{"id":68043,"date":"2025-09-16T00:01:00","date_gmt":"2025-09-15T22:01:00","guid":{"rendered":"https:\/\/antinomie.it\/?p=68043"},"modified":"2025-09-15T14:28:15","modified_gmt":"2025-09-15T12:28:15","slug":"descrizione-di-una-battaglia","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/antinomie.it\/index.php\/2025\/09\/16\/descrizione-di-una-battaglia\/","title":{"rendered":"Descrizione di una battaglia","gt_translate_keys":[{"key":"rendered","format":"text"}]},"content":{"rendered":"\n<div style=\"height:20px\" aria-hidden=\"true\" class=\"wp-block-spacer\"><\/div>\n\n\n\n<p class=\"has-drop-cap wp-block-paragraph\">Nella conferenza <em>Des espaces autres<\/em>, tenuta a Tunisi nel 1967, Michel Foucault annoverava tra le eterotopie \u2013 ovvero fra quei \u201cluoghi che si trovano al di fuori di ogni luogo, per quanto possano essere effettivamente localizzabili\u201d \u2013 anche le biblioteche e i musei, poich\u00e9 al loro interno \u201cil tempo non smette di accumularsi e di raccogliersi in se stesso\u201d all\u2019infinito, in una sorta di tesaurizzazione \u201cperpetua e indefinita\u201d, effettuata in un punto geografico irriducibile all\u2019azione erosiva dei secoli. Entrambi espressione tipica \u201cdella nostra modernit\u00e0\u201d, ossia \u2013 dall\u2019angolo visuale del filosofo francese \u2013 \u201cdella cultura occidentale del XIX secolo\u201d, biblioteche e musei sono stati sottoposti da parte della critica post-coloniale a un trattamento alquanto diseguale. Le prime infatti ne sono uscite pressoch\u00e9 indenni \u2013 non si sa se in virt\u00f9 della loro frequentazione vieppi\u00f9 diventata professionale ed elitaria (al di l\u00e0 delle effimere instagrammizzioni delle sale di lettura pi\u00f9 scenografiche), o della loro parallela smaterializzazione digitale. Non cos\u00ec per il museo, da decenni ormai oggetto di evidenti forme di estrazione di valore da parte del capitale e, al contempo, sottoposto a una critica serrata in quanto prodotto dell\u2019imperialismo e del colonialismo europei, eventualmente mimetizzati sotto le mentite spoglie di una generosa missione civilizzatrice verso il resto del pianeta.&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;<\/p>\n\n\n<div class=\"wp-block-image\">\n<figure class=\"aligncenter size-full\"><img decoding=\"async\" src=\"data:image\/gif;base64,R0lGODlhAQABAIAAAAAAAP\/\/\/yH5BAEAAAAALAAAAAABAAEAAAIBRAA7\" data-src=\"https:\/\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2025\/09\/COVER-geoarchivi-VERGES-COVER-FINAL-1.jpg\" alt=\"\" class=\"wp-image-68052 lazyload\"><noscript><img data-recalc-dims=\"1\" loading=\"lazy\" loading=\"lazy\" decoding=\"async\" width=\"400\" height=\"600\" src=\"https:\/\/i0.wp.com\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2025\/09\/COVER-geoarchivi-VERGES-COVER-FINAL-1.jpg?resize=400%2C600&#038;ssl=1\" alt=\"\" class=\"wp-image-68052\" srcset=\"https:\/\/i0.wp.com\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2025\/09\/COVER-geoarchivi-VERGES-COVER-FINAL-1.jpg?w=400&amp;ssl=1 400w, https:\/\/i0.wp.com\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2025\/09\/COVER-geoarchivi-VERGES-COVER-FINAL-1.jpg?resize=200%2C300&amp;ssl=1 200w, https:\/\/i0.wp.com\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2025\/09\/COVER-geoarchivi-VERGES-COVER-FINAL-1.jpg?resize=60%2C90&amp;ssl=1 60w\" sizes=\"auto, (max-width: 400px) 100vw, 400px\" \/><\/noscript><\/figure>\n<\/div>\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Tra coloro che in tempi recenti hanno messo in discussione l\u2019idea di museo, chiedendosi se sia possibile decolonizzare quest\u2019istituzione cos\u00ec profondamente radicata nelle nostre esistenze, v\u2019\u00e8 Fran\u00e7oise Verg\u00e8s, di cui Meltemi propone ora l\u2019intenso pamphlet<em> <a href=\"https:\/\/www.meltemieditore.it\/catalogo\/museo-campo-battaglia\/\" target=\"_blank\" rel=\"noreferrer noopener\">Il museo come campo di battaglia<\/a><\/em>. Riallacciandosi fin dal sottotitolo all\u2019interpretazione che Frantz Fanon aveva dato nei <em>Dannati della terra <\/em>al concetto di lotta coloniale, la teorica femminista e anti-razzista perviene a conclusioni altrettanto radicali, nella convinzione che il museo occidentale di per s\u00e9 non sia riformabile. Per Verg\u00e8s infatti non si tratta tanto di minimizzarne le contraddizioni mediante operazioni \u201ccosmetiche\u201d quali la restituzione degli oggetti saccheggiati in passato, la riscrittura delle didascalie affisse alle pareti o la cooptazione di curatori e consulenti provenienti dal cosiddetto Sud del mondo \u2013 e, in effetti, chiunque abbia visitato da poco il British Museum, con i suoi grotteschi tentativi di occultamento ed espiazione della propria rapacit\u00e0 imperiale, non pu\u00f2 che darle ragione. Piuttosto si tratta di <em>immaginare<\/em> (parola-chiave per Verg\u00e8s) nuove politiche e soluzioni espositive che vadano nella direzione del \u201cpost-museo\u201d, ossia di istituzioni nuove che non aderiscano alle norme del museo tradizionale e che cerchino \u201caltre forme di funzionamento\u201d per raccontare la storia di un luogo.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Un\u2019utopia emancipatrice che la stessa Verg\u00e8s ha cercato di realizzare a partire dal 2006 nella sua natia Isola della Riunione, impegnandosi nel progetto per la creazione della <em>Maison des Civilisations et de l\u2019unit\u00e9 r\u00e9unionnaise<\/em> (MCUR). Nelle intenzioni del gruppo di lavoro preposto alla sua fondazione, la MCUR non doveva essere intesa come un museo storico, bens\u00ec come uno spazio offerto agli abitanti della Riunione per rievocare \u201clo sviluppo della loro cultura e della loro societ\u00e0 nell\u2019immaginario e nello scambio concreto\u201d. Quindi un luogo \u201cdi esposizioni, dibattiti, confronti [\u2026], azioni, riparazioni, riappropriazioni e restituzioni\u201d, radicato nella specificit\u00e0 della realt\u00e0 riunionese.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Emerge qui tutta la distanza rispetto al museo come foucaultiana eterotopia, la cui natura era stata efficacemente riassunta da Verg\u00e8s in una definizione straniante, collocata in apertura al libro: \u201cquello strano luogo in cui si possono trovare, nello stesso spazio, dipinti, oggetti, mobili e statue provenienti da diversi continenti e diverse epoche\u201d. Il post-museo risponde invece a esigenze e presupposti radicalmente diversi, sintetizzati dall\u2019icastica epigrafe tratta dalla curatrice nigeriana Bisi Silva: \u201cEvery space is of its time\u201d, a sua volta rifratta in una affermazione dell\u2019antropologo haitiano Michel-Rolph Trouillot: \u201cIl passato non esiste indipendentemente dal presente. Il passato diventa il passato in funzione del presente [\u2026]. Il passato, o pi\u00f9 precisamente la <em>pastness<\/em>, \u00e8 una posizione\u201d.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Il merito del saggio di Verg\u00e8s risiede per l\u2019appunto non solo nell\u2019indicare la relativit\u00e0 di quella <em>pastness<\/em> rivendicata come narrazione universale (e quindi incontestabile) da parte del museo europeo, ma anche nello spronare a immaginare alternative. Di contro a ogni tentativo di pacificazione calato dall\u2019alto, l\u2019autrice decostruisce la pretesa universalistica per cui il museo altro non sarebbe che il \u201cluogo neutrale di un umanesimo planetario\u201d, mostrando invece come si tratti di un vero e proprio \u201ccampo di battaglia\u201d, ovvero uno spazio sociale di conflitto, dove il ruolo del capitale globale risulta sempre pi\u00f9 preponderante \u2013 basti pensare alle attuali esportazioni del modello museale occidentale in contesti \u201caltri\u201d, <em>in primis<\/em> la dislocazione del Louvre ad Abu Dhabi.<\/p>\n\n\n<div class=\"wp-block-image\">\n<figure class=\"aligncenter size-full\"><img decoding=\"async\" src=\"data:image\/gif;base64,R0lGODlhAQABAIAAAAAAAP\/\/\/yH5BAEAAAAALAAAAAABAAEAAAIBRAA7\" data-src=\"https:\/\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2025\/09\/Adele-Bea.jpg\" alt=\"\" class=\"wp-image-68055 lazyload\"><noscript><img data-recalc-dims=\"1\" loading=\"lazy\" loading=\"lazy\" decoding=\"async\" width=\"900\" height=\"600\" src=\"https:\/\/i0.wp.com\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2025\/09\/Adele-Bea.jpg?resize=900%2C600&#038;ssl=1\" alt=\"\" class=\"wp-image-68055\" srcset=\"https:\/\/i0.wp.com\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2025\/09\/Adele-Bea.jpg?w=900&amp;ssl=1 900w, https:\/\/i0.wp.com\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2025\/09\/Adele-Bea.jpg?resize=300%2C200&amp;ssl=1 300w, https:\/\/i0.wp.com\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2025\/09\/Adele-Bea.jpg?resize=768%2C512&amp;ssl=1 768w, https:\/\/i0.wp.com\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2025\/09\/Adele-Bea.jpg?resize=60%2C40&amp;ssl=1 60w, https:\/\/i0.wp.com\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2025\/09\/Adele-Bea.jpg?resize=720%2C480&amp;ssl=1 720w\" sizes=\"auto, (max-width: 900px) 100vw, 900px\" \/><\/noscript><figcaption class=\"wp-element-caption\"><em>Wunderkammer City. A Urban Collection<\/em>, installation view, photo Adele Bea Cipste<\/figcaption><\/figure>\n<\/div>\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Proprio per questo appare tanto pi\u00f9 stimolante lasciarsi accompagnare dalla lettura di Verg\u00e8s nel confronto con quelle realt\u00e0 che interrogano criticamente il concetto di museo, proponendone letture spiazzanti da utilizzare in maniera ironica per i propri fini artistici. Tra queste rientra sicuramente il collettivo Museo Wunderkammer (MWK), composto da Luca Bertoldi e Giusi Campisi, che ripercorre ora gli undici anni della sua attivit\u00e0 nella mostra <em><a href=\"https:\/\/legallerietrento.it\/mostre\/wunderkammer-city-a-urban-collection\/\" target=\"_blank\" rel=\"noreferrer noopener\">Wunderkammer City. A Urban Collection<\/a><\/em>. Nato come sfida al museo in quanto istituzione, MWK ne adotta le ormai logore strategie, re-impiegandole in maniera paradossale (e parassitaria). Cosicch\u00e9 non \u00e8 un caso che l\u2019azione fondativa del gruppo, <em>Collection of Urban Imaginaries <\/em>(2014) decostruisca la logica accumulativa <em>ad libitum <\/em>del museo come eterotopia, \u201ccostringendolo\u201d a nutrirsi degli immaginari urbani di uno spazio ben definito quale Trento, per di pi\u00f9 forniti attraverso una <em>call <\/em>pubblica dagli abitanti stessi. L\u2019origine privata e feticistica del museo come <em>Wunderkammer <\/em>viene qui demistificata attraverso l\u2019appello alla collettivit\u00e0, mentre la citt\u00e0 stessa, in un inedito cortocircuito, si \u201cauto-estetizza\u201d tramite l\u2019\u201cacquisizione\u201d di oggetti immateriali quanto mai eterogenei e legati alla storia pi\u00f9 o meno recente. Come la \u201cbusa de l\u2019orso\u201d (fossa impiegata fino agli anni Novanta a contenere gli orsi locali in cattivit\u00e0), il cosiddetto \u201cbinario est\u201d (piattaforma da cui partivano i pullman diretti verso l\u2019Europa orientale), o la casa dove aveva trascorso l\u2019infanzia Fausto Tinelli, assassinato insieme a Lorenzo \u201cIaio\u201d Iannucci il 18 marzo 1978 in tutt\u2019altra citt\u00e0 (Milano) da un <em>commando<\/em> neofascista.<\/p>\n\n\n<div class=\"wp-block-image\">\n<figure class=\"aligncenter size-full\"><img decoding=\"async\" src=\"data:image\/gif;base64,R0lGODlhAQABAIAAAAAAAP\/\/\/yH5BAEAAAAALAAAAAABAAEAAAIBRAA7\" data-src=\"https:\/\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2025\/09\/Adele-Bea-4.jpg\" alt=\"\" class=\"wp-image-68058 lazyload\"><noscript><img data-recalc-dims=\"1\" loading=\"lazy\" loading=\"lazy\" decoding=\"async\" width=\"900\" height=\"600\" src=\"https:\/\/i0.wp.com\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2025\/09\/Adele-Bea-4.jpg?resize=900%2C600&#038;ssl=1\" alt=\"\" class=\"wp-image-68058\" srcset=\"https:\/\/i0.wp.com\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2025\/09\/Adele-Bea-4.jpg?w=900&amp;ssl=1 900w, https:\/\/i0.wp.com\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2025\/09\/Adele-Bea-4.jpg?resize=300%2C200&amp;ssl=1 300w, https:\/\/i0.wp.com\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2025\/09\/Adele-Bea-4.jpg?resize=768%2C512&amp;ssl=1 768w, https:\/\/i0.wp.com\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2025\/09\/Adele-Bea-4.jpg?resize=60%2C40&amp;ssl=1 60w, https:\/\/i0.wp.com\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2025\/09\/Adele-Bea-4.jpg?resize=720%2C480&amp;ssl=1 720w\" sizes=\"auto, (max-width: 900px) 100vw, 900px\" \/><\/noscript><figcaption class=\"wp-element-caption\"><em>Wunderkammer City. A Urban Collection<\/em>, installation view, photo Adele Bea Cipste<\/figcaption><\/figure>\n<\/div>\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">La stessa nozione di \u201cleggenda urbana\u201d diventa quindi consustanziale alla ri-fondazione di una citt\u00e0 immaginata non solo ironicamente come \u201cgabinetto di curiosit\u00e0\u201d, ma anche e soprattutto come intersezione di esperienze. Una prassi quella di MWK che, attraverso occupazioni temporanee, riattiva luoghi abbandonati come l\u2019ex sito industriale Italcementi di Riva del Garda, o la Cappella di San Simonino, o la Palazzina Gialla, un tempo parte dell\u2019area Michelin e ora inserita nel nuovo quartiere Le Albere, progettato da Renzo Piano. Agire sulla cartografia urbana e sugli archivi rimossi significa inevitabilmente toccare nervi scoperti, in una citt\u00e0 particolarmente invisibile come Trento, poco considerata dal resto del paese a causa della sua posizione periferica, ed eppure epicentro di storie esemplari, come quella fatta riemergere dal progetto <em>Rosa Trento.<\/em><\/p>\n\n\n<div class=\"wp-block-image\">\n<figure class=\"aligncenter size-full\"><img decoding=\"async\" src=\"data:image\/gif;base64,R0lGODlhAQABAIAAAAAAAP\/\/\/yH5BAEAAAAALAAAAAABAAEAAAIBRAA7\" data-src=\"https:\/\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2025\/09\/Adele-Bea-2.jpg\" alt=\"\" class=\"wp-image-68060 lazyload\"><noscript><img data-recalc-dims=\"1\" loading=\"lazy\" loading=\"lazy\" decoding=\"async\" width=\"900\" height=\"600\" src=\"https:\/\/i0.wp.com\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2025\/09\/Adele-Bea-2.jpg?resize=900%2C600&#038;ssl=1\" alt=\"\" class=\"wp-image-68060\" srcset=\"https:\/\/i0.wp.com\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2025\/09\/Adele-Bea-2.jpg?w=900&amp;ssl=1 900w, https:\/\/i0.wp.com\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2025\/09\/Adele-Bea-2.jpg?resize=300%2C200&amp;ssl=1 300w, https:\/\/i0.wp.com\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2025\/09\/Adele-Bea-2.jpg?resize=768%2C512&amp;ssl=1 768w, https:\/\/i0.wp.com\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2025\/09\/Adele-Bea-2.jpg?resize=60%2C40&amp;ssl=1 60w, https:\/\/i0.wp.com\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2025\/09\/Adele-Bea-2.jpg?resize=720%2C480&amp;ssl=1 720w\" sizes=\"auto, (max-width: 900px) 100vw, 900px\" \/><\/noscript><figcaption class=\"wp-element-caption\"><em>Wunderkammer City. A Urban Collection<\/em>, installation view, photo Adele Bea Cipste<\/figcaption><\/figure>\n<\/div>\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Nel 1972 la morte di una donna della Valsugana per setticemia, perforazione dell\u2019utero e peritonite a seguito di un aborto effettuato in condizioni di clandestinit\u00e0 port\u00f2 alla confisca di oltre seicento fascicoli medici nello studio di un ginecologo, con la conseguente incriminazione di 263 donne, accusate di crimini contro la salute pubblica e la continuit\u00e0 della specie. La manifestazione nazionale organizzata dai collettivi femministi di Trento il 15 febbraio 1975 per protestare contro l\u2019azione legale, denunciando la violenza istituzionale perpetrata dallo Stato italiano contro le donne, fu uno degli avvenimenti che contribuirono alla successiva approvazione della legge 194 sull\u2019interruzione di gravidanza. Rendere di nuovo visibili e tangibili i 263 dossier delle donne accusate impilandoli davanti al Palazzo di Giustizia e alla Corte d\u2019Appello di Trento come ha fatto il collettivo MWK, per includerli nella propria \u201ccollezione\u201d, significa museificare tale avvenimento? Di certo una simile operazione risponde all\u2019esigenza sostenuta da Fanon e ripresa da Verg\u00e8s di \u201caggrapparsi come una scheggia al cuore del mondo\u201d, facendo cos\u00ec fronte al mondo stesso.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Fran\u00e7oise Verg\u00e8s<br><em><a href=\"https:\/\/www.meltemieditore.it\/catalogo\/museo-campo-battaglia\/\" target=\"_blank\" rel=\"noreferrer noopener\">Il museo come campo di battaglia. Programma di disordine assoluto<\/a><\/em><br>a cura di Duccio Scotini, prefazione di Paul Gilroy<br>Meltemi, 2025, 294 pp., \u20ac 20<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Museo Wunderkammer<br><em><a href=\"https:\/\/legallerietrento.it\/mostre\/wunderkammer-city-a-urban-collection\/\" target=\"_blank\" rel=\"noreferrer noopener\">Wunderkammer City. A Urban Collection<\/a><\/em><br>a cura di Marco Scotini e Andris Brinkmanis<br>Trento, Le Gallerie<br><em>dal 27 giugno al 21 settembre<\/em><\/p>\n\n\n\n<div style=\"height:20px\" aria-hidden=\"true\" class=\"wp-block-spacer\"><\/div>\n\n\n\n<p class=\"has-text-color has-link-color wp-elements-1 wp-block-paragraph\" style=\"color:#6a6666;font-size:15px\"><em>In copertina: <\/em>Wunderkammer City. A Urban Collection<em>, installation view, photo Adele Bea Cipste<\/em><\/p>\n","protected":false,"gt_translate_keys":[{"key":"rendered","format":"html"}]},"excerpt":{"rendered":"<p>Nella conferenza &#8220;Des espaces autres&#8221;, tenuta a Tunisi nel 1967, Michel Foucault annoverava tra le eterotopie \u2013 ovvero fra quei \u201cluoghi che si trovano al di fuori di ogni luogo, per quanto possano essere effettivamente localizzabili\u201d \u2013 anche le biblioteche e i musei, poich\u00e9 al loro interno \u201cil tempo non smette di accumularsi e di raccogliersi in se stesso\u201d all\u2019infinito, in una sorta di tesaurizzazione \u201cperpetua e indefinita\u201d, effettuata in un punto geografico irriducibile all\u2019azione erosiva dei secoli. Entrambi espressione tipica \u201cdella nostra modernit\u00e0\u201d, ossia \u2013 dall\u2019angolo visuale del filosofo francese \u2013 \u201cdella cultura occidentale del XIX secolo\u201d, biblioteche e musei sono stati sottoposti da parte della critica post-coloniale a un trattamento alquanto diseguale. Le prime infatti ne sono uscite pressoch\u00e9 indenni \u2013 non si sa se in virt\u00f9 della loro frequentazione vieppi\u00f9 diventata professionale ed elitaria (al di l\u00e0 delle effimere instagrammizzioni delle sale di lettura pi\u00f9 scenografiche), o della loro parallela smaterializzazione digitale. 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