{"id":61667,"date":"2025-03-13T00:01:00","date_gmt":"2025-03-12T23:01:00","guid":{"rendered":"https:\/\/antinomie.it\/?p=61667"},"modified":"2025-03-13T08:51:19","modified_gmt":"2025-03-13T07:51:19","slug":"talismano-dardenne","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/antinomie.it\/index.php\/2025\/03\/13\/talismano-dardenne\/","title":{"rendered":"Talismano Dardenne","gt_translate_keys":[{"key":"rendered","format":"text"}]},"content":{"rendered":"\n<div style=\"height:20px\" aria-hidden=\"true\" class=\"wp-block-spacer\"><\/div>\n\n\n\n<h4 class=\"wp-block-heading\"><em>L\u2019arte esprime la sofferenza umana e, al contempo, esprime l\u2019uscita da essa, la gioia di essere al mondo, agli altri, alla vita.<\/em><\/h4>\n\n\n\n<div style=\"height:20px\" aria-hidden=\"true\" class=\"wp-block-spacer\"><\/div>\n\n\n\n<p class=\"has-drop-cap wp-block-paragraph\">Prima di avvicinarmi al talismano, consentimi d\u2019introdurti Jean-Pierre e Luc Dardenne, i fratelli per antonomasia del cinema d\u2019autore contemporaneo, coloro che stanno all\u2019Europa come i fratelli Ethan e Joel Coen stanno agli States e \u2013 questa la capirai nel prossimo paragrafo \u2013 stanno al cinema come Emmanuel L\u00e9vinas sta alla filosofia.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Belgi e attivi da met\u00e0 anni Settanta, vengono sdoganati nel 1996 con <em>La promessa, <\/em>opera che entusiasma Cannes. Vincono il festival col lungometraggio successivo, <em>Rosetta<\/em>, nel 1999. Avevano esordito nel 1978, con un documentario di cinquantadue minuti, <em>Le Chant du rossignol.<\/em> <em>Tori e Lokita \u2013 <\/em>il loro dodicesimo (e a oggi ultimo) film \u2013 \u00e8 uscito nel 2022. Producono insieme, scrivono insieme, dirigono insieme, s\u2019ossessionano insieme, i fratelli Dardenne.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Facciamo un salto indietro. I Dardenne gattonano nel mondo dell\u2019arte \u2013 prima in teatro, poi al cinema \u2013 assistendo il regista nonch\u00e9 drammaturgo e poeta Armand Gatti, monegasco di origine italiana nato nel 1924. Eclettico, carismatico, Gatti \u00e8 un rivoluzionario in anni rivoluzionari. A imbattersi in lui nel \u201869 \u00e8 Jean-Pierre, il maggiore, classe 1951. Folgoratorio \u00e8 l\u2019incontro, dirompenti gli effetti. Diciottenne, Jean-Pierre sta iniziando i corsi di Arte Drammatica allo IAD (l\u2019Institut des Arts de Diffusion a Louvain-la-Neuve in Vallonia), ma perde interesse strada facendo e abbandona gli studi nel \u201873. Ha voglia di sporcarsi le mani di un\u2019arte che sia impegno e avventura al contempo. Le maniche sono gi\u00e0 rimboccate. \u00c8 Gatti a indicare la strada a lui e al fratello.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\"><em>Ci ha fatto uscire dal nostro torpore, ci ha proiettato nella poesia, alla ricerca dei segni dell\u2019uomo, della sua indistruttibile speranza. Ci ha insegnato a inventare partendo dalla nostra verit\u00e0, al di l\u00e0 della povert\u00e0 di mezzi, ci ha insegnato il rigore, la demistificazione della tecnica.<\/em>&nbsp;<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Questo pensiero del 26\/01\/1992 viene da <em>Addosso alle immagini. Viaggio nel nostro cinema<\/em>, illuminante diario intellettuale edito nel 2022 dal Saggiatore, cui va il merito di avere pubblicato insieme due diverse raccolte di frammenti: <em>Au dos de nos images<\/em> (1991-2005), <em>Au dos de nos images II<\/em> (2005-2014). Da questo diario di bordo e approdo e sbarco e sempre sfiorato naufragio \u2013 la cui luce getta luce sull\u2019arte non solo dardenniana \u2013 provengono tutte le citazioni cui accosto una data precisa. Il libro \u00e8 firmato soltanto dal fratello minore, classe 1954, lo scrittore del duo, il filosofo: Luc Dardenne.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Luc si forma all\u2019UCL (l\u2019Universit\u00e0 Cattolica, sempre a Louvain), seguendo con attenzione i corsi del fenomenologo Jacques Taminiaux e del filosofo della scienza Jean Ladri\u00e8re. Forte, fin da allora, \u00e8 la tensione per le questioni sociali ed etiche, una sfera destinata a essere il cuore pulsante del cinema a venire. Nel 1979 Luc si laurea con una tesi sul pensiero del greco naturalizzato francese Cornelius Castoriadis, filosofo sociologo economista psicanalista di vocazione marxista libertaria, un modello non meno eclettico carismatico rivoluzionario di Gatti.&nbsp;<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Ventiquattrenne e neolaureato, Luc si tuffa in una tesi di dottorato sul tema della morte, a partire dalle posizioni di Martin Heidegger, Ernst Bloch e del citato in apertura L\u00e9vinas, maestro francese di origine ebreo lituana, autore di testi chiave del pensiero novecentesco come <em>Totalit\u00e0 e infinito <\/em>(1961) e <em>Umanesimo dell\u2019altro uomo<\/em> (1972). Il dottorando ne segue i corsi alla Cattolica e tuttora \u2013 a quarantasette anni dall\u2019esordio filmico \u2013 il pensiero di L\u00e9vinas non smette di riverberare tanto nei libri di Luc quanto nei film con Jean-Pierre.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Luc non porta a termine la suddetta tesi, sebbene la morte sia argomento che lo appassiona e che rester\u00e0 centrale nel suo fare. Come per il fratello, il richiamo della realt\u00e0 \u00e8 improrogabile. Via via entrambi devono riconoscerlo e accettarlo: il loro strumento di cattura \u00e8 il cinema. Tuttavia, nonostante i rispettivi abbandoni universitari, nel 2010 la Cattolica di Louvain conferisce ai Fr\u00e8res un dottorato <em>honoris causa <\/em>per il rilievo artistico e la sensibilit\u00e0 sociale della loro opera. Mica male come ciliegina sulla torta di un cinema ad alto coefficiente di pensiero trasfuso in sensazione.<\/p>\n\n\n<div class=\"wp-block-image\">\n<figure class=\"aligncenter size-full\"><img decoding=\"async\" src=\"data:image\/gif;base64,R0lGODlhAQABAIAAAAAAAP\/\/\/yH5BAEAAAAALAAAAAABAAEAAAIBRAA7\" data-src=\"https:\/\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2025\/03\/1.jpg\" alt=\"\" class=\"wp-image-62717 lazyload\"><noscript><img data-recalc-dims=\"1\" loading=\"lazy\" loading=\"lazy\" decoding=\"async\" width=\"900\" height=\"354\" src=\"https:\/\/i0.wp.com\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2025\/03\/1.jpg?resize=900%2C354&#038;ssl=1\" alt=\"\" class=\"wp-image-62717\" srcset=\"https:\/\/i0.wp.com\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2025\/03\/1.jpg?w=900&amp;ssl=1 900w, https:\/\/i0.wp.com\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2025\/03\/1.jpg?resize=300%2C118&amp;ssl=1 300w, https:\/\/i0.wp.com\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2025\/03\/1.jpg?resize=768%2C302&amp;ssl=1 768w, https:\/\/i0.wp.com\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2025\/03\/1.jpg?resize=60%2C24&amp;ssl=1 60w\" sizes=\"auto, (max-width: 900px) 100vw, 900px\" \/><\/noscript><figcaption class=\"wp-element-caption\">L. e J.-P. Dardenne<\/figcaption><\/figure>\n<\/div>\n\n\n<h4 class=\"wp-block-heading\">Dall\u2019altro, e non dall\u2019alto, la salvezza<\/h4>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Il talismano prescelto viene dal libro di Luc Dardenne <em>L\u2019affare umano. Al di l\u00e0 della paura di morire. <\/em>Apparso nel 2012 con le \u00c9ditions du Seuil, il saggio \u00e8 uscito a settembre 2024 con Meltemi nella traduzione, cura e introduzione del filosofo Paolo Stellino, fautore della pubblicazione italiana insieme a un altro filosofo, Francesco Cattaneo. In formazione triadica, presso la libreria bolognese Modo Infoshop, abbiamo presentato il libro tre mesi fa. Nemmeno a farlo apposta, il d\u00ec dell\u2019evento \u00e8 stato il 30 ottobre 2024, ovvero secondo il Calendario Giuliano il giorno del 203esimo compleanno di F\u00ebdor Dostoevskij, padrino ideale dell\u2019<em>Affare umano<\/em>.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">In questa prova letteraria, Luc Dardenne prende di petto il cosiddetto male, adottando la prospettiva d\u2019un umano che \u00e8 non mai troppo umano, restando cio\u00e8 al di qua del bene e del male. \u00abLo sguardo cinico non \u00e8 quello pi\u00f9 profondo\u00bb: \u00e8 una scheggia del testo nonch\u00e9 il titolo dell\u2019intro di Paolo Stellino. Luc \u00e8 perentorio e noi possiamo convenire: lo sguardo cinico non \u00e8 quello pi\u00f9 profondo, per tutta una serie di buone ragioni.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Lo sguardo cinico non \u00e8 lo sguardo pi\u00f9 profondo sul vivente perch\u00e9 inquadra e perlustra il male dalla prospettiva dell\u2019inestirpabilit\u00e0 del male. Di conseguenza: lo sguardo cinico non \u00e8 lo sguardo pi\u00f9 profondo per ci\u00f2 che presuppone del male e per ci\u00f2 che non oppone al male, restringendo la sfera di azione e mortificazione del male nell\u2019interazione tra la gabbietta d\u2019un io caracollante in una sbornia egoistica e il gabbione di un mondo<em> ab aeterno in aeternum<\/em> malvagio. Lo sguardo cinico \u00e8 uno sguardo tirchio e poco dispendioso, facile e poco immaginativo, lo sguardo maggioritario: viviamo in un mondo ubriaco di egotismo, votato al cinismo.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Lo sguardo cinico non \u00e8 lo sguardo pi\u00f9 profondo perch\u00e9 presume la casualit\u00e0 del male, per metterla nei termini in cui la mette Roberto Bola\u00f1o nei <em>Detective selvaggi <\/em>(1998) per voce di un personaggio (Abel Romero) il quale sostiene che il nocciolo della questione \u00e8 capire se il male (o il delitto o il crimine o come ci \u00e8 pi\u00f9 congeniale nominarlo) sia causale o casuale, se cio\u00e8 sia soggetto a un rapporto di causa effetto oppure sia effetto del Caso (o Caos). Se del male scorgiamo la causa, \u00abpossiamo lottare conto di lui, \u00e8 difficile da sconfiggere ma c\u2019\u00e8 una possibilit\u00e0, pi\u00f9 o meno come tra due boxeur dello stesso peso\u00bb. Nel caso del Caso invece non possiamo farci niente perch\u00e9 il male viene dato per assoluto, cio\u00e8 sciolto (<em>ab-solutus<\/em>) da noi, dal nostro concreto operare, come dire: se non siamo fottuti in partenza, in pratica \u00e8 una lotteria.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Ergo possiamo lottare secondo il cineasta scrittore, il quale non fa ciniche spallucce al cospetto del male, bens\u00ec lo sradica dal seminato della sua assolutezza. Deassolutizzare il male significa \u2013 in generale \u2013 una serie di cose. Significa far smettere al male di essere asse della mia natura come il tatto o il sistema respiratorio. Significa trattare il male come una tensione, al limite propensione o vocazione, come una dipendenza. Significa relativizzare il male ponendolo in relazione: in relazione con l\u2019altro. Significa individuare nell\u2019altro il tema del male, il tema determinante, il tema discriminante, il vero tema del male. Deassolutizzare il male significa fare dipendere il male dall\u2019altro, dalla mia percezione dell\u2019altro, dalla mia concezione dell\u2019altro, dalla mia relazione con l\u2019altro.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Il male assurge cos\u00ec a possibilit\u00e0: una possibilit\u00e0 in rapporto alla sfera dell\u2019alterit\u00e0. Quando l\u2019altro rappresenta una chance o una promessa, un ponte o una mano tesa, quando nel volto dell\u2019altro ritrovo i miei lineamenti, l\u2019ordigno del male si disinnesca. Quando invece l\u2019altro rappresenta una minaccia, un ostacolo, un\u2019oscura incognita, una rottura, se non un avversario dichiarato, un nemico giurato, ecco che la bomba del male inizia a ticchettare.&nbsp;<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Il male \u00e8 un\u2019infezione cagionata dal taglio infausto del mio cordone con l\u2019altro. Il male fa imputridire l\u2019altro in me, il me che vive nell\u2019altro, i coloro che potrebbero vivere l\u2019uno nell\u2019altro. Il male \u00e8 un frutto che grava dal ramo essiccato dell\u2019altro, ripieno di marcescenze: esso pende colante, pendendo fa ombra, m\u2019imbratta e m\u2019annerisce, fuori e dentro. Il male m\u2019isola tramutandomi in un\u2019isola infestata di fantasmi. Il male mi promuove, nei propri ranghi, a strangolatore dell\u2019amore.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Se tu cresci, mi rimpicciolisci. Se ti espandi mi rubi aria, mi rubi area. Cos\u00ec ragiona il male. In ci\u00f2 risiede la tragedia del male. Perci\u00f2 Roland Barthes (<em>Sur Racine, <\/em>1963) \u2013 citato da Luc in una nota del 30\/10\/2006 \u2013 individua l\u2019origine del conflitto tragico proprio in \u00abuna crisi di spazio\u00bb, nel non esserci \u00abposto per due\u00bb, in \u00abun orrendo vincolo spaziale\u00bb. In altre parole, la tragedia non avrebbe luogo se questo mondo non fosse troppo piccolo per me e per l\u2019altro, un altro ridotto a \u00abcorpo tenace da possedere o da distruggere\u00bb, contenitore del \u00abgerme dell\u2019omicidio\u00bb. Questo mondo: il mio mondo, reame o pollaio che sia.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Il male ha luogo quando faccio del male all\u2019altro: punto. Fermo restando questo punto, ch\u2019\u00e8 il punto cruciale del male, molteplici sono le declinazioni, innumerevoli le sfumature, divergenti i modelli del male. Mi limito a una cinquina. Il male \u00e8 una piaga che <em>mi iaga<\/em>, se non <em>mi otella<\/em>. Il male \u00e8 un chirurgo che sia <em>mi chigurha<\/em>,se non <em>mi h\u00f6ssa<\/em>. Il male \u00e8 un raschiatore che<em> mi raskol\u2019nika<\/em>, nel senso di una miccia che <em>mi niccia<\/em> d\u2019un Nietzsche frainteso. La foga coniale m\u2019ha preso. Mi spiego.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Il male mi otella: avvelenato nella mia ingenuit\u00e0, perduto ogni candore, incattivito dalla malignit\u00e0 di quel viscido suggeritore di Iago, io obnubilato, io contrito, io povero Otello divengo strumento di morte, ammazzo la mia salvezza, ammazzo la bellezza non solo esteriore che ha le fattezze di Desdemona, distanziandomi dalle sorgenti di una vita pregna, in potenza, di ogni bene.&nbsp;<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Il male mi iaga: remoto \u00e8 il mio cuore persino a me stesso e al silenzio affido l\u2019ultima parola sulla mia condotta, per\u00f2 ho goduto, ho goduto nell\u2019architettare il disfacimento della vita di quell\u2019allocco di Otello, nel vederlo un centimetro alla volta affondare nella melma rabbiosa di una gelosia infondata che io Iago, principe degli infidi e dei traditori degli amici, ho indotto per soddisfare un impeto che qualcuno definirebbe \u2013 con un aggettivo ai miei tempi mancante \u2013 sadico.&nbsp;<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Il male mi chighura: [nato dalla penna di Cormac McCarthy (<em>Non \u00e8 un paese per vecchi<\/em>, 2005) e incarnato da Javier Bardem con iconica frangetta nell\u2019omonimo film dei Coen (2007)] io vittorioso, io fascinosamente indistruttibile, io che ferito mi opero e mi ricucio da solo, io Chighur incarno la mefistofelica autosufficienza del male, dove il bene per contro \u00e8 dalla parte della fragilit\u00e0, dell\u2019insufficienza, della passivit\u00e0, del brancicante bisogno dell\u2019altro [come osserva Luc in una nota dell\u201911\/06\/2012].<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Il male mi h\u00f6ssa: io ineccepibile comandante ad Auschwitz, acceleratore della Soluzione Finale, io che mi sono posto oltre l\u2019efficienza, io Rudolf H\u00f6ss faccio sfoggio della mia indifferenza, chiamando le mie gesta a testimoni dal fatto che gassare mille ebrei mi pesa meno di schiacciare un brufolo, decisamente, essendo un brufolo qualcosa che s\u2019\u00e8 insediato nella mia pelle e che mi fa perdere, espulso il pus, una goccia del mio sangue ariano, mentre mille ebrei sono solo un numero.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Il male mi raskol\u2019nika: io giovanotto del sottosuolo [partorito dalla mente di Dostoevskij, eroe del giallo pi\u00f9 seminale dell\u2019Ottocento (<em>Delitto e castigo<\/em>,1866)], studente in ristrettezze ma soprattutto essere superiore, io Rodion Romanovi\u010d Raskol\u2019nikov mi arrogo il diritto di sottrarre alla vita una squallida usuraia che vive sfruttando le miserie dei suoi simili. La ammazzo per attestare la mia soprelevazione rispetto alla marmaglia nonch\u00e9 l\u2019irrilevanza della sparizione di un essere inferiore: due piccioni con una fava. Le cose per\u00f2 non vanno lisce come da programma. Per prima cosa mi ritrovo tra i piedi la sorella della vecchia, di cui mi tocca sbarazzarmi <em>quoque<\/em>, ma quel ch\u2019\u00e8 peggio \u00e8 che dopo il fattaccio la mia coscienza inizia a fottermi il cervello, conducendomi di paranoia in delirio all\u2019amarissima constatazione che la mia superiorit\u00e0 era in fondo altro. La mia supposta superiorit\u00e0 era una tracotanza miope di marca affine a quella dei nazisti che gonfieranno il petto credendosi testimonial del Superuomo forgiato da Friedrich Nietzsche. Quegli zoticoni ignoreranno quanto me la definizione che in un frammento postumo del 1884 Nietzsche stesso d\u00e0 del suo \u00dcbermensch, dove <em>\u00fcber<\/em> sta per <em>oltre<\/em> e non per <em>super<\/em>: \u00abCesare romano con l\u2019anima di Cristo\u00bb.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Manipolato come Otello, perfido come Iago, autosufficiente come Chigurh, indifferente come H\u00f6ss, complessato al rialzo come Roskol\u2019nikov, uccido direttamente o per interposta persona, opero o avallo l\u2019estinzione dell\u2019altro. Fare fuori qualcuno, in senso non solo figurato, sopprimere il prossimo, assassinarlo: \u00e8 il culmine del male. Ammazzare \u00e8 il culmine del male inteso in chiave relazionale.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Se l\u2019altro mi nega in quanto monade psichica, perch\u00e9 non dovrei anticiparlo negando io lui? Se l\u2019altro \u00e8 l\u2019operazione di un teorema morale, posso rivendicare il diritto di sottrarlo alla vita, o almeno cos\u00ec la pensa Raskol\u2019nikov alle prese con la preparazione del <em>Delitto<\/em>, prima di prendersi in zucca la solenne legnata del <em>Castigo <\/em>attraverso cui Dostoevskij lo conduce a Sonja, per la quale d\u2019ora in avanti \u2013 lo scrittore non lo dice ma noi ci sentiamo di scommettere \u2013 sar\u00e0 pronto a dare la vita, la propria.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Dare la vita per l\u2019altro: la disponibilit\u00e0 al sacrificio rende sacra la relazione. Mettere in conto di sacrificarsi per qualcuno o qualcosa d\u00e0 senso alla vita, un senso pi\u00f9 profondo della preservazione della nuda vita, cio\u00e8 d\u2019una vita ridotta a neutro collettore di funzioni biologiche e sociali. Essere o non essere l\u2019altro: questo \u00e8 il problema. Se l\u2019altro \u00e8 altro da me, vada al diavolo e avanti il prossimo. Se l\u2019altro \u00e8 me, stecchendo lui stecchisco me.<\/p>\n\n\n<div class=\"wp-block-image\">\n<figure class=\"aligncenter size-full\"><img decoding=\"async\" src=\"data:image\/gif;base64,R0lGODlhAQABAIAAAAAAAP\/\/\/yH5BAEAAAAALAAAAAABAAEAAAIBRAA7\" data-src=\"https:\/\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2025\/03\/2.jpg\" alt=\"\" class=\"wp-image-62723 lazyload\"><noscript><img data-recalc-dims=\"1\" loading=\"lazy\" loading=\"lazy\" decoding=\"async\" width=\"900\" height=\"714\" src=\"https:\/\/i0.wp.com\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2025\/03\/2.jpg?resize=900%2C714&#038;ssl=1\" alt=\"\" class=\"wp-image-62723\" srcset=\"https:\/\/i0.wp.com\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2025\/03\/2.jpg?w=900&amp;ssl=1 900w, https:\/\/i0.wp.com\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2025\/03\/2.jpg?resize=300%2C238&amp;ssl=1 300w, https:\/\/i0.wp.com\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2025\/03\/2.jpg?resize=768%2C609&amp;ssl=1 768w, https:\/\/i0.wp.com\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2025\/03\/2.jpg?resize=60%2C48&amp;ssl=1 60w\" sizes=\"auto, (max-width: 900px) 100vw, 900px\" \/><\/noscript><figcaption class=\"wp-element-caption\">Orson Welles (Otello, in alto) e Miche\u00e1l MacLiamm\u00f3ir (Iago) in un frame di <em>Otello<\/em> (1951) di O. Welles<\/figcaption><\/figure>\n<\/div>\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Non fraintendere per\u00f2: Luc non sta scaricando sull\u2019altro il barile del male. Questa concezione (relativa, relazionale) del male implica un\u2019assunzione di responsabilit\u00e0 che toglie ogni appiglio al vittimismo. Il male avviene in rapporto dall\u2019altro, okay, ma viene da me, non si sfugge, non gli sfuggo. Il male m\u2019ammala. Si \u00e8 malvagi come si \u00e8 sifilitici. Il male fa cattivo sangue. Il male \u00e8 influente e influenzante, m\u2019infetta, si propaga. Il male \u00e8 virale. Nessuno per\u00f2 mi costringe a fottere col male una volta che l\u2019ho riconosciuto come tale!<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Se il male \u00e8 una possibilit\u00e0 e una dipendenza, io posso non cogliere la possibilit\u00e0 come posso tirarmi fuori dalla dipendenza, iniziando a vedere l\u2019altro come alternativa e medicina. \u00c8 tosta com\u2019\u00e8 tosta ripulirsi dall\u2019eroina, ma l\u2019impresa \u00e8 nella sfera del possibile, come il bene. Siamo in partita. Quindi no: non siamo sconfitti in partenza. Quindi s\u00ec: palla al centro. Finch\u00e9 l\u2019arbitro non fischia la fine, non rilassiamoci, non sottovalutiamo la capacit\u00e0 di rimonta del male. Decisamente no: il male non lo estirpiamo una volta per tutte, come una verruca diabolica. La radice del male si riforma, si rigenera tenace, dislocandosi. Decisamente s\u00ec: dobbiamo stare all\u2019erta, prendendoci cura dell\u2019orticello della nostra anima particolare e nondimeno dell\u2019orticello di cui siamo, insieme all\u2019altro, comproprietari: il sistema d\u2019irrigazione \u00e8 il medesimo.&nbsp;<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Emmanuel L\u00e9vinas s\u2019\u00e8 interrogato sulla mia incapacit\u00e0 di accedere al \u00absegreto dell\u2019altro\u00bb (ovvero al mistero della sua vita interiore) in maniera diretta (ovvero come io accedo alla mia propria vita interiore). In un testo del 7 luglio 1979 \u2013 che introduce l\u2019edizione italiana della raccolta di saggi <em>La traccia dell\u2019altro \u2013 <\/em>L\u00e9vinas mette a fuoco una necessit\u00e0:<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\"><em>\u2026la necessit\u00e0 in cui mi trovo, per conoscere l\u2019intimit\u00e0 dell\u2019altro uomo, di passare attraverso la sua espressione, la sua fisionomia, i suoi gesti, il suo linguaggio, le sue opere\u2026<\/em><\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Espressione fisionomia gesti linguaggio opere: se non sappiamo leggere l\u2019esterno, come pensiamo di cavarcela con l\u2019interno? Un cinema che abbia coscienza di questa necessit\u00e0 \u00e8 l\u2019arte che possiede pi\u00f9 frecce nella propria faretra linguistica per centrare il bersaglio dell\u2019altro. L\u2019altro in quanto corpo. L\u2019altro in quanto spaziotempo del corpo umano. L\u2019altro in quanto presentificazione in divenire del corpo nel corpo della rappresentazione. Non dimentichiamo che, sfrecciando sulla corsia del movimento, il cinema ha trasformato il volto umano in paesaggio. Lo ha fatto attraverso l\u2019invenzione del primo piano. Un visino e una facciaccia sono divenuti paesaggi viventi, giganteggianti sul grande schermo. Il cinematografo ha dunque reinventato il volto, e in generale il corpo, in termini sia qualitativi sia quantitativi.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Torniamo ai Dardenne. Rispondendo a nient\u2019altro che a una vigilissima etica dello sguardo, muovendo dal fuori verso il dentro, hanno messo le potenze del cinema a servizio della necessit\u00e0 di cui parla L\u00e9vinas: la conoscenza dell\u2019alterit\u00e0, l\u2019intimit\u00e0 dell\u2019alterit\u00e0. A questa necessit\u00e0 i Fr\u00e8res fanno fronte senza che il loro pensiero \u2013 un pensiero della visione sempre cogente, sempre cocente \u2013 prevarichi o condizioni o appesantisca o impacci la vita del corpo durante la filmazione, durante atterraggi filmici che sono veri e propri <em>accorpaggi<\/em>.&nbsp;<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Voglio dire che l\u2019altro, nei film dei Dardenne, non si limita a essere tema. L\u2019altro \u00e8 qualcuno con cui, grazie a cui, attraverso cui deve accadere qualcosa. Qualcosa che la camera, a sua volta, deve essere messa in condizione di filmare. Deve perch\u00e9, se qualcosa ha luogo sul set, essa avr\u00e0 vita nel film. Vale per tutti i loro film quello che Emmet Gowin scrive delle proprie fotografie definendole \u00abun mezzo per trattenere, intensamente, un momento di comunicazione tra un essere e un altro\u00bb. Questa citazione compare nella nota datata 13\/06\/2014, la nota con cui Luc chiude le 369 pagine, nell\u2019edizione italiana, di <em>Addosso alle immagini<\/em>.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Ogni immagine dardenniana \u2013 opaca o cristallina che sia \u2013 \u00e8 la punta piramidale di una ricerca totale proiettata a ghermire la traccia dell\u2019altro attraverso la vicinanza al corpo. Una vicinanza pulsante rispettosa pudica: \u00e8 cos\u00ec che la vogliono. Una vicinanza ch\u2019\u00e8 sinonimo di amore nei confronti della creatura pedinata, perlustrata. Una vicinanza a quello che per loro non \u00e8 mai solo un corpo bens\u00ec un\u2019anima in progressivo disvelamento corporale: un <em>corpanima<\/em>.&nbsp;<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Ogni film dardenniano \u00e8 un travagliato viaggio verso l\u2019altro. Verso la corporeit\u00e0 dell\u2019altro. Verso il riconoscimento dell\u2019altro. Verso il contatto autentico con l\u2019altro. Verso il farmi carico dell\u2019altro, persino mettendo a repentaglio la mia stessa vita. Verso il contagio di umanit\u00e0 di cui \u00e8 portatore potenziale, in quanto uomo, ogni altro.&nbsp;<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\"><em>L\u2019Anima \u00e8 l\u2019altro in me.<\/em><\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Questo frammento di L\u00e9vinas, proveniente da <em>Altrimenti che essere o al di l\u00e0 dell\u2019essenza<\/em> (1974), Luc lo cita in ben due note (07\/07\/2011, 23\/12\/2011), trattandolo alla stregua di un \u00abviatico per la nostra scrittura\u00bb, mentre \u00e8 alle prese insieme al fratello con la sceneggiatura della <em>Ragazza senza nome<\/em>, che vedr\u00e0 la luce nel 2016. In un\u2019altra nota, stavolta del 23\/08\/2013, Luc afferma che tutti i loro film dalla <em>Promessa<\/em> in avanti sono \u00abcome variazioni di un\u2019altra piccola frase di Emmanuel L\u00e9vinas\u00bb, questa:<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\"><em>Non potersi sottrarre \u2013 ecco l\u2019io.<\/em><\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Vuoi una figura chiave di questo non potersi sottrarre? Eccola: Rosetta! Rosetta \u00e8 l\u2019uno per tutti dei Dardenne, l\u2019emblema parabolico dei loro protagonisti. Chiusa come una pigna per l\u2019intera pellicola che porta il suo nome, ella si apre (e aprendosi ci apre il cuore) a Riquet (l\u2019unico che non l\u2019ha mollata) soltanto nell\u2019ultima inquadratura, culminante nel primo piano di lei, il primo piano di una che infine \u2013 malgrado tutti i suoi sforzi in direzione opposta \u2013 non s\u2019\u00e8 potuta sottrarre all\u2019altro. <em>Cut. End. <\/em>Anzi: <em>No End.<\/em><\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Il contatto di sguardo, quand\u2019\u00e8 riconoscimento del prossimo, \u00e8 un vento di umanit\u00e0 che s\u2019alza per azionare il mulino dello spirito. Lo spirito dello spettatore. Non ogni spettatore \u00e8 attivabile <em>body and soul. <\/em>Lo \u00e8 esclusivamente lo spettatore che si sia dato, cosciente o meno, un compito da attuare fuori dalla sala cinematografica nonch\u00e9 dalle stanze ammobiliate dove rischia di ammattire. Un compito ben definito da Paul Val\u00e9ry nell\u2019ultima stanza del <em>Cimitero marino <\/em>(1920): <em>tenter de vivre<\/em>. Un compito che coincide con l\u2019esortazione contenuta in ognuno dei film dei fratelli Dardenne, con l\u2019aggiunta di un avverbio: tentiamo di vivere \u2013 insieme!<\/p>\n\n\n<div class=\"wp-block-image\">\n<figure class=\"aligncenter size-full\"><img decoding=\"async\" src=\"data:image\/gif;base64,R0lGODlhAQABAIAAAAAAAP\/\/\/yH5BAEAAAAALAAAAAABAAEAAAIBRAA7\" data-src=\"https:\/\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2025\/03\/3.jpeg\" alt=\"\" class=\"wp-image-62726 lazyload\"><noscript><img data-recalc-dims=\"1\" loading=\"lazy\" loading=\"lazy\" decoding=\"async\" width=\"900\" height=\"573\" src=\"https:\/\/i0.wp.com\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2025\/03\/3.jpeg?resize=900%2C573&#038;ssl=1\" alt=\"\" class=\"wp-image-62726\" srcset=\"https:\/\/i0.wp.com\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2025\/03\/3.jpeg?w=900&amp;ssl=1 900w, https:\/\/i0.wp.com\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2025\/03\/3.jpeg?resize=300%2C191&amp;ssl=1 300w, https:\/\/i0.wp.com\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2025\/03\/3.jpeg?resize=768%2C489&amp;ssl=1 768w, https:\/\/i0.wp.com\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2025\/03\/3.jpeg?resize=60%2C38&amp;ssl=1 60w\" sizes=\"auto, (max-width: 900px) 100vw, 900px\" \/><\/noscript><figcaption class=\"wp-element-caption\">Frame da <em>La ragazza senza nome<\/em> (2016) di di L. e J.-P. Dardenne<\/figcaption><\/figure>\n<\/div>\n\n\n<h4 class=\"wp-block-heading\">La doppia spinta<\/h4>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Dio \u00e8 morto? Se possediamo ancora un Dio, se pensiamo che l\u2019annuncio <em>illo tempore<\/em> del suo decesso fosse una fake news, di cattivo gusto per giunta, \u00e8 pi\u00f9 semplice. Pi\u00f9 semplice per noi: ci basta seguire gli ordini del Suddetto, filare dritto, pagare il mutuo del nostro loft celeste. \u00c8 evidente che la fonte del nostro Senso Unico non \u00e8 in secca. Se invece Dio lo diamo per stecchito sepolto nebulizzato, se reputiamo Esso stesso una fake news, la faccenda \u00e8 un pelo pi\u00f9 complicata o, meno eufemisticamente, sono cazzi.&nbsp;<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Sono cazzi nella misura in cui spetta a nessun altro che a noi decidere cosa sia bene, cosa sia male, cosa sia, e se ne stia, al di l\u00e0. Sono cazzi tanto pi\u00f9 se coltiviamo l\u2019ambizione etica di razzolare come predichiamo. Sono cazzi perch\u00e9 la scomparsa del Pantocratore rende obsoleta la semantica e la segnaletica divina approntata dall\u2019uomo per dare alla propria traversata una direzione sensata. Crepato il Salvatore, si squarcia la pi\u00f9 antica rete di salvataggio per arrestare quella caduta libera chiamata vita: ecco perch\u00e9 sono cazzi. Non si svicola: cadere bene o cadere male \u00e8 del tutto \u2013 come l\u2019arte \u2013 affare umano.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">In <em>L\u2019affare umano.<\/em> <em>Al di l\u00e0 della paura di morire <\/em>Luc Dardenne s\u2019interroga sulle questioni prime e sulle questioni ultime, che poi sono le stesse: morte e vita, dio e uomo, identit\u00e0 e alterit\u00e0, male e amore, potenza e riconoscimento, distruzione e creazione. L\u2019indagine ha luogo chiamando all\u2019appello cervelli mai mollati in corso di costruzione filmografica. Un quintetto di loro, oltre ai gi\u00e0 citati, merita menzione in ordine di apparizione, apparizione non nel libro bens\u00ec sul pianeta Terra: Boezio Pascal Spinoza Wittgenstein Amery.&nbsp;<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Non aspettarti una sistematica o esplicita sponda cinematografica, resteresti deluso:<em> L\u2019affare umano<\/em> \u00e8 il libro di un regista che si defila per dare voce al pensatore. L\u2019unico film su cui Luc indugia \u00e8 <em>Il ragazzo con la bicicletta<\/em> (2011) e v\u2019indugia per ragioni di causa ed effetto filosofici. Mentre nel maggio 2007 cominciava a prendere appunti sui protagonisti, il cineasta filosofo \u00e8 stato travolto fino all\u2019ossessione da quesiti ed enigmi che hanno esondato la sfera del lungometraggio per coagularsi nel saggio apparso cinque anni dopo, appunto:<em> L\u2019affare umano<\/em>. Vengo, spezzandolo in due, al talismano motore.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\"><em>L\u2019arte esprime la sofferenza umana e, al contempo, esprime l\u2019uscita da essa\u2026<\/em><\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">La nostra comune inanit\u00e0, la nostra vulnerabilit\u00e0, il nostro essere abbandonati, la nostra impotenza, la nostra progressiva marcescenza parrebbero condannarci senza appello alla sofferenza. Per\u00f2 non \u00e8 cos\u00ec, i giochi non sono fatti fin dal concepimento, sebbene non ci siano vite risparmiate, in qualit\u00e0 e dosi variabili, dai colpi della vita. Come il male, la sofferenza \u00e8 una possibilit\u00e0. Possiamo conquistarci vie d\u2019uscita. Possiamo scavare condotti nel cemento della sofferenza, usando la punta del manico di quella forchetta ch\u2019\u00e8 la nostra volont\u00e0. Possiamo evadere dall\u2019Alcatraz del nostro pi\u00f9 intimo dolore e una volta dall\u2019altra parte \u2013 coi quattro rebbi della suddetta posata spirituale \u2013 infilzare la vita. Possiamo e \u2013 se proprio non possiamo, se evadere non \u00e8 azione alla nostra portata \u2013 possiamo lavorare per un regime di semilibert\u00e0 e frattanto goderci le ore d\u2019aria.&nbsp;<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">S\u00ec, possiamo, e dal mio pulpito di recidivo con la condizionale dico: la sofferenza possiamo capovolgerla e condividerla. Possiamo capovolgerla in altro. In creazione ad esempio. Possiamo spartirla con l\u2019altro. Sto dicendo che il <em>mal comune<\/em> pu\u00f2 divenire <em>mezzo gaudio<\/em> se non <em>bene maggiore<\/em>. C\u2019\u00e8 un rovescio della tagliente medaglia della sofferenza:<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\"><em>\u2026la gioia di essere al mondo, agli altri, alla vita.<\/em><\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">L\u2019arte che ignora questo radioso rovescio che arte \u00e8? Difficilmente \u00e8 un\u2019arte dotata della solidit\u00e0 filosofica e della tempra etica che riconosciamo all\u2019arte dei fratelli Dardenne. Una solidit\u00e0 filosofica e una tempra etica \u2013 le loro \u2013 che fanno quartetto con un\u2019attenzione sociologica che spacca il capello e una combattivit\u00e0 politica esente da volgari schematismi, da faziosi appiattimenti.&nbsp;<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">D\u2019altro lato, L&amp;J-P ci negano una piena rappresentazione della gioia. Si limitano a farcela intravedere, scorgere da lontano. Ce ne danno una cucchiainata che ha il sapore di una promessa. Ci congedano con una promessa di gioia che, come ogni promessa, pu\u00f2 essere mantenuta o disattesa dalla vita, dalla vita che continua dopo l\u2019ultima inquadratura, dopo l\u2019ultimo taglio di montaggio. Ho parlato di promessa, avrei potuto parlare di spiraglio. Il primo titolo di lavorazione della <em>Promessa<\/em> (<em>La Promesse<\/em>) \u00e8 <em>Lo spiraglio<\/em> (<em>Le Soupirail<\/em>). Risuona in ogni finale dardenniano un monito di un altro cinematografaro pensatore, il monacense naturalizzato austriaco Michael Haneke:<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\"><em>Viene omessa la felicit\u00e0 perch\u00e9 attraverso la sua rappresentazione vengono oltraggiati la sofferenza e il dolore.<\/em><\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">L\u2019imperativo di Haneke \u2013 risonante della lezione estetica del francofortese Theodor W. Adorno \u2013 proviene dalla parte conclusiva di un saggio del 1995 al cui titolo non credo di dover aggiungere altro: <em>Terrore e utopia della forma.<\/em> Au hasard Balthazar <em>di Robert Bresson. <\/em>Ci\u00f2 a cui mira Haneke \u00e8 sbarazzarsi in un sol colpo \u00abdi tutti i bastioni della rimozione e della consolazione a buon mercato messi insieme\u00bb. Rimozione e consolazione a buon mercato: \u00e8 tutto ci\u00f2 in cui un\u2019arte responsabile non dovrebbe mai indulgere. Aggiunge MH:<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\"><em>Proprio perch\u00e9 si tralascia di mostrare la felicit\u00e0, il desiderio mette le ali e durante gli attimi felici della visione il dolore viene esorcizzato nella sua icona.<\/em><\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">La capacit\u00e0 di esorcismo che Haneke attribuisce al rigetto della felicit\u00e0 dalla rappresentazione guarda lontano, alle sorgenti: si radica nella catarsi propria della tragedia greca. Esorcismo, catarsi: la grande arte \u00e8 trattata come un potente emetico con effetti disintossicanti, liberator\u00ee. La grande arte pu\u00f2 salvarci come il serpente di bronzo impugnato da Mos\u00e9 salva gli Israeliti dall\u2019assalto nel deserto dei serpenti a sangue freddo e veleno mortale che stanno facendo una carneficina giudea. La grande arte \u00e8 un contravvelenico serpente di bronzo, le sue icone esorcizzano il maligno, le sue effigi purificano il negativo, intimidiscono i mostri veri, fugano le passioni tristi. Ma affinch\u00e9 tutto ci\u00f2 accada dobbiamo essere sensibili, come nella farmaceutica, ai principi attivi di una certa arte.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Tuttavia, se nell\u2019implacabile Haneke la felicit\u00e0 brilla per la sua assenza, negli accorati Dardenne questa presa di posizione presenta un\u2019attenuazione che non inficia la bont\u00e0 degli effetti curativi. L\u2019assenza d\u2019una felicit\u00e0 compiuta nei Dardenne non \u00e8 un\u2019assenza assenza. \u00c8 piuttosto, come anticipavo, promessa, spiraglio. E qui s\u2019impone un distinguo sulla differenza dei rispettivi principi attivi.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Haneke: la felicit\u00e0 viene scacciata a pedate da un negativo trionfale e resettante, partendo dall\u2019assunto che per (ri)costruire alcunch\u00e9 si devono far saltare le fondamenta marce di quel che \u00e8. Dardenne: non bisogna smontare per smontare n\u00e9 per forza estinguere tutto per (ri)generare qualcosa, qualcosa da salvare deve restare e questo qualcosa sono le tracce dell\u2019altro, come le chiama L\u00e9vinas: le tracce per giungere all\u2019altro, per colmare una distanza, per raggiungerlo. Fossero anche frantumi, macerie, queste tracce.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Il cinema dei Dardenne tira lo spettatore fuori dalla triviale meccanica audiovisiva che lo riduce a consumatore, rivolgendosi all\u2019umano nell\u2019uomo. E qui bisogna intendersi sulla parola umano. Solo dopo, potremo capire come specificarla alla bisogna: troppo umano, ancora umano, pi\u00f9 umano, semplicemente umano.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Ebbene, cos\u2019\u00e8 che rende umano l\u2019uomo? I Fr\u00e8res non hanno dubbi: la sofferenza. Essere sensibili alla sofferenza altrui \u00e8 la condizione necessaria. Ma non sufficiente: bisogna essere in grado di soffrire con, di spartirla, la sofferenza. L\u2019umano sollecitato dai Belgi attiene pertanto a una certa idea di umanit\u00e0: un\u2019idea fondata sulla compassione e sull\u2019empatia. Ora come mollichine ora come sassolini, le tracce dell\u2019altro fanno strada a noi Pollicini verso la compassione e l\u2019empatia intese quali sentimenti attivi di una condizione: la condizione di essere sulla stessa barca. Una barca dov\u2019\u00e8 netta, dovrebbe, la percezione emotiva che, se affonda uno, affonda pure l\u2019altro.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\"><em>Provocare nello spettatore l\u2019esperienza della sofferenza per l\u2019altro, della sofferenza alla vista della sofferenza dell\u2019altro, \u00e8 un modo per l\u2019arte di ricostruire l\u2019esperienza umana.<\/em>&nbsp;<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">\u00c8 quanto scrive Luc in una nota del 14\/08\/1998, mentre il duo \u00e8 a rimuginoso lavoro su <em>Rosetta<\/em>. Rosetta soffre e noi soffriamo con lei senza che Rosetta faccia alcunch\u00e9 per farci soffrire con lei. Non seduce, neanche ci prova, non si piange addosso, non fa la vittima, non invoca una facile piet\u00e0, non ha niente di accattivante, Rosetta. Ci resiste e, quand\u2019anche ci fa da specchio, non offre agganci narcisistici al nostro riflesso. Rasenta, e sovente tocca, la sgradevolezza. Nessuna ruffianeria n\u00e9 <em>captatio benevolentiae <\/em>nei nostri confronti. Nessuna rimozione n\u00e9 consolazione d\u2019accatto da parte dei Dardenne, nemmeno l\u2019ombra.&nbsp;<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">La sofferenza di Rosetta \u00e8 trattata quale varco per ricostruire, appunto, un\u2019esperienza umana, ricostruirla partendo da un presupposto, questo: nel nostro presente tecnologicamente conformato patiamo un difetto tendenziale, se non una latitanza, di esperienza umana. Esperienza umana nel senso pi\u00f9 ampio e pieno della locuzione. Di conseguenza, l\u2019arte che mette al proprio centro tale deficit al fine di (dare una mano a) ricostruire (anche fuori dell\u2019opera) quel che di umano manca (alle nostre vite) \u00e8 un\u2019arte shockante, insieme di rottura e apertura: \u00e8 un\u2019arte che rompe le uova nel paniere di uno status quo disumano aprendo gli occhi di chi guarda a ci\u00f2 che rende pi\u00f9 umano l\u2019uomo, sempre secondo il parametro dardenniano di umano.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Senza una ricostruzione dell\u2019esperienza umana, partendo dalla percezione della sofferenza altrui, di quale \u00abgioia di essere al mondo, agli altri, alla vita\u00bb stiamo parlando? Sicuramente di una gioia debole, destinata a piegarsi e\/o a fuggire sotto gli schiaffi della vita. La gioia propugnata da Dardenne ha come viatico la ricostruzione di un\u2019esperienza che passa attraverso la tragicit\u00e0 dell\u2019esistenza, nel senso che affronta e si misura col tragico insito nella nostra condizione di viventi, come fa peraltro la grande commedia, che \u00e8 inevitabilmente una tragicommedia. La gioia di cui stiamo parlando macera nel dolore che la sprova.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\"><em>Solo la mano che cancella pu\u00f2 scrivere il vero.<\/em><\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">\u00c8 una citazione (15\/10\/1994) di Meister Eckhart che mi fa sovvenire due versi di Friedrich H\u00f6lderlin, ossia la poesia <em>Sofocle<\/em>:<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\"><em>Molti tentarono invano di dire il pi\u00f9 gioioso nella gioia<br>Qui alla fine mi parla davvero, qui nel tragico<\/em><\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Vario: solo la visione dotata di sentimento tragico della vita pu\u00f2 farmi intravedere \u00abil pi\u00f9 gioioso nella gioia\u00bb; solo chi ha compreso perch\u00e9, e mostrato come, l\u2019uomo \u00e8 lupo all\u2019uomo, potr\u00e0 indurmi a trattare, se non addirittura amare, il prossimo mio come me stesso; solo un\u2019arte che mira al positivo traversando il negativo \u2013 senza mitigarlo \u2013 pu\u00f2 sortire sulla mia ammaccata persona un effetto guarente.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\"><em>Uscire dalla sala di un cinema rassicurato, guarito\u2026 pura sensazione di essere uomo tra gli uomini. E ricordare quell\u2019istante come un istante di felicit\u00e0.<\/em><\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">E qui siamo tornati a Luc Dardenne. \u00c8 un pensiero del 4\/09\/1992. Ren\u00e9 Clair chiedeva a un film almeno \u00abcinque minuti di cinema puro\u00bb, Luc chiede molto di meno e molto di pi\u00f9: un istante \u2013 ma che sia un istante di felicit\u00e0. Un istante spifferante da \u00abun varco nel destino\u00bb. Un istante effondente \u00abun\u2019improvvisa intensit\u00e0 di vita che passa e ci porta al di l\u00e0 di tutti gli intrighi\u00bb. Un istante di felicit\u00e0 corrispondente a una sensazione: \u00abla pura sensazione di essere uomo tra gli uomini\u00bb. Finch\u00e9 tu ci sei, finch\u00e9 io ci sono, finch\u00e9 ci siamo l\u2019uno per l\u2019altro, non tutto \u00e8 perduto.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Un simile istante di felicit\u00e0 vissuto in sala, o comunque davanti allo schermo, contiene una promessa di felicit\u00e0 fuori dalla sala o di casa: in mezzo agli uomini. I Dardenne ambiscono a un cinema che faccia (il) bene. Un cinema medicale, senza abbagli diagnostici. Un cinema di guarigione, senza imbrogli terapeutici. La mia ferita viene curativamente tamponata dalla visione di un\u2019altra ferita: \u00e8 il metodo Dardenne.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Il punto da raggiungere \u00e8 quello dell\u2019\u00abio non realizzato ma realizzabile\u00bb, come Luc razionalizza il 5\/07\/2011, in seguito a un incontro sul filosofo Stanley Cavell alla Sorbona. Jacques Ranci\u00e8re ci consente di sporgerci su un orizzonte speculare quando afferma nello<em> Spettatore emancipato<\/em> (2008), a proposito della cosiddetta \u00abimmagine intollerabile\u00bb:<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\"><em>Le immagini dell\u2019arte non forniscono armi alle lotte. Contribuiscono a disegnare configurazioni nuove del visibile, del dicibile e del pensabile, e di conseguenza un nuovo paesaggio del possibile.<\/em><\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">E fatto trenta, sempre con Ranci\u00e8re:<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\"><em>Le immagini trasformano il nostro sguardo e il paesaggio del possibile, se non vengono anticipate dal loro significato e non anticipano i loro effetti.<\/em><\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Non cedere ai ricatti e alle pressioni del significato univoco. Restare polisemici, ambigui. Eticamente e immaginativamente ambigui. Ambigui con precisione. Fermarsi prima di dire troppo, prima che l\u2019io realizzato prevarichi l\u2019io realizzabile, prima che la potenza si esaurisca in atto, in un atto che vada a discapito degli altri possibili. Per i Dardenne questa \u00e8 una garanzia, una garanzia riferita al proprio operato: la garanzia, se non altro, di essersi battuti bene.<\/p>\n\n\n<div class=\"wp-block-image\">\n<figure class=\"aligncenter size-full\"><img decoding=\"async\" src=\"data:image\/gif;base64,R0lGODlhAQABAIAAAAAAAP\/\/\/yH5BAEAAAAALAAAAAABAAEAAAIBRAA7\" data-src=\"https:\/\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2025\/03\/4.jpg\" alt=\"\" class=\"wp-image-62731 lazyload\"><noscript><img data-recalc-dims=\"1\" loading=\"lazy\" loading=\"lazy\" decoding=\"async\" width=\"900\" height=\"506\" src=\"https:\/\/i0.wp.com\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2025\/03\/4.jpg?resize=900%2C506&#038;ssl=1\" alt=\"\" class=\"wp-image-62731\" srcset=\"https:\/\/i0.wp.com\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2025\/03\/4.jpg?w=900&amp;ssl=1 900w, https:\/\/i0.wp.com\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2025\/03\/4.jpg?resize=300%2C169&amp;ssl=1 300w, https:\/\/i0.wp.com\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2025\/03\/4.jpg?resize=768%2C432&amp;ssl=1 768w, https:\/\/i0.wp.com\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2025\/03\/4.jpg?resize=60%2C34&amp;ssl=1 60w\" sizes=\"auto, (max-width: 900px) 100vw, 900px\" \/><\/noscript><figcaption class=\"wp-element-caption\">Frame da <em>Il settimo continente<\/em> (1989) di M. Haneke<\/figcaption><\/figure>\n<\/div>\n\n\n<h4 class=\"wp-block-heading\">Dalla parte degli ultimi<\/h4>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Compassione, piet\u00e0: sono opzioni dispendiose, sia dal punto di vista energetico, sia dal punto di vista temporale. Scrive Vladimir Jank\u00e9l\u00e9vitch nel saggio <em>Il male (1947),<\/em> citato da Luc in una nota del 30\/09\/2008: \u00abLa piet\u00e0 fa perdere tempo\u00bb. E tempo fa perdere, a maggior ragione, la compassione, nella misura in cui essa implica un maggiore investimento emotivo, come da costituzione nominale: com-passione. Dedicarmi all\u2019altro implica profondit\u00e0 e lentezza, laddove le scelte individualistiche mi consentono di essere superficiale e rapido, poich\u00e9 l\u2019attenzione, tutta com\u2019\u00e8 rivolta a me, non m\u2019impone sforzi di conoscenza e di cura che esorbitano la mia sfera.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Tuttavia, quest\u2019idea di umanit\u00e0, macerata nel dolore e fondata su una solidariet\u00e0 sbordante nella sodalit\u00e0, non va considerata esclusiva. La sofferenza-non-solo-mia non ha effetti per forza (di cose e temperamenti) benefici. L\u2019esperienza diretta o indiretta del dolore pu\u00f2 incattivirmi, rendermi ancora pi\u00f9 egoista di quel che sono, se non alimentare la mia vocazione sadica, e ci\u00f2 accade senza che decada il mio statuto di (essere ancora) umano. Gilles de Rais e il Mostro di Rostov non sono mica meno umani di me n\u00e9 di te! Non tutti possiedono riserve di umanit\u00e0 empatica che il dolore altrui sia in grado di smuovere, mobilitare. Non tutti hanno tempo per la piet\u00e0.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">A fronte di questa mancanza, noi possiamo anche negare al cattivone di turno lo statuto di umanit\u00e0. Possiamo farlo, come no, ma non ci guadagniamo granch\u00e9. Rimpicciolire i confini dell\u2019umano implica una perdita di comprensione (un appiattimento, una schematica polarizzazione) di ci\u00f2 che esula i confini della nostra definizione virtuosa, e non \u00e8 mai un buon affare. Il dato incontrovertibile \u00e8 che non c\u2019\u00e8 un modello esclusivo di umanit\u00e0. Ci sono idee indici parametri \u2013 qualitativi e quantitativi, potenzialmente contraddittori \u2013 di umanit\u00e0. Per restare sulla frequenza dardenniana, in<em> Conversazione in Sicilia<\/em> (1941) Elio Vittorini dichiara:<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\"><em>Non ogni uomo \u00e8 uomo, allora. Uno perseguita e uno \u00e8 perseguitato, e genere umano non \u00e8 tutto il genere umano ma soltanto quello del perseguitato. Uccidete un uomo; egli sar\u00e0 pi\u00f9 uomo. \u00c8 cos\u00ec pi\u00f9 uomo un malato, un affamato. \u00c8 pi\u00f9 genere umano il genere umano dei morti di fame.<\/em><\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Eco chiama eco ed ecco cosa odo echeggiare da un marciapiede di Christiania, oggi Oslo, nel romanzo <em>Fame<\/em> (1890) del norvegese Knut Hamsun:<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\"><em>Egli \u00e8 ipersensibile, \u00e8 un uomo esperto, la sua anima ha bruciature\u2026<\/em><\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Il tipo umano inquadrato \u00e8 il povero e l\u2019assunto \u00e8 che il povero intelligente sia pi\u00f9 intelligente del ricco intelligente, che il povero buon osservatore sia un osservatore migliore del ricco buon osservatore. Il povero di Hamsun non \u00e8 semplicemente uomo, \u00e8 pi\u00f9 uomo, come il perseguitato, il malato, l\u2019affamato di Vittorini.&nbsp;<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Sono assunti schierati e anche i Dardenne, fin dal principio, compiono una precisa scelta di campo umano, ponendosi dalla parte dei perseguitati, dei morti di fame, dei miserabili, degli offesi e degli umiliati, degli avviliti, dei dimenticati, degli incattiviti, degli abbandonati, degli scorticati, degli incancreniti, degli sloggiati e degli slogati, dei mutilati dentro e fuori, dei lottatori che pur disperando non smettono di lottare per non finire nel buco nero, dei sopravvissuti, persino a loro stessi, degli sbandati e degli sbarcati, degli immigrati e dei diversamente immerdati, dei colpevoli per il male arrecato e dei colpevoli per il male patito, dei sempre e comunque castigati, dei divorati e dei digeriti, delle ultime e delle penultime ruote del carro.<\/p>\n\n\n<div class=\"wp-block-image\">\n<figure class=\"aligncenter size-full\"><img decoding=\"async\" src=\"data:image\/gif;base64,R0lGODlhAQABAIAAAAAAAP\/\/\/yH5BAEAAAAALAAAAAABAAEAAAIBRAA7\" data-src=\"https:\/\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2025\/03\/5.jpg\" alt=\"\" class=\"wp-image-62734 lazyload\"><noscript><img data-recalc-dims=\"1\" loading=\"lazy\" loading=\"lazy\" decoding=\"async\" width=\"900\" height=\"464\" src=\"https:\/\/i0.wp.com\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2025\/03\/5.jpg?resize=900%2C464&#038;ssl=1\" alt=\"\" class=\"wp-image-62734\" srcset=\"https:\/\/i0.wp.com\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2025\/03\/5.jpg?w=900&amp;ssl=1 900w, https:\/\/i0.wp.com\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2025\/03\/5.jpg?resize=300%2C155&amp;ssl=1 300w, https:\/\/i0.wp.com\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2025\/03\/5.jpg?resize=768%2C396&amp;ssl=1 768w, https:\/\/i0.wp.com\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2025\/03\/5.jpg?resize=60%2C31&amp;ssl=1 60w\" sizes=\"auto, (max-width: 900px) 100vw, 900px\" \/><\/noscript><figcaption class=\"wp-element-caption\">Frames da <em>Il ragazzo con la bicicletta<\/em> (2011) e <em>La promessa<\/em> (1996) di L. e J.-P. Dardenne<\/figcaption><\/figure>\n<\/div>\n\n\n<h4 class=\"wp-block-heading\">Bressoniana&nbsp;<\/h4>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Non inscenare la gioia (una gioia a buon mercato) per non svilire il personaggio (con la sofferenza rappresentata) e per non ferire lo spettatore (lo spettatore che soffre sul serio): sia per Haneke sia per i Dardenne la pietra angolare (cinematografica) di questo approccio \u00e8 Robert Bresson. \u00c8 lui e non altri l\u2019incontrastato maestro di purezza visuale e intransigenza morale.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Specifico, riassumendo: se Bresson abbraccia la trascendenza sacrificale contro l\u2019ineluttabilit\u00e0 terrena del male, se quel senza Dio di Haneke imbraccia senza cedimenti formali l\u2019arma di una smontante critica radicale ovverosia il martello della negazione d\u2019un mondo edificato sul male, i Dardenne oppongono al cosiddetto male un antidoto che \u2013 rovesciando senza che nulla cambi il celebre memento di Rimbaud \u2013 \u00e8 cos\u00ec sintetizzabile: l\u2019altro \u00e8 io.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Bresson e i Dardenne: \u00e8 una lunga storia. Una storia d\u2019amore. L\u2019amorosa storia della presa in consegna di un testimone. Mi limito a tre <em>highlights. <\/em>Tripartisco in chiave giocosamente hegeliana: una tesi, un\u2019antitesi, una sintesi.&nbsp;<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">TESI: <em>Rosetta<\/em>, 1999<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\"><em>Rosetta<\/em> \u00e8 un cripto-remake, ma nemmeno troppo cripto, di <em>Mouchette<\/em> (1967). Rosetta \u00e8 una Mouchette trapiantata dalla ruralit\u00e0 di un paesino francese a un accampamento di roulotte alla periferia di Liegi. Rosetta ha una madre alcolizzata a carico invece d\u2019un padre alcolizzato pi\u00f9 madre malata come Mouchette. Rosetta \u00e8 a tal punto una Mouchette di fine anni Novanta che la scelta di \u00c9milie Dequenne (Rosetta) sembra effettuata sul parametro fisico di Nadine Nortier (Mouchette). Osserva queste due <em>brunettes<\/em> dagli occhi sbrilluccicanti, precocemente messe a durissima prova dalla vita: diresti mai che non sono lo stesso tipo sputato?<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\"><em>Rosetta<\/em> \u00e8 un remake di <em>Mouchette<\/em> memore di <em>Germania anno zero<\/em> (1948) di Roberto Rossellini. Sia Edmund sia Mouchette si tolgono la vita, ci riescono. Edmond per il male che lo hanno indotto a fare: avvelenare suo padre. Mouchette per il male che in troppi le hanno fatto: lo stupro da parte del bracconiere, che comunque l\u2019ha desiderata, non \u00e8 la cosa peggiore subita. Edmund si uccide dopo avere accusato il colpo dell\u2019enormit\u00e0 della propria malefatta, una presa di coscienza che gli impedisce di continuare a giocare in mezzo alle macerie di Berlino distrutta com\u2019egli fosse quello che \u00e8: ancora, malgrado tutto, un bambino. Mouchette si uccide senza soluzione di continuit\u00e0 con quello che in principio pare solo un gioco infantile cui tutti abbiamo giocato: rotolarsi in discesa nell\u2019erba.&nbsp;<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">E Rosetta? Rosetta ci prova a farsi fuori portando con s\u00e9 all\u2019altro mondo quel relitto della madre. Fallisce per\u00f2 ed \u00e8 la miseria il suo salvavita. Il piano mortifero va in fumo perch\u00e9 non c\u2019\u00e8 abbastanza gas nella bombola e il fallimento schiude uno spiraglio dove a fare capolino \u00e8 \u2013 come gi\u00e0 sappiamo \u2013 l\u2019altro nei panni di Fabrizio Rongione (presenza fissa nel cinema dei Belgi) alias Riquet.&nbsp;<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Scrive Luc in una nota dell\u201911\/01\/1994: \u00abRivisto ancora <em>Germania anno zero<\/em>. Sempre la stessa intensit\u00e0, lo stesso nerbo. \u00c8 il nostro modello\u00bb. Se possiamo considerare Michael Haneke il prodotto cinematografico di Bresson per Hitchcock, i Dardenne lo sono di Bresson per Rossellini, quel Rossellini.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">ANTITESI: <em>L\u2019Enfant<\/em>, 2005&nbsp;<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\"><em>L\u2019Enfant<\/em> \u00e8 una variazione sul tema di<em> Delitto e castigo<\/em> a impronta del libero adattamento bressoniano del medesimo romanzo: <em>Pickpocket<\/em> (1959).&nbsp;<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Del modello dostoevskijano, Raskol\u2019nikov, che delinque e viene castigato a San Pietroburgo, ho gi\u00e0 detto. Il delinquente bressoniano \u2013 Michel \u2013 che condivide con l\u2019originale russo una tesi morale da provare. La differenza \u00e8 che, invece di accoppare zitelle, borseggia a Parigi. Altro ancora lo stampo di Bruno, la reincarnazione dardenniana di Raskol\u2019nikov, il quale non possiede alcun sostrato filosofico a sostegno del proprio agire: \u00e8 un sottoproletario come tanti a Seraing, distretto liegese sulle rive del Mosa, un poco di buono che campa alla giornata e un bel d\u00ec ha la brillante trovata di vendersi \u2013 tieniti forte \u2013 il figlio neonato.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Nonostante le differenze criminose, oltre che ambientali, le tre tortuose parabole hanno la medesima cornice di destinazione: l\u2019ora delle visite durante la detenzione alla quale i tre malfattori vengono condannati. E soprattutto il medesimo approdo: l\u2019altro. Come volevasi dimostrare: il riconoscimento dell\u2019altro, il ricongiungimento con l\u2019altro. L\u2019altro, nello specifico, \u00e8 un\u2019altra: Sonja in Dostoevskij, Jeanne in Bresson, Sonia nei Dardenne. Cambia il nome di battesimo ma in tutte e tre le opere l\u2019altra \u00e8 colei che il protagonista riesce a guardare con occhi nuovi solo in prossimit\u00e0 del capolinea, sebbene l\u2019abbia avuta accanto fin dal principio, scoprendola infine essere l\u2019amore della propria vita. L\u2019approdo \u00e8 quindi una riscoperta generativa \u2013 se preferisci: una scoperta rigenerativa \u2013 che d\u00e0 senso all\u2019intero viaggio, inclusi il delitto e il castigo.&nbsp;<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">L\u2019approdo \u00e8 l\u2019amore. Amore cio\u00e8 sorgente di senso e valore. Amore: conquista e salvezza. Sprigione.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">SINTESI: <em>Dans l\u2019Obscurit\u00e9<\/em>, 2007<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Per festeggiare il suo sessantesimo compleanno, il Festival di Cannes realizza un film a episodi. Trentaquattro episodi affidati a trentasei registi tra i pi\u00f9 influenti del loro tempo. Trentasei perch\u00e9 ci sono tra loro due coppie di fratelli, i Coen e i Dardenne. Il guanto di sfida \u00e8 realizzare, in soli tre minuti, un omaggio al Cinema con la <em>c\u00ec<\/em> maiuscola. Il progetto viene battezzato <em>Chacun son cin\u00e9ma<\/em> e il minicorto dei Nostri s\u2019intitola <em>Dans l\u2019obscurit\u00e9. <\/em>\u00c8 un unico pianosequenza,<em> Dans l\u2019oscurit\u00e9<\/em>, un omaggio al cinema che contiene un triplice, almeno, omaggio a Bresson.&nbsp;<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\"><em>Uno<\/em>. Siamo nell\u2019oscurit\u00e0 e seguiamo il gattonare tra i sedili un ladruncolo, un <em>pickpocket \u2013<\/em> non aggiungo altro.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\"><em>Due<\/em>. Non vediamo lo schermo, non c\u2019\u00e8 controcampo, ma udiamo quel che proviene dalle casse del cinema: in proiezione c\u2019\u00e8 la scena finale di <em>Au hasard Balthazar<\/em>, la messa a morte dell\u2019asino Balthazar, la traduzione equina secondo Bresson del Principe My\u0161kin, l\u2019Idiota di Dostoevskij.&nbsp;<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\"><em>Tre<\/em>. La preda del <em>pickpocket<\/em> \u00e8 una spettatrice: \u00c9milie Dequenne ovvero \u2013 come sappiamo \u2013 la Mouchette dei Dardenne.&nbsp;<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Il ladruncolo mira alla borsetta della spettatrice rapita dalla visione. Al secondo tentativo d\u2019intrufolarvi le sue dita, la mano del ragazzo viene afferrata dalla mano della ragazza. Leggiamo stupore sul viso di lui, mentre lei, in uno stato di quasi trance, avvicina a s\u00e9 la mano colpevole, la preme con grazia e trasporto con la propria mano sul proprio viso. Ella stabilisce questo spiazzante contatto senza distogliere gli occhi dallo schermo e senza smettere di piangere per la messa a morte dell\u2019asino Balthazar. La ragazza \u00e8 l\u00ec e non \u00e8 l\u00ec, spiritualmente \u00e8 anche altrove. Calamitata e proiettata fuori di s\u00e9 dalla visione, ella turbina <em>sub specie aeternitatis<\/em>, come direbbe Schopenhauer, cio\u00e8 in una dimensione cos\u00ec sganciata dai deperibili possedimenti dell\u2019io dove chi se ne frega di tutte le borsette e di tutti i borsellini del mondo. Ancora una volta: uno spiraglio s\u2019\u00e8 schiuso.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Per anni ho pensato che la spettatrice fosse cieca e che i suoi occhi fissamente sgranati ci parlassero di una visione che va cos\u00ec oltre la vista da poterne prescindere, la visione dalla vista. Le dichiarazioni dei Dardenne sul corto non suffragano per\u00f2 questa ipotesi, al contrario. In ogni caso, questo pianosequenza colpisce al cuore ed \u00e8 un colpo da maestri, portando alla luce qualcosa che soltanto nell\u2019oscurit\u00e0 della sala cinematografica pu\u00f2 apparire all\u2019improvviso, afferma Luc, precisando (24\/11\/2006): \u00abimprevedibile, senza una logica\u00bb.&nbsp;<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Proprio cos\u00ec, imprevedibile, senza una logica, come dire: secondo un\u2019altra logica, una logica che non appartiene (o non del tutto) al senso, una logica (figlia) della sensazione, una logica che implica un salto logico, uno scavalcamento di piano, uno scavallamento dialettico, un impreventivabile balzo di umanit\u00e0.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\"><em>Inciso<\/em>. Il corto \u00e8 altres\u00ec leggibile come una rielaborazione della scena ambientata al cinema e contenuta nel terzo dei dodici quadri, come li chiama Jean-Luc Godard, di<em> Questa \u00e8 la mia vita<\/em> (1962), il pi\u00f9 bressoniano dei suoi film insieme a <em>Je vous salue, Marie<\/em> (1985), col quale compone un dittico ideale. Mi riferisco alla scena in cui Anna Karina alias Nana se ne sta nell\u2019oscurit\u00e0 dove proiettano <em>La passione di Giovanna D\u2019Arco<\/em> (1928) di Carl Theodor Dreyer. Mi riferisco alla puttana che si commuove specchiandosi nell\u2019ossuto volto destinale della martire interpretata da Ren\u00e9e Falconetti.&nbsp;<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\"><em>Inciso nell\u2019inciso<\/em>. Prima di scegliere Dreyer per il vertiginoso cine-transfert con Nana, Godard aveva individuato come papabili due Bresson: dapprima (ed <em>encore<\/em>) <em>Pickpocket<\/em>, in seguito<em> Il processo di Giovanna D\u2019Arco <\/em>(1962), cui Robert era alle prese mentre Jean-Luc girava la Passione di Nana. Alla fine della fiera, irresistibile \u00e8 risultato il richiamo della capostipite dreyeriana delle Pulzelle filmiche.<\/p>\n\n\n<div class=\"wp-block-image\">\n<figure class=\"aligncenter size-full\"><img decoding=\"async\" src=\"data:image\/gif;base64,R0lGODlhAQABAIAAAAAAAP\/\/\/yH5BAEAAAAALAAAAAABAAEAAAIBRAA7\" data-src=\"https:\/\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2025\/03\/6.jpg\" alt=\"\" class=\"wp-image-62738 lazyload\"><noscript><img data-recalc-dims=\"1\" loading=\"lazy\" loading=\"lazy\" decoding=\"async\" width=\"900\" height=\"430\" src=\"https:\/\/i0.wp.com\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2025\/03\/6.jpg?resize=900%2C430&#038;ssl=1\" alt=\"\" class=\"wp-image-62738\" srcset=\"https:\/\/i0.wp.com\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2025\/03\/6.jpg?w=900&amp;ssl=1 900w, https:\/\/i0.wp.com\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2025\/03\/6.jpg?resize=300%2C143&amp;ssl=1 300w, https:\/\/i0.wp.com\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2025\/03\/6.jpg?resize=768%2C367&amp;ssl=1 768w, https:\/\/i0.wp.com\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2025\/03\/6.jpg?resize=60%2C29&amp;ssl=1 60w\" sizes=\"auto, (max-width: 900px) 100vw, 900px\" \/><\/noscript><figcaption class=\"wp-element-caption\">Nadine Nortier in <em>Mouchette <\/em>(1967) di R. Bresson ed \u00c9milie Dequenne in <em>Rosetta <\/em>(1999) di L. e J.-P. Dardenne<\/figcaption><\/figure>\n<\/div>\n\n\n<h4 class=\"wp-block-heading\">Venticinque stoccate&nbsp;<\/h4>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Le stoccate vengono da <em>Addosso le immagini <\/em>e ognuna \u00e8 seguita da un affondo. Tra le stoccate e gli affondi si producono, anche rispetto a concetti gi\u00e0 attraversati o lambiti, ulteriori aperture di senso, scarti, slittamenti.<\/p>\n\n\n\n<h5 class=\"wp-block-heading\">1. 03\/12\/1991&nbsp;<\/h5>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\"><em>Fare immagini con la spatola e non col pennello. La cosa da mostrare \u00e8 ruvida, piena di asperit\u00e0. Stessa indelicatezza per il suono.<\/em>&nbsp;<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Immagini che grattano. Immagini che graffiano, se non tagliano. Immagini sfigurate come le fisionomie che Francis Bacon sfregia con schizzi di colore e colpi di spatola. Immagini sbregate come i suoni che Thelonious Monk stona colpendo troppo forte i tasti del piano coi suoi ditoni ingioiellati. Immagini urgenti. Immagini indelicate.<em> Ugly beauty<\/em>.<\/p>\n\n\n\n<h5 class=\"wp-block-heading\">2. 09\/12\/1991<\/h5>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\"><em>Contro quelle immagini intasate, le immagini\/musiche riempite fino a scoppiare ma che non scoppiano mai, contro quelle immagini piene e chiuse, bisogno irrefrenabile di immagini e suoni che vibrano, che picchiano con mani e piedi fino a fare esplodere la bolla.<\/em><\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Al bando le immagini tappo. Stappare la visione: \u00e8 la via.<\/p>\n\n\n\n<h5 class=\"wp-block-heading\">3. 26\/12\/1991<\/h5>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\"><em>Vorrei che riuscissimo a fare un film che fosse una stretta di mano.<\/em><\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Perch\u00e9 fermarsi alla stretta di mano? Perch\u00e9 la stretta di mano non dovrebbe perseguire in abbraccio, culminare in spinta. Una spinta pelvicamente esistenziale. La spinta nel mondo, a beneficio di chi guarda il film, il film che lo ha reso pi\u00f9 vivo e pi\u00f9 umano, pi\u00f9 sensibile e pi\u00f9 vibratile, pi\u00f9 se stesso e pi\u00f9 altro. Quanto spingono i Dardenne!<\/p>\n\n\n\n<h5 class=\"wp-block-heading\">4. 03\/01\/1992<\/h5>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\"><em>Non pensare a piacere o a non piacere al pubblico. Basta un semplice sguardo e questa speculazione ti divora tutto e per sempre.&nbsp;<\/em><\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Il solo pensiero di piacere al pubblico rappresenta una \u00abspeculazione infernale\u00bb: se le cedi, sei dannato. Tutto quanto, per sempre: dannato. Ignora i riflessi diabolici che disperdono la riflessione in un gioco di vacue specchiature. Pi\u00f9 direttamente: non piegare la tua visione alla legge variabile e volubile della domanda e dell\u2019offerta, perch\u00e9 se lo fai sei dannato, perduto: fottuto. L\u2019onest\u00e0 verso te stesso \u00e8 la prima cosa: l\u2019onest\u00e0 artistica. Non tradire il movimento spirituale e fisico che ti deve orientare: \u00abil movimento del senso che cerca di esprimersi\u00bb, \u00abil movimento della forma che cerca d\u2019inquadrare\u00bb, il movimento che bracca la presenza dell\u2019altro, il segno in movimento della presenza dell\u2019altro. Sempre Luc: \u00abL\u2019opera d\u2019arte che emerge da questo movimento \u00e8 un\u2019istanza all\u2019altro. Ci sar\u00e0 un pubblico per ricevere questa istanza e rispondere? Non pu\u00f2 essere la nostra domanda\u00bb. No, non pu\u00f2 essere questa la domanda. Se la parola \u00abistanza\u00bb va intesa come richiesta, come richiesta impellente, l\u2019\u00abaltro\u00bb cui l\u2019istanza \u00e8 rivolta \u00e8 sia l\u2019altro dentro lo schermo sia l\u2019altro davanti lo schermo. A monte Bresson, in una delle sue note, perentoriamente scriveva: \u00abIl pubblico non sa quel che vuole. Imponigli le tue volont\u00e0, le tue volutt\u00e0\u00bb.<\/p>\n\n\n\n<h5 class=\"wp-block-heading\">5. 19\/01\/1992&nbsp;<\/h5>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\"><em>Non ne posso pi\u00f9 di stare dentro<\/em>.&nbsp;<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Zompando dal 1992 al 2009 (5\/11) la musica non cambia: \u00abUscire! Sento il canto di una voce cos\u00ec sottile! Avvicinati! Squarcia il mio delirio! Oh s\u00ec! Uscire! Uscire verso un\u2019altra mano! Uscire! Oh s\u00ec!\u00bb. Il cinema \u00e8 uscita, fuoriuscita, il cinema spiritualmente riuscito. Il cinema \u00e8 il fuori. La scrittura \u00e8 il dentro. Lo scrittore sommozza per salvarsi la pelle. La pagina \u00e8 il pelo dell\u2019acqua cui il lettore s&#8217;aggrappa per salvarsi a sua volta. Il fondale \u00e8 multiplo, senza fine. Se lo vedi e lo tocchi, da scrittore, il fondale, brutto segno. Lo scrittore boxa con l\u2019ombra. La scrittura \u00e8 <em>shadow boxing<\/em>. Il cineasta boxa invece con la concretezza del mondo. Il ring \u00e8 il set e il set \u00e8 uno scannatoio. Il fuori pesta e fotte il dentro, pi\u00f9 o meno amorosamente fotte. Gli sfinteri dell\u2019anima devono essere aperti e chiusi al contempo, <em>wide shut<\/em> come gli <em>eyes<\/em> del titolo kubrickiano. Se a fine film non ti dolgono, da cineasta, gli sfinteri, brutto segno. La regia \u00e8 <em>fucking boxing<\/em>.<\/p>\n\n\n\n<h5 class=\"wp-block-heading\">6. 10\/02\/1992<\/h5>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\"><em>Non diffondano potenza plastica<\/em>.&nbsp;<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Sottinteso: le immagini. Depotenziarle in plasticit\u00e0: l\u2019imperativo. Cercare un\u2019altra potenza. La potenza di quel che \u2013 vivido, imbizzarrito \u2013 sfugge alle briglie del formalismo che raffredda e incastra, caricaturizza e plastifica. Ergo, scontornarle, scorniciarle: le immagini. Ancora: rovinarle, malmenarle. Strappare, attraverso le immagini, \u00able imposte della camera mortuaria in cui soffochiamo\u00bb. L\u2019inapplicabilit\u00e0 della soluzione progettata e l\u2019impasse della forma mentis da ingegnere creano per i Dardenne il presupposto del vero momento di gioia registica: \u00abla sensazione che l\u2019inquadratura si sia trovata da s\u00e9\u00bb (21\/04\/2008). \u00c8 una gioia in buona parte architettonica.<\/p>\n\n\n\n<h5 class=\"wp-block-heading\">7. 26\/06\/2007<\/h5>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\"><em>Quando arriva la tecnica, viene a casa nostra, non siamo noi ad andare da lei.<\/em><\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Luc cita il fratello Jean-Pierre con una frase che fa il paio ideale con questa stilettata bressoniana: \u00abStile: tutto quello che non \u00e8 tecnica\u00bb. Alfieri quanto Bresson di un\u2019essenzialit\u00e0 nemica del tecnicismo che sclerotizza, pi\u00f9 che avere uno stile, i Dardenne sono uno stile, sebbene si dichiarino nemici dello stile. E qui mi tocca accantonare un equivoco terminologico. Invocando per s\u00e9 e per il fratello \u00abun cinema senza stile\u00bb, Luc si scaglia nei fatti contro i marchi di fabbrica che siglano il trionfo del mummificatore ch\u2019\u00e8 in noi, contro le maniere che bellamente narcotizzano e\/o necrotizzano la pulsazione deformante del vivente, contro la forma intesa come collezione di formine. Le legittime preoccupazioni di Luc m\u2019inducono a individuare due macroaccezioni di stile cinematografico. La prima \u00e8 un contenitore sterile dove converge la deprecabile accozzaglia formalista di cui sopra: lo stile ridotto a summa di stilemi registici. La seconda \u00e8 una prospettiva, al grado zero, seminale: lo stile come divenire mondo, prendendo corpo, del modo di guardare del cineasta. Ecco perch\u00e9 non tutti i registi, e in generale non tutti gli artisti, hanno uno stile. Ecco perch\u00e9 i Dardenne sono uno stile di vitarte.<\/p>\n\n\n\n<h5 class=\"wp-block-heading\">8. 25\/06\/1992&nbsp;<\/h5>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\"><em>Avere i nostri tecnici, trovare degli attori che abbiano realmente voglia di lavorare con noi, che non ci blocchino col loro professionismo, degli sconosciuti che non ci conducano nostro malgrado verso qualcosa che \u00e8 arcinoto. Contro l\u2019affettazione, il manierismo prevalente: pensare povero, semplice, nudo. Essere nudi\u2026<\/em><\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">In un appunto di cinque anni e mezzo dopo (01\/12\/1997), Luc cita Mozart a proposito di alcuni suoi concerti: \u00abSono brillanti ma mancano di povert\u00e0\u00bb. Il regista non lo specifica ma la citazione \u00e8 di seconda mano e proviene dal solito Bresson,&nbsp; il quale inaugura con tale autocritica mozartiana il capitolo delle <em>Note<\/em> intitolato \u201cDella povert\u00e0\u201d. Pensare povero, pensare semplice, pensare nudo contro l\u2019affettazione, il manierismo, il professionismo: tre minacce intrecciate a mo\u2019 di cappio strangolatore. Pensare povero semplice nudo e \u00abstare alla larga da tutto ci\u00f2 che vorrebbe farci entrare nell\u2019ambiente del cinema\u00bb. Il professionismo NON \u00e8 arte. L\u2019ambiente del cinema NON \u00e8 il cinema.<\/p>\n\n\n\n<h5 class=\"wp-block-heading\">9. 08\/11\/1992&nbsp;<\/h5>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\"><em>L\u2019etica \u00e8 un\u2019ottica.<\/em>&nbsp;<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">L\u2019etica \u00e8 un\u2019ottica: il pensiero \u00e8 di Emmanuel L\u00e9vinas. L\u2019etica \u00e8 un\u2019ottica e \u00abla posizione della macchina da presa rispetto alla scena \u00e8 sempre e solo la soluzione di una questione morale\u00bb (Luchino Visconti). L\u2019etica \u00e8 un\u2019ottica e \u00abl\u2019estetica \u00e8 la madre dell\u2019etica\u00bb (Iosif Brodskij). L\u2019etica \u00e8 un\u2019ottica e l\u2019estetica \u2013 lo esplicito a rischio di suonare ridondante \u2013 non \u00e8 l\u2019estetismo rifiutato dai Dardenne come rifiutano il formalismo e il piccolo stile dei pigri. Lo squarcio della sfera estetica cui i Fr\u00e8res ambiscono, il cosiddetto taglio dello schermo, \u00e8 un\u2019estetica pregna di etica. L\u2019etica \u00e8 un\u2019ottica: la definizione vale in generale e vale e tanto pi\u00f9 \u2013 in particolare \u2013 per il cineasta. Vale cio\u00e8 a maggior ragione per un tizio che tutto ci\u00f2 che ha da dire non-solo-con-gli-occhi lo dice per il tramite di un pezzo di vetro detto \u2013 appunto \u2013 ottica. L\u2019etica e un\u2019ottica e del corpo bisogna afferrare un movimento speciale, come fa Friedrich W. Murnau in <em>Aurora<\/em> (1927), sulla barca dove l\u2019uomo che sta per uccidere la sua donna si nasconde portando le mani sugli occhi, come fa Murnau e come rileva Luc in una nota datata 09\/01\/2006. Volendolo definire, questo movimento speciale che il regista deve riuscire ad afferrare, \u00e8 <em>il movimento morale del corpo.<\/em><\/p>\n\n\n\n<h5 class=\"wp-block-heading\">10. 22\/08\/1993&nbsp;<\/h5>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\"><em>Provo gi\u00e0 il desiderio di bruciare la sceneggiatura nel fuoco del film.<\/em><\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Il riferimento \u00e8 alla seconda versione della <em>Promessa <\/em>e ci saranno numerose altre versioni prima dell\u2019okay finale, nel marzo 1995, da parte della Commissione Cinema del preposto ministero belga. La sceneggiatura \u00e8 il ceppo. Le riprese sono le fiamme. Il montaggio \u00e8 il diagramma della combustione. Il film \u00e8 il fuoco. Il fuoco, un certo fuoco, reca <em>must<\/em>, implica <em>non<\/em>. Non procedere automatici dalla pagina alla scena ma girare cronologicamente per consentire agli attori di prendere progressivamente corpo sul set senza che la sceneggiatura li riconduca forzosa a gabbie dove il corpo \u00e8 solo immaginato, proteggendo la propria libert\u00e0 registica di eliminare e riscrivere scene a impronta delle pressioni dei corpi (10\/01\/2004). Non stare nella drammaturgia: stare nella materia. Non stare nell\u2019intreccio: stare nello sguardo (21\/11\/2003). Non mettere l\u2019inquadratura a servizio del racconto: il fine \u00e8 \u00abconservare la violenza di un\u2019intensit\u00e0 emanata dall\u2019inquadratura stessa\u00bb; il fine \u00e8 non perdere \u00abla presa vibrante di un corpo\u00bb (22\/09\/2008). Pi\u00f9 che l\u2019angoscia della pagina bianca, i Dardenne conoscono e rifuggono \u00abl\u2019angoscia della pagina nera\u00bb, quella troppo scritta (23\/03\/2009). La scrittura dei dialoghi deve avvenire al buio e le parole giuste sono quelle che illuminano debolmente, \u00abil pi\u00f9 debolmente possibile\u00bb (14\/02\/2007). Al contempo, non bisogna perdere il senso della struttura (26\/08\/2009), altrimenti si fanno film disossati e i loro non lo sono, film disossati.<\/p>\n\n\n\n<h4 class=\"wp-block-heading\">11. 11\/04\/2008<\/h4>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\"><em>L\u2019immagine cinematografica \u00e8 figlia dell\u2019acqua.<\/em><\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">La liquidit\u00e0 \u00e8 l\u2019aspirazione del linguaggio, afferma Gaston Bachelard nella <em>Psicoanalisi delle acque, <\/em>\u00abil linguaggio vuole scorrere\u00bb, citato in una nota del 16\/01\/2004. Il cinematografo non fa eccezione: non vuole essere n\u00e9 aria n\u00e9 terra, fugge ci\u00f2 che potrebbe inaridirlo, resta in contatto con la sua umida origine. Ma \u00e8 anche \u00abfiglia della notte\u00bb, l\u2019immagine cinematografica, rifugge la piena luce, se ne sta un po\u2019 nell\u2019ombra, rileva Luc (11\/04\/2008). Dalla <em>camera obscura <\/em>al buio della sala quest\u2019arte nasce, si sviluppa, precipita in una \u00abnotte interiore\u00bb che sa sia di ipnosi sia di utero (16-18\/04\/2008). No, non s\u2019\u00e8 lasciato snaturare il cinema: qualcosa come un\u2019esperienza d\u2019ipnosi uterina permane a disposizione di chi sia disposto a immergersi nelle sue nere acque.<\/p>\n\n\n\n<h5 class=\"wp-block-heading\">12. 29\/02\/2012<\/h5>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\"><em>L\u2019arte lotta contro ci\u00f2 che va in fumo.<\/em><\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Il film \u00e8 fuoco liquido. Il film \u00e8 fuoco che non pu\u00f2 smettere di ardere e scorrere. Il film \u00e8 lava che non s\u2019indurisce. Come la lava del vulcano tanzaniano Ol Doinyo Lengai \u2013 sbirciala online \u2013 il film \u00e8 lava nera.<\/p>\n\n\n\n<h5 class=\"wp-block-heading\">13. 10\/05\/1997<\/h5>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\"><em>Paradosso contemporaneo: l\u2019estetizzazione della realt\u00e0 esige la de-estetizzazione dell\u2019arte.<\/em><\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Per estetizzazione della realt\u00e0 i Dardenne intendono la sciattissima estetizzazione operata da videoclip e pubblicit\u00e0, da reality e self-talpe caricati sui social, dalle molteplici pornografie dei corpi e dei sentimenti. \u00c8 un paradosso, questo, col quale chiunque sia invischiato a vario titolo in faccende artistiche o para-artistiche i conti, un minimo, deve farceli. Contro una composizione dell\u2019immagine che significa congelamento del potenziale di vita dentro l\u2019immagine, contro una vita svuotata di vita perch\u00e9 fissata in un\u2019inquadratura come un insetto infilzato dal collezionista, contro uno spettacolo connivente con un sistema di potere e abitudini che vampirizza e zombifica l\u2019esistenza, contro un cinema che sembra fatto per vampiri e zombie, contro cio\u00e8 un cinema sanguinario ed egoista, decerebrato e demenziale, contro tutto ci\u00f2 i Dardenne adottano una serie di stratagemmi. Senza pretesa di esaustivit\u00e0, elenco nudi e crudi tre stratagemmi concatenati, con un inciso in chiusura che pare non c\u2019entrare ma c\u2019entra di brutto. Primo stratagemma: fare il contrario di quello che fanno i pi\u00f9, giacch\u00e9 \u00able virt\u00f9 euristiche dell\u2019inverso sono immense\u00bb (17\/11\/2002). Secondo stratagemma: \u00abVelocit\u00e0 per non avere il tempo di guardarsi filmare\u00bb (06\/12\/2012). Terzo stratagemma: trovare \u00abla cattiva posizione\u00bb per la macchina da presa (11\/12\/2021), a fronte del fatto che quando la troupe dice \u00abChe bello\u00bb vuol dire \u00abStiamo sbagliando\u00bb (96\/07\/2004). Inciso: Wim Wenders disse che, quando non ha niente da dire, un regista lo dice nel modo pi\u00f9 bello possibile, lo disse ai tempi di <em>Nick\u2019s Movie<\/em> (1980, il suo film pi\u00f9 urlante e urgente, scatarrante e sanguinante, aggredito da varie bruttezze e gravato dalla grevit\u00e0 rivelatoria del VHS, messa in contrasto col poroso splendore del 35mm), lo disse al termine della sua stagione di audacie (i suoi superb\u00ec anni Settanta) al malato e morituro Nicholas Ray, il cui cinema culmina in quel naufragio virulento e vitale che \u00e8 <em>We Can\u2019t Go Home Again<\/em> (1976), glielo disse in un attimo di lucidit\u00e0 che col senno dell\u2019oggi suona cos\u00ec inconsciamente auto-profetica da facilitare una lettura impietosamente sinottica dei suoi ultimi quarant\u2019anni di cinema: otto lustri di immagini lustrate a festa, plasticamente impeccabili, troppo spesso soltanto bellocce o belline, immagini che dicono poco niente.<\/p>\n\n\n\n<h5 class=\"wp-block-heading\">14. 09\/09\/2002<\/h5>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\"><em>Il sesso non \u00e8 filmato dalla nostra macchina da presa. La nostra macchina da presa \u00e8 sessuale.<\/em><\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">La posizione della macchina da presa deve essere <em>fisicamente adeguata <\/em>affinch\u00e9 \u00abil film sia tutto un corpo vibrante\u00bb e affinch\u00e9 lo spettatore \u00abtremi di questa vibrazione\u00bb. L\u2019inquadratura non \u00e8 l\u2019inquadratura: \u00ab\u00e8 innanzitutto un flusso di energia che passa attraverso i corpi e gli oggetti\u00bb. La camera \u00e8 un organo sessuale perch\u00e9 filma collegata alla pulsione dei corpi e comunica alle cose una sorta di \u00ab<em>trance<\/em> morale\u00bb, dove per morale s\u2019intende \u00abquella lotta ancestrale e attuale e inestricabile tra le nostre pulsioni e la legge\u00bb. Capito? Sessuale non \u00e8 il tema, sessuale \u00e8 la presa di ogni tema.<\/p>\n\n\n\n<h5 class=\"wp-block-heading\">15. 23\/11\/2002<\/h5>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\"><em>\u2026sensazione di mentire non appena allarghiamo troppo l\u2019inquadratura\u2026<\/em><\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Fugare questa bruttissima sensazione implica, tra le altre cose, ficcarsi nelle strettoie, lavorare su sfregamenti e attriti, piazzare la macchina tra il muro e un personaggio con le spalle al muro, stare addosso alle persone e alle cose. \u00abForse l\u00ec, a ridosso delle cose, tra i corpi, troviamo la presenza della realt\u00e0 umana, un fuoco, un calore che irradia, che brucia e isola dal triste freddo che regna nel vuoto, il vuoto troppo grande della vita\u00bb. Quando ancora l\u2019occhio dello spettatore non s\u2019era abituato alla rivoluzione rappresentata dalla camera a mano dei Dardenne, c\u2019era ancora chi chiedeva loro: perch\u00e9 non fate come Abbas Kiarostami o Manoel de Oliveira, che raggiungono l\u2019intensit\u00e0 senza bisogno di agitare la camera come degli indemoniati? Luc e Jean-Pierre si limitavano a rispondere, senza voler togliere niente a nessuno, che la camera a mano non \u00e8 necessaria in assoluto all\u2019intensit\u00e0, che \u00e8 necessaria a loro per raggiungere l\u2019intensit\u00e0, che \u00e8 il loro modo di essere intensi. I loro movimenti stavano gi\u00e0 stabilizzando gli occhi e il cuore del pubblico del (miglior) cinema (d\u2019autore).&nbsp;<\/p>\n\n\n\n<h5 class=\"wp-block-heading\">16. 23\/10\/2003<\/h5>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\"><em>L\u2019essenziale del cinema \u00e8 l\u2019accessorio.<\/em><\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Sganciarsi dalle idee, dalla psicologia dei personaggi: \u00e8 il primo dovere di una sceneggiatura secondo Luc. Il cinema ha bisogno di \u00abritrovare gli oggetti, le piccole azioni concrete, gli accessori, le manipolazioni di questi accessori, i trucchi, gli stratagemmi\u00bb. Il correttore bianco sui denti cariati (<em>La promessa<\/em>), l\u2019uovo sodo sbucciato caldo (<em>Rosetta<\/em>), la cintura di cuoio e il metro pieghevole (<em>Il figlio<\/em>), l\u2019estremit\u00e0 del manico dello spazzolino appuntita per uccidere (<em>L\u2019et\u00e0 giovane<\/em>), per dirne una cinquina. Il cinema dei Belgi viaggia non iper ma ben accessoriato. Un accessorio NON vale l\u2019altro.<\/p>\n\n\n\n<h5 class=\"wp-block-heading\">17. 25\/01\/2014<\/h5>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\"><em>Il pianosequenza fa s\u00ec che l\u2019ostacolo\/frontiera che appare nel fotogramma venga percepito come incontrato e non come mostrato, messo l\u00ec per significare qualcosa.<\/em><\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Il cinema dei Dardenne \u00e8 un cinema di frontiere. Frontiere scenografiche luminose oggettuali, innanzitutto. Frontiere tra il corpo del(la) protagonista e il corpo degli altri. Frontiere che sono accessi, superamenti, come no, ma solo in seconda battuta. In prima battuta sono ostacoli, barriere. Il pericolo del simbolismo, che i Nostri rifuggono come la peste, pu\u00f2 essere scongiurato da un blocco di tempo reale: il pianosequenza. Questa figura possiede ai loro occhi il pregio di presentare la frontiera come qualcosa che non \u00e8 \u00abmesso l\u00ec per essere visto, per avere un valore\u00bb, bens\u00ec come \u00abun incontro casuale\u00bb. In stretta connessione, Luc riconosce altri due meriti al pianosequenza: una certa passivit\u00e0 e una certa tensione (26\/01\/2003, 25\/01\/2014). La passivit\u00e0 \u00e8 quella che d\u00e0 l\u2019impressione che la continuit\u00e0 e la costruzione scaturiscano \u00abdalla materia stessa filmata\u00bb ed \u00e8 la stessa passivit\u00e0 \u00abche cerchiamo di ottenere dai nostri attori\u00bb. La tensione \u00e8 quella \u00abfisica, nervosa\u00bb di tutti coloro che sono sul set, registi attori maestranze, e che pu\u00f2 essere esacerbata per cesura, ovvero dai tagli che recidono bruschi il pianosequenza. La frontiera intesa come <em>stop and go<\/em>, la sensazione di passivit\u00e0, la tensione nella filmazione che si riversa nella fruizione: anche questi sono modi di essere in bal\u00eca del tempo e dell\u2019altro, del tempo dell\u2019altro, di non sottrarsi.<\/p>\n\n\n\n<h5 class=\"wp-block-heading\">18. 30.05.2005<\/h5>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\"><em>Dire che il nostro cinema \u00e8 sociale \u00e8 come dire che<\/em> Delitto e castigo<em> \u00e8 innanzitutto un romanzo sulle condizioni sociali degli studenti russi dell\u2019Ottocento.<\/em><\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">La frase \u00e8 di Jean-Pierre. Al giornalista che una volta gli chiese cosa replicasse ai convinti che \u00abil cinema dei Dardenne \u00e8 un cinema della miseria\u00bb, riconducendolo superficialmente all\u2019area del \u00abmiserabilismo\u00bb e del \u00abcinema sociale triste\u00bb, Luc rispose senza esitazioni: \u00abAndassero affanculo\u00bb. In un secondo tempo, superata l\u2019irritazione e meditata la parola miseria, il regista ebbe a constatare che in effetti il loro \u00e8 un cinema della miseria: \u00abla miseria economica abbinata alla miseria della nostra condizione umana\u00bb (07\/06\/2008).<\/p>\n\n\n\n<h5 class=\"wp-block-heading\">19. 30\/09\/2009<\/h5>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\"><em>L\u2019amore, cio\u00e8 la musica.<\/em><\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">La musica o \u00e8 un turaccio per gli occhi o \u00e8 l\u2019amore, nel cinema dei Dardenne. Nel <em>Ragazzo con la bicicletta <\/em>(2011), il secondo movimento (<em>Adagio un poco mosso<\/em>) del Concerto per pianoforte e orchestra numero 5 (op. 73) di Beethoven \u00e8 Samantha e Samantha \u00e8 colei che col proprio amore salva Cyril, il piccolo protagonista. Poche parsimoniose note durante il film e \u2013 a spiraglio schiuso, sui titoli di coda \u2013 Beethoven \u00e8 lasciato a divampare. Cos\u00ec fa pure il secondo movimento (<em>Andantino sostenuto<\/em>) della Sonata per pianoforte numero 21 (D. 960) di Schubert nell\u2019<em>Et\u00e0 giovane <\/em>(2019), dove l\u2019amore che salva il giovane Ahmed dalla violenza oscurantista si chiama In\u00e8s, la sua insegnante. La buona musica ha in comune col vero amore (e col cinema di qualit\u00e0) un fatto (che \u00e8 un effetto esercitato sulle nostre persone): ci toglie le forze. \u00abLa condizione di ricezione di un\u2019opera \u00e8 una condizione di debolezza. Come la condizione amorosa\u00bb (06\/09\/2009). L\u2019indebolimento prodotto dall\u2019arte come dall\u2019amore \u00e8 per\u00f2 un indebolimento di marca speciale: alla lunga fortifica. Spiritualmente.<\/p>\n\n\n\n<h5 class=\"wp-block-heading\">20. 20\/06\/2012<\/h5>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\"><em>Dissacriamo il corpo!<\/em><\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">\u00c8 la parola d\u2019ordine. Il corpo va restituito nella sua pulsazione elementare. Un corpo non vale pi\u00f9 di qualsiasi altro ma ogni corpo \u00e8 unico. Non ci sono divi nel cinema dei Dardenne e <em>\u2013 <\/em>se eccezionalmente ci sono, come Marion Cotillard in <em>Due giorni, una notte<\/em> (2014), scelta malgrado fosse Marion <em>La Vie en rose<\/em> Cotillard <em>\u2013 <\/em>l\u2019obiettivo diventa: disiconizzarla!<\/p>\n\n\n\n<h5 class=\"wp-block-heading\">21. 10\/12\/2000<\/h5>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Omicidio a Disneyland<em> \u00e8 il titolo della nostra realt\u00e0.<\/em><\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Perch\u00e9 mai? Luc non ci nega la risposta: \u00abSotto le acque vorticose del diversivo generalizzato stagna l\u2019acqua scura della noia che secerne l\u2019omicidio\u00bb. La realt\u00e0 divenuta show \u00e8 uno spettacolo che raggiunge indici di noia cos\u00ec allarmanti che una botta di vita pare possa venire solo dall\u2019omicidio. Mani nude, arma bianca, scontro a fuoco: tutto fa brodo pur di spezzare il soporifero sortilegio. In una vita quotidiana sempre pi\u00f9 svuotata di <em>reality<\/em> e sempre pi\u00f9 emulatrice di brutti show on demand su brutti canali \u201cinfluenzali\u201d, l\u2019uccisione tende a divenire un diversivo tra gli altri, come sterminare la Banda Bassotti in un videogame.&nbsp;<\/p>\n\n\n\n<h5 class=\"wp-block-heading\">22. 17\/01\/1993<\/h5>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\"><em>Quello che oggi la televisione chiama reality show \u00e8 la prova ulteriore che la vocazione del cinema \u00e8 smembrare la realt\u00e0.<\/em><\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Questa stoccata fa il paio con la precedente. \u00c8 stata scritta sette anni prima, nell\u2019Ante Internet, in anni di exploit dei Grandi Fratelli televisivi, quando il problema era appunto la TV. La pretesa di esaustivit\u00e0, la diarroica completezza, l\u2019anodina continuit\u00e0 caratterizzanti la televisione \u2013 come oggi i social e in generale la rete inerzialmente abitati \u2013 sono l\u2019ennesima conferma che il cinema e in generale l\u2019arte devono muovere agli antipodi: fare a pezzi la realt\u00e0, frammentarla, selettivamente, elettivamente. Questione anche qui di noia. Ognuno sa quanto sia mortifera la noia provocata da chi vuol raccontarci tutto ma proprio tutto.<\/p>\n\n\n\n<h5 class=\"wp-block-heading\">23. 06\/06\/1994<\/h5>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\"><em>Jude riusciva a vedere se stesso perdere forma negli occhi di lei.<\/em><\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">La fonte \u00e8 <em>Sula<\/em> (1973) di Toni Morrison e il paio \u00e8 con una scheggia della <em>Ricerca<\/em> (1922) di Proust, citata il 04\/06\/1994: \u00abOgni essere \u00e8 distrutto appena smettiamo di vederlo\u00bb. La salvazione \u00e8 negli occhi che impediscono all\u2019essere di andare, nella disattenzione e nel disamore, rottamato. Gli occhi dell\u2019altro che mi creano. I miei occhi che creano l\u2019altro. Genero rigenerato dallo sguardo altrui. Voglio essere un calco del tuo corpo vitreo e delle tue lacrime. La distrazione dello sguardo destina alla distruzione numerose possibilit\u00e0 di vita. Ecco in quale Provincia dell\u2019Occhio ci conducono i Dardenne nei tempi convenzionali della Ricreazione chiamata Film.<\/p>\n\n\n\n<h5 class=\"wp-block-heading\">24. 26\/12\/2006<\/h5>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\"><em>Forse l\u2019iperocchio digitale delle generazioni future dimenticher\u00e0 il nostro occhio analogico come noi abbiamo dimenticato l\u2019occhio \u00abaffresco\u00bb degli italiani del Trecento.&nbsp;<\/em><\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Da questo pensiero sono passati appena diciotto anni, e non settecento come dal Trecento, e il forse d\u2019apertura si pu\u00f2 gi\u00e0 tranquillamente omettere: quanto paventa Luc \u00e8 gi\u00e0 accaduto, perlomeno per i nativi digitali. Bye bye, occhio analogico. La perdita di quella fisicit\u00e0 e di quella irripetibilit\u00e0 proprie della pellicola <em>\u2013 <\/em>che poi \u00e8 la traccia unica del contatto della luce del mondo con la superficie sensibile della celluloide prima, del triacetato di cellulosa poi, del poliestere infine <em>\u2013 <\/em>non suscita pi\u00f9 alcuna nostalgia. Dall\u2019impressione chimica siamo passati alla codifica digitale e la levigatezza, l\u2019inerzia, \u00abla perfezione ripulita da ogni casualit\u00e0\u00bb (29\/12\/2026) proprie dell\u2019immagine digitale \u2013 \u00e8 lampante \u2013 non sono pi\u00f9 un problema. Eccezionale \u00e8 il Centennial che percepisce anche quale difetto \u2013 e non (solo) come valore \u2013 la corregibilit\u00e0 di ogni difetto propria dell\u2019operazione digitale. Gli stessi Dardenne hanno finito per mollare la pellicola e il perch\u00e9 non \u00e8 da poco: leggerezza agilit\u00e0 risparmio. Soprattutto: se \u00e8 vero che il file per sua costituzione \u00e8 pi\u00f9 freddo del film, \u00e8 altrettanto vero che l\u2019algoritmo pu\u00f2 sprigionare una propria bellezza, una propria corporeit\u00e0, un proprio calore, tanto pi\u00f9 se dietro ha un occhio ustorio ed emancipato dall\u2019ansia d\u2019imitare la pellicola. L\u2019eros trasmigra da un supporto all\u2019altro. Non c\u2019\u00e8 materiale che sfugga alla giurisdizione del desiderio.<\/p>\n\n\n\n<h5 class=\"wp-block-heading\">25. 06\/08\/2009<\/h5>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\"><em>&nbsp;Se lo spettatore \u00e8 tenuto a distanza dalla nostra scrittura, abbiamo fallito.<\/em><\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Falliscono, i Dardenne, se lo spettatore non si ritrova trascinato \u00abin una possibilit\u00e0 umana che non immaginava o non immaginava pi\u00f9 o non aveva mai immaginato\u00bb. Falliscono, detta con Paul Ric\u0153ur, se lo spettatore non si ritrova cos\u00ec identificato nel personaggio al punto di sottomettere se stesso \u00aball\u2019esercizio di variazioni immaginative che diventano pertanto variazioni immaginative sul s\u00e9\u00bb (03\/03\/2014). Sempre ai propri occhi, con altre parole, i Fratelli falliscono se lo spettatore si mantiene a un livello di distanza che non gli consenta di essere trasportato in un altro stato, in uno stato dove ritrovarsi spossessato disorientato destabilizzato nella propria identit\u00e0, espulso dal proprio particolare conformismo, disposto a vivere la vita di un\u2019altro. Affinch\u00e9 tutto ci\u00f2 non accada, affinch\u00e9 cio\u00e8 l\u2019ombra di questi fallimenti non offuschi la visuale dei Dardenne, ci vuole vicinanza, ci vuole prossimit\u00e0. L\u2019amore invoca contatto, l\u2019odio impone distanza: almeno in quell\u2019ecosistema che \u00e8 l\u2019inquadratura dardenniana. Ecco perch\u00e9 Luc e Jean-Pierre, anche volessero, non possono allontanarsi dai corpi, se non mettendo a repentaglio un intero mondo: il loro. Non credo di poter concludere meglio che lasciando a rimbombarti in testa due versi di <em>Le dur d\u00e9sir de durer <\/em>(1946) di Paul Eluard, peraltrosplendidamente usati da Jean-Luc Godard in <em>Agente Lemmy Caution: missione Alphaville <\/em>(1965), sui volti amoreggianti di Anna Karina ed Eddie Constantine:<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\"><em>De loin en loin dit la haine<br>De proche en proche dit l\u2019amour<\/em><\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\"><em>Di lontano in lontano dice l\u2019odio<br>Di vicino in vicino dice l\u2019amore<\/em><\/p>\n\n\n<div class=\"wp-block-image\">\n<figure class=\"aligncenter size-full\"><img decoding=\"async\" src=\"data:image\/gif;base64,R0lGODlhAQABAIAAAAAAAP\/\/\/yH5BAEAAAAALAAAAAABAAEAAAIBRAA7\" data-src=\"https:\/\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2025\/03\/7.jpg\" alt=\"\" class=\"wp-image-62784 lazyload\"><noscript><img data-recalc-dims=\"1\" loading=\"lazy\" loading=\"lazy\" decoding=\"async\" width=\"900\" height=\"564\" src=\"https:\/\/i0.wp.com\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2025\/03\/7.jpg?resize=900%2C564&#038;ssl=1\" alt=\"\" class=\"wp-image-62784\" srcset=\"https:\/\/i0.wp.com\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2025\/03\/7.jpg?w=900&amp;ssl=1 900w, https:\/\/i0.wp.com\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2025\/03\/7.jpg?resize=300%2C188&amp;ssl=1 300w, https:\/\/i0.wp.com\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2025\/03\/7.jpg?resize=768%2C481&amp;ssl=1 768w, https:\/\/i0.wp.com\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2025\/03\/7.jpg?resize=60%2C38&amp;ssl=1 60w\" sizes=\"auto, (max-width: 900px) 100vw, 900px\" \/><\/noscript><figcaption class=\"wp-element-caption\">Frame da <em>Il matrimonio di Lorna<\/em> (2008) di L. e J.-P. Dardenne<\/figcaption><\/figure>\n<\/div>\n\n\n<div style=\"height:20px\" aria-hidden=\"true\" class=\"wp-block-spacer\"><\/div>\n\n\n\n<p class=\"has-text-color has-link-color wp-elements-1 wp-block-paragraph\" style=\"color:#6a6666;font-size:15px\">In copertina: frame da <em>Dans l\u2019oscurit\u00e8<\/em> di L. e J.-P. Dardenne, cortometraggio contenuto nel film collettivo <em>Chacun son cin\u00e9ma<\/em> (2007).<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\"><\/p>\n","protected":false,"gt_translate_keys":[{"key":"rendered","format":"html"}]},"excerpt":{"rendered":"<p>Prima di avvicinarmi al talismano, consentimi d\u2019introdurti Jean-Pierre e Luc Dardenne, i fratelli per antonomasia del cinema d\u2019autore contemporaneo, coloro che stanno all\u2019Europa come i fratelli Ethan e Joel Coen stanno agli States e \u2013 questa la capirai nel prossimo paragrafo \u2013 stanno al cinema come Emmanuel L\u00e9vinas sta alla filosofia.<\/p>\n","protected":false,"gt_translate_keys":[{"key":"rendered","format":"html"}]},"author":26,"featured_media":62746,"comment_status":"closed","ping_status":"open","sticky":false,"template":"","format":"standard","meta":{"_jetpack_newsletter_access":"","_jetpack_dont_email_post_to_subs":false,"_jetpack_newsletter_tier_id":0,"_jetpack_memberships_contains_paywalled_content":false,"_jetpack_feature_clip_id":0,"_jetpack_memberships_contains_paid_content":false,"footnotes":"","jetpack_post_was_ever_published":false},"categories":[102],"tags":[118,2209,159],"coauthors":[1948],"class_list":["post-61667","post","type-post","status-publish","format-standard","has-post-thumbnail","hentry","category-cinema","tag-cinema","tag-jean-pierre-e-luc-dardenne","tag-jonny-costantino","style--link-2"],"yoast_head":"<!-- This site is optimized with the Yoast SEO plugin v28.7 - 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Nel 2000 si laurea in Giurisprudenza con tesi in Criminologia (\u201cIl grande criminale tra criminologia e cinema\u201d) e subito avvia una collaborazione biennale con Vittorio De Seta (il regista di \u201cBanditi a Orgosolo\u201d). Nel 2005 fonda con Fabio Badolato la BaCo Productions e nel 2019 con Rita Deiola la Salamander Giant, entit\u00e0 produttive entrambe attive. \u00c8 l\u2019ideatore e il direttore artistico di Ultracinema Art Festival e insegna Regia alla Blow-up Academy di Ferrara, di cui \u00e8 vicedirettore artistico. Vive a Bologna. Tra i film: \u201cJust Play and Never Stop. Un viaggio spericolato nel jazz\u201d (2025), \u201cSbundo\u201d (2020-24), \u201cCarnale Carnale\u201d (2023), \u201cDallarte\u201d (2023), \u201cLa lucina\u201d (2018), \u201cIl firmamento\u201d (2013), \u201cBeira Mar\u201d (2010), \u201cLe Corbusier in Calabria\u201d (2009), \u201cJazz Confusion\u201d (2006). 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Dal cinema all\u2019oltre\u201d e nel 2010 \u201cRivista\u201d; attualmente \u00e8 redattore del \u201cPrimo amore\u201d e collabora con \u201cAntinomie\u201d.","sameAs":["http:\/\/www.bacoproductions.org\/","http:\/\/www.facebook.com\/RIFRAZIONI.dalcinemaalloltre\/"],"url":"https:\/\/antinomie.it\/index.php\/author\/jonny-costantino\/"}]}},"jetpack_sharing_enabled":true,"jetpack_featured_media_url":"https:\/\/i0.wp.com\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2025\/03\/cover-Costantino-Dardenne.jpg?fit=1100%2C608&ssl=1","gt_translate_keys":[{"key":"link","format":"url"}],"_links":{"self":[{"href":"https:\/\/antinomie.it\/index.php\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/61667","targetHints":{"allow":["GET"]}}],"collection":[{"href":"https:\/\/antinomie.it\/index.php\/wp-json\/wp\/v2\/posts"}],"about":[{"href":"https:\/\/antinomie.it\/index.php\/wp-json\/wp\/v2\/types\/post"}],"author":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/antinomie.it\/index.php\/wp-json\/wp\/v2\/users\/26"}],"replies":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/antinomie.it\/index.php\/wp-json\/wp\/v2\/comments?post=61667"}],"version-history":[{"count":0,"href":"https:\/\/antinomie.it\/index.php\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/61667\/revisions"}],"wp:featuredmedia":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/antinomie.it\/index.php\/wp-json\/wp\/v2\/media\/62746"}],"wp:attachment":[{"href":"https:\/\/antinomie.it\/index.php\/wp-json\/wp\/v2\/media?parent=61667"}],"wp:term":[{"taxonomy":"category","embeddable":true,"href":"https:\/\/antinomie.it\/index.php\/wp-json\/wp\/v2\/categories?post=61667"},{"taxonomy":"post_tag","embeddable":true,"href":"https:\/\/antinomie.it\/index.php\/wp-json\/wp\/v2\/tags?post=61667"},{"taxonomy":"author","embeddable":true,"href":"https:\/\/antinomie.it\/index.php\/wp-json\/wp\/v2\/coauthors?post=61667"}],"curies":[{"name":"wp","href":"https:\/\/api.w.org\/{rel}","templated":true}]}}