{"id":58424,"date":"2024-10-22T00:01:00","date_gmt":"2024-10-21T22:01:00","guid":{"rendered":"https:\/\/antinomie.it\/?p=58424"},"modified":"2024-10-16T13:18:51","modified_gmt":"2024-10-16T11:18:51","slug":"aggirarsi","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/antinomie.it\/index.php\/2024\/10\/22\/aggirarsi\/","title":{"rendered":"Aggirarsi","gt_translate_keys":[{"key":"rendered","format":"text"}]},"content":{"rendered":"\n<div style=\"height:20px\" aria-hidden=\"true\" class=\"wp-block-spacer\"><\/div>\n\n\n\n<h3 class=\"wp-block-heading\">Quattro interrogativi e risposte tra Marzia Migliora e Patrizio Esposito in forma di lettera<\/h3>\n\n\n\n<div style=\"height:20px\" aria-hidden=\"true\" class=\"wp-block-spacer\"><\/div>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\" style=\"font-size:15px\"><em>In occasione della sesta edizione del festival <\/em>I fumi della fornace<em>, tenutosi a Vallecascia tra il 22 e il 25 agosto 2024, l&#8217;artista Marzia Migliora ha realizzato l&#8217;opera \u00abParadossi dell&#8217;abbondanza #60 (People over profits)\u00bb, installazione site-specific pensata per i palazzi della piccola frazione marchigiana, sorti nella seconda met\u00e0 del Novecento come residenze operaie per i lavoratori della fornace Smorlesi. L&#8217;installazione \u00e8 stata presentata all&#8217;interno di Incolta, progetto di arti visive e performative contemporanee a cura di Diana Caponi e Giulia Pigliapoco.<\/em><\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\" style=\"font-size:15px\"><em>Il ciclo di opere su carta di Marzia Migliora, dal titolo \u00abParadossi dell&#8217;abbondanza\u00bb (2017 &#8211; in corso) scandaglia l&#8217;immaginario sviluppatosi nel Novecento attorno all&#8217;industrializzazione dell&#8217;agricoltura e dell&#8217;allevamento su scala mondiale, a partire dalla relazione tra l&#8217;uomo e la terra, e vuole mettere in luce l&#8217;interdipendenza degli equilibri, sempre pi\u00f9 precari, tra genere umano, regno animale e vegetale. L&#8217;artista propone un lavoro inedito dove esplora la relazione tra l&#8217;uomo e l&#8217;ambiente in cui vive, analizzando le evoluzioni, i cambiamenti socio-politici, e le contraddizioni socioeconomiche del tardo capitalismo globalizzato. Gli elementi testuali provengono dai manifesti delle lotte operaie a Dhaka in Bangladesh dopo l&#8217;incendio delle fabbriche di Rana Plaza, icona contemporanea dei disastri sociali e ambientali legati alla produzione di massa. Attraverso l&#8217;opera, riprodotta in grande scala e posizionata sui palazzi degli anni &#8217;70 di Valle Cascia, Migliora propone un&#8217;inedita e radicale parentela, un atto di riaccensione memoriale delle lotte operaie. Insistendo sull&#8217;incontro con l&#8217;Altro, l&#8217;artista rappresenta l&#8217;intreccio tra le modalit\u00e0 di produzione, il tipo di rapporto con l&#8217;ambiente e la concezione dell&#8217;essere umana che caratterizzano la nostra societ\u00e0.<\/em><\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\" style=\"font-size:15px\"><em>Viene qui presenta un&#8217;articolata conversazione, realizzata in occasione dei <\/em>Fumi della fornace<em>, tra Marzia Migliora e Patrizio Esposito, fotografo, scrittore &#8220;clandestino&#8221;, curatore dell\u2019immagine dei Festival del teatro di Santarcangelo (con Leo de Berardinis) e di Volterra (con Roberto Bacci).<\/em><\/p>\n\n\n\n<p class=\"has-text-align-right wp-block-paragraph\" style=\"font-size:15px\">Giorgiomaria Cornelio<\/p>\n\n\n\n<div style=\"height:20px\" aria-hidden=\"true\" class=\"wp-block-spacer\"><\/div>\n\n\n\n<h4 class=\"wp-block-heading\">I. Rituale del serpente&nbsp;<\/h4>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">PATRIZIO ESPOSITO: \u00abPoco elevato da terra\u00bb, <em>Humilis<\/em> e saettante insieme. Fulmine, portatore di pioggia, di nuova vita, il serpente avvolge il braccio degli Hopi come gi\u00e0 fece con le Baccanti (danzanti nel tempo, roteanti gli uni e le altre). \u00abGli uomini sanno solo <em>fare<\/em> in parte ci\u00f2 che l\u2019animale <em>\u00e8<\/em>, interamente\u00bb, si legge in Cushing e in Warburg: a dirlo \u00e8 il tessitore nativo, l\u2019irrigatore di terre aride, il seminatore stretto al serpente. In trasparenza, a guardarsi dall\u2019alto, spalla a spalla, sono l\u2019uomo-l\u2019animale-l\u2019arciere, li osserviamo nei cinque arazzi sospesi al Mao di Torino, guardando dal basso, salendo e scendendo sulle scale e in noi. Non sono soli, incrociano i motivi dell\u2019oriente plurimo in cui oscillano (fiori, edifici, cavalcature, calligrafie), li urtano e li accolgono essendo ospiti. Una sola orditura in loro (positivo e negativo concordi) preserva il silenzio alzando la voce. Lingua unica, lingua sdoppiata, sapiente, a prender luce da ogni filo pendente.<\/p>\n\n\n<div class=\"wp-block-image\">\n<figure class=\"aligncenter size-full\"><img decoding=\"async\" src=\"data:image\/gif;base64,R0lGODlhAQABAIAAAAAAAP\/\/\/yH5BAEAAAAALAAAAAABAAEAAAIBRAA7\" data-src=\"https:\/\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2024\/10\/unnamed-file.jpg\" alt=\"\" class=\"wp-image-58456 lazyload\"><noscript><img data-recalc-dims=\"1\" loading=\"lazy\" loading=\"lazy\" decoding=\"async\" width=\"900\" height=\"401\" src=\"https:\/\/i0.wp.com\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2024\/10\/unnamed-file.jpg?resize=900%2C401&#038;ssl=1\" alt=\"\" class=\"wp-image-58456\" srcset=\"https:\/\/i0.wp.com\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2024\/10\/unnamed-file.jpg?w=900&amp;ssl=1 900w, https:\/\/i0.wp.com\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2024\/10\/unnamed-file.jpg?resize=300%2C134&amp;ssl=1 300w, https:\/\/i0.wp.com\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2024\/10\/unnamed-file.jpg?resize=768%2C342&amp;ssl=1 768w, https:\/\/i0.wp.com\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2024\/10\/unnamed-file.jpg?resize=60%2C27&amp;ssl=1 60w\" sizes=\"auto, (max-width: 900px) 100vw, 900px\" \/><\/noscript><\/figure>\n<\/div>\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\"><em>Da una fotografia. Intorno all\u2019ampio tavolo su cui \u00e8 disteso un arazzo, quattro persone oltre te osservano e toccano l\u2019opera. Cosa sta accadendo, cosa precede e ottiene quella presenza?<\/em><\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">MARZIA MIGLIORA: Sapevo che dovevo realizzare un lavoro a partire dalle suggestioni della collezione del Mao, Museo d\u2019arte Orientale a Torino, e che avevo davanti a me un tempo aperto per lavorare, progettare, pensare, fare e disfare. Un privilegio che raramente viene concesso. Il tempo che ho dedicato allo sviluppo del lavoro, circa un anno e mezzo, \u00e8 stato dettato dall\u2019opera stessa.&nbsp;<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Ho iniziato a lavorare chiedendo qualcosa che non si chiede ai conservatori di un museo: realizzare dei frottage su sculture, tombe, vasi e oggetti rituali, tutti conservati nei depositi, quindi non visibili al pubblico. Solitamente una richiesta del genere mette in crisi lo statuto stesso dei reperti e delle opere d\u2019arte: i pezzi della collezione non si toccano, vanno conservati intatti, frammenti di tempo e reliquie che il museo deve consegnare intonse alle generazioni del domani. Invece, per realizzare un frottage gli oggetti devono essere toccati e manipolati: si appoggia un foglio sottile sul soggetto che presenta un rilievo e si ripassa la superficie con una matita, la grafite sfregata trasferisce quel rilievo sulla carta. Questo \u00e8 un gesto dirompente, che \u00e8 stato possibile grazie all\u2019aiuto del personale e delle conservatrici del museo che hanno seguito con minuzia e interesse tutto il processo.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Quattro persone oltre te osservano e toccano l\u2019opera.<em> <\/em>Toccare \u00e8 un gesto solido, toccare tombe cinesi del VI secolo, oggetti rituali, piatti dove qualcuno ha mangiato, creati in un altro tempo, appartenenti a un\u2019altra storia, un\u2019altra cultura, un altro Paese, un\u2019altra lingua e religione \u00e8 come creare una sorta di nuova ritualizzazione. Realizzare un frottage \u00e8 come ripercorrere il gesto di chi ha realizzato quel manufatto, quel rilievo, \u00e8 come lavorare insieme a qualcuno distante nello spazio e nel tempo. Dunque, essendo gli arazzi nati da questi frottage, ci\u00f2 che \u00e8 accaduto somiglia a un\u2019alleanza e una stratificazione non solo di forme, ma anche di gesti, manuali e concreti. Agire sulla collezione mi ha permesso di costruire una prossimit\u00e0 con essa. A questo proposito, l\u2019invito di Davide Quadrio, il direttore del Mao, risponde all\u2019esigenza concreta di mettere in discussione il punto di vista occidentale su queste collezioni per aprire nuovi punti di vista. Le modalit\u00e0 con cui questi reperti sono arrivati a noi \u00e8 la parte pi\u00f9 spinosa: essi non appartengono alla nostra cultura e per la maggior parte sono stati razziati, andando contro la volont\u00e0 di chi li possedeva, per diventare qui, in Occidente, il simbolo di un lontano Oriente, affascinante mondo edificato nell\u2019immaginario collettivo che non corrisponde per\u00f2 alla realt\u00e0 delle culture di provenienza.&nbsp;<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Le immagini dell\u2019arazzo prima di essere trasformate in trama e ordito, nascono da un disegno su carta di dieci metri di lunghezza per centotrenta centimetri di larghezza. Ho iniziato questo disegno fissando le due strisce di carta con i frottage realizzati al museo al foglio di dieci metri. In queste due strisce laterali al disegno vi \u00e8 una commistione di storie che sono tenute insieme da una sorta di mimetismo con la parte centrale dell\u2019opera, esse portano avanti la narrazione senza soluzione di continuit\u00e0, unite dalla presenza di serpenti, che strisciano a terra, si ramificano duplicandosi, scompaiono e riemergono, serpeggiando dalla cima al fondo del disegno e cambiando pelle (senza morire).<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Ho scelto di lavorare liberamente, senza bozze preparatorie, avevo tutto il mio bagaglio maturato nel tempo: lo studio, le immagini, i libri, l\u2019osservazione dal vivo dei reperti e i miei viaggi in oriente, da qui derivano le scelte iconografiche che si sono scritte da s\u00e9 come una <em>scrittura automatica<\/em>. Un lavoro di queste dimensioni comporta un rapporto molto fisico con il disegno, \u00e8 tutto il corpo che si muove sul foglio nell\u2019atto di disegnare. Forse \u00e8 scoprendo i retroscena di questo lavoro di grandi dimensioni, che \u00e8 stato nel mio studio per pi\u00f9 di un anno, tra pause e riprese, che si pu\u00f2 meglio comprendere \u00abcosa precede quella presenza\u00bb, come tu mi chiedi. All\u2019interno dell\u2019opera vengono affrontate diverse tematiche e molteplici soggetti. La prima cosa che ho disegnato \u00e8 una pianta di cotone capovolta, altre piante da tessitura abitano tutto il disegno. Inoltre, sono presenti immagini che provengono dall\u2019Encyclop\u00e9die delle arti e dei mestieri di Diderot d\u2019Alembert, per me connesse a un momento molto importante della storia perch\u00e9 coevo alle rivoluzioni industriali, oppure immagini di edifici industriali antichi e contemporanei, storiche fabbriche tessili, che producono probabilmente i vestiti che indossiamo in questo momento, che sono andate a fuoco.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Nello specifico, le fabbriche tessili sono tra le attivit\u00e0 pi\u00f9 vulnerabili agli incendi, soprattutto se vi \u00e8 negligenza nei controlli di sicurezza, e pi\u00f9 ci si sposta a Oriente pi\u00f9 questo fenomeno \u00e8 drammaticamente comune. E cos\u00ec in tante altre occasioni, questi disastri nel mondo del lavoro hanno portato le persone a scendere in strada per urlare, attraverso i cartelli e con la propria voce, \u00abAvvolgi la tua lingua tra stoffe di seta\u2026\u00bb \u2013 molti slogan di queste proteste compaiono nell\u2019opera \u2013 un diritto a non sopravvivere di lavoro, ma a vivere di lavoro e non morire di lavoro. Uno dei temi pi\u00f9 importanti del disegno, dunque, \u00e8 quello che collega il sesso femminile alla tessitura, sia come componente di emancipazione che come modalit\u00e0 di oppressione, l\u2019unica figura umana che compare nell\u2019opera \u00e8 una donna a cavallo, il nitrito disapprova il giogo.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">L\u2019opera, un arazzo tessuto a telaio meccanico con circa 600 ore di lavorazione, tenta di rappresentare degli episodi della storia della tessitura a partire dalla sua meccanizzazione, con lo stesso materiale tessile.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Pezzo dopo pezzo, la carta mi chiedeva di cosa aveva bisogno, e io rispondevo con dei tentativi, per arrivare al traguardo di quei dieci metri che mi ero imposta. Appena terminato, il disegno su carta \u00e8 stato esposto al Tai Kwun Museum di Hong Kong nella mostra <em>The Green Snake: women centered ecologies<\/em> a cura di Kathryn Weir.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Successivamente, le riproduzioni fotografiche del disegno in scala reale sono state affidate alle mani di Giovanni Bonotto, che ha realizzato materialmente la tessitura, rispettando ogni elemento, sfumatura e trama della matrice: il disegno su carta. Gli arazzi tessuti in carta washi giapponese, plastica riciclata, lana moretta e velo di cellulosa, fanno parte della collezione permanente al Mao di Torino dal novembre 2023. Qui \u00e8 palpabile una magia mista a maestria, ad amore per l\u2019arte, a rispetto per l\u2019artista, a grande passione. Bonotto ha saputo realizzare quello che avevo in mente, attraverso la tecnica e all\u2019intelligenza.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">La trasformazione del disegno in arazzo ha reso l\u2019opera ancora pi\u00f9 pregnante: raccontare sotto forma di tessuto il legame tra l\u2019industria tessile, il capitalismo e le specie che sono nostre alleate. Soprattutto questo ultimo punto: tutto quello che ci circonda, le specie che sono vicine a noi e che convivono con noi su questo pianeta ci vestono. Se l\u2019industria tessile \u00e8 diventata, con la decentralizzazione delle fabbriche e il fenomeno del <em>fast fashion<\/em>, uno dei nodi problematici della globalizzazione, essa ci ricorda al contempo l\u2019antica alleanza umile, fatta di mani che tessono, raccolgono, coltivano e si rapportano continuamente alla terra. Poco elevato da terra, <strong><em>humilis<\/em><\/strong>, stare coi piedi per terra, avere coscienza del perch\u00e9 la stiamo violentando, questa terra, sono processi necessari per averne rispetto. Sono umili le mani dei contadini, sono umili le mie mani che sembrano quelle di un uomo che ha lavorato tanto nella vita. Ebbene, queste zone di umilt\u00e0 sono quelle che il mio lavoro vuole valorizzare, elevare e forse ritualizzare.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Nel <em>Rituale del Serpente<\/em> ci sono delle mani, molte mani, e sono mani che arrivano dall\u2019Encyclop\u00e9die di Diderot e d\u2019Alembert, quelle mani che ci raccontano le arti e i mestieri del tessile cos\u00ec come sono stati codificati dall\u2019enciclopedia. <em>Il Rituale del Serpente<\/em> \u00e8 installato su una scala; si pu\u00f2 camminare sui gradini guardando in alto e assaporando quella vertigine protagonista di un mio altro lavoro, <em>Il vuoto a ogni gradino <\/em>(2006): un\u2019opera in caratteri Braille in rilievo su un mancorrente di una scala alla Collezione La Gaia (Busca), che vede citata la poesia che Eugenio Montale scrisse per la moglie appena scomparsa, nominata Mosca perch\u00e9 non vedente, e che si conclude dicendo \u00abHo sceso milioni di scale dandoti il braccio non gi\u00e0 perch\u00e9 con quattr\u2019occhi forse si vede di pi\u00f9. Con te le ho scese perch\u00e9 sapevo che di noi due le sole vere pupille, sebbene tanto offuscate, erano le tue\u00bb.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Ebbene, questo ci riporta a una dimensione in cui si scopre ci\u00f2 che non si vede, in cui si aprono gli occhi verso quello che ci circonda ma che, forse, poco ci attraversa. Essere circondati non significa essere attraversati, essere attraversati vuol dire comprendere: provare dolore quando una fabbrica a novemila e ventinove chilometri di distanza va a fuoco e uccide mille operaie e operai.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Forse quell\u2019alto e quel basso parlano di vita e di morte. La scala \u00e8 considerata sacra in molte culture, quel salire verso la pioggia che gli stessi serpenti rappresentano \u00e8 forse un salire, un innalzarsi nel momento in cui ci rendiamo conto che quello che ci circonda dovrebbe essere anche quello che ci attraversa. Quindi riuscire a farci toccare dalle realt\u00e0 dell\u2019altro, sentirle anche nostre in quanto abitanti di questa Terra e di questo tempo \u00e8 l\u2019indice di appartenenza allo stesso corpo sociale.<\/p>\n\n\n\n<div style=\"height:20px\" aria-hidden=\"true\" class=\"wp-block-spacer\"><\/div>\n\n\n\n<h4 class=\"wp-block-heading\">II. Fame d\u2019aria<\/h4>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">P.E.: \u00abNon \u00e8 perch\u00e9 ha scoperto una propria cultura che l\u2019indocinese si \u00e8 ribellato; \u00e8 \u2018semplicemente\u2019 perch\u00e9 per pi\u00f9 motivi gli era impossibile respirare\u00bb. Tra le riflessioni, scritte da Frantz Fanon tra il 1957 e il 1961 intorno alla lotta di liberazione algerina contro il colonialismo francese, compare un testo sulla resistenza vietnamita: la rivolta contro l\u2019occupazione si estende non solo perch\u00e9 cibo e indipendenza vengono a mancare, \u00e8 l\u2019aria stessa a sparire. Se fatico a respirare prendo le armi contro chi mi soffoca. \u00abDiritto al respiro\u00bb \u00e8 oggi una rivendicazione del Fronte Polisario: i prigionieri politici sahrawi, detenuti senza prove dal regime monarchico marocchino, devono poter rivedere la luce e riprendere fiato.&nbsp;<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Un macchinario \u00e8 poggiato al pavimento d\u2019ingresso della galleria Lia Rumma di Napoli. \u00c8 costruito con materiali eterogenei, un\u2019asta da microfono, una tanica d\u2019acqua, un richiamo per uccelli, un motore (una pompa di piccole dimensioni), altro. L\u2019aria presa e restituita gonfia e sgonfia i tubicini elastici tenuti in alto dall\u2019asta, il tutto potrebbe tornare utile ad ascoltare \u00abil respiro dei pesci\u00bb. Altri prodigi o inquietudini vengono dagli osservatori, il macchinario estende la loro percezione, porta a considerare l\u2019oltre le mura della galleria. Al non visto che procede in strada e incontriamo mutevole nell\u2019andar via, qualcosa \u00e8 cambiato in noi restando intatto nell\u2019opera chiamata \u00abLek\u00bb. Nelle altre stanze ancora movimento, fino ad un foro obliquo nella parete, cani o lupi attendono i nostri occhi, si muovono leggeri tra suoni naturali sorti dall\u2019artificio, dalla simulazione del familiare, dall\u2019equivoco del cosa siamo, cosa crediamo sia il sentire e il vedere. Tutto ci diffida qui dal credere ai sensi.&nbsp;<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\"><em>Da un ricordo. Ti vedo assemblare il primo macchinario, vedo la parete appena forata, il gran disegno venuto dall\u2019impronta dei pesci immersi nel nero di seppia. Ritrovo l\u2019appunto sulla tecnica del \u2018Gyotaku\u2019, quanto altro andrebbe detto a chi non ha visto o creduto di vedere?&nbsp;<\/em><\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">M.M.:<em> Lek <\/em>\u00e8 una storia d\u2019amore: nel suo ventre \u2013 il motore \u2013 porta una pietra di folgorite, la quale si crea dalla cristallizzazione della sabbia dopo esser stata colpita da un Fulmine, portatore di pioggia, di nuova vita. Ho immaginato questo scontro tra basso e alto, questo boato crepitante di scintille, come un innamoramento, un\u2019alchimia che trasforma ci\u00f2 che non lo \u00e8 in una materia preziosa.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\"><em>Lek <\/em>ha poi una tanica d\u2019acqua, una tanica ospedaliera per la respirazione assistita, dove all\u2019interno scorre dell\u2019acqua magica come l\u2019Aqua Micans di Raymond Roussel, in grado di resuscitare i morti. <em>Lek <\/em>apre la sua coda di pavone, gonfiando e sgonfiando il culmine della scultura di gomma, ispirandosi agli straordinari rituali di accoppiamento degli uccelli giardinieri, danzanti nel tempo, roteanti gli uni e le altre<strong>,<\/strong> che costruiscono elaborate scenografie in cui attuare le proprie danze per impressionare l\u2019amata, degne di un grande coreografo-architetto. <em>Lek <\/em>\u00e8 anche un richiamo: ho sempre pensato che gli uccelli, avendo la facolt\u00e0 di andare dal basso all\u2019alto, possano raggiungere luoghi segreti, che noi non possiamo vedere.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Nel 2006, alla Fondazione Merz di Torino, intitolai la mia mostra personale a cura di Beatrice Merz, <em>Tanatosi<\/em>, ovvero quello stato di immobilit\u00e0 in cui gli animali si pongono quando hanno paura e fanno finta di essere morti. Gli operai di Dhaka, insieme a tutti gli altri che fanno parte di quella triste categoria nominata \u201cmorti bianche\u201d, non hanno fatto finta di essere morti, sono morti davvero. L\u2019idea di portare alla luce qualcosa che non si vede \u2013 o che \u00e8 pi\u00f9 comodo non vedere \u2013 \u00e8 molto presente nella mia ricerca, come per esempio in <em>Velme<\/em>, titolo della mia mostra personale a Ca\u2019 Rezzonico nel 2017. Le velme sono degli isolotti che appaiono nella laguna veneziana solo durante la bassa marea, affiorano e scompaiono continuamente, ma negli ultimi anni stanno scomparendo del tutto, per l\u2019inquinamento e la gestione irrispettosa delle coste, della laguna e dei fondali.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Cos\u00ec, nella mostra a Ca\u2019 Rezzonico, faccio ritornare a galla quelle ingiustizie antiche ma che sono ancora tristemente contemporanee, rimaste intatte per secoli sotto ai nostri occhi.&nbsp;<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Nella mostra, dunque, cerco di fare questo parallelismo tra il Settecento e oggi: si pu\u00f2 dire che la schiavit\u00f9 sul lavoro sia scomparsa? Quali sono le condizioni dei lavoratori e quali sono i <em>Paradossi dell\u2019abbondanza <\/em>(titolo di una serie di mie opere 2017 &#8211; in corso)?<\/p>\n\n\n<div class=\"wp-block-image\">\n<figure class=\"aligncenter size-full\"><img decoding=\"async\" src=\"data:image\/gif;base64,R0lGODlhAQABAIAAAAAAAP\/\/\/yH5BAEAAAAALAAAAAABAAEAAAIBRAA7\" data-src=\"https:\/\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2024\/10\/Marzia-Migliora-Tanatosi.jpg\" alt=\"\" class=\"wp-image-58459 lazyload\"><noscript><img data-recalc-dims=\"1\" loading=\"lazy\" loading=\"lazy\" decoding=\"async\" width=\"500\" height=\"747\" src=\"https:\/\/i0.wp.com\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2024\/10\/Marzia-Migliora-Tanatosi.jpg?resize=500%2C747&#038;ssl=1\" alt=\"\" class=\"wp-image-58459\" srcset=\"https:\/\/i0.wp.com\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2024\/10\/Marzia-Migliora-Tanatosi.jpg?w=500&amp;ssl=1 500w, https:\/\/i0.wp.com\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2024\/10\/Marzia-Migliora-Tanatosi.jpg?resize=201%2C300&amp;ssl=1 201w, https:\/\/i0.wp.com\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2024\/10\/Marzia-Migliora-Tanatosi.jpg?resize=60%2C90&amp;ssl=1 60w\" sizes=\"auto, (max-width: 500px) 100vw, 500px\" \/><\/noscript><figcaption class=\"wp-element-caption\">Marzia Migliora, <em>Tanatosi<\/em><\/figcaption><\/figure>\n<\/div>\n\n\n<div style=\"height:20px\" aria-hidden=\"true\" class=\"wp-block-spacer\"><\/div>\n\n\n\n<h4 class=\"wp-block-heading\">III. Lessico inverso<\/h4>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">P.E.: \u00abRiordino della lingua\u00bb, <em>Dilin yeniden d\u00fczenlenmesi<\/em>, il generale Mustafa Kemal (Atat\u00fcrk), disfatto l\u2019Impero ottomano, impone alla giovane Repubblica turca di smarrire il suo antico alfabeto (la radice araba-persiana \u00e8 \u00abobsoleta\u00bb, va estinta): nel 1928 vieta l\u2019uso di sei lettere (X, W, Q, \u00ce, \u00db, \u00ca) e adotta il latino. Sei segni in meno, cruciali per venti milioni di scriventi, disattivano la lingua curda, chi li disegna affronta il carcere. Poesie, romanzi non scritti, ricordati a memoria o portati oltre confine, custodiscono pi\u00f9 alfabeti (cirillico, arabo, farsi e latino) per dire in lingua ostinata che il curdo ancora serpeggia, battendo la legislazione che produce afonia, echeggiando su labbra isolate e in cori spavaldi. Voce ha chi grida in s\u00e9 stesso prima che all\u2019aperto, dicono Firat Ceweri, Suwara Ilkhanizada o Choman Hardi. \u00abAvvolgi la tua lingua tra stoffe di seta\u2026\u00bb \u00e8 il loro invito: fare e disfare, tener pronti i telai, da lettere proibite \u00e8 scosso ogni singolo nodo, corda su corda.&nbsp;<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">E voce ha la carta, se incontra la superficie degli alveari operai di Valle Cascia dopo aver camminato a lungo. \u00abParadossi dell\u2019abbondanza\u00bb (<em>Peoples over profit<\/em>), irradia parole ribelli venute da lontano, ancora da oriente, dal Bangladesh in fiamme, avvicinando a tre righe di protesta un cavallo nero. Animale domestico, al lavoro per noi, i suoi muscoli consegnati all\u2019ordine economico delle signorie (minoranza armata di leggi non scritte), domestico il cavallo, grezzo il capitale (oro difeso da spade moderne, cursori azionati a distanza). Eppure, ecco che nel gran disegno, visibile a distanza, l\u2019animale perde il morso, la mandibola si libera dalla pressione dei finimenti (su lingua, palato e barre), il nitrito disapprova il giogo. Voce tra voci, si allea alle pietre, ai balconi, ai corrimani, agli abitanti, tre regni anticipano la disobbedienza dell\u2019inverso, gli alfabeti segreti dei segni a venire. In strada, tra la folla, nulla sar\u00e0 pi\u00f9 voce privata.<\/p>\n\n\n\n<figure class=\"wp-block-gallery aligncenter has-nested-images columns-default is-cropped wp-block-gallery-1 is-layout-flex wp-block-gallery-is-layout-flex\">\n<figure class=\"wp-block-image size-full\"><img decoding=\"async\" src=\"data:image\/gif;base64,R0lGODlhAQABAIAAAAAAAP\/\/\/yH5BAEAAAAALAAAAAABAAEAAAIBRAA7\" data-src=\"https:\/\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2024\/10\/foto-di-Alessandro-Truffa.jpg\" data-id=\"58467\" alt=\"\" class=\"wp-image-58467 lazyload\"><noscript><img data-recalc-dims=\"1\" loading=\"lazy\" loading=\"lazy\" decoding=\"async\" width=\"350\" height=\"400\" data-id=\"58467\" src=\"https:\/\/i0.wp.com\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2024\/10\/foto-di-Alessandro-Truffa.jpg?resize=350%2C400&#038;ssl=1\" alt=\"\" class=\"wp-image-58467\" srcset=\"https:\/\/i0.wp.com\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2024\/10\/foto-di-Alessandro-Truffa.jpg?w=350&amp;ssl=1 350w, https:\/\/i0.wp.com\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2024\/10\/foto-di-Alessandro-Truffa.jpg?resize=263%2C300&amp;ssl=1 263w, https:\/\/i0.wp.com\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2024\/10\/foto-di-Alessandro-Truffa.jpg?resize=60%2C69&amp;ssl=1 60w\" sizes=\"auto, (max-width: 350px) 100vw, 350px\" \/><\/noscript><figcaption class=\"wp-element-caption\">ph. Alessandro Truffa<\/figcaption><\/figure>\n\n\n\n<figure class=\"wp-block-image size-full\"><img decoding=\"async\" src=\"data:image\/gif;base64,R0lGODlhAQABAIAAAAAAAP\/\/\/yH5BAEAAAAALAAAAAABAAEAAAIBRAA7\" data-src=\"https:\/\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2024\/10\/foto-2.jpg\" data-id=\"58468\" alt=\"\" class=\"wp-image-58468 lazyload\"><noscript><img data-recalc-dims=\"1\" loading=\"lazy\" loading=\"lazy\" decoding=\"async\" width=\"804\" height=\"1114\" data-id=\"58468\" src=\"https:\/\/i0.wp.com\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2024\/10\/foto-2.jpg?resize=804%2C1114&#038;ssl=1\" alt=\"\" class=\"wp-image-58468\" srcset=\"https:\/\/i0.wp.com\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2024\/10\/foto-2.jpg?w=804&amp;ssl=1 804w, https:\/\/i0.wp.com\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2024\/10\/foto-2.jpg?resize=217%2C300&amp;ssl=1 217w, https:\/\/i0.wp.com\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2024\/10\/foto-2.jpg?resize=739%2C1024&amp;ssl=1 739w, https:\/\/i0.wp.com\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2024\/10\/foto-2.jpg?resize=768%2C1064&amp;ssl=1 768w, https:\/\/i0.wp.com\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2024\/10\/foto-2.jpg?resize=60%2C83&amp;ssl=1 60w\" sizes=\"auto, (max-width: 804px) 100vw, 804px\" \/><\/noscript><figcaption class=\"wp-element-caption\">ph. Filippo Luzi<\/figcaption><\/figure>\n<\/figure>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\"><em>Da una fotografia. L\u2019edificio degli anni Settanta, costruito per la manodopera della Fornace Smorlesi, ha una sezione con balconate ora coperte: parole e cavallo affiancati si affacciano dalla carta su cui compaiono, sospesi. Cosa dicono ai vicini (e coi vicini), cosa li ha portati lass\u00f9?<\/em><\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">M.M.: Nel risponderti penso a <em>Taci anzi parla<\/em>, del 2017 un\u2019opera che ho realizzato per la mostra personale <em>Velme<\/em>, a cura di Beatrice Merz, a C\u00e0 Rezzonico a Venezia. Voce ha chi grida in s\u00e9 stesso prima che all\u2019aperto:<em> Taci anzi parla<\/em> \u00e8 citazione e rivelazione del dipinto di Pietro Longhi <em>Il Rinoceronte <\/em>e contemporaneamente<em> <\/em>il titolo cita il libro <em>Taci anzi parla<\/em>. <em>Diario di una femminista<\/em> (Scritti di Rivolta Femminile<em>,<\/em>1978) di Carla Lonzi, teorica del femminismo radicale italiano. Nel dipinto<em> <\/em>del Longhi una dama dalla veste bianca, rappresentata sullo sfondo, indossa una maschera dell\u2019epoca, a uso unicamente femminile, detta <em>Mor\u00e9ta<\/em>: un ovale nero con due buchi in corrispondenza degli occhi. Le donne potevano fermarla sul viso soltanto stringendo tra i denti una mordacchia, rimanendo costrette, in questo modo, a tacere. Ho riprodotto la maschera a partire da un calco sul mio volto e l\u2019ho collocata nel boudoir di C\u00e0 Rezzonico al centro di una teca trasparente all\u2019altezza dello sguardo, in modo che fosse rivelata al pubblico e che potesse essere vista in tutta la sua interezza, compreso il retro.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">La mancanza \u00e8 un tempo, una condizione che nel mio lavoro e nella mia vita esiste e persiste. Mi piace la parola \u201cdeficit\u201d, imparata nella sua radicalit\u00e0 da Oliver Sacks, che esprime la mancanza di qualcosa, dalla mancanza nasce spesso un tentativo di colmare il vuoto, anche se doloroso. Forse di quelle X, W, Q, \u00ce, \u00db, \u00ca dall\u2019alfabeto corrotto e mancante, che render\u00e0 impossibile scrivere in una lingua nota, ma non potr\u00e0 soffocare il nascere di un nuovo alfabeto capace di esprimere l\u2019appartenenza di un popolo alle proprie origini. Credo pi\u00f9 nel potere dei letterati e dei poeti che in quello della censura.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Il <em>Rituale del Serpente <\/em>credo sia lo scorrere, lo scorrere come un fiume, un fiume che si pu\u00f2 affiancare andando nella stessa direzione ma anche andando nella direzione opposta.&nbsp;<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">La carta sa urlare, da sempre, la carta urla. Meno male che la carta sa urlare ma anche purtroppo, per i roghi di libri, il blocco di film, la prigionia di dissidenti, la morte di chi radicalmente ha difeso le idee di tanti sacrificando la propria. La carta sa urlare sotto la mano di chi ha qualche cosa di vero da dire e sa arrivare a segno come un proiettile ma senza uccidere. Il cavallo \u00e8 il simbolo del lavoro cieco, del lavoro imposto con i paraocchi e il paraorecchie per sopravvivere <strong>(<\/strong>Se fatico a respirare prendo le armi contro chi mi soffoca), \u00abDiritto al respiro\u00bb \u00e8 <em>Lek<\/em> ma anche simbolo della forma di sfruttamento dei corpi e modello estrattivo intensivo a fini agricoli e alimentari, cito un mio lavoro: <em>La gabbia<\/em>, del 2019<em>&#8211;<\/em>2020, parte della mostra personale dal titolo<em> Lo spettro di Malthus, <\/em>al Museo Maga di Gallarate, a cura di Matteo Lucchetti. L\u2019opera porta a una riflessione sul valore del denaro in relazione al modello di vita proposto nella societ\u00e0 dei consumi che viviamo. Siamo clienti felici? L\u2019insoddisfazione \u00e8 forse la trappola che crea perpetuamente desiderio, e ci spinge a rincorrere sempre qualche cosa che appare migliore?&nbsp;<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Soggetto dell\u2019installazione sono alcuni elementi di un box per cavalli, cui il visitatore \u00e8 invitato a entrare, al suo interno alcuni elementi suggeriscono la presenza di un cavallo: un paraocchi e un paraorecchie, una coda, un ferro di cavallo delimitano il perimetro del corpo mancante dell\u2019equino. Avvicinando lo sguardo verso il paraocchi-paraorecchie \u00e8 possibile sbirciare da un occhiello monoculare che permette di immergersi in un diorama teatrale che mostra un paesaggio illusorio di flora e fauna lussureggiante, popolato di capi di stato, composto a partire unicamente da centinaia di frammenti ricavati da immagini di banconote provenienti da tutto il mondo.<\/p>\n\n\n\n<div style=\"height:20px\" aria-hidden=\"true\" class=\"wp-block-spacer\"><\/div>\n\n\n\n<h4 class=\"wp-block-heading\">IV. Ritorno del sepolto<\/h4>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">P.E.: \u00abTu, Uccello, impari a essere soltanto una linea e il piano alto di un segreto\u00bb. \u00abHai previsto le grida in tutti i sensi del mondo e della lingua come un filo perdutamente avvolto?\u00bb Antonin Artaud, che scrive lettere a Paolo Uccello da coetaneo, azzerando i secoli, \u00abAmico mio, mia chimera [&#8230;] strozzato \u00e8 il mondo, e sospeso, ed eternamente vacillante\u00bb, chiama s\u00e9 stesso \u00abl\u2019intraducibile\u00bb. Sospesi e vacillanti, fili perdutamente avvolti, grida, sono nel tuo lavoro, difficile al tradursi e ostile alle scuole statiche del <em>sempre uguale. <\/em>Vicino, invece, ai \u00abFossili guida\u00bb, <em>Leitfossil, <\/em>ai fossili in movimento, ai <em>Pathosformeln<\/em>, eletti da Warburg perch\u00e9 capaci di \u00abinvertire le cronologie\u00bb, quanto produci segue il salto in cui l\u2019arcaico incrocia il presente: <em>il principio del ritorno del sepolto <\/em>si annuncia a Venezia, in <em>Stilleven\/Natura in posa<\/em>, ad esempio, dove un ambito esteso dell\u2019infanzia si scopre maturo, il trauma e la felicit\u00e0 finalmente si affrontano (ad armi spuntate, inservibili). Chi e cosa ci ha messi al mondo vaga nello specchio inclinato, con noi in primo piano. \u00abPerch\u00e9 \u00e8 questa l\u2019intelligenza: aggirarsi\u00bb, ci dice Artaud. L\u2019aggirarsi, il muoversi intorno, puntando e centrando il reale, anche nell\u2019allontanamento, mi sembra sia il tuo procedere. Spedito, nodo su nodo, critico. L\u2019inevitabile in campo.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\"><em>Da un ricordo: 56ma Esposizione Internazionale d\u2019Arte, Venezia 2015: da pi\u00f9\u0300 spiragli i \u00abfossili in movimento\u00bb scorgono il presente, il remoto ambiente familiare \u00e8 qui, oggi, capovolto e dritto, il granturco a nutrire gli occhi, ad avvicinare i tempi (senza unirli), lo specchio semi aperto dell\u2019arredo a moltiplicare i singoli grani, il \u00abgiallo mais\u00bb a svegliare la retina affaticata dell\u2019osservatore. Si viene fuori sgombri dal resto gi\u00e0 visto intorno, quest\u2019ultima immagine non va via invece. Ci si chiede il perch\u00e9 senza riuscirci, ed \u00e8 una fortuna. \u00c8 cos\u00ec Marzia: in noi, a scuoterci, agiscono antiche stanze?<\/em><\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">M.M. Rispondo alla tua domanda con alcune suggestioni da opere recenti che rimandano a \u00abl\u2019intraducibile\u00bb<strong>.<\/strong> La prima: Nelle altre stanze ancora movimento, fino ad un foro obliquo nella parete, cani o lupi attendono i nostri occhi: <em>Run fast and bite hard (entre chien et loup),<\/em> 2022.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">La seconda ho piacere di raccontarla citandoti: \u00abGli uomini sanno solo <em>fare<\/em> in parte ci\u00f2 che l\u2019animale <em>\u00e8<\/em>, interamente\u00bb. Di seguito un estratto della sceneggiatura di <em>Partitura multispecie andante<\/em>, del 2022. Si tratta di una performance che \u00e8 stata realizzata dal vivo il 14 dicembre al museo delle Civilt\u00e0 di Roma, a cura di Matteo Lucchetti, un \u00abRiordino della lingua\u00bb con i rumoristi dello storico studio Marinelli Effetti Sonori. La sua registrazione oggi accompagna i visitatori alla visita delle collezioni paleontologiche e lito-mineralogiche dell\u2019Ispra (Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale) ed \u00e8 parte della collezione permanente del Museo delle Civilt\u00e0.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\"><em>Vedi una macchia argentata sotto il pelo dell\u2019acqua che si muove come un serpente. Un rettile vertebrato, il Lariosaurus balsami, con lunghe pinne da 60 cm che sembrano ali vola tra acqua e aria\u2026 Lentamente come fosse da una casa di pietra escono 4 zampe, come 4 serpenti unghiati che strisciano fuori\u2026 Radici che avanzano come serpi nel suolo, spaccando, strisciando su rocce muschiate, succhiano linfa e fluidamente la portano fino in cima alla piante vincendo la gravit\u00e0\u2026 Qui si chiude la Partitura Multispecie Andante. L\u2019essere vivente e il suo cane svaniscono e suoni liberi primordiali che l\u2019umano non conosce concludono l\u2019orchestrazione dei cicli vitali delle specie.<\/em><\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">\u00abFossili guida\u00bb, Leitfossil, ai fossili in movimento, ai Pathosformeln, eletti da Warburg perch\u00e9 capaci di \u00abinvertire le cronologie\u00bb. Qui il salto in cui l\u2019arcaico incrocia il presente: il principio del ritorno del sepolto,corrisponde a una rappresentazione che ci interroga sulla millenaria relazione tra uomo e ambiente e sulle conseguenze che un\u2019economia basata sullo sfruttamento delle risorse sta avendo sul pianeta: \u00abstrozzato \u00e8 il mondo e sospeso, ed eternamente vacillante\u00bb.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">L\u2019opera evoca tre paesaggi sonori ad opera di rumoristi per il cinema, i rumori sono infatti esclusivamente prodotti in maniera analogica, essi imitano i suoni della natura facendoli percepire a noi come autentici. Mi diverte questa trappola, tra inganno e illusione, questa incapacit\u00e0 di spirito critico uditivo, messo alla prova anche ogni volta che andiamo al cinema. La sceneggiatura, scritta con Elena Pugliese, \u00e8 stata eseguita dai rumoristi come una partitura utilizzando le mani su oggetti di uso comune: acqua, stracci, lattine, scarpe, sassi. Il primo atto racconta sonoramente l\u2019avventura di un essere vivente che attraversa in cammino le ere che ci separano dall\u2019origine della specie. Durante il viaggio, il protagonista incontra invertebrati, fossili, trilobiti, echinodermi, ammoniti, bivalvi, gasteropodi, rettili, pesci del Pleistocene e fossili vegetali. Il secondo atto riguarda la collezione lito-mineralogica di Marmi Antichi: decine di blocchetti 20&#215;15 cm, che vantano l\u2019antico abuso estrattivo di questa preziosa materia per edificare le nostre citt\u00e0 fin dai tempi dell\u2019Impero Romano. Qui il mio intervento \u00e8 una traccia sonora che si pu\u00f2 ascoltare da cuffie fissate alle vetrine espositive. Indossandole, i fruitori possono ascoltare i rumoristi che bisbigliano i nomi dei litotipi, accompagnati da suoni di masticazione e \u2018sgranocchiamenti\u2019. Il suono compara l\u2019estrazione di minerali ad una masticazione con suoni ASMR (<em>autonomous sensory meridian response)<\/em>, esemplificativi della fame umana che consuma risorse non rinnovabili.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Il terzo atto riguarda una sezione in cui sono esposti Plastici geologici storici, realizzati a corredo della&nbsp;<em>Carta Geologica d\u2019Italia, <\/em><em>qui la sonorizzazione comprende<\/em><em> <\/em>suoni originali tratti da pellicole che hanno fatto la storia del cinema, provenienti dall\u2019archivio Marinelli, evocano lo scorrere della vita umana legata ai luoghi descritti da modellini e cartografie.<\/p>\n\n\n<div class=\"wp-block-image\">\n<figure class=\"aligncenter size-full\"><img decoding=\"async\" src=\"data:image\/gif;base64,R0lGODlhAQABAIAAAAAAAP\/\/\/yH5BAEAAAAALAAAAAABAAEAAAIBRAA7\" data-src=\"https:\/\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2024\/10\/Marzia-Migliora-Stilleven-2015.jpg\" alt=\"\" class=\"wp-image-58472 lazyload\"><noscript><img data-recalc-dims=\"1\" loading=\"lazy\" loading=\"lazy\" decoding=\"async\" width=\"800\" height=\"506\" src=\"https:\/\/i0.wp.com\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2024\/10\/Marzia-Migliora-Stilleven-2015.jpg?resize=800%2C506&#038;ssl=1\" alt=\"\" class=\"wp-image-58472\" srcset=\"https:\/\/i0.wp.com\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2024\/10\/Marzia-Migliora-Stilleven-2015.jpg?w=800&amp;ssl=1 800w, https:\/\/i0.wp.com\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2024\/10\/Marzia-Migliora-Stilleven-2015.jpg?resize=300%2C190&amp;ssl=1 300w, https:\/\/i0.wp.com\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2024\/10\/Marzia-Migliora-Stilleven-2015.jpg?resize=768%2C486&amp;ssl=1 768w, https:\/\/i0.wp.com\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2024\/10\/Marzia-Migliora-Stilleven-2015.jpg?resize=60%2C38&amp;ssl=1 60w\" sizes=\"auto, (max-width: 800px) 100vw, 800px\" \/><\/noscript><figcaption class=\"wp-element-caption\">Marzia Migliora, <em>Stilleven<\/em>, 2015<\/figcaption><\/figure>\n<\/div>\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Questa e altre opere come <em>Stilleven <\/em>(2015), sono tentativi di <em>rievocazione\/reenactment <\/em>delle mie e delle nostre antiche stanze, in cui il mais \u2013 in tempi che non sono quelli degli Inca \u2013 era sacro e si custodiva in casa, perch\u00e9 avrebbe garantito la sopravvivenza della famiglia.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Queste opere sono forse un tentativo di riabitare quelle stanze, di seminare radici, di sentirsi umili e potenti come il serpente, che vive a contatto con la terra, ma anche capaci di guardare i voli degli uccelli selvatici, persino quelli che sanno volare all\u2019indietro, come i colibr\u00ec. Un linguaggio, quello del volo, che nelle tradizioni contadine \u00e8 portatore di messaggi. Mio nonno diceva che quando le rondini volavano basso, quasi a toccare la terra, da l\u00ec a poco sarebbe piovuto. Il nativo Hopi, antico irrigatore e guerriero, in lui.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\"><\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\"><\/p>\n","protected":false,"gt_translate_keys":[{"key":"rendered","format":"html"}]},"excerpt":{"rendered":"<p>Il ciclo di opere su carta di Marzia Migliora, dal titolo \u00abParadossi dell&#8217;abbondanza\u00bb (2017 &#8211; in corso) scandaglia l&#8217;immaginario sviluppatosi nel Novecento attorno all&#8217;industrializzazione dell&#8217;agricoltura e dell&#8217;allevamento su scala mondiale, a partire dalla relazione tra l&#8217;uomo e la terra, e vuole mettere in luce l&#8217;interdipendenza degli equilibri, sempre pi\u00f9 precari, tra genere umano, regno animale e vegetale. 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