{"id":69167,"date":"2025-10-22T00:01:00","date_gmt":"2025-10-21T22:01:00","guid":{"rendered":"https:\/\/antinomie.it\/?p=69167"},"modified":"2025-10-22T08:33:48","modified_gmt":"2025-10-22T06:33:48","slug":"chiave-terrestre","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/antinomie.it\/index.php\/2025\/10\/22\/chiave-terrestre\/","title":{"rendered":"Chiave terrestre","gt_translate_keys":[{"key":"rendered","format":"text"}]},"content":{"rendered":"\n<div style=\"height:20px\" aria-hidden=\"true\" class=\"wp-block-spacer\"><\/div>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\"><em>Nell\u2019insolita cornice del MUNAV, il Museo Storico Navale di Venezia, si \u00e8 aperta il 17 settembre (e rester\u00e0 visitabile sino al 23 novembre) <\/em><a href=\"https:\/\/www.munav.it\/news\/chiave-terrestre-la-mostra-delle-opere-di-giulia-piscitelli-17-settembre-2025\/\" target=\"_blank\" rel=\"noreferrer noopener\">Chiave terrestre<\/a><em>, personale di Giulia Piscitelli curata da Stefano Chiodi. Dal catalogo edito da D\u2019Uva (92 pp., \u20ac 18) si propone ai lettori di \u00abAntinomie\u00bb la conversazione fra artista e curatore.<\/em><\/p>\n\n\n\n<div style=\"height:20px\" aria-hidden=\"true\" class=\"wp-block-spacer\"><\/div>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">STEFANO CHIODI \u2013 <em>Partiamo dal titolo della mostra: <\/em>Chiave terrestre<em>. Perch\u00e9 lo hai scelto?<\/em><\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">GIULIA PISCITELLI \u2013 \u00c8 un\u2019espressione che mi accompagna da anni, ma aspettava l\u2019occasione giusta per essere utilizzata. In casa, da bambina, sentivo mio padre dire \u201cchiudi la chiave terrestre\u201d, \u201capri la chiave terrestre\u201d. Nella Napoli degli anni Sessanta si diceva cos\u00ec per indicare il rubinetto principale dell\u2019acqua e insieme un gesto semplice che per\u00f2 governava un elemento vitale. Venezia, citt\u00e0 fondata sull\u2019acqua, mi \u00e8 sembrata il contesto ideale per riattivare questo frammento di linguaggio familiare. Nel Museo navale la \u201cchiave\u201d funziona su pi\u00f9 livelli: apre il percorso della mostra, ma apre anche uno sguardo sul mio lavoro. Rimanda alle mie radici, al corpo umano fatto per gran parte d\u2019acqua, e alla responsabilit\u00e0 di regolarne il flusso. In fondo, ogni opera in mostra \u00e8 un modo diverso di girare quella chiave: di interrompere o rimettere in circolo una memoria, un\u2019immagine, un simbolo. Anche se non si conosce l\u2019espressione napoletana, la parola \u201cterrestre\u201d funziona: pu\u00f2 sembrare una chiave che apre alla terra.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">SC \u2013 <em>Potrebbe essere anche un gesto che fa riferimento alla creativit\u00e0 dell\u2019artista, una metafora? L\u2019artista fa \u201cscorrere\u201d la sua creazione, ne interrompe il flusso, lo rende pi\u00f9 intenso o lo arresta.<\/em><\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">GP \u2013 S\u00ec. Non credo all\u2019estro che irrompe all\u2019improvviso e poi scompare. Vedo piuttosto un flusso continuo di materiali \u2013 immagini, ricordi, frammenti di linguaggio \u2013 che scorrono sotto la superficie. La \u201cchiave\u201d mi permette di dosarli: a volte occorre canalizzare, altre volte lasciare che trabocchino. Pi\u00f9 che un\u2019interruzione, immagino la chiave come qualcosa che trattiene, ma non elimina. Nel senso che tu l\u2019acqua puoi arrestarla ma non eliminarla. In realt\u00e0 l\u2019artista non ha orari di lavoro. Per me, sai, qualsiasi strumento, qualsiasi visione, qualsiasi lavoro anche non artistico pu\u00f2 diventare materiale per creare un\u2019opera. Non si pu\u00f2 arrestare il pensiero dell\u2019artista, ma si pu\u00f2 gestirlo, essendo consapevoli di quando \u201cchiudere\u201d e di quando \u201caprire\u201d. Anche nel senso di \u201copera aperta\u201d o \u201copera chiusa\u201d.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">SC \u2013 <em>In mostra questo dosaggio come si traduce?<\/em><\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">GP \u2013 Attraverso accostamenti calibrati. Alcune opere hanno bisogno di spazio, di respiro. Altre, come <em>Lesioni balistiche<\/em>, si offrono quasi in sordina, dentro una teca, come reliquie contemporanee. Il Museo Navale mi spinge a un ascolto reciproco: i miei lavori non devono sovrastare la collezione, ma innescare cortocircuiti di senso. Anche l\u00ec uso la \u201cchiave\u201d: apro, chiudo, regolo.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">SC \u2013 <em>Curioso \u2013 quasi paradossale \u2013 che in <\/em>Chiave terrestre<em> la \u201cterra\u201d rimandi in realt\u00e0 all\u2019elemento che le si oppone: l\u2019acqua. Nel Museo Storico Navale entri in un memoriale della marineria veneziana e italiana, mai utilizzato per interventi d\u2019arte contemporanea. Quanto ha influito questo contesto sulla scelta delle tue opere? E pi\u00f9 in generale, in che modo il luogo di esposizione modella le scelte formali, il registro, la voce del tuo lavoro?<\/em><\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">GP \u2013 Parto proprio dal concetto di \u201cchiave terrestre\u201d. Penso che l\u2019acqua sar\u00e0 la prossima frontiera dell\u2019umanit\u00e0: risorse idriche, siccit\u00e0, migrazioni \u2013 tutto oggi riguarda o coinvolge l\u2019acqua. Il titolo \u00e8 un promemoria futuro. Venezia, poi, \u00e8 acqua che si fa citt\u00e0, potenza marittima, rete di relazioni, di commerci, di guerre, di scambi, di viaggi. Nel Museo navale convivono archetipi diversi \u2013 nave mercantile, nave da guerra \u2013 che raccontano i diversi significati dell\u2019acqua: scambio, conquista, difesa. Per rispondere all\u2019altra domanda, quando espongo in luoghi non progettati per l\u2019arte \u2013 chiese, musei, qui un museo navale \u2013 mi interessa innestarmi in un organismo preesistente. Porto lavori gi\u00e0 nati, li scelgo come moduli da incastrare in una narrativa che mi precede. Non \u00e8 uno spazio neutro: \u00e8 una stratigrafia, un deposito di storie. Il mio compito \u00e8 far risuonare quei sedimenti: collocare un\u2019icona di salvezza accanto a un ex-voto, far dialogare una mappa \u201caureolata\u201d con un\u2019antica carta nautica, far emergere l\u2019acqua come soglia critica dentro un luogo che la celebra come destino e come minaccia.<\/p>\n\n\n<div class=\"wp-block-image\">\n<figure class=\"aligncenter size-full\"><img decoding=\"async\" src=\"data:image\/gif;base64,R0lGODlhAQABAIAAAAAAAP\/\/\/yH5BAEAAAAALAAAAAABAAEAAAIBRAA7\" data-src=\"https:\/\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2025\/10\/Giulia-Piscitelli-Chiave-terrestre-2025-exhibition-view-MUNAV.-\u00a9-Andrea-PattaroVision.jpeg\" alt=\"\" class=\"wp-image-69191 lazyload\"><noscript><img data-recalc-dims=\"1\" loading=\"lazy\" loading=\"lazy\" decoding=\"async\" width=\"900\" height=\"594\" src=\"https:\/\/i0.wp.com\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2025\/10\/Giulia-Piscitelli-Chiave-terrestre-2025-exhibition-view-MUNAV.-%C2%A9-Andrea-PattaroVision.jpeg?resize=900%2C594&#038;ssl=1\" alt=\"\" class=\"wp-image-69191\" srcset=\"https:\/\/i0.wp.com\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2025\/10\/Giulia-Piscitelli-Chiave-terrestre-2025-exhibition-view-MUNAV.-%C2%A9-Andrea-PattaroVision.jpeg?w=900&amp;ssl=1 900w, https:\/\/i0.wp.com\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2025\/10\/Giulia-Piscitelli-Chiave-terrestre-2025-exhibition-view-MUNAV.-%C2%A9-Andrea-PattaroVision.jpeg?resize=300%2C198&amp;ssl=1 300w, https:\/\/i0.wp.com\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2025\/10\/Giulia-Piscitelli-Chiave-terrestre-2025-exhibition-view-MUNAV.-%C2%A9-Andrea-PattaroVision.jpeg?resize=768%2C507&amp;ssl=1 768w, https:\/\/i0.wp.com\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2025\/10\/Giulia-Piscitelli-Chiave-terrestre-2025-exhibition-view-MUNAV.-%C2%A9-Andrea-PattaroVision.jpeg?resize=60%2C40&amp;ssl=1 60w\" sizes=\"auto, (max-width: 900px) 100vw, 900px\" \/><\/noscript><\/figure>\n<\/div>\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">SC \u2013 <em>A Napoli la devozione \u00e8 ancora oggi teatro quotidiano: reliquie, processioni, prodigi che rimettono in gioco il confine tra visibile e invisibile. Al Museo Navale la teatralit\u00e0 non \u00e8 frontale, ma riaffiora negli ex-voto: tavolette dipinte in cui una mano divina placa i flutti e salva il marinaio. Come ha inciso sulla tua formazione la tradizione sacra e la superstizione partenopea? E in che modo dialoga, oggi, con la mitologia marinara, dove il viaggio per mare si pu\u00f2 tramutare da avventura e scoperta a catastrofe e morte?<\/em><\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">GP \u2013 A Napoli la fede \u00e8 un\u2019architettura sociale; cresce per stratificazioni. Ci sono nata dentro: non potevo che assorbirla, anche se non ne condivido i dogmi. Quando ho lavorato al <a href=\"https:\/\/antinomie.it\/index.php\/2024\/12\/03\/giulia-piscitelli-nasi-e-altri-miracoli\/\" target=\"_blank\" rel=\"noreferrer noopener\">Museo del Tesoro di San Gennaro<\/a> nel 2024 mi interessava proprio la fisicit\u00e0 del miracolo: oggetti che raccolgono paure e speranze di una comunit\u00e0. Ho scelto opere gi\u00e0 esistenti \u2013 come gli inginocchiatoi rivestiti di tappeti orientali industriali \u2013 e le ho lasciate \u201cmimetizzarsi\u201d. Il pubblico le ha prese sul serio. Era la conferma che un\u2019opera pu\u00f2 smettere di essere scultura e diventare rituale. Al Museo Navale la dinamica cambia: qui l\u2019asse tra uomo e divino, tra umanit\u00e0 e orizzonte non \u00e8 verticale ma orizzontale. Ho di nuovo selezionato lavori gi\u00e0 realizzati, ma li ho fatti \u201cnavigare\u201d in un nuovo sistema di segni. Penso alle mappe aureolate: carte nautiche storiche su cui ho applicato delle aureole realizzate a foglia d\u2019oro. Al Tesoro di San Gennaro invocavano la protezione del santo sugli spostamenti umani; qui, tra modelli di galere ed ex voto dipinti, divengono ponti culturali, rotte spirituali impresse sull\u2019acqua. Oppure, altro esempio, le <em>Pitture mute<\/em>: superfici velate d\u2019argento in cui il mare \u00e8 sospeso come un respiro trattenuto. Accostate agli ex-voto, ricordano che ogni traversata \u00e8 una contrattazione con l\u2019ignoto.<\/p>\n\n\n<div class=\"wp-block-image\">\n<figure class=\"aligncenter size-full\"><img decoding=\"async\" src=\"data:image\/gif;base64,R0lGODlhAQABAIAAAAAAAP\/\/\/yH5BAEAAAAALAAAAAABAAEAAAIBRAA7\" data-src=\"https:\/\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2025\/10\/1-1.jpg\" alt=\"\" class=\"wp-image-69188 lazyload\"><noscript><img data-recalc-dims=\"1\" loading=\"lazy\" loading=\"lazy\" decoding=\"async\" width=\"900\" height=\"601\" src=\"https:\/\/i0.wp.com\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2025\/10\/1-1.jpg?resize=900%2C601&#038;ssl=1\" alt=\"\" class=\"wp-image-69188\" srcset=\"https:\/\/i0.wp.com\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2025\/10\/1-1.jpg?w=900&amp;ssl=1 900w, https:\/\/i0.wp.com\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2025\/10\/1-1.jpg?resize=300%2C200&amp;ssl=1 300w, https:\/\/i0.wp.com\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2025\/10\/1-1.jpg?resize=768%2C513&amp;ssl=1 768w, https:\/\/i0.wp.com\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2025\/10\/1-1.jpg?resize=60%2C40&amp;ssl=1 60w, https:\/\/i0.wp.com\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2025\/10\/1-1.jpg?resize=720%2C480&amp;ssl=1 720w\" sizes=\"auto, (max-width: 900px) 100vw, 900px\" \/><\/noscript><figcaption class=\"wp-element-caption\"><em>Chiave terrestre<\/em>, MUNAV, Venezia \u00a9 Andrea Pattaro\/Visiion <\/figcaption><\/figure>\n<\/div>\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">[\u2026]<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">SC \u2013 <em>Parliamo delle <\/em>Mappe<em>: sono forse i lavori pi\u00f9 immediatamente riconoscibili in questa mostra. Com\u2019\u00e8 nata questa serie?<\/em><\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">GP \u2013 Tutto parte da un\u2019esigenza interiore. Le prime aureole sono nate in un periodo in cui, per diversi motivi, non potevo viaggiare: avevo bisogno di luce. Davanti a me c\u2019era una grande mappa anni Quaranta; l\u2019ho tagliata, ho sparso i pezzi sul tavolo e su ciascuno ho dipinto un sole d\u2019oro. Solo dopo ho capito che quei soli erano aureole, piccoli UFO che attraversavano me stessa e mi restituivano energia. La foglia d\u2019oro non \u00e8 pigmento ma metallo: riflette, diventa specchio. In quel riflesso ci sono io e c\u2019\u00e8 chi guarda; in questo modo l\u2019opera resta intima ma si fa anche politica, perch\u00e9 sposta la prospettiva. Le regole del lavoro sono due: una scala reale, data dalle carte, e una scala \u201cdivina\u201d che stabilisco io, selezionando aureole da tavole bizantine o affreschi trecenteschi. Del resto, l\u2019aureola \u00e8 un antichissimo simbolo di spiritualit\u00e0, le si vedono ad esempio sulla testa delle divinit\u00e0 di Palmira Baalshamin, Malakbel, Aglibol e in tanti altri esempi orientali e occidentali. Tra XI e XVI secolo l\u2019aureola \u00e8 il segno supremo del sacro, non solo cristiano. Far collidere territorio e numinoso per me \u00e8 una forma di meditazione: intendo mettere in dialogo il qui-ora del paesaggio politico con l\u2019ovunque-sempre del divino. Eliminando le figure rimangono solo ellissi d\u2019oro, sospese nello spazio della mappa.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">SC \u2013 <em>Cosa ti ha portato a scegliere carte nautiche d\u2019epoca?<\/em><\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">GP \u2013 Le mappe d\u2019inizio Novecento a prima vista sembrano illustrazioni di vecchi libri di scuola, hanno colori che non vediamo pi\u00f9: rosa pallido, verdi acquosi, azzurri quasi infantili. Ma basta uno sguardo pi\u00f9 attento per scoprire che quei pastelli addolciscono una realt\u00e0 ben pi\u00f9 cruda: vi si leggono le traiettorie delle flotte militari, i tagli dei confini coloniali, le linee d\u2019invasione. Le mappe mostrano confini politici, alleanze, guerre: sfogliarle significa attraversare il tempo. Io lavoro con carte militari, nautiche, topografiche che vanno dalla fine dell\u2019Ottocento agli anni Cinquanta del Novecento. Prendi l\u2019Africa degli anni Quaranta: non leggi \u201cNigeria\u201d o \u201cCameroon\u201d o \u201cSomalia\u201d, ma leggi \u201cInghilterra\u201d, \u201cFrancia\u201d, \u201cItalia\u201d. Il rosa e il celeste diventano cos\u00ec codici cromatici della crudelt\u00e0 della storia, segni gentili che coprono violenze reali. Su questi fogli depongo i miei cerchi d\u2019oro. Sono aureole, certo, ma possono apparire anche come bersagli, esplosioni, piani di bombardamento o caselle di Risiko ancora da occupare. L\u2019oro accentua lo scarto: illumina, ma al tempo stesso isola quei punti critici. In fondo, la mappa non \u00e8 mai solo geografia; \u00e8 un archivio di potere, un palinsesto di conflitti. Con le mie aureole apro varchi di riflessione: chi guarda \u00e8 invitato a posare lo sguardo proprio su quella violenza sepolta sotto i toni pastello, e a interrogarsi su ci\u00f2 che resta \u2013 o che non resta pi\u00f9 \u2013 di quei territori e delle loro storie.<\/p>\n\n\n<div class=\"wp-block-image\">\n<figure class=\"aligncenter size-full\"><img decoding=\"async\" src=\"data:image\/gif;base64,R0lGODlhAQABAIAAAAAAAP\/\/\/yH5BAEAAAAALAAAAAABAAEAAAIBRAA7\" data-src=\"https:\/\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2025\/10\/Giulia-Piscitelli-Chiave-terrestre-2025-exhibition-view-MUNAV.-\u00a9-Andrea-PattaroVision.jpg\" alt=\"\" class=\"wp-image-69192 lazyload\"><noscript><img data-recalc-dims=\"1\" loading=\"lazy\" loading=\"lazy\" decoding=\"async\" width=\"900\" height=\"629\" src=\"https:\/\/i0.wp.com\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2025\/10\/Giulia-Piscitelli-Chiave-terrestre-2025-exhibition-view-MUNAV.-%C2%A9-Andrea-PattaroVision.jpg?resize=900%2C629&#038;ssl=1\" alt=\"\" class=\"wp-image-69192\" srcset=\"https:\/\/i0.wp.com\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2025\/10\/Giulia-Piscitelli-Chiave-terrestre-2025-exhibition-view-MUNAV.-%C2%A9-Andrea-PattaroVision.jpg?w=900&amp;ssl=1 900w, https:\/\/i0.wp.com\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2025\/10\/Giulia-Piscitelli-Chiave-terrestre-2025-exhibition-view-MUNAV.-%C2%A9-Andrea-PattaroVision.jpg?resize=300%2C210&amp;ssl=1 300w, https:\/\/i0.wp.com\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2025\/10\/Giulia-Piscitelli-Chiave-terrestre-2025-exhibition-view-MUNAV.-%C2%A9-Andrea-PattaroVision.jpg?resize=768%2C537&amp;ssl=1 768w, https:\/\/i0.wp.com\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2025\/10\/Giulia-Piscitelli-Chiave-terrestre-2025-exhibition-view-MUNAV.-%C2%A9-Andrea-PattaroVision.jpg?resize=60%2C42&amp;ssl=1 60w\" sizes=\"auto, (max-width: 900px) 100vw, 900px\" \/><\/noscript><figcaption class=\"wp-element-caption\"><em>Chiave terrestre<\/em>, MUNAV, Venezia  \u00a9 Andrea Pattaro\/Vision<\/figcaption><\/figure>\n<\/div>\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">SC \u2013 <em>In una delle mappe hai utilizzato come modello per tracciare le aureole una tavola di Lorenzo Veneziano del 1370 in cui Cristo salva Pietro dall\u2019annegamento. C\u2019\u00e8 un legame con Venezia e in particolare con il Museo Navale e la sua collezione di ex voto, dove vediamo una serie di interventi divini che salvano navi e marinai nel mare in tempesta?<\/em><\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">GP \u2013 \u00c8 una connessione insieme casuale e inevitabile. A caso ma non per caso.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">SC \u2013 <em>Quando hai iniziato a lavorare alle mappe, ti \u00e8 mai venuto in mente Alighiero Boetti? I suoi lavori con i planisferi in cui la geografia resta immobile mentre la storia e la politica si trasformano?<\/em><\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">GP \u2013 Amo Boetti, ma no, non ci pensavo. Ero concentrata su una sintesi tra sacro e profano, tra guerra e protezione. Ma il paragone mi fa piacere.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">SC \u2013 <em>Nel percorso della mostra compare anche la serie delle <\/em>Pitture mute<em>, piccole tele anonime \u2013 per lo pi\u00f9 scene di paesaggio, nature morte, scene di vita quotidiana. Le tele sono ricoperte di foglia d\u2019argento fino a nascondere completamente l\u2019immagine. Da dove nasce questo gesto di sottrazione cos\u00ec radicale?<\/em><\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">GP \u2013 Anzitutto scelgo i quadri nei mercatini dell\u2019usato, attratta non solo dall\u2019immagine o dallo stile del pittore, ma anche da ci\u00f2 che questi oggetti raccontano: appartenenze sociali, stili di vita, forme della memoria. Il mio gesto consiste nel mascherare il colore originario applicando sulla superficie una foglia d\u2019argento, una tecnica che avevo gi\u00e0 usato in altri lavori, come il Materasso argento, del 2003. La foglia \u00e8 sottilissima: copre ma al tempo stesso rivela ogni traccia sottostante, come un negativo fotografico, una radiografia, una mappa in rilievo che restituisce lo \u201cscheletro\u201d originario dell\u2019immagine.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">SC \u2013 <em>La tua pu\u00f2 essere letta anche come una critica allo statuto, al prestigio che il mondo dell\u2019arte ancora attribuisce alla pittura? Come un suo rovesciamento ironico? In fondo trasformi delle \u201ccroste\u201d in oggetti dall\u2019aspetto prezioso, unico\u2026<\/em><\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">GP \u2013 La pittura, da sempre, e pi\u00f9 di ogni altra tecnica artistica, legittima un\u2019idea di decoro \u2013 domestico, politico, ideologico \u2013 e certifica la posizione di chi la possiede e la espone. Ricoprendola, trasformo quelle superfici assorbenti in membrane riflettenti. Funzionano come specchi primordiali: non rimandano pi\u00f9 a un mondo dipinto, ma al volto di chi guarda. Cos\u00ec il quadro tace, ma parla in un altro registro. Potrei dire pittura muta, pittura nuda: l\u2019immagine si fa riflesso, l\u2019opera si spoglia del suo contenuto per rivolgerci nuove domande. Riflette la nostra storia, il nostro immaginario, la nostra possibilit\u00e0 di riconoscerci.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">SC \u2013 <em>La pittura si \u00e8 ammutolita, ha perso preminenza, \u00e8 \u201cnuda\u201d e ne resta solo la memoria allora?<\/em><\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">GP \u2013 In italiano la parola \u201cmuta\u201d ha un doppio significato: \u00e8 ci\u00f2 che non pu\u00f2 parlare, ma anche, in zoologia, il cambiamento di pelle, come la muta di un serpente o quella dei crostacei. Ecco: questi quadri perdono la voce del colore per guadagnare un\u2019altra pelle, lucida e fragile, che non cancella ma trasforma ci\u00f2 che c\u2019era prima. Questo doppio senso mi appartiene: \u00e8 una forma di metamorfosi, ma anche di silenzio.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">[\u2026]<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">SC \u2013 <em>Parliamo adesso di <\/em>Planeta<em>. Scrivendo di quest\u2019opera in un\u2019altra occasione ho sottolineato la sua ambivalenza. La planeta \u00e8 come sappiamo una veste cerimoniale della Chiesa cattolica, un abito liturgico dalla tipica forma a semicerchio. Ma il tuo lavoro \u00e8 realizzato in kevlar, ricavato da un giubbotto antiproiettile trovato per strada. Mi colpisce come <\/em>Planeta<em> sia legata alla morte \u2013 o meglio, alla difesa dalla morte, al tentativo di opporsi al dolore, di salvare e salvarsi. La funzione originaria del kevlar \u00e8 proprio quella: proteggere la vita di chi lo indossa. \u00c8 come se in altre parole il materiale dall\u2019aspetto prezioso avesse assorbito la vera preziosit\u00e0 della vita. E questo lavoro \u00e8 collegato ovviamente a <\/em>Lesioni balistiche<em>, un\u2019altra opera in mostra. In quel caso fai vedere cosa succede a un corpo umano senza protezione quando viene colpito dai proiettili. <\/em>Planeta<em> lavora per opporsi a questo esito. \u00c8 come se tu dicessi: la morte \u00e8 semplice, basta bucare il corpo. La salvezza consiste nel non lasciar penetrare il male. Prima per\u00f2 di commentare questi aspetti vorrei sapere come \u00e8 nata l\u2019opera.<\/em><\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">GP \u2013 <em>Planeta<\/em> porta la data 2018, ma il giubbotto antiproiettile da cui nasce era nel mio studio da almeno due anni. Segno sempre la chiusura del lavoro, mai l\u2019inizio, perch\u00e9 l\u2019origine \u00e8 quasi sempre sfumata. L\u2019atto di sezionare gli oggetti per capire come respirano dentro l\u2019ho ereditato da mio padre: smontava qualsiasi meccanismo, soprattutto quelli meccanici, per modificarli, per concedere loro una seconda vita. Da piccola mi regalarono una bambola, Peggy Pen Pal; aveva un braccio in cui si inseriva una penna e, mentre tu scrivevi, lei copiava. La prima cosa che feci fu aprirla: volevo decifrarne l\u2019ingranaggio. Da allora smontare per comprendere \u00e8 diventato un riflesso. Capire l\u2019ossatura di un dispositivo, anche elementare, offre soluzioni inattese a questioni pi\u00f9 complesse \u2013 non soltanto oggetti, anche comportamenti, relazioni. Quando ho tagliato il giubbotto non avevo un progetto preciso, solo curiosit\u00e0. Dentro, un\u2019esplosione di fibre d\u2019oro: non un tessuto, ma kevlar color ambra, raro da incontrare in forma cos\u00ec pura. Il giubbotto non \u00e8 composto di un unico strato. Contiene decine di sagome identiche, ciascuna simile a una mezza canottiera, sovrapposte fino a raggiungere lo spessore voluto. E cos\u00ec ho prima separato e poi cucito insieme quelle forme una a una, realizzando un nuovo panno. Amo i tessuti, amo il cucito: dalle cuciture nasce una mappa, un percorso che riporta sempre al medesimo nodo \u2013 fronte, retro, interno. Il pensiero \u00e8 circolare e resta all\u2019interno di un perimetro.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">SC \u2013 <em>In effetti quando ci si avvicina e si riconoscono i pezzi di kevlar cuciti tra di loro si ha una specie di epifania: ci\u00f2 che sembrava semplicemente una veste preziosa risulta un oggetto molto pi\u00f9 strano. Un\u2019armatura pi\u00f9 che un abito.<\/em><\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">GP \u2013 S\u00ec, \u00e8 cos\u00ec. Seguire con lo sguardo le linee di cucitura \u00e8 come visualizzare il processo che ha trasformato il giubbotto balistico in un paramento sacro. <em>Planeta<\/em> vive in questa doppia dimensione. Da un lato la liturgia cattolica dall\u2019altro un oggetto che appartiene al mondo militare, al mondo delle armi, in cui rappresenta una garanzia di sopravvivenza. Pace e guerra coabitano nello stesso involucro. Bene o male che siano, non sono poli contrappposti: sono le due facce di una stessa medaglia, di cui per\u00f2 dimentichiamo il bordo\u2026 anzi, forse \u00e8 il bordo la parte pi\u00f9 fertile; \u00e8 dal bordo che un cieco riconosce il valore del metallo. <em>Planeta<\/em> nasce su quel margine, dove la traccia diventa valore.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">SC \u2013 <em>Questo \u00e8 l\u2019aspetto materiale. Ma Planeta entra anche in relazione con il luogo in cui viene esposta. Nonostante l\u2019avessi realizzata per una mostra a San Giovanni Valdarno in uno spazio museale, al Museo del Tesoro di San Gennaro la relazione con il luogo \u00e8 diventata essenziale. Al Museo Storico Navale lo esponi nella sala che conserva anche le uniformi della Marina italiana. E qui ovviamente le connessioni sono di ordine diverso, riguardano appunto la dimensione della guerra, della vita militare, delle uniformi e dei simbolismi che esse contengono.<\/em><\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">GP \u2013 Non \u00e8 stata pensata per quello spazio ma adesso ovviamente non si pu\u00f2 non metterla in relazione con quel luogo particolare.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">SC \u2013 <em>Nel tuo lavoro emerge spesso una riflessione sul tema della protezione, della salvezza, e dunque inevitabilmente sulla violenza. Non solo la violenza quotidiana, urbana \u2013 che pure \u00e8 una tematica importante \u2013 ma anche in senso pi\u00f9 astratto e generale. Viviamo in un mondo in cui le armi hanno ripreso a uccidere e la guerra \u00e8 purtroppo tornata a essere, o meglio non ha mai smesso di essere la forza che decide la storia e il destino di interi popoli. Dopo ottant\u2019anni di pace in Europa, di nuovo un esercito invade un altro paese, sull\u2019altra sponda del Mediterraneo un popolo viene bombardato ogni giorno, conflitti si accendono ovunque. \u00c8 troppo dire che il tuo lavoro riflette anche su questo? Che contiene uno sguardo non pi\u00f9 personale, ma collettivo, sulla violenza nella storia?<\/em><\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">GP \u2013 No, non \u00e8 troppo. Quando dico che l\u2019uomo \u00e8 come una moneta, intendo dire che \u00e8 ambivalente. L\u2019uomo ha un cervello rettiliano: la violenza \u00e8 dentro di noi. Ma aspiriamo anche a un\u2019evoluzione che consenta di superarla. Certo la violenza \u00e8 ambivalente, riguarda l\u2019offesa ma anche la difesa. L\u2019industria produce oggetti che devono essere usati e l\u2019industria bellica non fa eccezione. Per distruggere l\u2019umanit\u00e0 basterebbero poche bombe atomiche, eppure ce ne sono decine di migliaia. \u00c8 come avere sette milioni di paia di scarpe, senza avere una vita abbastanza lunga per indossarle tutte. Lo scopo \u00e8 vendere, recuperare investimenti. Per me, tutto questo ha a che fare con un consumismo reale, un consumismo della morte.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">SC \u2013 <em>Un altro tuo lavoro video, <\/em>Disarmo<em>, allude in modo diretto alla dimensione della violenza fisica e delle armi. Nel video riprendi il processo di distruzione di un revolver, vero o finto che sia, con una fresatrice che incide il metallo producendo una cascata di scintille finch\u00e9 dell\u2019arma rimangono solo pezzi di metallo informi. Come \u00e8 nata l\u2019idea?<\/em><\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">GP \u2013 Mi penso come una creatura ambivalente: da un lato inerme, fragile; dall\u2019altro forte e dura. Sono vulnerabile, s\u00ec, ma non mi sottraggo allo scontro: mi piego, mi contorco, poi torno dritta. Testa, croce, ma soprattutto quel bordo che tiene insieme le due facce della moneta \u2013 \u00e8 l\u00ec, sul limite, che mi rigenero ogni volta. Su quel bordo, nel 2001, ho incontrato Yuriy Onishchuk, un ucraino arrivato a Napoli da \u017dmerynka. Nel 2019 gli ho proposto di diventare il protagonista di un mio video: <em>Disarmo<\/em>. Tutto sarebbe dipeso dalle sue mani: un solo tentativo, nessuna possibilit\u00e0 di ripetere. Abbiamo fatto una prova rapida \u2013 una lampada, la videocamera fissata su un cavalletto, l\u2019oggetto d\u2019acciaio appoggiato su un piano come un agnello sacrificale \u2013 e poi silenzio. Ho incrociato il suo sguardo: dentro c\u2019era la paura di sbagliare e l\u2019orgoglio di chi non vuole fallire. \u201cAzione!\u201d. Il disco della fresatrice ha morso il metallo. Le scintille hanno riempito l\u2019inquadratura, una cascata dorata che sembrava promettere salvezza e invece annunciava distruzione. Il lamento del ferro, amplificato dal capannone vuoto, si \u00e8 trasformato in una sirena. Due minuti e trentasei secondi trattenendo il respiro. Il taglio finale \u00e8 stato netto, quasi chirurgico. Quando la ripresa \u00e8 finita, l\u2019oggetto era ormai inerte, smembrato; noi, invece, ci sentivamo nudi, disarmati, ma paradossalmente pi\u00f9 integri di prima. In quel frammento di tempo avevamo visto la forza e la fragilit\u00e0 confondersi.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">SC \u2013 <em>La presenza di un\u2019arma in questo video porta inevitabilmente a pensare anche alle loro conseguenze dirette sul corpo umano, alle ferite che un proiettile produce sulla pelle. \u00c8 quello che si vede nelle <\/em>Lesioni balistiche<em> che presenti in mostra, sei tipi di ferita da arma da fuoco. Questo lavoro e <\/em>Disarmo<em> non sono collegati tra loro, Ma \u00e8 difficile resistere alla tentazione di considerarli un dittico, in cui la causa precede l\u2019effetto. Ma com\u2019\u00e8 nato il lavoro sulle ferite? Qual \u00e8 la sua storia?<\/em><\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">GP \u2013 Anzitutto si tratta di riproduzioni di ferite prodotte per gli effetti speciali del cinema. Sono basate su quella che potrei chiamare una \u201cbalistica della lesione\u201d, dove \u201clesione\u201d ha un doppio significato: si usa per definire una ferita, qualcosa di visibile sulla pelle, ad esempio, ma anche qualcosa che non \u00e8 visibile a occhio nudo. Ad esempio, quando si parla di un tumore in una TAC o in una PET, si legge: \u201clesione\u201d. Per questo ho preferito usare questa parola, invece di \u201cfori\u201d. \u201cBalistica della lesione\u201d \u00e8 un concetto pi\u00f9 ampio, che si estende ad altri contesti. In mostra le lesioni sono accompagnate da una scala metrica \u2013 quella usata nei rilievi della polizia scientifica \u2013 e da una scheda tecnica che le descrive, come se fossero il risultato di un esame rigoroso. Ma in realt\u00e0, sono buchi neri. Come dicevi tu, mentre l\u2019uomo si adopera per vivere in eterno \u2013 con la chirurgia, con la medicina \u2013 basta un foro di pochi millimetri per morire. Siamo fragili.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">SC \u2013 <em>C\u2019\u00e8 un altro aspetto interessante. Ci\u00f2 che vediamo \u00e8 naturalmente \u201cpelle\u201d artificiale. E un uso possibile di questi modelli anatomici \u00e8 nella medicina forense, si usano per insegnare a riconoscere i vari tipi di ferita di arma da fuoco. \u00c8 un punto in cui la medicina interseca la legge.<\/em><\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">GP \u2013 S\u00ec, \u00e8 cos\u00ec.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">SC \u2013 <em>\u00c8 come se tu lavorassi sulla distanza tra la verit\u00e0 umana \u2013 che ricerchi \u2013 e i materiali artificiali e i procedimenti che usi, che sono di natura completamente diversa. Mi viene da chiederti, e non \u00e8 una provocazione: le tue \u201cferite\u201d sono paragonabili, ad esempio, ai \u201cbuchi\u201d aperti da Fontana sulle sue tele? A \u201csegni\u201d materiali cio\u00e8 che posseggono un\u2019indubbia carica metaforica?<\/em><\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">GP \u2013 Guarda, alla fine \u00e8 pi\u00f9 interessante il buco del culo che i mille e mille buchi di Fontana.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">SC \u2013 <em>Oppure pensa anche alle \u201cferite\u201d di Burri sulla tela di sacco o sulla plastica: sono metafore esibite. Tu invece trasferisci tutto in una dimensione fredda, priva di espressivit\u00e0. E giochi una partita complicata: lavori con materiali che nascono per tutt\u2019altra destinazione e al tempo stesso ottieni un risultato letterale: \u201cferite\u201d non allusioni. In <\/em>Lesioni balistiche<em> introduci d\u2019altro canto una tematica \u2013 la violenza \u2013 che si ritrova anche in <\/em>Planeta<em>. La violenza non domina in modo assoluto: \u00e8 contrastata, osservata, analizzata. Il kevlar \u00e8 ovviamente un materiale sintetico, non naturale. Dunque, questa tua doppia traiettoria \u2013 tra scienza e arte, tra sacro e profano \u2013 \u00e8 consapevole? L\u2019hai pensata come tale?<\/em><\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">GP \u2013 Assolutamente s\u00ec. Gi\u00e0 il fatto di aprire un giubbotto antiproiettile in fondo ricorda l\u2019atteggiamento dello scienziato. Come si fanno le scoperte? Sezionando, aprendo, analizzando. La medicina ha aperto i corpi per conoscerne l\u2019anatomia. Cos\u00ec anche l\u2019artista entra in profondit\u00e0, anche grazie alla scienza. \u00c8 sempre stato legato a queste pratiche.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">SC \u2013 <em>Certo. Siamo d\u2019accordo. Ma \u00e8 anche chiaro che la tua mostra non indica soluzioni. I tuoi lavori non mettono in atto strategie consolatorie, n\u00e9 enfatizzano il dolore. Tu lasci che la dialettica si giochi di fronte allo spettatore. I buchi che mostri non sono veri: sono sculture. Oggetti falsi. La <\/em>Planeta<em> non \u00e8 una vera planeta.<\/em><\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">GP \u2013 \u00c8 tutto falso.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">SC \u2013 <em>Non abbiamo ancora affrontato la serie degli inginocchiatoi \u2013 l\u2019hai intitolata <\/em>Una Nuvola Come Tappeto<em> \u2013 che ha un ruolo importante nel tuo percorso recente. Hai scelto un oggetto della liturgia cattolica, lo hai ricoperto di tappeti da preghiera islamici e gli hai dato un titolo tratto dall\u2019Antico Testamento. Lo hai insomma trasformato in qualcos\u2019altro, in uno strano ibrido sincretistico. Potrebbe sembrare un\u2019interpretazione troppo pacifica della convivenza religiosa. Ma era davvero questo che ti interessava nel fare questi lavori?<\/em><\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">GP \u2013 Nasciamo da soli, viviamo da soli, moriamo da soli, ma siamo animali condominiali. Dobbiamo vivere insieme. Quando ho pensato agli inginocchiatoi, volevo fare qualcosa in uno spirito pop. Cercavo di far convivere in un condominio immaginato diverse identit\u00e0. Il luogo della preghiera, il luogo dove l\u2019anima confessa anche le proprie paure. E chiede aiuto. \u00c8 il luogo della contraddizione, perch\u00e9 la paura ammazza l\u2019anima.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">SC \u2013 <em>Hai pensato sin da subito a unire l\u2019inginocchiatoio e il tappeto da preghiera?<\/em><\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">GP \u2013 No, all\u2019inizio l\u2019idea era dipingere gli inginocchiatoi. Vedevo la forma e pensavo a un corpo. La pittura doveva essere astratta, come quella usata nei paesi musulmani, dove l\u2019immagine del corpo \u00e8 vietata. Quindi era una forma-corpo astratta. Poi ho pensato: ma perch\u00e9 dipingerli? Perch\u00e9 non usare qualcosa di reale, come ho fatto con <em>Planeta<\/em>? Cos\u00ec ho usato tappeti industriali per la preghiera musulmana. C\u2019era il corpo nella forma, l\u2019astrazione nella pittura, e nel titolo \u2013 che \u00e8 una traduzione dall\u2019ebraico \u2013 un riferimento al pensiero monoteista.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">SC \u2013 <em>I tappeti industriali demistificano a loro volta anche un certo mito romantico e orientalista di un Islam eternamente uguale a s\u00e9 stesso\u2026<\/em><\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">GP \u2013 S\u00ec, l\u2019industria \u00e8 un altro mondo, un\u2019altra enciclopedia. Questo lavoro ha una qualit\u00e0 diversa dagli altri, \u00e8 forse il mio pi\u00f9 letterale. Mentre <em>Planeta<\/em> e altri lavori mantengono un\u2019ambiguit\u00e0, qui il materiale parla da s\u00e9. Il tappeto da preghiera, l\u2019inginocchiatoio\u2026 sono simboli sovraccarichi.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">SC \u2013 <em>Alla fine, combinando i due elementi \u2013 i tappeti e gli inginocchiatoi \u2013 ottieni un oggetto impossibile. \u00c8 interessante che tu non abbia scelto tappeti tradizionali ma fatti in serie, con colori chimici. Sono oggetti sgargianti, kitsch.<\/em><\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">GP \u2013 Proprio cos\u00ec: volevo la banalit\u00e0 del tappeto-discount, non l\u2019esotismo d\u2019importazione. Una volta stabilito il progetto, ho voluto scegliere i tappeti di persona; per me il tatto \u00e8 un argomento critico. A Napoli esiste una grande comunit\u00e0 islamica e interi magazzini di articoli orientali. Ne ho trovato uno davvero sterminato, ci sono tornata vari giorni di fila. Per ogni inginocchiatoio \u2013 ne ho realizzati ventuno \u2013 mi occorrevano sei, sette tappeti: in totale ne ho acquistati circa centocinquanta. Mi aggiravo fra pile di tappeti mentre il proprietario, all\u2019ora della preghiera, ne srotolava uno, pregava, poi lo riavvolgeva e lo rimetteva sullo scaffale. \u00c8 probabile che alcuni tappeti applicati ora sui miei inginocchiatoi abbiano gi\u00e0 raccolto veri gesti di devozione. Alla fine, considero questo lavoro al limite del circense: un\u2019arena di colori industriali che gioca con l\u2019arredo sacro e con la memoria del rito. Eppure funziona, perch\u00e9 mostra come l\u2019oggetto spirituale possa nascere dentro la merceologia pi\u00f9 ordinaria, trasformando il gesto di pregare \u2013 o semplicemente di inginocchiarsi \u2013 in un atto che attraversa culture, prezzi, cataloghi e, soprattutto, corpi.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">SC \u2013 <em>Sono oggetti molto interessanti e direi per\u00f2 anche enigmatici. Mi chiedevo se evocare il sincretismo in un\u2019epoca di violenza fosse una tua scelta intenzionale o se fosse un effetto del montaggio di elementi cos\u00ec disparati e contraddittori. In altre parole, c\u2019\u00e8 un \u201cmessaggio\u201d in questi lavori? Qualcosa che richiama la convivenza pacifica, la tolleranza, ecc. oppure questa \u00e8 una lettura superficiale, un po\u2019 scontata?<\/em><\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">GP \u2013 No, non c\u2019\u00e8 questo messaggio. Non \u00e8 ci\u00f2 che mi interessa. Qualunque cosa realizzi ho un unico pensiero, ritrovare quel filo di luce sulla parte superiore di una cornice indorata, come se quella luce giungesse ai miei occhi dall\u2019interno della cornice; pur sapendo che in realt\u00e0 questo \u00e8 impossibile ne continuo ancora la ricerca.<\/p>\n\n\n<div class=\"wp-block-image\">\n<figure class=\"aligncenter size-full\"><img decoding=\"async\" src=\"data:image\/gif;base64,R0lGODlhAQABAIAAAAAAAP\/\/\/yH5BAEAAAAALAAAAAABAAEAAAIBRAA7\" data-src=\"https:\/\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2025\/10\/DSCF6114.jpg\" alt=\"\" class=\"wp-image-69195 lazyload\"><noscript><img data-recalc-dims=\"1\" loading=\"lazy\" loading=\"lazy\" decoding=\"async\" width=\"900\" height=\"600\" src=\"https:\/\/i0.wp.com\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2025\/10\/DSCF6114.jpg?resize=900%2C600&#038;ssl=1\" alt=\"\" class=\"wp-image-69195\" srcset=\"https:\/\/i0.wp.com\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2025\/10\/DSCF6114.jpg?w=900&amp;ssl=1 900w, https:\/\/i0.wp.com\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2025\/10\/DSCF6114.jpg?resize=300%2C200&amp;ssl=1 300w, https:\/\/i0.wp.com\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2025\/10\/DSCF6114.jpg?resize=768%2C512&amp;ssl=1 768w, https:\/\/i0.wp.com\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2025\/10\/DSCF6114.jpg?resize=60%2C40&amp;ssl=1 60w, https:\/\/i0.wp.com\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2025\/10\/DSCF6114.jpg?resize=720%2C480&amp;ssl=1 720w\" sizes=\"auto, (max-width: 900px) 100vw, 900px\" \/><\/noscript><figcaption class=\"wp-element-caption\"><em>Chiave terrestre<\/em>, MUNAV, Venezia \u00a9 Andrea Pattaro\/Visiion <\/figcaption><\/figure>\n<\/div>\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">SC \u2013 <em>Vorrei parlare a questo punto di alcuni lavori che punteggiano il percorso della mostra ma che non appartengono a una serie, come ad esempio <\/em>Il Braccio di Maria<em>. \u00c8 un calco in gesso di un avambraccio, anzi una sorta d\u2019ingessatura, cava, ricoperta di foglia d\u2019oro. Perch\u00e9 la doratura?<\/em><\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">GP \u2013 Il calco \u00e8 stato fatto su un braccio una persona cara, oggi assente. Dorarlo equivale a un gesto di protezione: l\u2019oro, metallo e non pigmento, trasforma la garza imbevuta di gesso in un involucro resistente, sigillando una ferita invisibile. Rimane un oggetto, una \u201cfotografia\u201d di una performance che conserva l\u2019energia di quell\u2019atto.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">SC \u2013 <em>Si potrebbe parlare in questo caso di una reliquia o di un talismano, un aspetto che riaffiora in altri tuoi lavori. Penso a <\/em>Io pallone<em>, ad esempio, un tuo lavoro del 1995 presente nel percorso della mostra. \u00c8 una maschera che ha l\u2019aspetto di un pallone da calcio che ricopre interamente la tua testa, come si vede in una fotografia che hai realizzato in quello stesso anno. \u00c8 un oggetto performativo, non una \u201cscultura\u201d.<\/em><\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">GP \u2013 S\u00ec. Porto sempre nelle mostre oggetti che abitano la mia quotidianit\u00e0 \u2013 una sedia, un peso, una maschera \u2013 per uscire e rientrare nell\u2019arte. Visitare il Museo navale ha fatto poi riaffiorare un ricordo. Entrando ho visto le palle di cannone e ho pensato al mio pallone: una munizione che colpisce s\u00e9 stessa.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">[\u2026]<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">SC \u2013 <em>Un\u2019ultima annotazione su un\u2019altra delle tue opere-talismano: <\/em>Borraccia futurista<em>, una borraccia di alluminio che appare come disintegrata da un\u2019esplosione. Ricorda i siluri deformati dalle detonazioni esposti nelle stesse sale del Museo e anche, lo dichiari nel titolo, una sagoma alla Boccioni, trasformata dalla velocit\u00e0 e dal dinamismo. \u00c8 un oggetto trovato?<\/em><\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">GP \u2013 No, \u00e8 un oggetto che apparteneva alla mia famiglia, era usato come borsa dell\u2019acqua calda. Lo si metteva sul fornello per riscaldare l\u2019acqua all\u2019interno prima di usarlo. Un giorno fu dimenticato sulla fiamma ed esplose. Questo episodio mi ha fatto pensare anche al destino del nostro corpo e alla doppia natura dell\u2019acqua stessa, forza vitale e distruttiva. Un oggetto che serviva a riscaldarsi \u00e8 diventato una specie di bomba esplosa che fa pensare alla guerra, alla distruzione e alla morte. \u00c8 un oggetto ambivalente che invita a una doppia visione.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">SC \u2013 <em>Pensi che il pubblico veneziano vedr\u00e0 il tuo lavoro in modo diverso da quello napoletano?<\/em><\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">GP \u2013 Me lo auguro. A Napoli c\u2019era un coinvolgimento quasi corporeo. A Venezia mi aspetto uno sguardo pi\u00f9 meditativo: la citt\u00e0 \u00e8 abituata a leggere le stratificazioni. Io offro una lente in pi\u00f9, terrestre appunto, per parlare di acqua, di culture e di migrazioni, di violenza e salvezza. Alla fine, per\u00f2, torno al punto di partenza: \u201caprire\u201d e \u201cchiudere\u201d la chiave dell\u2019acqua significa ricordare che la nostra sopravvivenza \u2013 biologica, culturale, artistica \u2013 dipende da quel gesto minimo. Se lo dimentichiamo, ogni rotta diventa un naufragio.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\"><em><a href=\"https:\/\/www.munav.it\/news\/chiave-terrestre-la-mostra-delle-opere-di-giulia-piscitelli-17-settembre-2025\/\" target=\"_blank\" rel=\"noreferrer noopener\">Giulia Piscitelli. Chiave terrestre<\/a><\/em><br>a cura di Stefano Chiodi<br>Venezia, MUNAV &#8211; Museo storico navale<br>17 settembre &#8211; 23 novembre 2025<\/p>\n\n\n\n<div style=\"height:20px\" aria-hidden=\"true\" class=\"wp-block-spacer\"><\/div>\n\n\n\n<p class=\"has-text-color has-link-color has-small-font-size wp-elements-1 wp-block-paragraph\" style=\"color:#6a6666\"><em>In copertina: un&#8217;opera di Giulia Piscitelli esposta nell&#8217;ambito della mostra <\/em>Chiave terrestre,<em> MUNAV, Venezia, 17.09 &#8211; 23.11.2025<\/em><\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\"><\/p>\n","protected":false,"gt_translate_keys":[{"key":"rendered","format":"html"}]},"excerpt":{"rendered":"<p>&#8220;Chiave terrestre&#8221; \u00e8 un&#8217;\u2019espressione che mi accompagna da anni, ma aspettava l\u2019occasione giusta per essere utilizzata. In casa, da bambina, sentivo mio padre dire \u201cchiudi la chiave terrestre\u201d, \u201capri la chiave terrestre\u201d. 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Tra le sue mostre personali ricordiamo: \u201cUna Nuvola Come Tappeto\u201d, Museo del Tesoro di San Gennaro (2024); \u201cPittura Muta\u201d, Galleria Fonti, Napoli (2023); \u201cNapoliAnime\u201d, a cura di Rita Selvaggio, Casa Masaccio, San Giovanni Val D\u2019Arno (2019); \u201cNella Societ\u00e0. In Gesellschaft\u201d, a cura di Fanni Fetzer Kunstmuseum Luzern (2019); \u201cWide Rule\u201d, Kayne Griffin Corcoran, Los Angeles (2015); \u201cIntermedium\u201d, Museo MADRE, Napoli (2013), \u201cContested Zone\u201d, CUBITT Gallery, Londra (2011); \u201cRischi Minori\u201d, a cura di Stefano Chiodi, Fondazione Giuliani, Roma (2011); \u201cBeige\u201d, Fondazione Morra Greco, Napoli (2010), \u201cBallhaus\u201d, a cura di Salvatore Lacagnina, Riso Museo d\u2019Arte Contemporanea, Palermo (2008). Tra le mostre collettive: \u201cLagos Biennal. 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