{"id":70131,"date":"2025-11-18T00:01:00","date_gmt":"2025-11-17T23:01:00","guid":{"rendered":"https:\/\/antinomie.it\/?p=70131"},"modified":"2025-11-17T21:59:37","modified_gmt":"2025-11-17T20:59:37","slug":"unonda-dopo-laltra","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/antinomie.it\/index.php\/2025\/11\/18\/unonda-dopo-laltra\/","title":{"rendered":"Un\u2019onda dopo l\u2019altra","gt_translate_keys":[{"key":"rendered","format":"text"}]},"content":{"rendered":"\n<div style=\"height:20px\" aria-hidden=\"true\" class=\"wp-block-spacer\"><\/div>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\"><\/p>\n\n\n\n<div class=\"wp-block-columns is-layout-flex wp-container-core-columns-is-layout-8f761849 wp-block-columns-is-layout-flex\">\n<div class=\"wp-block-column is-layout-flow wp-block-column-is-layout-flow\"><\/div>\n\n\n\n<div class=\"wp-block-column is-layout-flow wp-block-column-is-layout-flow\">\n<p class=\"has-small-font-size wp-block-paragraph\">\u00abIo non dimenticher\u00f2 mai\u00bb, giur\u00f2 Zoyd, \u00abvadano a farsi fottere. Finch\u00e9 \u00e8 durata, ci siamo divertiti un mondo\u00bb. \u00a0 <em>Vineland<\/em><\/p>\n<\/div>\n<\/div>\n\n\n\n<p class=\"has-drop-cap wp-block-paragraph\">Buona parte della leggenda del cinema, prima che della sua storia, la fanno i finali. Se passo in rassegna i film che pi\u00f9 mi hanno segnato la vita, dall\u2019<em>Avventura<\/em> a <em>Citizen Kane<\/em>, da <em>2001<\/em> a <em>Vertigo<\/em>, da <em>Solaris <\/em>ad <em>Alien<\/em>, la prima immagine che aggalla \u00e8 fra le rispettive ultime. O magari penultime (lo <em>strip-tease<\/em> di Ripley-Sigourney Weaver per esempio, che tanto turb\u00f2 il me undicenne, precede di poco la forclusione violenta dell\u2019Io-Mostro: e ne \u00e8 insieme tanto la causa efficiente, in termini diegetici, che l\u2019antitesi e anzi la nemesi perfetta, in termini psicosimbolici). Se sui finali c\u2019\u00e8 una bibliografia ragguardevole, meno mi pare si sia prestata attenzione ai sottofinali: che invece spesso ai finali (che possono proseguirli o sottilmente contraddirli, in ogni caso cos\u00ec facendosi meno assertivi, pi\u00f9 ambigui) danno una densit\u00e0 plurisensa che retroagisce su tutto il film. In pochi casi questo paradigma splende come nel finale (cio\u00e8 soprattutto nel sottofinale) di <em>Una battaglia dopo l\u2019altra<\/em>, il film che Paul Thomas Anderson ha \u00abliberamente tratto\u00bb da uno dei pi\u00f9 grandi romanzi politici del Novecento, <em>Vineland<\/em> di Thomas Pynchon, pubblicato nel 1990 (da noi l\u2019anno dopo da Rizzoli, nella traduzione di Pier Francesco Paolini di qui in avanti citata).\u00a0 \u00a0\u00a0<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Di fronte a un film che prenda di petto un grande testo letterario, la cosa pi\u00f9 sciocca che si possa fare \u00e8 rimpiangerne il tradimento. Proprio in quanto grande, quel testo non ammette \u201criduzioni\u201d, cio\u00e8 transcodifiche piattamente traduttorie, ma solo reinvenzioni. Devo dire che nelle premesse un po\u2019 spaventava anche me, per\u00f2, l\u2019idea di un film tratto da <em>Vineland<\/em> (motivo questo del ritardo colpevole col quale sono andato a vederlo). Nel precedente <em>Vizio di forma<\/em> del 2014 (tratto dall\u2019omonimo romanzo pynchoniano del 2009) aveva bucato le gomme di quello che pure \u00e8 tra i massimi demiurghi del cinema di oggi, Anderson appunto, proprio il suo proposito dichiarato di adattare \u00abfrase per frase\u00bb un testo che, se non labirintico come altri dello stesso autore, in ogni caso sterza di continuo in ogni direzione. La cosiddetta \u201csvolta noir\u201d di Pynchon, prodottasi all\u2019indomani di <em>Contro il giorno<\/em>, che nel 2006 portava alle estreme conseguenze la <em>hybris<\/em> di coniugare l\u2019estensione spaziotemporale da \u201copera-mondo\u201d alla sfrenata satira menippea che \u00e8 il suo pi\u00f9 riconoscibile marchio di fabbrica (una ricetta che ha fatto la grandezza di <em>V.<\/em>, dell\u2019<em>Arcobaleno della gravit\u00e0<\/em> e di <em>Mason &amp; Dixon<\/em>), ha allineato due addendi in meno di quattro anni: appunto <em>Vizio di forma<\/em> e <em>La cresta dell\u2019onda<\/em>: che solo un hooligan pynchoniano sarebbe disposto a paragonare ai capolavori che li hanno preceduti (solo sei, di contro, in ben quarantatr\u00e9 anni di attivit\u00e0; non ho ancora letto <em>Shadow Ticket<\/em>, uscito nelle scorse settimane da Penguin a dodici anni dalla <em>Cresta dell\u2019onda<\/em>, e annunciato da Einaudi per l\u2019autunno del prossimo anno).<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Ma se c\u2019\u00e8 un giunto snodato, fra queste due \u201cmaniere\u201d di Pynchon, \u00e8 proprio <em>Vineland<\/em>. Che anticipa il connotato \u201clabirintico\u201d, dall\u2019ultimo Pynchon mutuato dall\u2019<em>hard-boiled<\/em> di autori come Raymond Chandler e Dashiel Hammett (fra gli aneddoti pi\u00f9 citati della sullodata leggenda del cinema c\u2019\u00e8 quello per cui a un certo punto della lavorazione del <em>Mistero del falco<\/em> il povero John Huston, che lo stava sceneggiando, per la disperazione si rivolse direttamente a Hammett onde avere un chiarimento riguardo alla trama, sentendosi rispondere dall\u2019autore del romanzo che neppure lui ci si raccapezzava troppo\u2026), ma applicandolo con decisione a una materia politica che, mentre nei romanzi successivi \u00e8 adombrata o allegorizzata, in <em>Vineland<\/em> \u00e8 del tutto esplicita (ed esplosiva).<\/p>\n\n\n<div class=\"wp-block-image\">\n<figure class=\"aligncenter size-full\"><img decoding=\"async\" src=\"data:image\/gif;base64,R0lGODlhAQABAIAAAAAAAP\/\/\/yH5BAEAAAAALAAAAAABAAEAAAIBRAA7\" data-src=\"https:\/\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2025\/11\/Leonardo-Di-Caprio.jpg\" alt=\"\" class=\"wp-image-70142 lazyload\"><noscript><img data-recalc-dims=\"1\" loading=\"lazy\" loading=\"lazy\" decoding=\"async\" width=\"900\" height=\"498\" src=\"https:\/\/i0.wp.com\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2025\/11\/Leonardo-Di-Caprio.jpg?resize=900%2C498&#038;ssl=1\" alt=\"\" class=\"wp-image-70142\" srcset=\"https:\/\/i0.wp.com\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2025\/11\/Leonardo-Di-Caprio.jpg?w=900&amp;ssl=1 900w, https:\/\/i0.wp.com\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2025\/11\/Leonardo-Di-Caprio.jpg?resize=300%2C166&amp;ssl=1 300w, https:\/\/i0.wp.com\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2025\/11\/Leonardo-Di-Caprio.jpg?resize=768%2C425&amp;ssl=1 768w, https:\/\/i0.wp.com\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2025\/11\/Leonardo-Di-Caprio.jpg?resize=60%2C33&amp;ssl=1 60w\" sizes=\"auto, (max-width: 900px) 100vw, 900px\" \/><\/noscript><figcaption class=\"wp-element-caption\">Leonardo Di Caprio in <em>One Battle After Another<\/em>, di Paul Thomas Anderson (2025)<\/figcaption><\/figure>\n<\/div>\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Le ambigue relazioni fra i personaggi del romanzo (anzitutto fra la rivoluzionaria Frenesi Gates e il procuratore distrettuale Brock Vond, che perseguita lei e il suo gruppo di cineoperatrici d\u2019assalto, le \u00ab24 fps\u00bb, e poi quella tra Frenesi e la figlia Prairie, che crede suo padre l\u2019hippie Zoyd Wheeler, \u00abormai mentalmente paralizzato\u00bb dalle birre e dalle canne, ma in realt\u00e0 forse discende proprio dai lombi fascistoidi di Vond) compongono un labirinto appunto, inestricabile come quelli interiori di un grande classico del romanzo psicologico dell\u2019Ottocento: a legare fra loro, per\u00f2, macchiette plastificate e grottesche, deliberatamente prive di spessore appunto psicologico e ridotte alle loro superfici pi\u00f9 colorate e chiassose. Con un senso di arbitrio, e proditorio sberleffo, che non manca di sconcertare e frustrare i lettori disavvezzi alle girandole narrative, alle buffonerie trascendentali di Pynchon. Ma la sua parodia trascendentale non investe solo il romanzo classico e \u00abantropomorfo\u00bb; anche la grande odissea \u00abtecnomorfa\u00bb (per riprendere una classica antinomia di Giancarlo Mazzacurati) del romanzo modernista e concettuale joyciano o musiliano, che formalmente Pynchon non teme di sfidare a viso aperto, viene sconciata dalle sue canzoncine petulanti (nelle quali spesso si diverte a dissimulare i significati pi\u00f9 reconditi dei suoi romanzi), dalle citazioni frastornanti dalle sit-com, dai cartooons, dai pi\u00f9 improbabili film di serie Z. Quella messa in scena dai libri di Pynchon \u00e8 l\u2019apocalisse definitiva della forma-romanzo: che mima serissima, per non dire tragica, la fine non meno ineluttabile della forma-moderno. Letteralmente squagliandosi dalle risate. &nbsp;&nbsp;<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\"><em>Vineland<\/em> \u00e8 l\u2019episodio fra tutti pi\u00f9 farsesco (memorabile l\u2019<em>incipit<\/em> con Zoyd Wheeler che, per sbarcare il lunario, fa il matto a uso dei pi\u00f9 scalcinati show televisivi: il sussidio che lo tiene in vita se lo guadagna gettandosi una volta all\u2019anno contro la vetrata di un negozio), ma anche il pi\u00f9 doloroso: perch\u00e9 disegna con la \u00ableggerezza apparente\u00bb di un\u2019operetta di Gilbert &amp; Sullivan, anzich\u00e9 di Leopardi, la fine ingloriosa di ogni ipotesi di impegno politico. Quello messo in scena \u00e8 il tracollo inappellabile del sogno di giustizia e uguaglianza che l\u2019America, e con essa il mondo, ha nutrito negli anni Sessanta (e che a suo modo, oltretutto, aveva interpretato lo stesso Pynchon di <em>V.<\/em> e dell\u2019<em>Incanto del lotto 49<\/em>). Non solo gli utopisti e i libertari rivelano tutta la loro pochezza emotiva e intellettuale ma, nel loro ridicolo presumere di resistere \u00abin tempi supplementari\u00bb, in realt\u00e0 fanno a gara a tradire la causa in tutti i modi possibili: per un piatto di minestra o, come nel caso di Frenesi, per il <em>Fascino fascista<\/em> (come l\u2019aveva chiamato Susan Sontag, profetica, nel \u201974) del cazzo autoritario e militaresco di Vond \u2013 il vero metronomo della storia, come quello di Tyrone Slothrop nell\u2019<em>Arcobaleno della gravit\u00e0<\/em> (\u00abl\u2019unica cosa, o quasi, che apre la strada a un fascista \u00e8 il fascino\u00bb dice la madre di Frenesi, Sasha; ma gi\u00e0 nei Sessanta apparentemente dorati la Sylvia Plath di <em>Daddy<\/em> aveva concluso che \u00abogni donna adora un fascista\u00bb \u2013 per l\u2019anno dopo trarne estreme, mortifere conseguenze). Alla fine Vond verr\u00e0 sconfitto, anche se non certo da coloro che perseguita (viene trascinato agli inferi da due entit\u00e0 misteriose); ma nel finale del romanzo, perfettamente sospeso, persino Prairie \u2013 che in precedenza era parsa immune dalla fatuit\u00e0 e dalla coglionaggine che avevano sabotato la generazione precedente, e s\u2019era opposta con coraggio ai suoi tentativi di prendersela con s\u00e9 \u2013 parr\u00e0 vagheggiare le attenzioni brutali di quello che, forse, \u00e8 il suo vero padre (\u00abVa tutto bene. Vieni pure, vieni dentro. Non m\u2019importa. Portami dove ti pare. Da qualunque parte\u00bb).<\/p>\n\n\n<div class=\"wp-block-image\">\n<figure class=\"aligncenter size-full\"><img decoding=\"async\" src=\"data:image\/gif;base64,R0lGODlhAQABAIAAAAAAAP\/\/\/yH5BAEAAAAALAAAAAABAAEAAAIBRAA7\" data-src=\"https:\/\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2025\/11\/Sean-Penn.jpg\" alt=\"\" class=\"wp-image-70144 lazyload\"><noscript><img data-recalc-dims=\"1\" loading=\"lazy\" loading=\"lazy\" decoding=\"async\" width=\"900\" height=\"506\" src=\"https:\/\/i0.wp.com\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2025\/11\/Sean-Penn.jpg?resize=900%2C506&#038;ssl=1\" alt=\"\" class=\"wp-image-70144\" srcset=\"https:\/\/i0.wp.com\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2025\/11\/Sean-Penn.jpg?w=900&amp;ssl=1 900w, https:\/\/i0.wp.com\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2025\/11\/Sean-Penn.jpg?resize=300%2C169&amp;ssl=1 300w, https:\/\/i0.wp.com\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2025\/11\/Sean-Penn.jpg?resize=768%2C432&amp;ssl=1 768w, https:\/\/i0.wp.com\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2025\/11\/Sean-Penn.jpg?resize=60%2C34&amp;ssl=1 60w\" sizes=\"auto, (max-width: 900px) 100vw, 900px\" \/><\/noscript><figcaption class=\"wp-element-caption\">Sean Penn in <em>One Battle After Another<\/em>, di Paul Thomas Anderson (2025)<\/figcaption><\/figure>\n<\/div>\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Il pessimismo di <em>Vineland<\/em>, come sempre nelle storie di Pynchon, \u00e8 confermato dalla struttura profonda del testo. Ogni suo romanzo sottende un modello cosmologico, un diagramma spazio-temporale desunto dai diversi modelli proposti dalla \u201cnuova fisica\u201d, quantistica e post-tale (la sua inclinazione per la fantascienza, e in particolare per i mondi paralleli di Philip K. Dick, deriva soprattutto dai loro paradossi temporali), e la curva del tempo di <em>Vineland<\/em> disegna un implacabile Ritorno dell\u2019Uguale: l\u2019America di Reagan, sul piano temporale del 1984 (l\u2019anno per antonomasia di un altro autore di riferimento di Pynchon, George Orwell) in cui si muove Prairie, ripropone l\u2019autoritarismo paranoico dell\u2019America di Nixon che, a cavallo dei Settanta, era stata teatro delle lotte di Frenesi e Zoyd; questi a loro volta ripetevano per\u00f2 gli errori e le irresolutezze della generazione di Sasha nei primi decenni del Novecento (anche lei, come sua figlia, ha un debole per le divise e \u00able oscure gioie del dominio sociale\u00bb; sar\u00e0 questo il principale piano di rappresentazione in <em>Contro il giorno<\/em>).<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">La prima perplessit\u00e0, nel leggere del film di Anderson, riguardava proprio la trasposizione d\u2019epoca, l\u2019ulteriore salto quantico comportato dallo spostamento del \u201cpiano principale\u201d dall\u2019epoca di Reagan a quella di Trump (mentre il \u201csecondo piano\u201d si sposta dall\u2019epoca di Nixon a quella, pi\u00f9 o meno, di Bush jr.). Troppo diverso nei modi e nei presupposti storici mi pareva il \u201ctradimento\u201d della nostra generazione rispetto a quella di Zoyd e Frenesi (quella ritratta meglio di tutti, in forma saggistica, dal Christopher Lasch della <em>Cultura del narcisismo<\/em>, apparso giusto l\u2019anno prima dell\u2019avvento di Reagan, nel 1979); diverso anche, rispetto a quello \u201cyuppie\u201d di allora, il \u201cnarcisismo\u201d oggi social-dominante. C\u2019era da temere poi, spostandoci verso il presente, un film-slogan, una denuncia del neo-autoritarismo fascistoide di oggi, tanto volenterosa e benintenzionata quanto artisticamente inerte: al pari di tanta arte neo-impegnata di cui oggi, dopo il primo momento di indignato consumo, non resta traccia alcuna.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Ma Anderson, si diceva, non s\u2019\u00e8 limitato ad adattare il palinsesto letterario, lo ha completamente riscritto; e proprio in questo modo \u00e8 riuscito a restare fedele alla politicit\u00e0 profonda, di secondo grado, che \u00e8 il campo specifico di Pynchon, sempre, e di <em>Vineland<\/em> in particolare. Impossibili da seguire tutte le sue suggestioni (come l\u2019acre parodia del ruolo svolto dalla televisione nella narcosi di massa dei \u00abThanatoidi\u00bb, al tornante Settanta-Ottanta: evocato per\u00f2 dal cameo di Bob Ferguson, interpretato da Leonardo Di Caprio, che nel film prende il posto di Zoyd e a un certo punto segue inebetito <em>La battaglia di Algeri<\/em> di Gillo Pontecorvo facendo il tifo per i \u201cbuoni\u201d, davanti allo schermo, come l\u2019inetto rimbecillito che \u00e8 diventato), Anderson sceglie di concentrarsi sui due nodi centrali, i pi\u00f9 dolorosi: quelli come detto che legano fra loro Frenesi (che ora prende il nome di Perfidia, una carismatica e splendida Teyana Taylor) e Vond (che diventa un paramilitare dell\u2019FBI, Stephen J. Lockjaw, incarnato da un formidabile Sean Penn \u2013 fra l\u2019altro, per un cortocircuito ineffabile, gi\u00e0 vagheggiato dal romanzo di Pynchon come improbabile interprete di Larry Bird in un film immaginario dedicato alle sfide stellari, in quei catodici anni Ottanta, dei Celtics e Lakers della NBA: oggi peraltro realizzatosi in forma di serial retro-televisivo, col titolo di <em>Winning Time<\/em>), e Prairie, nel film ribattezzata Willa, con sua madre Frenesi-Perfidia.<\/p>\n\n\n<div class=\"wp-block-image\">\n<figure class=\"aligncenter size-full\"><img decoding=\"async\" src=\"data:image\/gif;base64,R0lGODlhAQABAIAAAAAAAP\/\/\/yH5BAEAAAAALAAAAAABAAEAAAIBRAA7\" data-src=\"https:\/\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2025\/11\/Chase-Infiniti.jpg\" alt=\"\" class=\"wp-image-70138 lazyload\"><noscript><img data-recalc-dims=\"1\" loading=\"lazy\" loading=\"lazy\" decoding=\"async\" width=\"900\" height=\"600\" src=\"https:\/\/i0.wp.com\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2025\/11\/Chase-Infiniti.jpg?resize=900%2C600&#038;ssl=1\" alt=\"\" class=\"wp-image-70138\" srcset=\"https:\/\/i0.wp.com\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2025\/11\/Chase-Infiniti.jpg?w=900&amp;ssl=1 900w, https:\/\/i0.wp.com\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2025\/11\/Chase-Infiniti.jpg?resize=300%2C200&amp;ssl=1 300w, https:\/\/i0.wp.com\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2025\/11\/Chase-Infiniti.jpg?resize=768%2C512&amp;ssl=1 768w, https:\/\/i0.wp.com\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2025\/11\/Chase-Infiniti.jpg?resize=60%2C40&amp;ssl=1 60w, https:\/\/i0.wp.com\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2025\/11\/Chase-Infiniti.jpg?resize=720%2C480&amp;ssl=1 720w\" sizes=\"auto, (max-width: 900px) 100vw, 900px\" \/><\/noscript><figcaption class=\"wp-element-caption\">Chase Infiniti in <em>One Battle After Another<\/em>, di Paul Thomas Anderson (2025)<\/figcaption><\/figure>\n<\/div>\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Non so se sia autentico il nome, \u00abChase Infiniti\u00bb, della giovanissima e convincente attrice chiamata a interpretare l\u2019adolescente Willa, che all\u2019inizio vive col padre presunto Bob (al quale l\u2019ha abbandonata sua madre nel cedere alle <em>avances<\/em> di Lockjaw, eclissandosi nel programma di protezione dei testimoni, i \u00absoffia\u00bb di Pynchon, relegati in \u00abun mondo parallelo, un mondo-accanto-al-mondo a cui solo in pochi erano in grado di accedere, dove lei poteva rispondere ai colpi e assistere allo svolgersi della vicenda\u00bb) e poi lo lascia al suo destino, ma alla fine riesce pure a sottrarsi all\u2019abbraccio, stritolante come ogni movimento simil-robotico di Lockjaw (un nome parlante che designa l\u2019irrigidirsi spastico delle sue mascelle: il lavorio della parte inferiore del volto, da parte di Penn, \u00e8 prova attoriale, in senso somatico, che fa il paio forse solo col Jake La Motta di De Niro nel <em>Toro scatenato<\/em> di Scorsese), del padre probabilmente reale. Sembra un nome a sua volta <em>en abyme<\/em>, il suo, perch\u00e9 il film di Anderson \u00e8 punteggiato da una serie <em>infinita<\/em> di inseguimenti, <em>chases<\/em> appunto, che lo hanno fatto scambiare a qualche recensore frettoloso per un \u201ctradimento\u201d <em>mainstream<\/em>, da <em>blockbuster<\/em> d\u2019azione, dello spirito astrattamente picaresco di Pynchon. &nbsp;&nbsp;<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">E invece, sebbene col ritmo com\u2019\u00e8 ovvio incomparabilmente pi\u00f9 lento e digressivo del romanzo, l\u2019inseguimento reciproco fra i personaggi di <em>Una battaglia dopo l\u2019altra <\/em>(quella che una volta Gabriele Frasca ha chiamato la maniera \u00abtardoariostesca\u00bb di Pynchon) era gi\u00e0 lo scheletro-matrice di <em>Vineland<\/em>. E poi, soprattutto, questo dispositivo narrativo consente ad Anderson di inscenare quello che \u00e8 il pi\u00f9 bel sottofinale, forse, del cinema degli ultimi decenni: una scena che, sono pronto a scommettere, continuer\u00e0 a fare bella mostra di s\u00e9 nel mio museo interiore. \u00c8 a questo punto che Willa assurge a vera protagonista del film (laddove nel romanzo tale \u00e8, incontestabilmente, sua madre Frenesi): nell\u2019ultimo inseguimento che per la prima volta vede convocati sulla stessa scena l\u2019inseguita numero Uno (lei), l\u2019inseguitore numero Uno (un agente della societ\u00e0 segreta fascista dei \u00abPionieri del Natale\u00bb che ha preso il posto dell\u2019inefficiente Lockjaw, e infine si prender\u00e0 la briga di eliminarlo) che si rivela anche (spoiler!) l\u2019inseguito numero Due. Perch\u00e9 a questo punto entra in scena l\u2019inseguitore numero Due, quello che insegue entrambi (il vecchio Bob-Di Caprio, a sorpresa tornato in gioco proprio al momento giusto). La particolarit\u00e0 di questo inseguimento \u00e8 che nessuno, n\u00e9 gli inseguiti n\u00e9 gli inseguitori, \u00e8 in grado di vedere gli altri: in quanto sono tutti lanciati alla massima velocit\u00e0 lungo una strada (nella California meridionale, vicino al confine con l\u2019Arizona) che procede rettilinea ma segue l\u2019andamento a dossi di una serie di colline ondulate di moderata altitudine ma ripida inclinazione: in modo che, nel percorrere la strada in salita, non si possa vedere nulla della discesa successiva.<\/p>\n\n\n<div class=\"wp-block-image\">\n<figure class=\"aligncenter size-full\"><img decoding=\"async\" src=\"data:image\/gif;base64,R0lGODlhAQABAIAAAAAAAP\/\/\/yH5BAEAAAAALAAAAAABAAEAAAIBRAA7\" data-src=\"https:\/\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2025\/11\/Laonardo-Di-Caprio-e-Paul-Thomas-Anderson.jpg\" alt=\"\" class=\"wp-image-70146 lazyload\"><noscript><img data-recalc-dims=\"1\" loading=\"lazy\" loading=\"lazy\" decoding=\"async\" width=\"900\" height=\"506\" src=\"https:\/\/i0.wp.com\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2025\/11\/Laonardo-Di-Caprio-e-Paul-Thomas-Anderson.jpg?resize=900%2C506&#038;ssl=1\" alt=\"\" class=\"wp-image-70146\" srcset=\"https:\/\/i0.wp.com\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2025\/11\/Laonardo-Di-Caprio-e-Paul-Thomas-Anderson.jpg?w=900&amp;ssl=1 900w, https:\/\/i0.wp.com\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2025\/11\/Laonardo-Di-Caprio-e-Paul-Thomas-Anderson.jpg?resize=300%2C169&amp;ssl=1 300w, https:\/\/i0.wp.com\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2025\/11\/Laonardo-Di-Caprio-e-Paul-Thomas-Anderson.jpg?resize=768%2C432&amp;ssl=1 768w, https:\/\/i0.wp.com\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2025\/11\/Laonardo-Di-Caprio-e-Paul-Thomas-Anderson.jpg?resize=60%2C34&amp;ssl=1 60w\" sizes=\"auto, (max-width: 900px) 100vw, 900px\" \/><\/noscript><figcaption class=\"wp-element-caption\">Leonardo Di Caprio e Paul Thomas Anderson sul set di <em>One Battle After Another<\/em>, di Paul Thomas Anderson (2025)<\/figcaption><\/figure>\n<\/div>\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\"><a href=\"https:\/\/www.rollingstone.com\/tv-movies\/tv-movie-features\/paul-thomas-anderson-leonardo-di-caprio-one-battle-after-another-interview-1235425735\/\" target=\"_blank\" rel=\"noreferrer noopener\">Intervistato da \u00abRolling Stone\u00bb<\/a>, Anderson ha sostenuto che sia stato solo un caso fortunato a far imbattere la <em>troupe<\/em> in questa <em>location<\/em> fuori dal comune. Si voglia credere o meno a questo dettaglio mitobiografico, \u00e8 un fatto che proprio questa singolare conformazione della strada conferisca un\u2019aura alla lettera metafisica alla situazione (pare che Anderson si sia ispirato a un altro celebre finale: quello di <em>Duel<\/em>, opera prima e capolavoro di Steven Spielberg suo buon amico, dove all\u2019automobilista bloccato alle spalle dell\u2019autocisterna-killer il suo invisibile guidatore a un certo punto, con un gesto del braccio fuori del finestrino, d\u00e0 finalmente via libera per sorpassarlo, ma quando per eseguire la manovra l\u2019auto si porta sulla corsia opposta viene quasi travolta da un altro mezzo che procede in direzione contraria, e che non poteva vedere appunto perch\u00e9 nascosto dietro alla mole dell\u2019autocisterna), nella quale ciascuno deve regolare direzione e velocit\u00e0 presumendo quella del mezzo invisibile davanti o dietro di s\u00e9: e sar\u00e0 proprio questa prossemica, in effetti, a indicare a Prairie, anzi a Willa, la via della salvezza. Ed \u00e8 proprio per questo, magari, che non si chiama pi\u00f9 Prairie: la classica scena piatta e unidirezionale dei <em>road movies<\/em> americani (quella che Spielberg aveva preso come insegna simbolica nella locandina del suo <em>Incontri ravvicinati<\/em>), che allude a un movimento rettilineo e progressivo verso il futuro, come nel mito fondativo della Corsa all\u2019Oro, viene letteralmente piegata da Anderson in uno scenario curvilineo, probabilistico, che restituisce materialmente il senso ambiguo e sfuggente di questa storia nonch\u00e9, pi\u00f9 in generale, l\u2019ispirazione misteriosa e allusiva di tutto Pynchon.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Cos\u00ec facendo viene ripreso infatti un motivo squisitamente pynchoniano, quello del Surf che ipostatizza in una forma semplice e pura tutto il <em>mood<\/em> degli Anni Sessanta Ideali Eterni, e che ha pure dato il titolo alla<em> Cresta dell\u2019onda<\/em> (nell\u2019originale, ben pi\u00f9 pregnante perch\u00e9 a sua volta ambivalente, <em>Bleeding Edge<\/em>), ma che se \u00e8 per questo circola insistente, <em>et pour cause<\/em>, gi\u00e0 in <em>Vineland<\/em>. Quando conosce Frenesi e si \u201cpoliticizza\u201d, Zoyd di giorno fa il muratore e di notte suona in una band scalcinata di musica \u201csurf\u201d, appunto, i Corvairs, apprezzati dai contadini dell\u2019entroterra perch\u00e9 \u00abi <em>beer riders<\/em>, i guidatori ubriachi di birra delle vallate, avevano trovato strane affinit\u00e0 con i <em>surfers<\/em> e la loro musica [\u2026], quasi che un motore d\u2019auto contenesse incapsulato qualcosa di altrettanto oceanico e possente \u2013 una tecnoonda appartenente ad altre genti remote cos\u00ec come l\u2019onda schiumosa e la risacca appartengono al mare [\u2026]. I <em>surfers<\/em> cavalcavano l\u2019oceano di Dio, i <em>beer riders<\/em> cavalcavano l\u2019impeto che si sprigiona dalla volont\u00e0 dell\u2019industria automobilistica\u00bb. In seguito, nel romanzo, l\u2019azione si sposta nell\u2019immaginaria \u00abContea di Trasero\u00bb: una \u00abvivace testa-di-ponte di sesso, droga e rock and roll\u00bb che sopravvive a stento, stretta com\u2019\u00e8 fra le contee pi\u00f9 reazionarie della California, un po\u2019 come il villaggio di Asterix nella Gallia per il resto tutta occupata dai Romani (ed \u00e8 questo il senso del toponimo d\u2019invenzione \u00abVineland\u00bb, che richiama la mitica et\u00e0 dell\u2019oro del Continente prima della sua americanizzazione capitalistica).<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Stretta da \u00abquel nudo e tetro sfondo militare\u00bb, la zona franca degli hippies ha preso il nome di \u00abCollege of the Surf, l\u2019Universit\u00e0 della Cresta dell\u2019Onda\u00bb. Davanti alla \u00absagoma senza distinti contorni\u00bb che si para loro davanti al mutare catastrofico della storia, coloro che si considerano resistenti come i Corvairs si muovono alla cieca, pensando di poter \u00abimbucare quella pallida muraglia a una velocit\u00e0 nettamente superiore al limite imposto, scommettendo che il bianco bianco non celasse altri veicoli, n\u00e9 curve, n\u00e9 edifici, n\u00e9 niente, solo strada dritta, piana, deserta, per un tratto indefinito: variante motomaniacale del sogno di un <em>surfer<\/em>\u00bb. Molto pi\u00f9 avanti nel testo (ma nel piano narrativo precedente) Frenesi \u00e8 visitata da un\u2019immaginazione violenta che chiama \u00abSogno della Gentile Inondazione\u00bb: quella che, un po\u2019 come nel finale lisergico di <em>Zabriskie Point<\/em> di Antonioni, prima o poi spazzer\u00e0 via le villette costiere dei borghesotti della California, con tutti i loro disgustosi beni di consumo. La Rivoluzione sognata prende la forma allegorica di \u00abun\u2019ondata di marea, da gran tempo annunciata, di un verde trasparente nella luce diurna\u00bb. S\u2019immagina Frenesi sulla Cresta di quell\u2019Onda, \u00abappena al di sopra del nuovo livello del mare [<em>just above the surf<\/em>, nell\u2019originale di Pynchon], a guardare verso un orizzonte che non riusciva a vedere, come entro un vento che avrebbe in realt\u00e0 potuto essere il suo stesso passaggio, destinazione ignota\u00bb. Chi pensa il futuro, chi sogna un\u2019utopia, deve per forza guardare <em>un orizzonte che non riesce a vedere<\/em>: quello che sta dietro all\u2019Onda.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Perch\u00e9 \u00e8 fatta cos\u00ec la storia, spiega a Zoyd all\u2019inizio del romanzo Hector Zu\u00f1iga, un agente dell\u2019antinarcotici che lo tiene d\u2019occhio ma col quale ha finito per fare un\u2019ambigua amicizia (cos\u00ec prefigurando il \u201ctradimento\u201d di Frenesi con Brock): \u00abquesta \u00e8 una vera e propria rivoluzione, mica una di quelle operazioni mezzasega in cui voialtri c\u2019eravate dentro, no, \u00e8 una cosa grossa questa, Zoyd, \u00e8 l\u2019onda della Storia con la esse maiuscola, o la cavalchi, o ti gratti\u00bb. La Storia non \u00e8 un muro invalicabile, e non \u00e8 nemmeno una Piana sconfinata dove si scorrazza liberamente. \u00c8 un\u2019Onda invece, coi suoi alti e i suoi bassi: <em>o la cavalchi, o ti gratti<\/em>. Quando Frenesi si convince che non c\u2019\u00e8 pi\u00f9 niente da fare le viene da pensare che \u00abil passato\u00bb, quello delle sconfitte dei suoi genitori ma anche quello incarnato dalla reazione autoritaria che va tirando gi\u00f9 tutte le saracinesche in faccia al futuro, fosse \u00ablo zombi che le stava alle costole\u00bb, \u00abil nemico che nessuno vuol vedere, una bocca spalancata e buia come la tomba\u00bb.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Nel finale del film, invece, Willa fa onore al suo nome desiderante e volitivo: raccoglie il meglio dell\u2019eredit\u00e0 di sua madre, sceglie di chiudere gli occhi sul suo tradimento, e ricomincia a salire lungo l\u2019Onda partendo dal punto pi\u00f9 basso. Dice Anderson, nell\u2019intervista gi\u00e0 citata, che in una prima fase del lavoro \u00abil film poteva prendere una direzione pi\u00f9 cupa\u00bb, quale appunto \u00e8 quella del romanzo, ma \u00abquesto non andava bene\u00bb. A questo cambiamento di <em>mood<\/em> allude pure, a ben vedere, il titolo del film, <em>Una battaglia dopo l\u2019altra<\/em>, preso a quanto pare da una frase della rivoluzionaria nera Angela Davis: non c\u2019\u00e8 una battaglia definitiva, dopo la quale si conquista il Palazzo d\u2019Inverno, ma non ce n\u2019\u00e8 neppure una con la quale la storia finisca una volta per tutte. Come succede a Prairie, che nel romanzo impara a conoscere sua madre e le sue utopie studiando i filmati delle 24 fps \u00abuna bobina dopo l\u2019altra\u00bb.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Molto pi\u00f9 cupo, si diceva, il <em>mood<\/em> di Pynchon. Ma questa sua clausola di capitolo rapinosa, fra le tante memorabili del libro, ci dice forse che anche per lui, in fondo, Non \u00c8 Mai Detta L\u2019Ultima: \u00abE cos\u00ec, la malvagia Ninjamobile filava lungo il Boulevard Ventura, fra olimpici visitatori giunti da ogni dove che brulicavano su tutta la rete autostradale, fitti come a mezzogiorno fino a notte inoltrata, lucenti, urlanti neri cortei di macchine che avrebbero potuto trasportare questo o quel candidato a qualche carica pubblica, turisti diretti verso alberati e pi\u00f9 gentilmente ruggenti boulevard, enormi automotrici con uno o due rimorchi, di quelle che amano rendere dura la vita a utilitarie arrancanti su per le salite, nonch\u00e9 gaudenti, disertori, mignotte e magnaccia, bellimbusti e smidollati, che sfrecciano come dardi e sorridono come scimpanz\u00e8, telespettatori, coppiette lungo sopraelevate che passano sopra le teste di sotto i cavalcavia, centri commerciali, gente che sciama dai cinema, stazioni di servizio simili a oasi di pura luce fluorescente, sotto baldacchini di palmizi, gi\u00f9 per i corridoi delle strade di superficie, sotto una cappa di smog, fra l\u2019odore di lontani fuochi d\u2019artificio, il mondo dissipato, il mondo in frantumi\u00bb.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Paul Thomas Anderson<br><a href=\"https:\/\/www.youtube.com\/watch?v=OD0Hrp3-J2c\" target=\"_blank\" rel=\"noreferrer noopener\"><em>Una battaglia dopo l\u2019altra<\/em> <em>(One Battle After Another)<\/em><\/a><br>USA 2025, 162 minuti<\/p>\n\n\n\n<div style=\"height:20px\" aria-hidden=\"true\" class=\"wp-block-spacer\"><\/div>\n\n\n\n<p class=\"has-text-color has-link-color wp-elements-1 wp-block-paragraph\" style=\"color:#6a6666\"><em>In copertina: Teyana Taylor in <\/em>Una battaglia dopo l&#8217;altra<em>, di Paul Thomas Anderson (2025)<\/em><\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\"><\/p>\n","protected":false,"gt_translate_keys":[{"key":"rendered","format":"html"}]},"excerpt":{"rendered":"<p>Di fronte a un film che prenda di petto un grande testo letterario, la cosa pi\u00f9 sciocca che si possa fare \u00e8 rimpiangerne il tradimento. 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