{"id":52765,"date":"2024-05-02T00:01:00","date_gmt":"2024-05-01T22:01:00","guid":{"rendered":"https:\/\/antinomie.it\/?p=52765"},"modified":"2024-05-02T08:38:31","modified_gmt":"2024-05-02T06:38:31","slug":"davanti-a-un-dipinto-di-mark-rothko","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/antinomie.it\/index.php\/2024\/05\/02\/davanti-a-un-dipinto-di-mark-rothko\/","title":{"rendered":"Davanti a un dipinto di Mark Rothko","gt_translate_keys":[{"key":"rendered","format":"text"}]},"content":{"rendered":"\n<div style=\"height:20px\" aria-hidden=\"true\" class=\"wp-block-spacer\"><\/div>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\" style=\"font-size:15px\"><em>Ogni venerd\u00ec \u201cIl Foglio Arte\u201d, diretto da Francesco Stocchi, chiede a due collaboratori di scrivere un articolo sulla stessa opera \u2013 \u00e8 questa l\u2019idea della rubrica \u201cStorie di un\u2019opera\u201d. Senza concertazione, ognuno lavora al suo contributo. Per il numero del 26 aprile \u00e8 stato scelto un dipinto di Mark Rothko, esempio rappresentativo delle cosiddette <\/em>Multiforms<em>, esposto alla retrospettiva della Fondation Louis Vuitton di Parigi chiusa da poco. Per gentile concessione del direttore, pubblichiamo i due contributi di Gabriele Sassone e Riccardo Venturi.<\/em><\/p>\n\n\n<div class=\"wp-block-image\">\n<figure class=\"aligncenter size-large\"><img decoding=\"async\" src=\"data:image\/gif;base64,R0lGODlhAQABAIAAAAAAAP\/\/\/yH5BAEAAAAALAAAAAABAAEAAAIBRAA7\" data-src=\"https:\/\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2024\/04\/copia--577x1024.jpg\" alt=\"\" class=\"wp-image-52775 lazyload\"><noscript><img data-recalc-dims=\"1\" loading=\"lazy\" loading=\"lazy\" decoding=\"async\" width=\"577\" height=\"1024\" src=\"https:\/\/i0.wp.com\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2024\/04\/copia-.jpg?resize=577%2C1024&#038;ssl=1\" alt=\"\" class=\"wp-image-52775\" srcset=\"https:\/\/i0.wp.com\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2024\/04\/copia-.jpg?resize=577%2C1024&amp;ssl=1 577w, https:\/\/i0.wp.com\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2024\/04\/copia-.jpg?resize=169%2C300&amp;ssl=1 169w, https:\/\/i0.wp.com\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2024\/04\/copia-.jpg?resize=60%2C107&amp;ssl=1 60w, https:\/\/i0.wp.com\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2024\/04\/copia-.jpg?w=600&amp;ssl=1 600w\" sizes=\"auto, (max-width: 577px) 100vw, 577px\" \/><\/noscript><figcaption class=\"wp-element-caption\">Mark Rothko,&nbsp;<em>No. 21 (Untitled)<\/em>, ca 1949. Oil and mixed media on canvas, 238.8 x 135.6 cm. The Menil Collection, Houston, Acquired in honor of Alice and George Brown with support from Nancy Wellin and Louisa Sarofim. Photo: Paul Hester<\/figcaption><\/figure>\n<\/div>\n\n\n<div style=\"height:10px\" aria-hidden=\"true\" class=\"wp-block-spacer\"><\/div>\n\n\n\n<h3 class=\"wp-block-heading\">Trasformare la noia nel fascino dell\u2019incomprensibile davanti a un Rothko<br>&#8211; <em>di Gabriele Sassone<\/em><\/h3>\n\n\n\n<div style=\"height:20px\" aria-hidden=\"true\" class=\"wp-block-spacer\"><\/div>\n\n\n\n<p class=\"has-drop-cap wp-block-paragraph\">Mia moglie e io entriamo nella Fondation Louis Vuitton di Parigi tenendo per mano nostro figlio, impazienti di immergerci nella retrospettiva dedicata a Mark Rothko. Le sale sono affollate e noi ci muoviamo tra le opere come dentro a un placido fiume.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Nostro figlio trascina i piedi sul pavimento, gli occhi vaganti nella luce soffusa che sembra far pulsare i dipinti. Cerchiamo di coinvolgerlo, di spiegargli la bellezza e la profondit\u00e0 delle opere che ci circondano, ma la sua mente \u00e8 altrove, lontana dai campi cromatici che adornano le pareti. \u201cMi sto annoiando\u201d, si lamenta, interrompendo i nostri sforzi. Eravamo convinti che questi dipinti sarebbero stati perfetti per lui, un\u2019opportunit\u00e0 per aprirgli la mente, ma ora, di fronte alla sua delusione, ci rendiamo conto di avere sottovalutato alcuni aspetti. \u201cNon esiste un modo giusto o sbagliato di guardare\u201d, rispondo, cercando di nascondere il disappunto. \u201cOgnuno fa la propria esperienza. Se le opere non ti piacciono, va bene comunque.\u201d<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Mentre parliamo, ci troviamo di fronte a un <em>Multiforms<\/em> dai toni rossi, arancioni e gialli, emblema di un momento di passaggio tra i dipinti surrealisti degli esordi e quelli astratti pi\u00f9 classici. Rothko, fra il 1946 e il 1949, esplora intensamente la sua vocazione artistica. Le forme e i colori tendono ad abbandonare contorni e significati precisi con lo scopo di evocare una realt\u00e0 in procinto di dissolversi, di sfocarsi fino a diventare puro nulla. \u201cOrganismi con la mania per l\u2019asserzione di s\u00e9\u201d, li definisce egli stesso. E, in effetti, \u00e8 cos\u00ec: osservandoli dal vivo, i <em>Multiforms<\/em> sembrano derivare da qualcosa che si spoglia della sua forma abituale, qualcosa che da familiare diventa ignoto \u2013 come un raffinato bicchiere di cristallo che torna a essere materia liquida e incandescente.&nbsp;<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Dalle informazioni presenti in mostra apprendo che, nonostante le dimensioni monumentali, l\u2019artista suggerisce una distanza di osservazione di soli 45 cm. Mi avvicino: pareti e persone svaniscono; resta solo il colore, che prende movimento, rapidissimo, e brilla di grazia interna. Da questa prospettiva ravvicinata, il \u201csenso di tragedia\u201d di cui parla Rothko \u00e8 ancora pi\u00f9 tangibile \u2013 soprattutto perch\u00e9, grazie alla luce avvolgente, che ne accresce il mistero, la superficie della tela si fa testimone di una lotta. \u201cLa mia pittura non \u00e8 astratta\u201d, dichiara l\u2019artista in quegli anni a tal proposito, \u201cbens\u00ec \u00e8 viva e respira\u201d. Lo confermo. \u00c8 vero. Cerco di tradurre questa complessit\u00e0 a nostro figlio, ma lui reagisce di nuovo con noia.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Sto per correggerlo, per suggerirgli di vedere in questo <em>Multiforms<\/em> uno splendido pomeriggio d\u2019estate, quando mi fermo: \u00e8 sbagliato provare noia davanti a un\u2019opera d\u2019arte? Cos\u2019\u00e8 davvero la noia?<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">John Dewey, in <em>Art as Experience<\/em> (1934), un saggio che influenza la generazione di Rothko e Pollock, altro grande esponente dell\u2019espressionismo astratto, spiega quanto sia fondamentale che l\u2019opera d\u2019arte favorisca ogni tipo di esperienza, persino la meno piacevole. Dubito che Rothko considerasse la sua pittura fonte di noia; tuttavia, come pu\u00f2 accadere durante la lettura di un libro, annoiarsi fa parte del gioco.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Alberto Moravia, nel romanzo <em>La noia<\/em> (1960), descrive il fenomeno cos\u00ec: \u201cPer molti la noia \u00e8 il contrario del divertimento; e il divertimento \u00e8 distrazione, dimenticanza. [\u2026] La noia, per me, \u00e8 propriamente una specie di insufficienza o inadeguatezza o scarsit\u00e0 della realt\u00e0\u201d. Pertanto, essa coincide con un momento di sospensione, in cui ci\u00f2 che ci circonda sembra insensato \u2013 o comunque appannato, vuoto, privo di coerenza. Una tale assurdit\u00e0 ci porta a mettere in discussione non solo la realt\u00e0 esterna, ma anche la nostra stessa esistenza; annoiandoci, diventiamo estranei a noi stessi e all\u2019ambiente circostante, incapaci di comunicare o connetterci con le cose. Ci separiamo dal mondo per confinarci in una sorta di limbo esistenziale: la noia, in sintesi, \u00e8 incomunicabilit\u00e0.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Non a caso Moravia lo dimostra facendo l\u2019esempio di un bicchiere: finch\u00e9 sappiamo di poterlo usare per bere, finch\u00e9 abbiamo un rapporto con esso, siamo in grado di credere alla sua esistenza e, di conseguenza, alla nostra. Ma se questo rapporto si interrompe, allora sopraggiunge la noia, che ci costringe a ristabilire una connessione in modo intimo e profondo, seguendo un richiamo interiore.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">\u00c8 plausibile. Infatti, la reazione provata da nostro figlio davanti al <em>Multiforms<\/em> in me richiama i lunghi pomeriggi d\u2019estate vissuti da bambino, con il sole alto nel cielo e il caldo avvolgente, e il tempo che sembrava rallentare fino a fermarsi. In quella noia non c\u2019era fretta n\u00e9 preoccupazione. C\u2019era, invece, una magia speciale. La stessa che pulsa davanti agli occhi in questo momento: rossa, arancione e gialla. Semplice, forse, ma piena di possibilit\u00e0.<\/p>\n\n\n\n<div style=\"height:40px\" aria-hidden=\"true\" class=\"wp-block-spacer\"><\/div>\n\n\n\n<h3 class=\"wp-block-heading\">Confessioni di un dipinto<br>&#8211; <em>di Riccardo Venturi<\/em> <\/h3>\n\n\n\n<div style=\"height:20px\" aria-hidden=\"true\" class=\"wp-block-spacer\"><\/div>\n\n\n\n<p class=\"has-drop-cap wp-block-paragraph\">Mi nutro di sguardi, questa \u00e8 la mia natura. Di starmene appesa in salotto o, peggio, in un deposito buio e climatizzato, non ho voglia e preferisco la comunione di sguardi. Perch\u00e9 noi (parlo a nome delle mie sorelle rothkiane) siamo membrane respiranti e non solo pittura stesa su un telaio tirato su un quadro, non pi\u00f9 di quanto voi siete un complesso di funzioni organiche.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Mi chiamo <em>N. 21<\/em> (1949), <em>Untitled <\/em>per alcuni<em>, <\/em>che crea non poca confusione con le mie sorelle. Sono un essere ibrido, non pi\u00f9 figurativa come chi mi precede e non ancora astratta come chi mi succede negli anni cinquanta. La cosa in s\u00e9 non mi arreca noia, per carit\u00e0, se non fosse per due aspetti che voglio qui condividere, anzitutto il fatto che non si sa pi\u00f9 chi ha scelto questo nome, <em>Multiforms<\/em>. Neanche Rothko mi apostrofava cos\u00ec, figuratevi, \u00e8 come chiamare un ritratto corale un multiteste!<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Bazzecole rispetto al secondo aspetto: lo spazio che mi danno nelle retrospettive. Ci ritroviamo a convivere coi parenti pi\u00f9 grandi, alcuni francamente impacciati, con quelle figure sproporzionate e sgraziate (e fortuna che Rothko non voleva mutilare la figura umana!). Le sale pi\u00f9 ariose le lasciano alle opere cosiddette classiche o mature che hanno reso Rothko celebre. Siamo opere di transizione se non irrisolte, cos\u00ec mi \u00e8 stato riferito, che si osservano con la mente volta a quanto viene dopo di noi. Simili considerazioni cominciano a seccarmi perch\u00e9 se c\u2019\u00e8 un anno in cui Rothko supera gli ostacoli tra la sua idea, il quadro e l\u2019osservatore \u00e8 proprio il mio, il 1949. Da allora le forme non hanno pi\u00f9 confini, e il colore diventa una figura. Rothko stende i colori pi\u00f9 scuri su quelli pi\u00f9 chiari, come faceva Bonnard, generando quell\u2019illusione che chiunque ha visto i dipinti \u201cclassici\u201d conosce bene: la luce sembra pulsare da dietro la tela come un alone, come una membrana diafana, come i riflessi screziati attraverso una vetrata, come un ectoplasma in Technicolor, come la sordina di uno strumento musicale\u2026 Scusate la digressione, quando parlo di vibrazione cedo alla mia vena lirica.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Mi nutro di sguardi, dicevo, e ho memoria di ciascuna occasione in cui sono stata esposta. L\u2019Europa la conosco bene, sin dalla tourn\u00e9e del 1961-62: Londra, Amsterdam, Bruxelles, Basilea, Zurigo, Parigi e la vostra Roma, a due passi da Villa Borghese. Sollevata quando ho lasciato la maledetta Marlborough Gallery nel 1969, ho girovagato prima di ritrovarmi il 4 novembre 1987 in quel covo di matti che \u00e8 la casa d\u2019asta (Sotheby\u2019s di New York, per la cronaca). A quanto sono stata venduta l\u2019ho rimosso, non mi avvincono le questioni pecuniarie, ma ricordo di essermela vista brutta. Le cose sono andate per\u00f2 per il meglio e da allora sono in pianta stabile alla Menil Collection di Houston, in compagnia di altre sette sorelle e, soprattutto, a pochi passi dalla Rothko Chapel (mi stringe il cuore pensare che Rothko non ha fatto in tempo a visitarla).<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Era tempo di attraversare di nuovo l\u2019Atlantico, destinazione Parigi dove, alla Fondation Vuitton, ho ricevuto 852.168 visite in 149 giorni, lo preciso per i fanatici delle cifre. Mai visti cos\u00ec tanti visitatori che mi sfilavano davanti\u2026&nbsp; che letteralmente mi sfilavano davanti, perch\u00e9 pochi si fermavano per scrutare la mia superficie fluida \u2013 i due elementi verticali rosso e arancione in basso, i due quadrati gialli in mezzo, gli elementi pi\u00f9 liberi in alto \u2013 presto riassorbita da un\u2019impaginatura pi\u00f9 controllata.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Oggi avete perso la capacit\u00e0 o il gusto di guardare un dipinto astratto come me, che faccio 238,8&#215;135,6 cm (per rivenire ai fatti), sostituiti da una raffica di foto che mai mi sarei sognata nel 1961 quando ero esposta al MoMA nella grande retrospettiva rothkiana. Come dimenticare, parlo di Parigi, quei visitatori vestiti con le mie stesse tonalit\u00e0, fotografati di profilo o di spalle o filmati mentre mi sfilano davanti? Brillare di notte a porte chiuse non \u00e8 mai stato cos\u00ec benefico.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Ora, sulle prime tanta attenzione mi dilettava, finch\u00e9 mi \u00e8 tornato in mente un episodio che nessuno in famiglia ha dimenticato. Mi riferisco ai Jackson Pollock, e lo dico al di l\u00e0 delle piccole scaramucce, storie di un\u2019epoca tramontata che ci ha visto su fronti opposti. Alla galleria di Betty Parsons le modelle posavano davanti ai dipinti di Pollock per un servizio su \u201cVogue\u201d (1951). Allora, badate, non c\u2019erano social media e influencer ma la moda, in barba al modernismo pi\u00f9 severo, non esitava a fare di quelle enormi tele <em>all-over<\/em> dei <em>d\u00e9cor<\/em> per le loro sfilate. All\u2019epoca la cosa non ci riguardava ma oggi temiamo di esserci sbagliate anche se, lo dico con sollievo, noi <em>Multiforms<\/em> rischiamo di meno. Per ora mi gongolo pensando di essere con voi, nei vostri archivi digitali, accessibile con un clic sul piccolo schermo dei vostri telefonini, proprio io che non sono fotogenica. Quasi dimenticavo: se fate una capatina a Houston sapete dove trovarmi, poco importa se mi avete gi\u00e0 vista \u2013 la luce del Texas, e quelle della Rothko Chapel possono confermarlo, \u00e8 un\u2019altra cosa.<\/p>\n\n\n\n<div style=\"height:30px\" aria-hidden=\"true\" class=\"wp-block-spacer\"><\/div>\n\n\n\n<p class=\"has-text-color has-link-color wp-elements-1 wp-block-paragraph\" style=\"color:#6a6666;font-size:15px\">In copertina: &nbsp;<em>Mark Rothko,<\/em>&nbsp;No. 21 (Untitled)<em>, ca 1949. Oil and mixed media on canvas, 238,8 x 135,6 cm. The Menil Collection, Houston, Acquired in honor of Alice and George Brown with support from Nancy Wellin and Louisa Sarofim. Photo: Paul Hester<\/em> <em>(detail)<\/em><\/p>\n","protected":false,"gt_translate_keys":[{"key":"rendered","format":"html"}]},"excerpt":{"rendered":"<p>Ogni venerd\u00ec \u201cIl Foglio Arte\u201d, diretto da Francesco Stocchi, chiede a due collaboratori di scrivere un articolo sulla stessa opera \u2013 \u00e8 questa l\u2019idea della rubrica \u201cStorie di un\u2019opera\u201d. Senza concertazione, ognuno lavora al suo contributo. Per il numero del 26 aprile \u00e8 stato scelto un dipinto di Mark Rothko, esempio rappresentativo delle cosiddette &#8220;Multiforms&#8221;, esposto alla retrospettiva della Fondation Louis Vuitton di Parigi chiusa da poco. 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