo io per avanzare pi\u00f9 sola nell\u2019enigma<br>perch\u00e9 gli occhi mi allarmano [\u2026]<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Scrivi perch\u00e9 nulla \u00e8 difeso e la parola bosco<br>trema pi\u00f9 fragile del bosco, senza rami n\u00e9 uccelli<br>perch\u00e9 solo il coraggio pu\u00f2 scavare<br>in alto la pazienza<br>fino a togliere peso<br>al peso nero del prato.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">In un saggio precoce (nel 2002 incluso nel suo libro <em>Dopo la poesia<\/em>) che prendeva le mosse dalla poesia conclusiva dedicata ad Amelia Rosselli, per primo Roberto Galaverni ha riconosciuto quanto questa clausola \u2013 collocata quasi all\u2019altro capo del libro, su quanto segue proiettando la propria aura \u2013 dovesse a uno dei componimenti pi\u00f9 celebri (e citati) di Franco Fortini, <em>Traducendo Brecht<\/em>. La poesia (inclusa quattro anni dopo nella raccolta <em>Una volta per sempre<\/em>) \u00e8 datata al 1959, cio\u00e8 appena due anni prima l\u2019annotazione di Calvino che, s\u2019\u00e8 visto, annunciava-denunciava l\u2019incipiente <em>belle \u00e9poque<\/em> neocapitalista (nella cui temperie, si ricorder\u00e0, si riduce a un\u2019effimera \u00abgrandinat<em>a<\/em> estiv<em>a<\/em>\u00bb il minaccioso \u00abtemporale\u00bb che fa invece da cornice alla poesia di Fortini); eppure il mondo che disegna \u00e8 insieme lo stesso e il suo segreto opposto: un mondo in cui \u00abgli oppressi \/ sono oppressi e tranquilli\u00bb, e a loro volta \u00abgli oppressori tranquilli \/ parlano nei telefoni\u00bb. Un mondo sul quale \u00e8 impresso, tanto pi\u00f9 profondo in quanto inavvertito, il sigillo dell\u2019<em>odio<\/em>: \u00abl\u2019odio \u00e8 cortese, io stesso \/ credo di non sapere pi\u00f9 di chi \u00e8 la colpa\u00bb. Ed ecco i versi che resteranno impressi, tanto tempo dopo, nella memoria della discepola:<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Scrivi mi dico, odia<br>chi con dolcezza guida al niente<br>gli uomini e le donne che con te si accompagnano<br>e credono di non sapere. Fra quelli dei nemici<br>scrivi anche il tuo nome. Il temporale<br>\u00e8 sparito con enfasi. La natura<br>per imitare le battaglie \u00e8 troppo debole. La poesia<br>non muta nulla. Nulla \u00e8 sicuro, ma scrivi.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Quarant\u2019anni dopo, come il <em>temporale<\/em> di Fortini, <em>sparito<\/em> \u00e8 ormai l\u2019<em>odio<\/em> di una lotta di classe divenuta, se non impensabile, innominabile; eppure molto simile \u00e8 il principio della <em>spes contra spem <\/em>enunciato nei versi di Anedda: l\u2019ostinazione irriducibile a incidere parole sull\u2019ultima <em>ringhiera <\/em>che ci trattiene prima del <em>baratro<\/em>, \u00abin pensiero per la vita\u00bb,<em> per la piet\u00e0 del buio<\/em>. Nelle <em>Geometrie<\/em> di <em>Historiae<\/em> dal \u00abbaratro\u00bb aperto dalla \u00abdismisura delle cose\u00bb si \u00abriemerg<em>e<\/em>\u00bb misurandolo con gli strumenti umani della poesia: \u00abil metro, il compasso, la mente piena di cifre\u00bb.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">In un articolo pubblicato su \u00abla Repubblica\u00bb all\u2019uscita appunto di <em>Historiae<\/em> (accostato ad altri libri di poeti-donne considerati di per s\u00e9, chiss\u00e0 perch\u00e9, pi\u00f9 votati all\u2019\u00abintrospezione\u00bb dei poeti-uomini), concludeva Alberto Asor Rosa che la poesia di Anedda \u00abci fa pensare che sia ancora possibile immaginare una realt\u00e0 che non sia tutta ridotta a polvere e scarto\u00bb (col suo generico ottimismo, una perfetta frase da <em>blurb<\/em>: che infatti verr\u00e0 prontamente addotta come tale, tre anni dopo, dalla sovraccoperta di <em>Geografie<\/em>).<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Con quanto s\u2019\u00e8 detto finora, e con lo scavo progressivo della sua scrittura alle radici pi\u00f9 fonde del <em>male<\/em>, darwinianamente e zanzottianamente spinto sino a sprofondare nei sedimenti terrestri soggiacenti all\u2019Antropocene superbo e sciocco, si sar\u00e0 visto come invece per Anedda tutta la realt\u00e0, con sempre maggiore chiarezza, si riconosca proveniente dalla <em>polvere<\/em> e a essa destinata a tornare, ineluttabilmente, nella sua sorte di <em>scarto<\/em>. Non \u00e8 per <em>contraddire<\/em> questa condizione che si scrive quella che ho definito la sua \u201cparola-nonostante\u201d: ma <em>malgrado<\/em> essa. Davvero <em>nulla \u00e8 sicuro<\/em>, e certo <em>la poesia non muta nulla<\/em>: proprio per questo, per\u00f2, non si pu\u00f2 far altro che scrivere. Chi non riesce a disfarsi altrimenti dell\u2019\u00abio\u00bb si polverizza, si emulsiona, evapora in una \u00abnuvol<em>a<\/em>\u00bb: in quella \u00abnube\u00bb (che \u00e8 pure quella del <em>cloud<\/em> informatico, evocato gi\u00e0 nel 2012 da <em>Salva con nome<\/em>), o in quell\u2019alitare pulviscolare, si d\u00e0 il paradosso di \u00absalvare [\u2026] l\u2019insalvabile\u00bb (<em>Nuvole, io<\/em>, in <em>Historiae<\/em>).<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Dal tempo della catastrofe storica ci si proietta cos\u00ec in una dimensione meta-storica e oltre-futura, \u00aboltre il secolo \/ nelle sere a venire quando n\u00e9 tu n\u00e9 io ci saremo\u00bb: quando madre e figlia saranno fossili preistorici, \u00abcalchi di vulcano curvi nella cenere bianca\u00bb (l\u2019immagine deriva dagli scavi archeologici, gi\u00e0 illustrati dal Rossellini di <em>Viaggio in Italia<\/em>, della Pompei ricoperta dalle ceneri del Vesuvio nel 79 d.C.). Polvere siamo e polvere ritorneremo, perch\u00e9 la nostra materia corporea si disfer\u00e0 e ricomporr\u00e0, incessabilmente, in un ciclo senza nome e senza direzione (\u00abNon esistono nomi, autrici, autori, \/ volano soltanto le parole, si mischiano \/ alla pelle che cade sui divani\u00bb: <em>Pelle, polvere<\/em>, in <em>Historiae<\/em>). Pure quello che si scrive \u00e8 polvere, certo, ma \u00abquesto resta, la polvere e i suoi atomi sparsi\u00bb \u2013 e questa geometria umana, per quanto fallibile e votata allo scacco, \u00abchiamiamo poesia\u00bb. E dunque, ma scrivi.<\/p>\n\n\n\n<div style=\"height:20px\" aria-hidden=\"true\" class=\"wp-block-spacer\"><\/div>\n\n\n\n<p class=\"has-text-color has-link-color wp-elements-1 wp-block-paragraph\" style=\"color:#6a6666\"><em>In copertina: Sir William Nicholson, <\/em>The Lustre Bowl with Green Peas<em>, 1911, National Gallery of Scotland (fonte: Wikimedia Commons)<\/em><\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\"><\/p>\n","protected":false,"gt_translate_keys":[{"key":"rendered","format":"html"}]},"excerpt":{"rendered":"<p>[&#8230;] con lo scavo progressivo della sua scrittura alle radici pi\u00f9 fonde del male, darwinianamente e zanzottianamente spinto sino a sprofondare nei sedimenti terrestri soggiacenti all\u2019Antropocene superbo e sciocco, si sar\u00e0 visto come invece per Anedda tutta la realt\u00e0, con sempre maggiore chiarezza, si riconosca proveniente dalla &#8216;polvere&#8217; e a essa destinata a tornare, ineluttabilmente, nella sua sorte di &#8216;scarto&#8217;. 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