{"id":5289,"date":"2020-04-04T07:01:48","date_gmt":"2020-04-04T05:01:48","guid":{"rendered":"http:\/\/antinomie.it\/?p=5289"},"modified":"2024-06-06T15:56:37","modified_gmt":"2024-06-06T13:56:37","slug":"philosophia-picta","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/antinomie.it\/index.php\/2020\/04\/04\/philosophia-picta\/","title":{"rendered":"Philosophia picta","gt_translate_keys":[{"key":"rendered","format":"text"}]},"content":{"rendered":"\n<p class=\"has-drop-cap wp-block-paragraph\">Che cosa contempliamo quando osserviamo un quadro? Il libro di Giorgio Agamben pubblicato da poco per Einaudi, <em>Studiolo<\/em>, ha come oggetto una serie di dipinti, analizzati e di volta in volta commentati dall\u2019autore, che in queste pagine tiene felicemente insieme la consueta acribia filologica, la sua devozione al dettaglio, e la particolare forma di ispirazione poetica che gli \u00e8 propria. Tiziano e Twombly, Van Eyck e Ruggero Savinio, Gauguin e Sonia Alvarez. \u00c8 senz\u2019altro legittimo, oltre che possibile, leggere questo libro come un confronto filosofico, di altissimo livello, con la pittura, in cui Agamben ci accompagna attraverso una ricca e molto varia galleria, mostrandoci i quadri per lui pi\u00f9 importanti, i quadri decisivi. Eppure, a una lettura pi\u00f9 attenta, sarebbe pi\u00f9 giusto dire che il libro \u00e8, in realt\u00e0, un confronto dipinto con la filosofia. Entrando nello studiolo di Agamben si rende trasparente non solo che cosa sia, per lui, la pittura, e il ruolo fondamentale che le assegna, ma anche e soprattutto che cosa sia la filosofia e quale sia l\u2019urgenza propria del suo stesso pensiero.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Per intendere in tutta la sua portata il gesto compiuto da Agamben, tentiamo innanzitutto di porre una differenza fondamentale, che \u00e8 quella tra <em>immagine<\/em> e <em>pittura<\/em>, o tra immagine e immagine dipinta. Perch\u00e9 questa differenza? Forse quelle che vediamo dipinte nei quadri non sono immagini? Il regno dell\u2019immagine \u00e8 infinitamente pi\u00f9 ampio del regno della pittura \u2013 nessuna epoca storica lo ha capito quanto la nostra, che ha visto un pullulare esorbitante di immagini e, insieme, un singolare deperimento della pittura \u2013 per cui si tratta innanzitutto di comprendere la peculiarit\u00e0 dell\u2019immagine dipinta per intendere il suo rapporto con la filosofia. &nbsp;<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">L\u2019immagine \u00e8 sempre stata, come noto, uno degli strumenti fondamentali della filosofia, e l\u2019immaginazione, la facolt\u00e0 di produrre e generare immagini, ha sempre avuto un ruolo di primo piano per tutti i filosofi. Che cosa sarebbe il nostro pensiero senza le immagini che continuamente gli troviamo? Si pu\u00f2 pensare una filosofia del tutto priva di immaginazione? Sarebbe come privare il linguaggio delle metafore, della sostanza stessa che gli permette di vivere e di comunicarsi. Aristotele, in un passaggio importante del <em>De anima,<\/em> ha dichiarato che non si pensa mai senza immagini, e ogni nostra conoscenza arde e si nutre, come da un combustibile, di alcune immagini. L\u2019immaginazione \u00e8 l\u2019atrio del pensiero, il luogo dove ogni mente trapassa per accedere alla contemplazione. Ogni grande testo di filosofia \u00e8, in fondo, un <em>orbis pictus<\/em>.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">In un breve pezzo che concludeva un suo libro molto bello, <em>Profanazioni <\/em>(Nottetempo 2005) e intitolato <em>I sei minuti pi\u00f9 belli della storia del cinema<\/em>, Agamben raccontava lo spezzone di un film, girato ma non realizzato, di Orson Welles: Don Chisciotte, in un cinema di periferia, pieno di ragazzini chiassosi, improvvisamente si alza e incede con sguardo allucinato verso lo schermo, per strappare e lacerare la tela con le figure proiettate, in rapido movimento, di <em>cowboys<\/em> sui cavalli. Un gesto simile \u00e8 stato compiuto dall\u2019autore stesso, in tutta la serie <em>Homo Sacer<\/em>: una serie di immagini del pensiero e della politica occidentale \u2013 la nuda vita, l\u2019<em>homo sacer<\/em>, lo stato d\u2019eccezione, la liturgia, l\u2019economia trinitaria, il giuramento \u2013 venivano ricostruite storicamente nel dettaglio e improvvisamente, alla fine, distrutte, mostrando \u2013 esattamente come quelle infilzate da Don Chisciotte sullo schermo del cinema \u2013 nient\u2019altro che \u00abil vuoto di cui sono fatte\u00bb. In questo senso, si potrebbe dire, le immagini sono simili ai concetti, sempre inserite in alcune strategie discorsive, ma in definitiva vuote, e dobbiamo \u2013 se ci crediamo, se le amiamo \u2013 &nbsp;rassegnarci ad abbandonarle e forse anche a distruggerle.<\/p>\n\n\n\n<div class=\"wp-block-image\"><figure class=\"alignright size-large\"><img decoding=\"async\" src=\"data:image\/gif;base64,R0lGODlhAQABAIAAAAAAAP\/\/\/yH5BAEAAAAALAAAAAABAAEAAAIBRAA7\" data-src=\"https:\/\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2020\/03\/Van-Eyck_Arnolfini-zoccoli-1.jpg\" alt=\"\" class=\"wp-image-5304 lazyload\"><noscript><img data-recalc-dims=\"1\" loading=\"lazy\" loading=\"lazy\" decoding=\"async\" width=\"334\" height=\"508\" src=\"https:\/\/i0.wp.com\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2020\/03\/Van-Eyck_Arnolfini-zoccoli-1.jpg?resize=334%2C508&#038;ssl=1\" alt=\"\" class=\"wp-image-5304\" srcset=\"https:\/\/i0.wp.com\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2020\/03\/Van-Eyck_Arnolfini-zoccoli-1.jpg?w=334&amp;ssl=1 334w, https:\/\/i0.wp.com\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2020\/03\/Van-Eyck_Arnolfini-zoccoli-1.jpg?resize=197%2C300&amp;ssl=1 197w, https:\/\/i0.wp.com\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2020\/03\/Van-Eyck_Arnolfini-zoccoli-1.jpg?resize=60%2C91&amp;ssl=1 60w\" sizes=\"auto, (max-width: 334px) 100vw, 334px\" \/><\/noscript><\/figure><\/div>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Lo statuto delle immagini della pittura \u00e8, invece, del tutto diverso. Un indizio sulla loro natura sembra esserci dato nel brano su Van Eyck, <em>Gli zoccoli in Dio, <\/em>quando Agamben parla della <em>distanza<\/em> entro cui dimorano gli oggetti dipinti nei quadri: non una distanza fisica, spaziale, ma una distanza in cui contempliamo le cose \u00absub quadam \u00e6ternitatis specie\u00bb, \u00abin qualche modo sotto l\u2019aspetto dell\u2019eternit\u00e0\u00bb. Agamben spiega che \u00abin questa forma, la cosa non ci appartiene, non possiamo manipolarla o padroneggiarla a nostro piacimento\u00bb (p. 96). Ecco una prima e fondamentale differenza tra l\u2019immagine e la pittura: l\u2019immagine dipinta non pu\u00f2 essere padroneggiata, vive, dice Agamben, <em>in una certa distanza<\/em>. Non si rivolge a nessuno e non possiamo possederla conoscitivamente. \u00c8 una distanza, per cos\u00ec dire, ontologica: non dista da noi che la guardiamo, dunque \u2013 e che, anzi, le siamo vicinissimi \u2013 , ma \u00e8 una distanza in s\u00e9, una distanza assoluta, simile a quel \u00abtroppo vicino\u00bb che Benjamin aveva descritto quando parlava di Notre Dame, in <em>Ombre corte<\/em>: \u00abla nostalgia beata, che ha gi\u00e0 varcato la soglia dell\u2019immagine e del possesso, e conosce solo pi\u00f9 la forza del nome, del quale vive, muta, invecchia, ringiovanisce quel che amiamo e che \u00e8, senza immagine, il rifugio di tutte le immagini\u00bb (<em>Ombre corte<\/em>, Einaudi 1993, p. 349).<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Nella densa introduzione a un breve testo di Roberto Longhi (<em>Proposte per una critica d\u2019arte, <\/em>Portatori d\u2019acqua 2014), Agamben ricostruiva il paradigma antifilosofico e antimetafisico che ha durevolmente segnato la critica letteraria e la critica d\u2019arte italiana, almeno nell\u2019ultimo secolo, rappresentate dai due massimi critici del secolo scorso: Roberto Longhi e Gianfranco Contini. In questa stessa introduzione \u00e8 contenuta una delle pi\u00f9 felici formulazioni sulla pittura, che riassume perfettamente l\u2019intero pensiero di Agamben sulla filosofia: \u00abLa pittura testimonia di un\u2019analoga [a quella della filosofia] scissione dello sguardo: ri-presenta, cio\u00e8 d\u00e0 a vedere ci\u00f2 che si vede, lo rende per la prima volta visibile \u2013 visibile, non semplicemente inserito in una rete di segnali visivi\u00bb (p. 19). L\u2019oggetto della pittura, il <em>visibile <\/em>\u2013 esattamente come il <em>dicibile<\/em>,sul cui statuto Agamben ha molto riflettuto in rapporto alla filosofia \u2013 non \u00e8 <em>ci\u00f2 che \u00e8<\/em> <em>visto, <\/em>n\u00e9 semplicemente <em>ci\u00f2 che vediamo<\/em>, ma testimonia invece della potenza, della possibilit\u00e0 delle cose di essere viste, molto al di l\u00e0 dei nostri intermittenti sguardi. Per questo gli zoccoli di Van Eyck sono <em>in Dio<\/em>, perch\u00e9 quando accediamo a questa non-conoscenza, pittorica o filosofica, li vediamo improvvisamente, come dice Spinoza (<em>Ethica<\/em>, Parte V, proposizione XXXII, corollario), non pi\u00f9 in quanto presenti attualmente alla nostra immaginazione, ma in quanto eterni. \u00c8 questa visibilit\u00e0 e dicibilit\u00e0 \u2013 questa fugacissima eternit\u00e0 \u2013 che viene intercettata dalla pittura e dalla filosofia, e che permette alle cose di restare vive nel mondo al di l\u00e0 dei nostri occhi e delle nostre bocche, al di l\u00e0 del loro costituirsi in immagini e in simulacri, al di l\u00e0 del nostro conoscerle e consumarle. Filosofia e pittura hanno a che fare non solo con immagini, asservite a certi contenuti cognitivi, ma espongono quelle immagini in una speciale zona, che in entrambi casi non pu\u00f2 essere mai appropriata da una coscienza: l\u2019eternit\u00e0.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Jos\u00e9 Bergamin, un autore molto caro ad Agamben, diceva in un suo aforisma che \u00abLa filosofia es un preludio a la fuga del pensamiento\u00bb. La contemplazione della pittura serve esattamente a ci\u00f2: interrompe ogni nostra intenzione cognitiva e conoscitiva, ogni desiderio di sapere e ogni richiesta di significato, per farci sostare un attimo nell\u2019eterno Eden dell\u2019inconoscenza, nella festa del non-sapere che la filosofia platonica ha chiamato semplicemente: <em>le cose stesse.<\/em> &nbsp;<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Giorgio Agamben, <strong><em><a rel=\"noreferrer noopener\" href=\"https:\/\/www.einaudi.it\/catalogo-libri\/arte-e-musica\/arte\/studiolo-giorgio-agamben-9788806243838\/\" target=\"_blank\">Studiolo<\/a><\/em><\/strong>, Einaudi, 2019, pp. X-126, \u20ac 20<\/p>\n\n\n\n<p style=\"color:#676d82;font-size:15px\" class=\"has-text-color wp-block-paragraph\"><em>Immagini:  <\/em>Jan Van Eyck, <em>Ritratto dei coniugi Arnolfini, <\/em>1434 (dettagli)<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Leggi anche <em><a href=\"https:\/\/antinomie.it\/index.php\/2020\/04\/04\/agamben-per-figure\/\" target=\"_blank\" rel=\"noreferrer noopener\">Agamben per figure<\/a><\/em> di Andrea Cortellessa<\/p>\n","protected":false,"gt_translate_keys":[{"key":"rendered","format":"html"}]},"excerpt":{"rendered":"<p>Entrando nello studiolo di Agamben si rende trasparente non solo che cosa sia, per lui, la pittura, e il ruolo fondamentale che le assegna, ma anche e soprattutto che cosa sia la filosofia e quale sia l\u2019urgenza propria del suo stesso pensiero.<\/p>\n","protected":false,"gt_translate_keys":[{"key":"rendered","format":"html"}]},"author":93,"featured_media":5303,"comment_status":"open","ping_status":"open","sticky":false,"template":"","format":"standard","meta":{"_jetpack_newsletter_access":"","_jetpack_dont_email_post_to_subs":false,"_jetpack_newsletter_tier_id":0,"_jetpack_memberships_contains_paywalled_content":false,"_jetpack_feature_clip_id":0,"_jetpack_memberships_contains_paid_content":false,"footnotes":"","jetpack_post_was_ever_published":false},"categories":[419],"tags":[420,299,113],"coauthors":[1881],"class_list":["post-5289","post","type-post","status-publish","format-standard","has-post-thumbnail","hentry","category-agamben","tag-emanuele-dattilo","tag-giorgio-agamben","tag-pittura","style--link-2"],"yoast_head":"<!-- This site is optimized with the Yoast SEO plugin v28.7 - 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