{"id":57040,"date":"2024-09-06T00:01:00","date_gmt":"2024-09-05T22:01:00","guid":{"rendered":"https:\/\/antinomie.it\/?p=57040"},"modified":"2024-09-09T10:18:44","modified_gmt":"2024-09-09T08:18:44","slug":"disperazione-dellanimista","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/antinomie.it\/index.php\/2024\/09\/06\/disperazione-dellanimista\/","title":{"rendered":"Disperazione dell\u2019animista","gt_translate_keys":[{"key":"rendered","format":"text"}]},"content":{"rendered":"\n<div style=\"height:20px\" aria-hidden=\"true\" class=\"wp-block-spacer\"><\/div>\n\n\n\n<p class=\"has-text-align-right wp-block-paragraph\" style=\"font-size:14px\"><em>Tutte le cose sono piene di d\u00e8i<\/em><br>Talete (secondo Aristotele)<\/p>\n\n\n\n<div style=\"height:10px\" aria-hidden=\"true\" class=\"wp-block-spacer\"><\/div>\n\n\n\n<p class=\"has-drop-cap wp-block-paragraph\">Ogni trasloco \u00e8 un\u2019apocalisse (una <em>piccola<\/em> apocalisse, preciserebbe Landolfi: non per ci\u00f2, tuttavia, meno traumatica). Cio\u00e8, giusta l\u2019etimologia, una rivelazione: il pi\u00f9 o meno repentino interrompersi della consuetudine che intratteniamo col mondo, rimpicciolito a misura d\u2019abitazione, tanto pi\u00f9 sar\u00e0 rivelatorio quanto pi\u00f9 maniacalmente abitudinaria era stata, in precedenza, quella consuetudine. \u00c8 in quell\u2019occasione infatti che il muro di cose raccolte nel tempo, con le quali tenaci ci siamo foderati dall\u2019offesa incessante dell\u2019esterno, all\u2019improvviso s\u2019incrina. Quella crepa, come l\u2019altra che prefigura il <em>Crollo della Casa Usher<\/em> di Poe, ci rivela che \u2013 insito in quelle cose, che credevamo immutabili \u2013 sussisteva un vizio d\u2019origine. Qualcosa di manchevole che, quella presunta inalterabilit\u00e0 e inconsutilit\u00e0, percorreva <em>anche prima<\/em>. Subentra allora uno sguardo retrospettivo, che ognuna di quelle cose interroga con insistenza: come se <em>davvero<\/em> esse potessero risponderci. Cos\u00ec facendo, per\u00f2, quelli che interroghiamo siamo in effetti noi stessi: sul senso e il valore dello spettrale coniugio che, cos\u00ec a lungo, abbiamo intrattenuto con quel determinato, in s\u00e9 pi\u00f9 o meno insignificante, oggetto.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">\u00c8 quello che possiamo definire l\u2019<em>animismo<\/em> del collezionista: ben al di l\u00e0 del suo ovvio feticismo. Un\u2019inquietudine sottile che meglio di tutti ha descritto chi del collezionismo \u00e8 stato il maggiore teorico, oltre che un praticante devoto, cio\u00e8 Walter Benjamin: in un breve testo del 1931, occasionato appunto da un trasloco, dopo il quale \u2013 racconta \u2013 per un giorno intero s\u2019\u00e8 trovato a estrarre dalle casse una vita, la propria, cristallizzata in libri. Il che subito d\u00e0 corso al \u00abcaos dei ricordi\u00bb: ogni libro associando, pi\u00f9 che al momento della sua lettura (che pu\u00f2 non essersi mai verificata), all\u2019attimo in cui se ne \u00e8 entrati in possesso. Nell\u2019\u00abintimo\u00bb del collezionista, scopre Benjamin nella circostanza, \u00absi sono insediati degli spiriti, o perlomeno degli spiritelli\u00bb (cos\u00ec scrive, senz\u2019altro memore di quelli erotici del Cavalcanti stilnovista) emanati dalle cose, e che a quelle lo avvincono senza remissione. Allora la fenomenologia del \u00abpossesso\u00bb, per il collezionista, si capovolge di segno: non \u00abcome se le cose fossero viventi in lui, piuttosto \u00e8 egli stesso che abita in loro\u00bb (ben tre diverse edizioni a s\u00e9 di questo testo si sono avvicendate, in diverse compagini e con titoli diversi, negli ultimi tempi: nel 2016 presso Elliott, nel 2017 da Electa, nel 2023 con Luni; io cito dalla traduzione di Fabrizio Desideri, <em>Tolgo la mia biblioteca dalle casse<\/em>, nel IV vol. delle <em>Opere<\/em> <em>complete<\/em>, pubblicato nel 2002 da Einaudi).<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Pochi testi quanto questo (che gi\u00e0 Patricia Peterle \u2013 in uno dei saggi contenuti in <a href=\"https:\/\/antinomie.it\/index.php\/2023\/04\/27\/sogni-e-ossessioni-di-mari-e-baruchello\/\" target=\"_blank\" rel=\"noreferrer noopener\"><em>La letteratura \u00e8 ossessione. Tredici voci per Michele Mari<\/em><\/a>, a cura di Riccardo Donati, Andrea Gialloreto e Fabio Pierangeli, Studium 2022 \u2013 associava al nostro autore) possono essere adibiti a commento dell\u2019ultimo <em>exploit<\/em> di Michele Mari, <em>Locus desperatus<\/em><a id=\"_ftnref1\" href=\"#_ftn1\">[1]<\/a>. Uno scrittore (annotava appunto Peterle) benjaminiano ben al di l\u00e0 del libro che ad alcune delle pi\u00f9 topiche ossessioni di Benjamin ha dedicato, <a href=\"https:\/\/www.einaudi.it\/catalogo-libri\/narrativa-italiana\/narrativa-italiana-contemporanea\/tutto-il-ferro-della-torre-eiffel-michele-mari-9788806243494\/\" target=\"_blank\" rel=\"noreferrer noopener\"><em>Tutto il ferro della torre Eiffel<\/em><\/a> (Einaudi 2002). Forse tutto il testo, e senz\u2019altro il suo titolo \u2013 felice quanto pochi altri, fra quelli spesso geniali di Mari \u2013 si origina da un cortocircuito linguistico: il <em>locus<\/em> in questione \u00e8 anzitutto la Casa, il cui valore archetipico impone di citarla con allegorica maiuscola, la \u00abtana-museo\u00bb cio\u00e8 nella quale l\u2019innominato protagonista-narratore s\u2019\u00e8 nei decenni incistato come un paguro nel suo microambiente; ma che ora da un\u2019incomprensibile <em>ananke<\/em> si vede costretto a tormentosamente, <em>disperatamente<\/em> lasciare. Insieme, si capisce, a tutte le Cose ivi raccolte, pur consapevole che nel \u00abpersonifica<em>rle<\/em>\u00bb s\u2019\u00e8 da un pezzo \u00abspersonalizzato\u00bb: \u00abcredevate di possedere\u00bb, lo irride lo spirito maligno che si appresta a \u00absubentrar<em>gli<\/em>\u00bb, nel possesso dell\u2019appartamento e di quanto contiene, e \u00abvi siete spossessato\u00bb. La storia che segue \u2013 se di <em>storia<\/em> si pu\u00f2 parlare, per un testo simile \u2013 \u00e8 quella degli sforzi strenui che, da quel momento in poi, fa il narratore per entrare in contatto diretto con le sue Cose: onde sollecitarne una fedelt\u00e0 metafisica che a loro lo leghi anche al di l\u00e0 dell\u2019inevitabile, ormai imminente distacco.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Dalle interviste rilasciate da Mari all\u2019uscita del libro, sappiamo trattarsi della casa di Milano (in origine lo studio medico del nonno materno) nella quale ha abitato per quarant\u2019anni e che conteneva, prima d\u2019un sofferto trasloco appunto affrontato di recente in quel di Bergamo (dopo il quale per\u00f2 la <em>tana-museo<\/em> non \u00e8 stata venduta: quella casa, svuotata di tutto tranne che dell\u2019urna contenente le ceneri di sua madre Gabriela Ferrario, scomparsa nel 2014 dopo lunga malattia, \u00ab\u00e8 l\u00ec, vuota, e la cosa mi consola\u00bb: <a href=\"https:\/\/www.ponzaracconta.it\/2024\/05\/01\/michele-mari-una-vecchia-conoscenza\/\" target=\"_blank\" rel=\"noreferrer noopener\">\u00abil Venerd\u00ec di Repubblica\u00bb, 26 aprile 2024<\/a>), una vertiginosa congerie di oggetti accumulati prima da suo padre (il celebre <em>designer<\/em> Enzo, scomparso nel 2020) e poi da lui stesso (questa ossessione, fra le molte, lo contrapponeva alla moglie che a differenza di lui \u00abnon era assolutamente feticista, non raccoglieva nulla\u00bb; di contro \u00abmio padre\u00bb, racconta Mari, \u00abera un raccoglitore compulsivo, in genere gli oggetti di metallo, gli piacevano gli ingranaggi, le ruote dentate\u00bb: <a href=\"https:\/\/www.pressreader.com\/italy\/corriere-della-sera-sette\/20240510\/282424174311904\" target=\"_blank\" rel=\"noreferrer noopener\">\u00abSette\u00bb del \u00abCorriere della Sera\u00bb, 10 maggio 2024<\/a>). L\u2019oggetto chiamato a rappresentare gli altri per via di sineddoche, sulla copertina di <em>Locus desperatus<\/em>, \u00e8 una tabacchiera a sua volta metallica contenente targhette di ferro smaltato di forma ellissoidale, con su stampigliati dei numeri: ricorda Mari di averle raccolte adolescente, nel 1972, in una miniera abbandonata visitata appunto con suo padre, staccandole insieme a lui dagli armadietti dei minatori: \u00abper me era come una Spoon river, ogni armadietto un fantasma\u00bb.<\/p>\n\n\n<div class=\"wp-block-image\">\n<figure class=\"aligncenter size-full\"><img decoding=\"async\" src=\"data:image\/gif;base64,R0lGODlhAQABAIAAAAAAAP\/\/\/yH5BAEAAAAALAAAAAABAAEAAAIBRAA7\" data-src=\"https:\/\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2024\/09\/Asterusher-p.-120.jpg\" alt=\"\" class=\"wp-image-57072 lazyload\"><noscript><img data-recalc-dims=\"1\" loading=\"lazy\" loading=\"lazy\" decoding=\"async\" width=\"500\" height=\"706\" src=\"https:\/\/i0.wp.com\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2024\/09\/Asterusher-p.-120.jpg?resize=500%2C706&#038;ssl=1\" alt=\"\" class=\"wp-image-57072\" srcset=\"https:\/\/i0.wp.com\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2024\/09\/Asterusher-p.-120.jpg?w=500&amp;ssl=1 500w, https:\/\/i0.wp.com\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2024\/09\/Asterusher-p.-120.jpg?resize=212%2C300&amp;ssl=1 212w, https:\/\/i0.wp.com\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2024\/09\/Asterusher-p.-120.jpg?resize=60%2C85&amp;ssl=1 60w\" sizes=\"auto, (max-width: 500px) 100vw, 500px\" \/><\/noscript><\/figure>\n<\/div>\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Personalmente, per\u00f2, di questa collezione l\u2019oggetto che pi\u00f9 m\u2019impressiona \u00e8 un altro. (Ben ricordo l\u2019effetto che mi fece quando inopinatamente, in tempi di maggiore confidenza con l\u2019autore, venni ammesso al suo <em>sancta sanctorum<\/em>.) Parlo di un grosso contenitore di vetro (in origine una bottiglia di profumo) ricolmo di matite ridotte, a forza di appuntirle, a brevissimi, spasmodici mozziconi: emblema di un\u2019applicazione spinta sino a trascendere da ascesi a mania, ed evocata in quanto tale dal racconto pi\u00f9 lungo fra quelli raccolti in <a href=\"https:\/\/www.einaudi.it\/catalogo-libri\/narrativa-italiana\/narrativa-italiana-contemporanea\/fantasmagonia-michele-mari-9788806209551\/\" target=\"_blank\" rel=\"noreferrer noopener\"><em>Fantasmagonia<\/em><\/a> (Einaudi 2012), <em>Ballata triste di una tromba<\/em>: che, dopo la serie straordinaria di <a href=\"https:\/\/www.einaudi.it\/catalogo-libri\/narrativa-italiana\/narrativa-italiana-contemporanea\/tu-sanguinosa-infanzia-michele-mari-9788806195434\/\" target=\"_blank\" rel=\"noreferrer noopener\"><em>Tu, sanguinosa infanzia<\/em><\/a> (Mondadori 1997, Einaudi 2009) e prefigurando l\u2019impianto del capolavoro <a href=\"https:\/\/www.einaudi.it\/catalogo-libri\/narrativa-italiana\/narrativa-italiana-contemporanea\/leggenda-privata-michele-mari-9788806246518\/\" target=\"_blank\" rel=\"noreferrer noopener\"><em>Leggenda privata<\/em><\/a> (Einaudi 2017) e appunto di <em>Locus desperatus<\/em>, si configura come auto-dialogo \u201cmetafisico\u201d fra \u201cio\u201d e una serie di Demoni che gli appaiono incarnando, di volta in volta, suoi <em>doppelg\u00e4nger<\/em> o spettri altrettanto famigliari. A uno di essi, che con sarcasmo ne critica la \u00abvita in difesa\u00bb (e in particolare l\u2019attaccamento alle Cose, e il simbolismo che egli vi associa: \u00abquesto rametto di quercia [\u2026] \u00e8 nostro padre; tutte le volte in cui egli mi manca, o quando non riesco a ricordarmene bene il sorriso, io [\u2026] stringo questo ramo, cos\u00ec sono di nuovo insieme a lui\u00bb ecc.), cos\u00ec risponde furioso: \u00abChe ne sapete voi, della mia vita?\u00bb. \u00abNulla\u00bb. \u00abAllora, ecco. Rigore, rigore, rigore. Le matite, sempre appuntitissime. I fogli, sempre allineati. Sguaiataggini, mai. Massima seriet\u00e0, solitudine, studio, macerazione in silenzio\u00bb.<\/p>\n\n\n\n<figure class=\"wp-block-image size-full\"><img decoding=\"async\" src=\"data:image\/gif;base64,R0lGODlhAQABAIAAAAAAAP\/\/\/yH5BAEAAAAALAAAAAABAAEAAAIBRAA7\" data-src=\"https:\/\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2024\/09\/Asterusher-p.-94.jpg\" alt=\"\" class=\"wp-image-57074 lazyload\"><noscript><img data-recalc-dims=\"1\" loading=\"lazy\" loading=\"lazy\" decoding=\"async\" width=\"900\" height=\"613\" src=\"https:\/\/i0.wp.com\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2024\/09\/Asterusher-p.-94.jpg?resize=900%2C613&#038;ssl=1\" alt=\"\" class=\"wp-image-57074\" srcset=\"https:\/\/i0.wp.com\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2024\/09\/Asterusher-p.-94.jpg?w=900&amp;ssl=1 900w, https:\/\/i0.wp.com\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2024\/09\/Asterusher-p.-94.jpg?resize=300%2C204&amp;ssl=1 300w, https:\/\/i0.wp.com\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2024\/09\/Asterusher-p.-94.jpg?resize=768%2C523&amp;ssl=1 768w, https:\/\/i0.wp.com\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2024\/09\/Asterusher-p.-94.jpg?resize=60%2C41&amp;ssl=1 60w\" sizes=\"auto, (max-width: 900px) 100vw, 900px\" \/><\/noscript><\/figure>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Il passo \u00e8 riportato da Mari, a commento appunto della sua collezione di matite, nel libro-<em>\u00f2nfalos<\/em> che di questa sua ultima straordinaria stagione \u00e8 un po\u2019 l\u2019incunabolo segreto: l\u2019\u00abautobiografia per feticci\u00bb intitolata (con emblematica crasi fra <em>Il crollo della casa degli Usher<\/em> di Poe e <em>La casa di Asterione<\/em> di Borges) <a href=\"https:\/\/corraini.com\/it\/asterusher-nuova-ed.html\" target=\"_blank\" rel=\"noreferrer noopener\"><em>Asterusher<\/em><\/a>, realizzata nel 2015 per Corraini con la collaborazione del fotografo Francesco Pernigo, e ripubblicata in forma ampliata, e con nuove immagini, dallo stesso editore nel 2019. \u00c8 questo il <em>vademecum<\/em> del mariano perfetto, si capisce, ma anche un testo in s\u00e9 affascinante: i diversi ambienti delle due abitazioni che (con la sua solita ossessione per il doppio) si dividono le memorie dell\u2019autore (alla <em>tana-museo<\/em> di Milano, ora abbandonata, facendo da simmetrico contraltare la casa di campagna, sita in una localit\u00e0 dall\u2019allusivo toponimo di Nasca nel Varesotto, ambientazione metafisica di episodi canonici del suo catalogo come <em>Euridice aveva un cane<\/em> e <em>Verderame<\/em>) vengono fotografati di volta in volta soffermandosi appunto sugli oggetti che vi si affollano: ogni volta corredati d\u2019una legenda tratta da uno dei testi di Mari (pi\u00f9 di rado dai suoi autori d\u2019affezione) che a quegli ambienti, e a quegli oggetti, s\u2019erano a suo tempo ispirati.<\/p>\n\n\n<div class=\"wp-block-image\">\n<figure class=\"aligncenter size-full\"><img decoding=\"async\" src=\"data:image\/gif;base64,R0lGODlhAQABAIAAAAAAAP\/\/\/yH5BAEAAAAALAAAAAABAAEAAAIBRAA7\" data-src=\"https:\/\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2024\/09\/Asterusher-p.-95.jpg\" alt=\"\" class=\"wp-image-57076 lazyload\"><noscript><img data-recalc-dims=\"1\" loading=\"lazy\" loading=\"lazy\" decoding=\"async\" width=\"500\" height=\"726\" src=\"https:\/\/i0.wp.com\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2024\/09\/Asterusher-p.-95.jpg?resize=500%2C726&#038;ssl=1\" alt=\"\" class=\"wp-image-57076\" srcset=\"https:\/\/i0.wp.com\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2024\/09\/Asterusher-p.-95.jpg?w=500&amp;ssl=1 500w, https:\/\/i0.wp.com\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2024\/09\/Asterusher-p.-95.jpg?resize=207%2C300&amp;ssl=1 207w, https:\/\/i0.wp.com\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2024\/09\/Asterusher-p.-95.jpg?resize=60%2C87&amp;ssl=1 60w\" sizes=\"auto, (max-width: 500px) 100vw, 500px\" \/><\/noscript><\/figure>\n<\/div>\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">In questo modo l\u2019atto metafisico della scrittura, e dello studio che la prepara, si fa tutt\u2019uno con le proprie fisiche, tangibilissime scaturigini materiali. La bottiglia coi mozziconi di matita, annota Mari nella prefazione ad <em>Asterusher<\/em>, non \u00e8 \u00abuna frivola opera pop, dunque, ma un burocratico precipitato oggettivo di quegli studi, molto pi\u00f9 garante e probante, per me, di un diploma di laurea appeso al muro\u00bb. Ed \u00e8 per questo che, fra gli oggetti di ossessione (pi\u00f9 che di affezione) passati in rassegna da <em>Asterusher<\/em> prima, e da <em>Locus desperatus<\/em> poi, \u00e8 questo a incarnare pi\u00f9 dappresso l\u2019ispirazione dell\u2019autore. Accennavo prima, infatti, a un cortocircuito linguistico che ha ispirato il titolo del testo \u2013 e non solo quello, forse. L\u2019attributo <em>desperatus<\/em>, infatti, non si riferisce solo allo stato d\u2019animo di chi, all\u2019atto di traslocare, sanguinosamente contempli s\u00e9 stesso dilaccarsi dalle proprie radici; ma anche all\u2019usanza degli antichi filologi di segnare con una croce, detta <em>crux desperationis<\/em>, \u00abuna parola o una porzione di testo scorretta <em>ma non emendabile<\/em>, o una lacuna <em>non ricostruibile<\/em>\u00bb. E la <em>qu\u00eate <\/em>del narratore (<em>qu\u00eate<\/em> paradossale se \u00e8 vero che si dispiega, per lo pi\u00f9, <em>autour de sa chambre<\/em>\u2026) comincia quando un bel giorno (si fa per dire) si accorge che sulla sua porta di casa, \u00absubito sopra lo spioncino\u00bb, \u00e8 stato tracciato da ignoti \u00abun segno fatto con il gesso: una croce\u00bb appunto. Sul momento non rammenta se nell\u2019Antico Testamento quell\u2019uso contrassegnasse le case da risparmiare o quelle da funestare (\u00e8 corretta la prima ipotesi: <em>Esodo<\/em>, 12,12-13), ma considera comunque quel segno una minaccia: e il prosieguo della vicenda confermer\u00e0 i suoi foschi presagi.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Quelle matite temperate sino a scarnificarle, cio\u00e8 a scarnificarsi, oltre ad alludere in modo trasparente al complesso di castrazione che Freud collega non a caso al feticismo<a id=\"_ftnref2\" href=\"#_ftn2\">[2]<\/a>, simboleggiano dunque la scrittura e lo <em>studium<\/em> che vi si applica \u2013 la filologia di chi l\u2019ha insegnata per decenni all\u2019Universit\u00e0, ma prima ancora la <a href=\"https:\/\/www.einaudi.it\/catalogo-libri\/narrativa-italiana\/narrativa-italiana-contemporanea\/filologia-dellanfibio-michele-mari-9788806241100\/\" target=\"_blank\" rel=\"noreferrer noopener\"><em>Filologia dell\u2019anfibio<\/em><\/a><em> <\/em>(Bompiani 1995, Einaudi 2019) che ne contraddistingue il temperamento \u2013 col malinconico <em>rigore, rigore, rigore<\/em> di cui sopra (ci si ricorda di una consimile terna, il mitico \u00abtenere, tenere, tenere\u00bb dell\u2019<em>Uomo che uccise Liberty Valance<\/em>, in <em>Tu, sanguinosa infanzia<\/em>: racconto che possiamo infatti considerare la prima espressione compiuta del <em>complesso dell\u2019animista<\/em> del suo autore). E infatti a questa medesima scena \u2013 quasi una scena primaria \u2013 torna il passo di <em>Locus desperatus<\/em> che una volta di pi\u00f9 collega al feticismo (come faceva appunto Freud, per esempio nel tardo <em>Compendio di psicoanalisi<\/em>, 1938) la \u00abscissione dell\u2019io\u00bb, ossia quello che lo stesso Mari, stremato lui per primo dalle proprie ossessioni, definisce \u00abil solito stucchevole doppio\u00bb (fra gli stratagemmi architettati per restare in contatto con la Casa e le Cose, e cos\u00ec spiare chi nel loro godimento gli sarebbe subentrato, c\u2019\u00e8 quello per cui il narratore immagina di trasferirsi in un appartamento identico al piano sottostante; solo che cos\u00ec \u2013 ragiona, pensando allo psichismo codificato da Stevenson \u2013 \u00abstando di sotto, io non ero pi\u00f9 io, perch\u00e9 il vero io era di sopra\u00bb; in ogni caso \u00abmi sarebbe piaciuto essere Hyde, ma temevo di essere Jekyll\u00bb): \u00abrientrato in casa, inevitabilmente, mi vidi: mi volli vedere. Ero seduto al mio tavolo, quindi mi davo le spalle. Temperavo matite, una dietro l\u2019altra, ricavandone punte mai abbastanza appuntite; nel farlo, sospiravo\u00bb. Si noti per\u00f2: chi da questo punto di vista si guarda, anzi si spia, non \u00e8 propriamente s\u00e9 stesso, bens\u00ec i libri che stanno dietro di lui e fanno parte della sua collezione di oggetti feticizzati: \u00abchi mi vedeva cos\u00ec, da anni, erano certi miei libri che mi stavano appunto alle spalle\u00bb.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Quelle \u00absuper-cose o meta-cose\u00bb che sono i libri, dai quali sino a ora si \u00e8 vissuto vegliati e la cui benevolenza ora si teme di perdere irreparabilmente, sono compiuta metafora del manierismo che Mari \u2013 rovesciando l\u2019<em>angoscia dell\u2019influenza<\/em> a suo tempo teorizzata da Harold Bloom \u2013 ha sempre rivendicato come propria paradossale, <em>sanguinosa <\/em>autenticit\u00e0 (<em>Il beneficio dell\u2019influenza<\/em> s\u2019intitola il saggio conclusivo della grande raccolta <a href=\"https:\/\/www.ilsaggiatore.com\/libro\/i-demoni-e-la-pasta-sfoglia\/\" target=\"_blank\" rel=\"noreferrer noopener\"><em>I demoni e la pasta sfoglia<\/em><\/a>, Quiritta 2004, il Saggiatore 2017). Fra i segni pi\u00f9 inquietanti della portata catastrofica che assumer\u00e0 l\u2019imminente Trasloco c\u2019\u00e8 infatti la progressiva perdita di memoria denunciata dal narratore, in passato dotato invece di super-poteri mn\u00e8stici degni del Funes di Borges. Non solo non ricorda il significato del segno sulla porta nell\u2019<em>Esodo<\/em>, ma gli si cancellano progressivamente di mente (in una regressione pre-senile che ricorda quella sofferta dall\u2019onnisciente computer di bordo, HAL 9000, verso la fine di <em>2001: Odissea nello spazio<\/em> di Stanley Kubrick) trame personaggi e persino autori dei testi ai quali in passato era feticisticamente legato: da Catullo e Ovidio a Sade e Zola, da Maupassant e Canetti sino a Gozzano e Hemingway. Con orrore scopre le pagine di quei libri tanto amati fisicamente cancellarsi davanti ai propri occhi, le righe di caratteri decomporsi in una palta alfabetica sconnessa e deprivata di senso: \u00abil mondo si stava ritirando nel nulla, in quel nulla assoluto che \u00e8 il mai-stato\u00bb.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Quella allegorizzata dalla perdita della Memoria incarnata dalla Casa \u00e8 dunque la perdita dell\u2019eredit\u00e0, cio\u00e8 del proprio passato. Diceva Benjamin che l\u2019attaccamento proprietario del collezionista ai suoi oggetti (quello che Mari in pi\u00f9 di un\u2019occasione ha designato con le araldiche parole di Gadda sul \u00absacrosanto privato privatissimo mio, mio!\u2026 mio proprio e particolare possesso\u2026\u00bb) \u00e8 \u00abl\u2019atteggiamento dell\u2019erede\u00bb. Nel rivendicare il possesso di quella determinata Cosa, quella cui pi\u00f9 istericamente ci si attacca \u00e8 la <em>filiazione<\/em>, la filiera che per suo tramite ci ricollega a un bene atavicamente connotato e che in origine, feticisticamente appunto, s\u2019\u00e8 sostituito al primo possessore di quel bene, rivelatosi terribilmente avaro nel contraccambiarlo. Non \u00e8 un caso che, fra le immagini che pi\u00f9 angosciosamente il narratore di Mari vede cancellarsi ci sia l\u2019<em>imago<\/em> paterna: \u00abmio padre anzi era quello con il volto pi\u00f9 sfuocato, talmente sfuocato che se non avessi saputo che era lui non l\u2019avrei riconosciuto; pi\u00f9 che sfuocato, infatti, il suo volto sembrava impastato, come se fosse fatto a matita e un bambino sprovvisto di gomma vi avesse passato sopra il polpastrello sudaticcio, accanendosi\u00bb. E sappiamo da <em>Leggenda privata<\/em> come proprio la privazione dell\u2019affetto paterno sia stata fra i primi traumi a danneggiarlo nell\u2019infanzia, condannandolo a quello che ora chiama l\u2019\u00abanaffetto ricevuto e restituito\u00bb. Di contro l\u2019affetto della madre \u00e8 viziato, nella medesima <em>sanguinosa infanzia<\/em>, dal ricorrente timor panico che questo gli potesse venire sottratto da un qualche \u00abultracorpo\u00bb capace di sostituirsi (di <em>subentrare<\/em>) a lei: \u00abcos\u00ec, bambino, al buio nel letto, spaventato dalle ombre e dai sussurri, rinunciavo preventivamente a chiamare mia madre pur di sottrarmi allo stremante cimento di dover decidere all\u2019istante, al suo profilarsi nell\u2019uscio, se fosse lei o non fosse lei\u00bb<a id=\"_ftnref3\" href=\"#_ftn3\">[3]<\/a> (cos\u00ec \u201ctraducendo\u201d nell\u2019amato immaginario della fantascienza \u2013 <em>L\u2019invasione degli ultracorpi<\/em> di Jack Finney, 1954, e la trasposizione filmica di Don Siegel, 1956 \u2013 l\u2019incostanza dell\u2019atteggiamento della donna che ne prefigura il successivo disagio mentale, concretizzatosi proprio in disturbi della memoria e del linguaggio).<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Quello che segnano a dito la perdita della memoria, la perdita dell\u2019eredit\u00e0, la perdita della tradizione \u00e8 insomma il delizioso terrore della solitudine. \u00c8 questo, innominato, il vero tema, il vero trauma disegnato, prospettato, esorcizzato da <em>Locus desperatus<\/em>. Una solitudine sofferta, lancinante, irredimibile, ma scelta con stoica fermezza e a ciglio asciutto, \u00e8 quella che impronta tanti dei pi\u00f9 memorabili testi di Mari, da <em>Io ven\u00eca pien d\u2019angoscia a rimirarti<\/em> in avanti, ma che mai prima d\u2019ora era stata illustrata con tale insistenza. Nel definire i caratteri di questa passione triste tanti sono gli emblemi convocati nel testo, non a caso rinvenuti nella tradizione il cui tesoro, malgrado tutto, ci si continua a tenere ben stretto.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">A precedere Mari in questa <em>anatomia della solitudine<\/em> c\u2019\u00e8 anzitutto uno degli eroi del celebre apologo <em>Otto scrittori <\/em>(in <em>Tu, sanguinosa infanzia<\/em>) cuore <em>sanguinoso<\/em> del suo canone: Joseph Conrad. Uno dei personaggi che il narratore non riesce pi\u00f9 ad associare al ricordo di una trama \u00e8 il Kurz di <em>Cuore di tenebra<\/em>, evocato nel testo con le sue ultime, enigmatiche parole: \u00abl\u2019orrore\u2026 l\u2019orrore\u00bb. Ma il lettore di Mari non pu\u00f2 non ricordare uno dei suoi racconti pi\u00f9 belli, forse il pi\u00f9 celebre in assoluto, appunto <em>I palloni del signor Kurz<\/em>, <em>highlight<\/em> di <a href=\"https:\/\/www.einaudi.it\/catalogo-libri\/narrativa-italiana\/narrativa-italiana-contemporanea\/euridice-aveva-un-cane-michele-mari-9788806231750\/\" target=\"_blank\" rel=\"noreferrer noopener\"><em>Euridice aveva un cane<\/em><\/a> (Bompiani 1993, Einaudi 2016), nel quale cos\u00ec si chiama l\u2019invisibile e inquietante antagonista del protagonista, il bambino Bragonzi, che in silenzio sequestra a lui e ai suoi compagni di gioco i palloni da loro tirati di l\u00e0 dal muro della sua casa, confinante col campetto da calcio. Il ragazzo, nottetempo penetrato con audacia nella \u00abserra\u00bb del signor Kurz, si stupisce nel trovarvi, perfettamente ordinata, un\u2019intera \u00abcollezione\u00bb di palloni, il pi\u00f9 antico dei quali risale a un incontro remoto risalente al 1933: \u00abun pallone vecchissimo, pi\u00f9 grigio che marrone, tutto spelato e con diverse scuciture, lo tocc\u00f2: la cosa pi\u00f9 ruvida che avesse mai sentito\u00bb. E scorrendo le pagine-teche di <em>Asterusher<\/em> vi troviamo puntualmente (in un\u2019immagine aggiunta alla seconda edizione, dal momento che il reperto relativo \u00e8 stato rinvenuto a Nasca solo dopo la <em>princeps<\/em>) il pallone oggetto dell\u2019<em>ekphrasis<\/em> appena riportata. Sicch\u00e9, rileggendo il racconto di pi\u00f9 di vent\u2019anni prima, dalla focalizzazione che non si poteva allora non attribuire allo sguardo del protagonista in scena, tendiamo ora a spostarci in quello dell\u2019antagonista <em>in absentia<\/em>: \u00e8 lui il collezionista maniacale, rinserrato nella fortezza inespugnabile della sua solitudine malinconica, che intuiamo impegnato \u2013 come l\u2019oscuro <em>vilain<\/em> del racconto di Conrad, appunto \u2013 in una missione di stoica, allucinante costanza, sprofondata nelle tenebre del suo cuore: a costo di incontrarvi l\u2019<em>orrore<\/em> di s\u00e9 stesso (del resto, all\u2019allusivo <em>explicit<\/em> del racconto di Mari, Bragonzi non a caso decide di collaborare allo sforzo collezionistico di Kurz, intenzionalmente lanciandogli il pi\u00f9 smagliante e invidiato dei suoi palloni. Capiamo cos\u00ec che i due personaggi, una volta di pi\u00f9, sono l\u2019uno il doppio rovesciato dell\u2019altro; e ci ricordiamo di un altro spunto di Benjamin, sull\u2019\u00abaspetto infantile che, nel collezionista, si compenetra con quello del vegliardo\u00bb).<\/p>\n\n\n<div class=\"wp-block-image\">\n<figure class=\"aligncenter size-full\"><img decoding=\"async\" src=\"data:image\/gif;base64,R0lGODlhAQABAIAAAAAAAP\/\/\/yH5BAEAAAAALAAAAAABAAEAAAIBRAA7\" data-src=\"https:\/\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2024\/09\/Asterusher-p.-53.jpg\" alt=\"\" class=\"wp-image-57080 lazyload\"><noscript><img data-recalc-dims=\"1\" loading=\"lazy\" loading=\"lazy\" decoding=\"async\" width=\"500\" height=\"726\" src=\"https:\/\/i0.wp.com\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2024\/09\/Asterusher-p.-53.jpg?resize=500%2C726&#038;ssl=1\" alt=\"\" class=\"wp-image-57080\" srcset=\"https:\/\/i0.wp.com\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2024\/09\/Asterusher-p.-53.jpg?w=500&amp;ssl=1 500w, https:\/\/i0.wp.com\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2024\/09\/Asterusher-p.-53.jpg?resize=207%2C300&amp;ssl=1 207w, https:\/\/i0.wp.com\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2024\/09\/Asterusher-p.-53.jpg?resize=60%2C87&amp;ssl=1 60w\" sizes=\"auto, (max-width: 500px) 100vw, 500px\" \/><\/noscript><\/figure>\n<\/div>\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Nelle pagine dedicate a Conrad dal Mari dei <em>Demoni e la pasta sfoglia<\/em>, non a caso si fa cenno alla \u00absolitudine [\u2026] cos\u00ec malinconica e insieme cos\u00ec demoniaca\u00bb di personaggi come Almayer, Lord Jim e appunto Kurz; e ancora lo si accosta a C\u00e9line per la \u00abcoerenza\u00bb maniacale, la \u00abfelice monomania\u00bb, la \u00abloro provvidenziale presunzione di essere un mondo\u00bb. Allo stesso modo la voce narrante di <em>Locus desperatus<\/em>, dopo aver scoperto il segno minaccioso sulla sua porta di casa, si rinserra sotto le coperte (proprio come il piccolo Michele tanto tempo prima): rifugiandosi nell\u2019indicibile tristezza di quella solitudine \u00abfino allo stordimento e all\u2019oblio. Ridotto cos\u00ec, ero re: delle mie cose, delle mie collezioni, dunque di me, che in quelle collezioni avevo sistematicamente trasferito ogni mia pi\u00f9 intima particola, fino a ricomporvi un\u2019analitica e dissociata entelechia\u00bb.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Un altro illustre predecessore, al quale Mari come detto rende omaggio sin dal titolo del suo <em>Asterusher<\/em>, \u00e8 il Borges della <em>Casa di Asterione<\/em>. La voce narrante, in queste araldiche pagine della raccolta <em>L\u2019Aleph <\/em>(1949), \u00e8 l\u2019emblema della solitudine assoluta. Rinchiuso al centro del suo labirinto, una \u00abcasa grande come il mondo\u00bb, passa il suo tempo a percorrere gli anditi e i corridoi della casa, fingendosi interlocutori coi quali giocare; periodicamente nella sua fortezza penetrano uomini che Asterione uccide senza enfasi. Uno di loro, per\u00f2, gli profetizza che verr\u00e0 un giorno il momento della sua \u00abredenzione\u00bb. Da quel momento Asterione scruta ogni andito, tende le orecchie auscultando \u00abtutti i rumori del mondo\u00bb, attende con apparente calma il suo destino. Alla fine scopriamo che suo \u00e8 il nome del Minotauro: Teseo mette fine ai suoi giorni senza che egli tenti neppure di difendersi (non diversamente aveva fatto il Kurz di Conrad, e soprattutto far\u00e0 quello di Coppola nella trasposizione <em>Apocalypse Now<\/em>, con Marlow inviato a deporlo dal suo infame regno coloniale). Con ogni probabilit\u00e0 ispirata all\u2019angoscia dell\u2019animale senza nome nella <em>Tana<\/em> di Kafka, certo questa figurazione di Borges ispirer\u00e0 un altro nume tutelare di Mari, il Manganelli di <em>Un Re<\/em> (in <em>Agli d\u00e8i ulteriori<\/em>, Einaudi 1972; Adelphi 1989), e di l\u00ec verr\u00e0 anche <em>Un re in ascolto <\/em>di Calvino (raccolto postumo in <em>Sotto il sole giaguaro<\/em>, Garzanti 1986, Mondadori 2017). In tutti questi testi chi regna incontrastato nella propria casa solitaria \u00e8 un animale, come nella <em>Tana<\/em> di Kafka, o un mostro come il Minotauro di Borges; e i protagonisti di tutti questi testi, dalla prospettiva che qualcuno dall\u2019esterno possa giungere a interrompere la loro solitudine siderale, sono terrorizzati e insieme struggentemente la desiderano.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">L\u2019animismo del collezionista non \u00e8 altro, dunque, che il tentativo folle di trovare interlocutori nelle Cose di cui si circonda. Malgrado egli stesso sappia benissimo che sono proprio quelle, le Cose, che ha impilato come mattoni per alzare il muro col quale si difende dall\u2019invasione del prossimo. Come dice Benjamin, \u00abi collezionisti sono fisiognomici del mondo delle cose\u00bb: appunto perch\u00e9 alle cose si ostinano a dare un volto, e una voce. Cos\u00ec fa per esempio, ultimo discendente di questa schiatta, Chuck, il protagonista interpretato da Tom Hanks del film <em>Cast Away<\/em>, diretto da Robert Zemeckis nel 2000: rimasto solo sulla topica isola deserta con un pallone da pallavolo, il naufrago Chuck gli disegna dei connotati, gli d\u00e0 un nome (\u00abWilson\u00bb, perch\u00e9 \u00e8 questa la sua marca), dialoga con lui. Un pallone, gi\u00e0. Anche il narratore di <em>Locus desperatus<\/em> d\u00e0 voce agli oggetti della sua collezione, le fa addirittura dibattere fra loro; e cos\u00ec s\u2019ispira a uno dei suoi testi pi\u00f9 amati, <em>L\u2019altra parte<\/em> di Alfred Kubin (1909), che \u00aba scopo illusivo\u00bb crea \u00abircocervi assurdi ma formalmente plausibili\u00bb coi \u00absimulacri\u00bb rappresentati appunto dalle \u00abcose\u00bb. Allo stesso modo, nel testo di Mari, i suoi \u00ablibri fustellati\u00bb diventano \u00ab<em>puzzles<\/em>\u00bb, e \u00absul collo della bottiglia\u00bb viene \u00abinnestata una palla dipinta a modo di faccia, due biglie per occhi\u00bb.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Importante \u00e8 il dettaglio degli <em>occhi<\/em> perch\u00e9, una volta che li abbia apposti sui propri <em>simulacri<\/em>, il collezionista potr\u00e0 credere contraccambiato il suo sguardo: come, s\u2019\u00e8 visto, quello di <em>Locus desperatus<\/em> dai libri della sua biblioteca. Quando uno dei <em>simulacri<\/em> che incontra, e di cui perdutamente s\u2019innamora, si rivela manchevole proprio in questa parte (\u00abuna bambola senza un occhio e senza un braccio\u00bb al cui contatto il narratore viene \u00abinvestito da una piena di affetti similmaterni\u00bb, vagamente ricordandosi del \u00abdolore provato da una certa bambina per la perdita dell\u2019occhio di vetro\u00bb), non si pu\u00f2 non pensare a un altro archimandrita di Mari, l\u2019E.T.A. Hoffmann dell\u2019<em>Uomo della sabbia<\/em>, vertiginoso racconto fantastico nel quale il <em>vilain<\/em> Coppelius rapisce l\u2019automa Olimpia, della quale s\u2019\u00e8 innamorato il protagonista Nataniele, e la mutila appunto degli occhi: cos\u00ec realizzando i suoi terrori infantili, ipostatizzati nella figura dell\u2019Orco che d\u00e0 il titolo al racconto, aduso a strappare gli occhi ai bambini che non vogliono saperne di addormentarsi. Nelle pagine dedicate a questo racconto nei <em>Demoni e la pasta sfoglia<\/em> Mari non lo dice, ma sa benissimo che nel celebre saggio sul <em>Perturbante<\/em> Freud utilizzava proprio questa storia per illustrare il funzionamento del complesso di castrazione (che, abbiamo visto, altrove collegher\u00e0 al feticismo).<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Fatto sta che, fra le diverse interessanti varianti fra la prima e la seconda edizione di <em>Asterusher<\/em> (su questo c\u2019\u00e8 <a href=\"https:\/\/bop.unibe.ch\/versants\/article\/view\/8165\" target=\"_blank\" rel=\"noreferrer noopener\">un utile intervento di Roberta Coglitore<\/a> dedicato nello specifico), quella che balza agli occhi \u2013 \u00e8 il caso di dire \u2013 \u00e8 ostentata in copertina. Se <a href=\"https:\/\/www.doppiozero.com\/michele-mari-il-ritorno-del-demone\" target=\"_blank\" rel=\"noreferrer noopener\">la <em>princeps<\/em><\/a> ci mostrava una mano demoniaca in procinto di aprire la porta e venirci a ghermire (unica eccezione, nell\u2019apparato iconografico di Pernigo, al principio di riprodurre solo oggetti realmente presenti nelle collezioni delle due case di Mari), la seconda edizione ha in copertina uno dei due anelli, in effetti abbastanza impressionanti, che hanno incastonato un grande occhio spalancato (l\u2019altro \u00e8 riprodotto, a specchio, al piatto inferiore di copertina)<a id=\"_ftnref4\" href=\"#_ftn4\">[4]<\/a>. Un altro grande predecessore va allora indicato nel Metafisico per antonomasia, nonch\u00e9 animista per eccellenza coi suoi ominosi Manichini: era Giorgio de Chirico a convocare un po\u2019 tutti i suoi <em>phares<\/em> \u2013 Eraclito, Schopenhauer e Nietzsche \u2013 sostenendoli solidalmente convinti che, se \u00abil mondo \u00e8 pieno di demoni\u00bb, tocca al Metafisico \u00abscoprire il d\u00e8mone in ogni cosa\u00bb; e ricordava l\u2019usanza degli \u00abantichissimi Cretesi\u00bb, i quali \u00abstampavano un occhio enorme\u00bb sui loro \u00abvasi, gli utensili domestici, le pareti delle abitazioni\u00bb, cos\u00ec riuscendo a \u00abscoprire l\u2019occhio in ogni cosa\u00bb (<em>Zeusi l\u2019esploratore<\/em>, \u00abValori Plastici\u00bb, aprile 1918).<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">\u00c8 davvero un luogo metafisico, una Casa piena di Occhi: un luogo che ci d\u00e0 almeno l\u2019illusione \u2013 come al Minotauro di Borges, e ai suoi discepoli italiani che hanno salato il sangue al loro malinconico erede, il quale ha avuto in sorte di serbarne l\u2019eredit\u00e0 nel nuovo secolo \u2013 di essere un po\u2019 meno soli. A questo pensiero consolatorio pare improntato il finale di <em>Locus desperatus<\/em>: dove il narratore, giunto all\u2019immediata vigilia dell\u2019apocalittico Trasloco, si prepara all\u2019ultima disfida ordinatamente schierando in battaglia tutti i suoi Feticci, dagli Occhi spalancati e vigili, nel \u00abpiccolissimo mondo\u00bb (cos\u00ec l\u2019<em>explicit<\/em>) che segna la sua compiuta e definitiva regressione allo stadio infantile. Ma l\u2019uomo adulto che con quel bambino convive malinconico, si capisce, ha la pi\u00f9 malinconica contezza del fatto che quella non \u00e8 altro che la sua ultima illusione. Come nell\u2019<em>Invenzione di Morel<\/em> di Adolfo Bioy Casares (1940), a sua volta convocata nel testo, la vita dei simulacri \u00e8 solo un\u2019illusione tecnica, un ritrovato squisitamente formale (cos\u00ec, metalinguisticamente, la interpreta Mari nei <em>Demoni e la pasta sfoglia<\/em>): come la macchina olografica lasciata nell\u2019isola di Villings dal malinconico collezionista suo unico abitatore, Morel appunto, e da lui lasciata in ambigua eredit\u00e0 all\u2019innominato naufrago che vi perviene.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Onestamente non so se Mari vi abbia pensato (non essendo il suo nome mai neppure menzionato, nei <em>Demoni e la pasta sfoglia<\/em>: immagino per l\u2019intellettualismo, da lui aborrito, che \u2013 in parte a torto \u2013 a questo autore viene di norma associato), ma c\u2019\u00e8 un ultimo archetipo al quale non ho dubbi, invece, avesse a suo tempo guardato Bioy Casares: il dottor Martial Canterel protagonista dell\u2019unico romanzo, il libro pi\u00f9 celebre di Raymond Roussel, <em>Locus Solus<\/em> (1914). Un titolo che, ancorch\u00e9 involontariamente forse, affiora in quello del suo postremo successore. E anche, al pari del suo, un titolo polisenso: <em>solus<\/em>, in maniera lancinante, non \u00e8 tanto il <em>locus<\/em> infatti (cio\u00e8 la villa nei pressi di Parigi che intitola il testo di Roussel) bens\u00ec il suo malinconicissimo, e autobiograficissimo, abitatore (la cui \u00absolitudine\u00bb, annotava a suo tempo Sergio Solmi, era \u00abassoluta\u00bb, \u00abpuerile e quasi sublime\u00bb). \u00c8 per questo che, come magicamente l\u2019Asterione di Borges, Canterel si costruisce creature-simulacro con l\u2019ausilio di fantascientifici macchinari da lui stesso inventati \u2013 azionati dal vento e dall\u2019acqua, come sar\u00e0 quello di Morel \u2013 e cos\u00ec si spinge sino alla <em>hybris<\/em> di riportare in vita i morti, costringendoli \u2013 con quieta, serena, imperturbabile terribilit\u00e0 \u2013 a rimettere in scena gli attimi salienti della loro esistenza.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Il mondo catatonico e asettico di Roussel \u00e8 molto diverso, certo, da quello viscerale e limaccioso di Mari. Eppure, in un caso come nell\u2019altro, \u00e8 stata proprio la maestria tecnica, il <em>formalismo<\/em> da Mari tanto pregiato e col quale l\u2019artefice sogna di poter emendare la sua immedicabile solitudine, ad averlo in effetti condannato per sempre a quel destino da lui tanto detestato, e insieme tanto agognato. \u00c8 la scrittura la vera, la pi\u00f9 terribile macchina di morte.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Michele Mari<br><em><a href=\"https:\/\/www.einaudi.it\/catalogo-libri\/narrativa-italiana\/narrativa-italiana-contemporanea\/locus-desperatus-michele-mari-9788806264512\/\" target=\"_blank\" rel=\"noreferrer noopener\">Locus desperatus<\/a><\/em><br>Einaudi, 2024, 136 pp., \u20ac 18<\/p>\n\n\n\n<div style=\"height:20px\" aria-hidden=\"true\" class=\"wp-block-spacer\"><\/div>\n\n\n\n<p class=\"has-small-font-size wp-block-paragraph\"><a href=\"#_ftnref1\" id=\"_ftn1\">[1]<\/a> Una spia della probabile lettura di questa sino a poco tempo fa semi-dimenticata pagina di Benjamin \u00e8 la metafora dei primi libri acquistati in giovent\u00f9, da lui definita \u00abla sua epoca marziale\u00bb (marzialmente severa perch\u00e9 all\u2019epoca nella collezione \u00abnon era permesso entrar<em>e<\/em> ad alcun libro dal quale non mi fossi fatto dire la parola d\u2019ordine, che non avessi letto\u00bb); mentre Mari definisce \u00abVecchia Guardia\u00bb i primissimi oggetti da lui conservati, in un\u2019et\u00e0 compresa fra i due e i dieci anni: \u00abquelle cose strutte-struggenti, innominabili, sacre\u00bb che si dice certo gli resteranno sacralmente fedeli, mentre teme che il resto del suo \u201cesercito\u201d sia pronto a tradirlo.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"has-small-font-size wp-block-paragraph\"><a href=\"#_ftnref2\" id=\"_ftn2\">[2]<\/a> In un passo di <em>Locus desperatus<\/em>, con vorticoso slittamento pseudo-etimologico, l\u2019atto della collezione viene fatto archetipicamente derivare dalla <em>lectio<\/em> delle ghiande (\u00ab<em>lex<\/em> viene anche da <em>ilex<\/em>, che \u00e8 la quercia, che sono le ghiande\u00bb): per cui \u00abla storia dell\u2019umanit\u00e0 sta in una ghianda (di glande in glande)\u00bb.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"has-small-font-size wp-block-paragraph\"><a href=\"#_ftnref3\" id=\"_ftn3\">[3]<\/a> L\u2019episodio riscrive in sintesi un passo lancinante, alle pp. 13-4 di <em>Leggenda privata<\/em>. Ed \u00e8 a <em>questa<\/em> specifica incostanza umana che credo si riferisca Mari (nel libro-intervista che Carlo Mazza Galanti ha dedicato a lui e a Walter Siti, <em>Scuola di demoni<\/em>, minimum fax 2019) quando dice: \u00abfin da piccolo ho sentito che parte dei miei amori, dei miei interessi, della mia identit\u00e0 e dei miei ingaggi erano collocati in alcuni oggetti. [&#8230;] Forse la cosa che pi\u00f9 mi commuove degli oggetti \u00e8 che gli oggetti non cambiano, sono fedeli, non ti tradiscono, le persone invece cambiano, non le riconosci pi\u00f9, o se non cambiano cambia il tuo rapporto con loro. L\u2019oggetto invece ti riporta a come eri quando lo hai visto per la prima volta: io sono quel sasso, m\u2019hai trovato quel giorno nel fiume, sono sempre quel sasso quindi se vuoi avere un rapporto con me devi tornare quel ragazzino che mi ha trovato nel fiume. Al sasso non gliene frega niente che tu sia diventato professore universitario, che abbia vinto sette Campielli. Per me questa \u00e8 una cosa pacificante, liberatoria, \u00e8 l\u2019onest\u00e0, \u00e8 la chiarezza dei patti. Tu sei quel sasso, io sono quel ragazzino. Posso anche chiuderti in un cassetto e dimenticarti per vent\u2019anni ma nel momento in cui ti ritrovo tu sarai sempre quel sasso e io quel ragazzino\u00bb.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"has-small-font-size wp-block-paragraph\"><a id=\"_ftn4\" href=\"#_ftnref4\">[4]<\/a> A commento \u00e8 riprodotto un passo da una delle <a href=\"https:\/\/www.einaudi.it\/catalogo-libri\/poesia-e-teatro\/poesia\/cento-poesie-damore-a-ladyhawke-michele-mari-9788806181123\/\" target=\"_blank\" rel=\"noreferrer noopener\"><em>Cento poesie d\u2019amore a Ladyhawke<\/em><\/a><em> <\/em>(Einaudi 2007): \u00abun anello \/ con l\u2019occhio azzurro del lupo argentato \/ [\u2026] un anello con l\u2019occhio marrone del falco pellegrino\u00bb.<\/p>\n\n\n\n<div style=\"height:20px\" aria-hidden=\"true\" class=\"wp-block-spacer\"><\/div>\n\n\n\n<p class=\"has-text-color has-link-color wp-elements-1 wp-block-paragraph\" style=\"color:#6a6666;font-size:15px\"><em>Tutte le fotografie che accompagnano il testo sono di Francesco Pernigo, e tratte da <\/em>Asterusher<em> (Corraini 2019)<\/em><\/p>\n","protected":false,"gt_translate_keys":[{"key":"rendered","format":"html"}]},"excerpt":{"rendered":"<p>Quello che segnano a dito la perdita della memoria, la perdita dell\u2019eredit\u00e0, la perdita della tradizione \u00e8 insomma il delizioso terrore della solitudine. \u00c8 questo, innominato, il vero tema, il vero trauma disegnato, prospettato, esorcizzato da &#8220;Locus desperatus&#8221; di Michele Mari. 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Vedere, Pasolini\u201d (Treccani 2025). \u00c8 nella redazione delle riviste \u201cil verri\u201d, \u201cStrumenti critici\u201d e \u201cModerna\u201d, e tra i fondatori di \u201cAntinomie. Scritture e immagini\u201d; collabora al \u201cmanifesto\u201d, al \u201cCorriere della Sera\u201d, alla \u201cDomenica\u201ddel \u201cSole 24 ore\u201d, al \u201cGiornale dell\u2019Arte\u201d e ad altre testate.\",\"url\":\"https:\\\/\\\/antinomie.it\\\/index.php\\\/author\\\/andrea-cortellessa\\\/\"}]}<\/script>\n<!-- \/ Yoast SEO plugin. -->","yoast_head_json":{"title":"Disperazione dell\u2019animista - Andrea Cortellessa","description":"Quello che segnano a dito la perdita della memoria, la perdita dell\u2019eredit\u00e0, la perdita della tradizione \u00e8 insomma il delizioso terrore della solitudine. \u00c8 questo, innominato, il vero tema, il vero trauma disegnato, prospettato, esorcizzato da \"Locus desperatus\" di Michele Mari. 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Insegna Letteratura italiana contemporanea all\u2019Universit\u00e0 di Roma Tre. Ha curato mostre e testi (tra gli altri di de Chirico, Manganelli, Pagliarani, Raboni, Rosselli, Zanzotto, Di Ruscio, Paolini, Parmiggiani e Serafini), realizzato trasmissioni radiofoniche e televisive, spettacoli teatrali e musicali. Fra i suoi ultimi libri \u201cLe notti chiare erano tutte un\u2019alba. Antologia di poeti italiani nella Prima guerra mondiale\u201d (Bompiani 2018), \u201cAndrea Zanzotto. Il canto nella terra\u201d (Laterza 2021), \u201cFilologia fantastica. Ipotizzare, Manganelli\u201d (Argolibri 2022), \u201cAmelia Rosselli. Con l\u2019ascia dietro le nostre spalle\u201d (Electa 2024), \u201cForse che s\u00ec. Joyce fra Pascoli e Gadda\u201d; (Quodlibet 2025) e \u201cUna ragione di pi\u00f9 per andare all\u2019inferno. 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