{"id":50784,"date":"2024-03-08T00:01:00","date_gmt":"2024-03-07T23:01:00","guid":{"rendered":"https:\/\/antinomie.it\/?p=50784"},"modified":"2024-03-09T10:06:59","modified_gmt":"2024-03-09T09:06:59","slug":"antonella-anedda-il-coltello-dello-sguardo","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/antinomie.it\/index.php\/2024\/03\/08\/antonella-anedda-il-coltello-dello-sguardo\/","title":{"rendered":"Antonella Anedda, il coltello dello sguardo","gt_translate_keys":[{"key":"rendered","format":"text"}]},"content":{"rendered":"\n<div style=\"height:20px\" aria-hidden=\"true\" class=\"wp-block-spacer\"><\/div>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\" style=\"font-size:15px\"><em>\u00c8 uscito il quarto numero di \u00abPolisemie\u00bb, \u00abrivista di poesia iper-contemporanea\u00bb animata da giovani studiosi delle Universit\u00e0 di Warwick e di Roma \u00abLa Sapienza\u00bb, dal titolo <\/em><a href=\"https:\/\/polisemie.warwick.ac.uk\/index.php\/polisemie\/issue\/view\/85\" target=\"_blank\" rel=\"noreferrer noopener\">Nulla \u00e8 ancora profondo. Studi sull\u2019opera di Antonella Anedda<\/a><em>. Il ricco insieme \u2013 curato da Giulia Bassi, Andrea Bongiorno, Stefano Bottero, Mattia Caponi e Stefano Milonia\u2013 presenta saggi, oltre che dei curatori, di Giancarlo Alfano, Caterina Verbaro, Alessandro Baldacci, Patricia Peterle (<a href=\"https:\/\/polisemie.warwick.ac.uk\/index.php\/polisemie\/article\/view\/1368\" target=\"_blank\" rel=\"noreferrer noopener\">un preciso parallelo<\/a> coi lavori di Martha Rosler) e Mario Cianfoni; apre il numero una <a href=\"https:\/\/polisemie.warwick.ac.uk\/index.php\/polisemie\/article\/view\/1361\" target=\"_blank\" rel=\"noreferrer noopener\">conversazione <\/a>di Anedda con Riccardo Donati, dedicata alla sempre maggiore importanza del modello (non solo poetico) rappresentato da Leopardi. Per la gentilezza dei curatori si presenta qui una versione abbreviata, e senza note, dell\u2019<\/em><a href=\"https:\/\/polisemie.warwick.ac.uk\/index.php\/polisemie\/article\/view\/1551\" target=\"_blank\" rel=\"noreferrer noopener\"><em>intervento di Andrea Cortellessa<\/em><\/a><em> dedicato a <\/em>La vita dei dettagli<em>.<\/em><\/p>\n\n\n\n<div style=\"height:40px\" aria-hidden=\"true\" class=\"wp-block-spacer\"><\/div>\n\n\n\n<p class=\"has-drop-cap wp-block-paragraph\">\u00abLi ho dovuti fotografare da un catalogo. Sono troppo in alto\u00bb. Cos\u00ec dice in clausola, il diciassettesimo \u00abritaglio\u00bb della <em>Vita dei dettagli <\/em>(Donzelli 2009), degli angeli che \u00abpiangono un morto\u00bb: cio\u00e8 (rivelano le \u00abSoluzioni\u00bb in coda alla \u00abPrima parte\u00bb del libro, intitolata \u00abRitagliare\u00bb) delle dieci figure librate nel \u00abblu-cobalto spezzato da un temporale\u00bb che sormonta l\u2019<em>actus tragicus<\/em> del <em>Compianto sul Cristo morto<\/em> di Giotto, agli Scrovegni. L\u2019episodio non solo riassume <em>en raccourci<\/em> il cortocircuito di lutto e raccoglimento che l\u2019autrice attribuisce alla contemplazione dell\u2019immagine, e che si ritrova pi\u00f9 o meno apertamente enunciato in diversi dei \u00abdettagli\u00bb commentati, ma svela pure un arcano tecnologico che da pochi decenni ha rivoluzionato l\u2019antichissima arte dell\u2019<em>ekphrasis<\/em>. Ossia la possibilit\u00e0 di ingrandire a piacimento le immagini, una volta riprodotte, cos\u00ec consentendo di apprezzarne appunto i dettagli che la percezione dal vivo non sarebbe in grado di cogliere: per le loro dimensioni ridotte o, come nel caso di quegli angeli, per la loro distanza dall\u2019osservatore.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Il libro che Anedda confessa averle salato il sangue, <em>Le D\u00e9tail <\/em>di Daniel Arasse, \u00e8 uscito nel 1992 (il Saggiatore 2007) e nella sua prefazione l\u2019autore ricorda un precedente remoto, quello di Kenneth Clark che fra il 1938 e il \u201941 aveva pubblicato due serie di <em>Details from Pictures in the National Gallery<\/em>: nei quali il giovane direttore del museo, a suo tempo discepolo di Bernard Berenson, grazie alle \u00abnuove tecniche di riproduzione fotografica\u00bb aveva potuto condividere coi suoi lettori le \u00abricompense\u00bb elargite all\u2019osservatore che \u00abscruti pazientemente\u00bb i dipinti (questa tradizione del museo londinese prosegue ancor oggi, in ambiente digitale: il suo sito contiene <a href=\"https:\/\/www.nationalgallery.org.uk\/paintings\/search-the-collection\" target=\"_blank\" rel=\"noreferrer noopener\">una sezione<\/a> nella quale le pi\u00f9 di duemila opere ivi riprodotte possono essere visualizzate con un apposito \u201cmirino\u201d di ingrandimento). Arasse non lo dice ma erano gli stessi anni in cui Walter Benjamin registrava (nell\u2019<em>Opera d\u2019arte nell\u2019epoca della sua riproducibilit\u00e0 tecnica<\/em>) come simili <em>paraphernalia<\/em> stessero \u00abtrasforma<em>ndo<\/em> nel modo pi\u00f9 incantevole\u00bb, nelle parole di Paul Val\u00e9ry, \u00abil concetto di arte medesima\u00bb. Grazie appunto alle riproduzioni fotografiche, e a una buona lente d\u2019ingrandimento, come per miracolo ogni lettore poteva fare un\u2019esperienza un tempo riservata a pochi, privilegiati intenditori (come, ricorda Arasse, aveva fatto Delacroix quando ad Anversa s\u2019era fatto portare una scala per avvicinarsi il pi\u00f9 possibile alla figura della Maddalena in un dettaglio del <em>Cristo in Croce<\/em> di Rubens: dal brevetto del dagherrotipo, allora, era passato poco pi\u00f9 d\u2019un decennio).<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Se non lo dice Arasse, lo ha detto di recente Giorgio Agamben: il quale, commentando da par suo (in uno dei frammenti di <em><a href=\"https:\/\/antinomie.it\/index.php\/2020\/04\/04\/philosophia-picta\/\" target=\"_blank\" rel=\"noreferrer noopener\">Studiolo<\/a><\/em>, Einaudi 2019)uno dei quadri pi\u00f9 commentati di ogni tempo, il <em>Ritratto dei coniugi Arnolfini<\/em> di Van Eyck, fa notare come l\u2019accostamento da lui operato fra gli zoccoli della signora Arnolfini, visibili al margine inferiore sinistro del quadro, e quelli invece messi \u201cin primo piano\u201d da Van Gogh e memorabilmente commentati da Heidegger nell\u2019<em>Origine dell\u2019opera d\u2019arte<\/em>, si debba a una \u00abvisione ravvicinata [\u2026] che \u2013 come ogni sguardo \u2013 \u00e8 storicamente condizionato\u00bb: in quanto resa possibile, appunto, dall\u2019introduzione della fotografia. Ricorda pure, Agamben, come per Benjamin la perdita della <em>distanza dalle opere<\/em> corrispondesse alla \u00abdistruzione dell\u2019aura\u00bb rappresentata dall\u2019\u00abapparizione unica di una lontananza per quanto vicina possa essere\u00bb. Scriveva Benjamin nel 1936 che, se \u00ab<em>il valore singolare dell\u2019opera d\u2019arte \u201cautentica\u201d ha la propria fondazione nel rituale<\/em>\u00bb, \u00ab<em>suo originario e primo valore d\u2019uso<\/em>\u00bb, la \u00ab<em>funzione sociale dell\u2019arte<\/em>\u00bb nell\u2019epoca della sua \u00abriproducibilit\u00e0 tecnica\u00bb si fonda \u00ab<em>su un\u2019altra prassi: ossia, la sua fondazione sulla politica<\/em>\u00bb.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Aggiunge Agamben che la \u00ablontananza\u00bb auratica, secondo Benjamin \u00abdistrutta\u00bb dalla riproduzione fotografica delle opere d\u2019arte, \u00abha poco a che fare con una misurabile distanza nello spazio. \u00c8, piuttosto, la condizione di ci\u00f2 che \u00e8 visto in Dio \u2013 cio\u00e8, come avrebbe detto Spinoza, <em>sub quadam \u00e6ternitatis specie<\/em>\u00bb (\u00abl\u2019inavvicinabilit\u00e0 \u00e8 una delle qualit\u00e0 principali dell\u2019immagine cultuale\u00bb, postillava infatti Benjamin). Lo fa capire allusivamente il doppio senso dell\u2019espressione di Anedda: gli angeli piangenti di Giotto <em>sono troppo in alto<\/em>, si capisce, non solo per la loro posizione nell\u2019affresco degli Scrovegni. Non \u00e8 casuale l\u2019insistenza di Agamben su questo punto, perch\u00e9 proprio lui ha illustrato meglio di tutti il concetto di <em>profanazione<\/em>. Che consiste nel \u00abliberare ci\u00f2 che \u00e8 stato catturato e separato [\u2026] per restituirlo a un possibile uso comune\u00bb. Pu\u00f2 dirsi dunque che la messa in comune del patrimonio iconografico, resa possibile appunto dalle tenologie di riproduzione delle immagini, assolva alla stessa funzione che in letteratura ha la componente \u00abparodica\u00bb della poesia, che \u2013 dice il filosofo in uno dei suoi saggi pi\u00f9 preziosi \u2013 ha la virt\u00f9 di \u00abconfondere e rendere durevolmente indiscernibile la soglia che separa il sacro e il profano, l\u2019amore dalla sessualit\u00e0, il sublime dall\u2019infimo\u00bb (cfr. i saggi <em>Parodia<\/em> ed <em>Elogio della profanazione<\/em>, in Id., <em>Profanazioni<\/em>, nottetempo 2005; e ora in Id., <em>La mente sgombra<\/em>, Einaudi 2023).<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Anche Anedda, nella<em> Vita dei dettagli<\/em>, compie un gesto similmente <em>profanante<\/em>: il gesto del \u00absacrificio\u00bb, insistito specie nella luttuosa sezione iniziale, si rovescia in quello del \u00abgioco\u00bb \u2013 con tanto di \u00absoluzioni\u00bb. In origine strettamente connesso al sacro, ricorda Agamben, \u00abil gioco libera e distoglie l\u2019umanit\u00e0 dalla sfera del sacro, ma senza semplicemente abolirla\u00bb: insieme vi allude, la indica, ma nel restituirla all\u2019uso umano la neutralizza e la libera, cio\u00e8 appunto la <em>profana<\/em>. \u00c8 significativo che il filosofo indichi proprio nel \u00abMuseo\u00bb il \u00abluogo topico\u00bb dell\u2019\u00abimpossibilit\u00e0 di usare\u00bb le \u00abpotenze spirituali che definivano la vita degli uomini \u2013 \u00abl\u2019arte, la religione, la filosofia, l\u2019idea di natura, perfino la politica\u00bb \u2013 e si trovano ora collocate in una \u00abdimensione separata\u00bb.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Il <em>gioco<\/em> della <em>Vita dei dettagli<\/em> provvede a profanare non solo le immagini dell\u2019arte, sottraendole alla cornice sacralizzante del Museo per restituirle al libero uso degli umani, ma anche a quella forma altamente tecnicizzata che di questo stesso \u201cgioco\u201d \u00e8 invalso nella disciplina che, sia pure in forma secolarizzata, nella nostra forma di vita ha finito per \u201ccultualizzare\u201d le immagini: la Storia dell\u2019Arte. Cos\u00ec, ha scritto Eloisa Morra (<em>Galleria Anedda<\/em>, in Ead., <em><a href=\"https:\/\/antinomie.it\/index.php\/2024\/02\/26\/a-quel-punto-bisogna-sporgersi\/\" target=\"_blank\" rel=\"noreferrer noopener\">Poetiche della visibilit\u00e0<\/a><\/em>, Carocci 2023), vengono \u00abusa<em>te<\/em> le armi dell\u2019iconologia contro s\u00e9 stesse\u00bb. L\u2019allusione \u00e8 al cosiddetto \u00abindovinello di Paragone\u00bb: sul primo numero della storica rivista, uscito all\u2019inizio del 1950, un breve corsivo del fondatore, Roberto Longhi, metteva in palio un abbonamento gratuito alla rivista a chi, fra i suoi lettori, avesse risolto l\u2019<em>Indovinello a premio<\/em> che consisteva appunto nell\u2019attribuire ai rispettivi autori una serie di dettagli di opere d\u2019arte pi\u00f9 o meno celebri (si andava da Matteo di Giovanni a Tiepolo, passando per Carpaccio e Tiziano). Il gioco sulla rivista in effetti non verr\u00e0 pi\u00f9 proposto, ma entrer\u00e0 nelle consuetudini didattiche di Longhi e della sua scuola. A idearlo non era stato per\u00f2 Longhi, bens\u00ec un suo discepolo destinato a sua volta alla fama, Giuliano Briganti, ispiratosi a un gioco con lui bambino di suo padre: recitando due versi dell\u2019<em>Orlando Furioso<\/em> per chiedergli poi a quale episodio appartenessero. Ma nell\u2019applicarlo alle immagini senz\u2019altro Briganti aveva pensato a Giovanni Morelli e al \u00abparadigma indiziario\u00bb, come lo definir\u00e0 Carlo Ginzburg.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Per parte sua, Anedda ha spesso ricordato la propria formazione di storica dell\u2019arte, all\u2019Universit\u00e0 di Roma \u00abLa Sapienza\u00bb nei primi anni Ottanta: la sua tesi, condotta sotto la guida di un grande specialista di Rinascimento veneto come Augusto Gentili, era stata \u00abuna tipica tesi d\u2019iconologia\u00bb, nella quale \u00abi dettagli tessevano una storia\u00bb e insomma \u2013 aggiungendo un sorriso \u2013 \u00abun lavoro un po\u2019 poliziesc<em>o<\/em>\u00bb, dedicato a un allievo di Tiziano, Palma il Giovane; un puntiglioso estratto ne era uscito su una rivista accademica (\u00abArte Veneta\u00bb, XXXV, 1981).<\/p>\n\n\n<div class=\"wp-block-image\">\n<figure class=\"aligncenter size-full\"><img decoding=\"async\" src=\"data:image\/gif;base64,R0lGODlhAQABAIAAAAAAAP\/\/\/yH5BAEAAAAALAAAAAABAAEAAAIBRAA7\" data-src=\"https:\/\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2024\/03\/Palma-il-Giovane_San-Tommaso-dAquino-vince-la-tentazione-1628-ca.jpg\" alt=\"\" class=\"wp-image-50838 lazyload\"><noscript><img data-recalc-dims=\"1\" loading=\"lazy\" loading=\"lazy\" decoding=\"async\" width=\"500\" height=\"996\" src=\"https:\/\/i0.wp.com\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2024\/03\/Palma-il-Giovane_San-Tommaso-dAquino-vince-la-tentazione-1628-ca.jpg?resize=500%2C996&#038;ssl=1\" alt=\"\" class=\"wp-image-50838\" srcset=\"https:\/\/i0.wp.com\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2024\/03\/Palma-il-Giovane_San-Tommaso-dAquino-vince-la-tentazione-1628-ca.jpg?w=500&amp;ssl=1 500w, https:\/\/i0.wp.com\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2024\/03\/Palma-il-Giovane_San-Tommaso-dAquino-vince-la-tentazione-1628-ca.jpg?resize=151%2C300&amp;ssl=1 151w, https:\/\/i0.wp.com\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2024\/03\/Palma-il-Giovane_San-Tommaso-dAquino-vince-la-tentazione-1628-ca.jpg?resize=60%2C120&amp;ssl=1 60w\" sizes=\"auto, (max-width: 500px) 100vw, 500px\" \/><\/noscript><\/figure>\n<\/div>\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Per cui \u00e8 giusto quanto scrive Anedda introducendo alla <em>Vita dei dettagli<\/em>: che cio\u00e8 \u00abla lettura di Arasse \u00e8 scesa su un\u2019ossessione\u00bb, quella per le storie celate nelle immagini, che a quella lettura preesisteva da un pezzo. E del resto, anche una volta esauritasi la vocazione accademica e passata Anedda a una non molto pi\u00f9 soddisfacente pratica redazionale (al quotidiano \u00abil manifesto\u00bb e a riviste come \u00abPrato Pagano\u00bb, \u00abNuovi argomenti\u00bb, \u00abNoi donne\u00bb e \u00abLeggendaria\u00bb), la sua passione per la storia dell\u2019arte non \u00e8 mai venuta meno.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Nella <em>Vita dei dettagli <\/em>\u00e8 ricordato Baudelaire per la dichiarazione nel <em>Salon del 1846<\/em> secondo la quale \u00abla migliore recensione critica di un quadro potr\u00e0 essere un sonetto o un\u2019elegia\u00bb, alla quale segue il ricordo dei <em>Fari<\/em>, il poemetto del 1855 nel quale i suoi versi celebrano otto grandi pittori (da Leonardo a Delacroix) \u00aba memoria\u00bb, dice Anedda, facendo dei pittori stessi \u2013 prima ancora che dei loro dipinti \u2013 i \u00abdettagli dei suoi quadri\u00bb. Ma Baudelaire \u00e8 soprattutto il poeta (dalla non meno ambivalente religiosit\u00e0) che nel <em>Mio cuore messo a nudo<\/em> scrive che la sua \u00abgrande, unica, primitiva passione\u00bb \u00e8 \u00abglorificare il culto delle immagini\u00bb. Ed \u00e8 questo infatti l\u2019atteggiamento, o meglio \u2013 come la definisce, ricorrendo alla stessa parola di Baudelaire \u2013 la <em>passione<\/em> originaria anche della stessa Anedda: una \u00abpassione di spossessamento\u00bb. Cos\u00ec si ritrae nelle <em>Istruzioni per l\u2019uso<\/em> della <em>Vita dei dettagli<\/em>: \u00abuna collezionista, un\u2019adoratrice solitaria di immagini. Sono rimasta la ragazza che per curarsi dallo spavento passava tutto il giorno alla National Gallery e di notte sognava dettagli di quadri intrecciati a brandelli di conversazione\u00bb. E cos\u00ec recitano i versi centrali d\u2019un componimento, spesso citato dalla critica <em>et pour cause<\/em>, del <em>Catalogo della gioia<\/em> (Donzelli 2003):<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\" style=\"font-size:14px\">Adorare i quadri che gli esseri umani hanno dipinto<br>i mondi senza vento che respirano quieti nei musei<br>quelle tempeste senza schiume, quel sangue senza grido<br>e le bestie ferme vicino ai tronchi.<br>Asini e conigli, pozzanghere dentro cui scintilla il cielo<br>pastori vicini al loro gregge<br>striati di pioggia e luce verde<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Connotati precipui delle immagini, per la loro <em>adoratrice solitaria<\/em>, sono il silenzio e l\u2019immobilit\u00e0 (<a href=\"https:\/\/antinomie.it\/index.php\/2020\/07\/28\/antonella-anedda-mondi-senza-vento\/\" target=\"_blank\" rel=\"noreferrer noopener\"><em>mondi senza vento<\/em><\/a>). Gi\u00e0 nella prima raccolta <em>Residenze invernali<\/em> del \u201992(che, come ricordava anche Amelia Rosselli nella per diversi aspetti profetica recensione sul \u00abmanifesto\u00bb che la accolse come un \u00abquasi-capolavor<em>o<\/em>\u00bb, aveva avuto gi\u00e0 buona circolazione in una prima versione stampata nell\u201989 dalla Litografia Bulla, accompagnata da due litografie di Ruggero Savinio) c\u2019\u00e8 un componimento che allude al \u00absilenzioso [\u2026] retro dei quadri\u00bb. Del resto muto e immobile \u00e8 appunto il Faro, che pure orienta il movimento di chi vi si rivolge, nella metafora di Baudelaire: ciascuno dei pittori amati (e anzi <em>glorificati<\/em>, o <em>adorati<\/em>), commenta Anedda, \u00ab\u00e8 un faro che dall\u2019isola dell\u2019arte illumina in modo intermittente ma bruciante chi guarda e scrive\u00bb. E appunto, nella \u00abnota di poetica\u00bb citata da Rosselli nel presentarla, aveva scritto a suo tempo la giovane poetessa: \u00abstringiti lentamente all\u2019osso del tuo pensiero accettando che a lungo <em>nulla e nessuno parli<\/em>, che tutto il tuo essere <em>resti inchiodato alla fissit\u00e0<\/em> e ci\u00f2 che ruota intorno sia, indecifrabile\u00bb.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Il silenzio e l\u2019immobilit\u00e0 del lutto riproducono quelli della persona oggetto della perdita. Una \u201cscena primaria\u201d da lei spesso ricordata \u00e8 quella della morte di una zia alla quale Anedda ha assistito a sette anni, come ricorda tanto nel suo primo libro in prosa, <em>Cosa sono gli anni <\/em>(Fazi 1997), che nella <em>Vita dei dettagli<\/em>. E se quest\u2019ultimo testo viene da lei definito \u00abuna storia di fantasmi\u00bb \u00e8 perch\u00e9 si presenta gremito di immagini la cui fissit\u00e0 evoca, per dirla con Maurice Blanchot, \u00abl\u2019estraneit\u00e0 cadaverica\u00bb. Ancora pi\u00f9 preciso il legame delle immagini con la morte nell\u2019altro \u201carchetipo\u201d citato da Anedda in <em>Cosa sono gli anni<\/em>: \u00abda piccoli sfogliavamo il libro di medicina legale di mio padre. L\u00ec c\u2019erano vive fotografie di cadaveri, le grosse lingue degli impiccati, le schiene dei pugnalati, i corpi gonfi degli annegati. C\u2019era la foto di un ragazzo suicida, non pi\u00f9 di tredici, quattordici anni\u00bb.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Diceva appunto Blanchot (nell\u2019ambito della sua <a href=\"https:\/\/antinomie.it\/index.php\/2024\/01\/19\/la-pittura-del-disastro\/\" target=\"_blank\" rel=\"noreferrer noopener\">terebrante trattazione <\/a>sulla \u00abdoppia morte\u00bb nella quale \u2013 ispirandosi a Rilke \u2013 distingueva quella individuale, che tocca in sorte prima o poi a ciascuno di noi, dalla \u00abmorte impersonale\u00bb che \u00e8 in effetti \u2013 ha commentato una volta Gilles Deleuze \u2013 \u00abcoestensiva alla vita\u00bb) che \u00ab<em>l\u2019uomo \u00e8 disfatto secondo la sua immagine<\/em>\u00bb. L\u2019estraneit\u00e0 dell\u2019immagine alla vita, secondo Blanchot, non comporta n\u00e9 un sereno disinteresse n\u00e9 un\u2019attiva partecipazione; e questa dimensione interstiziale o <em>neutra<\/em> \u00e8 quella che lui definisce \u00abintimit\u00e0\u00bb: \u00abintima \u00e8 l\u2019immagine, perch\u00e9 essa fa della nostra intimit\u00e0 una potenza esteriore che noi subiamo passivamente\u00bb.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Di recente <a href=\"https:\/\/polisemie.it\/2019\/08\/02\/stefano-bottero-intervista-antonella-anedda\/\" target=\"_blank\" rel=\"noreferrer noopener\">ha dichiarato Anedda<\/a> che fra \u00able tare dell\u2019Occidente\u00bb per lei pi\u00f9 deprecabili c\u2019\u00e8 \u00abla rimozione della parola morte, tipica del capitalismo, l\u2019inseguimento di una perfetta forma fisica, l\u2019orrore per ci\u00f2 che invecchia\u00bb; e ha aggiunto: \u00abcaducit\u00e0 per me \u00e8 una parola positiva. L\u2019arte non \u00e8 un antidoto alla caducit\u00e0, ma la sua consapevolezza pi\u00f9 profonda. La poesia \u00e8 caducit\u00e0, ogni idea perenne mi fa rabbrividire. La nostra caducit\u00e0 \u00e8 quanto di pi\u00f9 prezioso esiste\u00bb. Tale senso di <em>caducit\u00e0<\/em> \u00e8 il segno pi\u00f9 forte dello spazio d\u2019intimit\u00e0 da lei perseguito nella scrittura; ma l\u2019intervento delle immagini consente di almeno in parte allontanarlo da s\u00e9, oggettivarlo, addomesticarlo. A questa <em>proiezione<\/em> del luttoall\u2019esterno, sullo <em>schermo<\/em> (in duplice senso) rappresentato dalle immagini, mi fanno pensare le prose della sezione \u00abRitagliare\u00bb nella <em>Vita dei dettagli<\/em>: nelle quali il senso di perturbante <em>intimit\u00e0 <\/em>alla quale inopinatamente veniamo ammessi \u00e8 tutt\u2019uno con una sospensione del dolore, una sua cristallizzazione in emblema, una sua salvifica cauterizzazione forse.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">La giovane Anedda aveva brevettato questa pratica \u2013 in un libro bellissimo e oggi introvabile che va indicato come un vero e proprio incunabolo della <em>Vita dei dettagli<\/em>: <em>Cosa sono gli anni<\/em>. Dove, pensando a quella di Amelia Rosselli, aveva scritto fra l\u2019altro: \u00absi dovrebbe avere la forza di pensare la morte, di parlare della morte senza mai pronunciare la parola io. Chi scrive dovrebbe scostarsi del tutto, lasciare la morte sola, togliersi ogni voce\u00bb. Questo spossessamento (concetto-, prima che parola-, davvero chiave per l\u2019Anedda matura) passa per una forma particolare di contemplazione. A leggere le mirabili prose recenti di <em>Geografie<\/em> (Garzanti 2021) troviamo almeno due casi in cui contemplare fissamente certe immagini consente al soggetto di \u00abannega<em>re<\/em>\u00bb i propri \u00abdispiaceri amorosi e linguistici\u00bb: al Natural History Museum di Londra \u00abtra i resti di bradipi estinti, alligatori fissando in uno stato di spossessamento un fossile di felce\u00bb e poi, in modo meno lieve e anzi lancinante, davanti al magnifico fregio continuo della villa di Livia Drusilla, conservato al Museo Nazionale Romano di Palazzo Massimo:<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\" style=\"font-size:14px\">Mentre piango non sono pi\u00f9 io che piango, le lacrime colano sino alla mascella ma non sono io, capisco che la ragazza soffre ma non provo quella sofferenza. [\u2026] L\u2019intera operazione dura poco ma \u00e8 stata sufficiente per essere ricordata come la forma di Speranza che deriva dallo Spossessamento. Nel Museo romano io e il mio compagno (quello per il quale piango) vediamo la gallina bianca con il ramo di alloro nel becco della casa di Livia, il giardino dipinto con i tralci verdi che sfiorano terra. Tutto indietreggia, ogni essere umano scompare, lo stomaco si \u00e8 disteso, il respiro \u00e8 tornato normale. Bastano gli alberi dai frutti stellati e il cielo cobalto sullo sfondo. Un abete lascia intravedere a sinistra un passero fermo su un ramo di melograno, un usignolo becca un corbezzolo. Succede che in un museo ci si perda e indietreggiando fino all\u2019uscita si abbandoni la pena e il suo involucro.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Eloisa Morra ha parlato di \u00abesercizi di spossessamento\u00bb, e vanno presi come tali alla lettera: ossia riconducendoli alla tradizione degli \u00abesercizi spirituali\u00bb, anche se in una tradizione diversa da quella a noi pi\u00f9 vicina, codificata da Ignazio da Loyola. C\u2019\u00e8 un termine abbastanza raro ma preciso che impiega Anedda, nella <em>Vita dei dettagli<\/em>, per definire questi momenti: <em>esicasmo<\/em>:<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\" style=\"font-size:14px\">Quando qualcuno ci viene sottratto, quello che resta \u00e8 lo sguardo. L\u2019icona trema con chi la contempla, risponde a un dolore che \u00e8 gelo, risponde al mondo contraendosi e il suo contrarsi accoglie il silenzio, la parola che manca: quella di Mos\u00e8 che balbetta. La mancanza \u00e8 il respiro dell\u2019icona. [\u2026] L\u2019enigma dell\u2019icona \u00e8, per chi non crede, la scossa che si crea tra sguardo e volto: il mistero di una preghiera vuota, senza richiesta e cieca, che segue il ritmo del respiro e lo unisce al cuore in un esicasmo che per\u00f2 (a differenza forse del credente) dispera, che non osa la ripetizione perch\u00e9 davanti a quell\u2019immagine \u00e8 come il centurione davanti a Cristo. Non ancora in grado neppure di pensare per s\u00e9 una forma di pace e tanto meno di fede.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Certo conta, nel riferimento alla tradizione ortodossa, la sua passione da sempre predominante per la letteratura e la cultura russa ma, quando come s\u2019\u00e8 visto Anedda (nel <em>Catalogo della gioia<\/em>) definisce \u00abadorazione\u00bb questo suo rapporto con le immagini, mostra una traccia precisa del sostrato religioso del suo percorso, poi per gradi sempre pi\u00f9 allontanatosi (sino al materialismo persino filologicamente declinato da un suo recente studio su <em>Le piante di Darwin e i topi di Leopardi<\/em>, Interlinea 2022). Nella tradizione dell\u2019esicasmo (testimoniata sin dal IV sec. d.C. e codificata un millennio dopo da Gregorio Palamas) l\u2019\u1f21\u03c3\u03c5\u03c7\u03af\u03b1 (\u00abcalma, pace, assenza di preoccupazione\u00bb) pu\u00f2 essere conseguita tramite la ripetizione incessante di una formula (la cosiddetta <em>preghiera del cuore<\/em>), oppure appunto la contemplazione insistita di un\u2019icona (l\u2019<em>attenzione sacra<\/em>): pratiche pi\u00f9 diffuse, oggi, nella cultura orientale (<a href=\"https:\/\/antinomie.it\/index.php\/2024\/02\/22\/entelechia-giulia\/\" target=\"_blank\" rel=\"noreferrer noopener\">fra <em>mantra<\/em> e <em>mandala<\/em><\/a>). In questa tradizione la \u00abcreatura ferita\u00bb contemplante, per la verit\u00e0, non \u00e8 perfettamente immobile: stabile nella propria postura contemplativa, \u00e8 percorsa tuttavia da micromovimenti, <a href=\"https:\/\/www.leparoleelecose.it\/?p=48429\" target=\"_blank\" rel=\"noreferrer noopener\">\u00abfremiti fermi\u00bb<\/a> per dirla con un autore amato come Beckett; ovvero, come preferisce spesso descrivere Anedda questa tensione interna, \u00abdondolii\u00bb: movimento oscillatorio che esprime ritmicamente la somatizzazione del dolore interiore, e che si pu\u00f2 leggere pure come sigla figurale dell\u2019andirivieni fra poesia e saggio, fra italiano e \u00ablimba\u00bb sarda, fra prosa e verso, fra \u00abio\u00bb e \u00abmondo\u00bb e, ovviamente, fra parola e immagine.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Ma l\u2019oscillazione pi\u00f9 importante, nell\u2019ottica dello <em>spossessamento<\/em> come <em>speranza<\/em>, \u00e8 quella fra parola propria e altrui. In un\u2019altra importante (e trascurata) raccolta di prose, <em>Isolatria <\/em>(Laterza 2013), racconta Anedda di un cimitero nel quale dura fatica a rintracciare la tomba che intende visitare, e riflette:<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\" style=\"font-size:14px\">se il dolore di non sapere dove si trova una persona cara \u00e8 comprensibile, per quanto mi riguarda l\u2019immagine di quelle ossa mischiate non mi disturba, anzi mi d\u00e0 pace. Dopo le ossa si mescoler\u00e0 la polvere, la polvere si mescoler\u00e0 alla terra e saremo in compagnia di quei lombrichi tanto amati da Darwin, che silenziosamente livellano i terreni. A differenza della tomba l\u2019ossario dice la verit\u00e0 e forse basterebbero degli elenchi di nomi non diversamente dagli elenchi dei caduti in guerra, cosa che tutti gli esseri umani, in realt\u00e0, sono.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">\u00abQuella del ciclo naturale, di una scomposizione e ricomposizione di atomi\u00bb \u00e8 <a href=\"http:\/\/www.serena.unina.it\/index.php\/sigma\/article\/view\/6595\" target=\"_blank\" rel=\"noreferrer noopener\">per lei, oggi<\/a>, l\u2019unica \u00abforma di sopravvivenza\u00bb concessa agli umani; e simile le appare la confusione delle lingue e delle voci nella pratica della citazione che, se rilevante nei suoi testi poetici, si fa massiccia (e strutturale) in quelli in prosa. Ancora da <em>Isolatria<\/em>:<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\" style=\"font-size:14px\">Somigliano a una di quelle lane multicolori che si tessono a Corte, nella Corsica Centrale. I miei taccuini, spesso dei quaderni di scuola, sono pieni di immagini e di frasi ritagliate e poi incollate [\u2026] non riconosco la fonte delle citazioni che affollano le pagine e soprattutto non riesco pi\u00f9 a distinguere le mie parole da quelle altrui. Immagino succederebbe esattamente questo nel Giudizio universale, i morti non riconoscerebbero n\u00e9 le loro ossa n\u00e9 tantomeno la loro polvere.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">L\u2019immagine ricorda quella d\u2019un suo lavoro subito precedente, intitolato <em>Antologia 2010-2012<\/em>: non un testo scritto (o non <em>solo<\/em> scritto), per una volta, perch\u00e9 si tratta di un grande lenzuolo sul quale Anedda ha cucito insieme versi, propri e altrui, fotografie e altri \u201creperti\u201d, organici e inorganici (l\u2019opera \u00e8 stata esposta in una mostra collettiva di artisti d\u2019origine sarda, nel 2012, nell\u2019ex mattatoio al quartiere Testaccio di Roma), in esplicito dialogo con lavori di artiste celebri come Louise Bourgeois e il <em>Lenzuolo<\/em>, appunto, della <a href=\"https:\/\/antinomie.it\/index.php\/2021\/03\/13\/maria-lai-unalice-preistorica\/\" target=\"_blank\" rel=\"noreferrer noopener\">conterranea Maria Lai<\/a> (ma anche con le predilette Sophie Calle e Jenny Holzer).<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">La mescolanza di identit\u00e0 diverse \u2013 ispirata al \u00abluogo di perdita e lontananza\u00bb che \u00e8 per lei la Sardegna, perennemente battuta da venti implacabili \u2013 le fa pensare che \u00abquello che chiamiamo io \u00e8 una folata\u00bb, e la induce a presentare \u00abil lenzuolo non fissato a nulla se non a un bastone come una tenda, dunque instabile, esposto alle correnti, agli spostamenti, agli sguardi\u00bb. Il cucito in effetti intessuto al MACRO materializza esperimenti iconotestuali nei quali in quegli anni s\u2019\u00e8 esercitata Anedda sulla superficie delle proprie pagine: tanto nella quinta e ultima sezione della <em>Vita dei dettagli<\/em>, intitolata \u00abCollezionare perdite\u00bb, che nella raccolta <em>Salva con nome<\/em> (Mondadori 2012, lo stesso anno di <em>Antologia<\/em>), dove non a caso pi\u00f9 insistite sono le metafore tessili ricorrenti nel resto della sua opera (c\u2019\u00e8 un\u2019intera sezione intitolata \u00abCucire\u00bb).<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">L\u2019altra attivit\u00e0 che per definizione intesse la voce propria con quella altrui \u00e8 ovviamente la traduzione. Nel suo caso non si tratta solo di mettere alla prova la propria intonazione, come nel corso del Novecento hanno fatto un po\u2019 tutti i maggiori nostri poeti, ma ancora una volta d\u2019un consapevole e deliberato \u00abesercizio di spossessamento\u00bb (come definisce in generale la traduzione, Anedda, conversando con Morra): il che si fa evidente in quel testo ineffabile \u2013 vero e proprio \u201clibro segreto\u201d della sua autrice, ma tenuto ben presente dalle generazioni poetiche pi\u00f9 recenti \u2013 che \u00e8 <a href=\"https:\/\/www.leparoleelecose.it\/?p=40807\" target=\"_blank\" rel=\"noreferrer noopener\"><em>Nomi distanti<\/em><\/a> (Empir\u00eca 1998; Aragno 2020). Non un tradizionale \u00abquaderno di traduzioni\u00bb ma una forma radicalmente ibrida, nella quale ai testi originali e alle versioni italiane (non solo, non principalmente proprie) si inframmezza \u00abuna terza voce in un terzo spazio\u00bb, cio\u00e8 le cosiddette \u00abvariazioni\u00bb (componimenti autonomi che \u201crispondono\u201d a quelli antologizzati, e che solo in minima parte sono confluiti nel volume intitolato <em><a href=\"https:\/\/antinomie.it\/index.php\/2023\/10\/27\/antonella-anedda-dal-balcone-del-cosmo\/\" target=\"_blank\" rel=\"noreferrer noopener\">Tutte le poesie<\/a><\/em>, Garzanti 2023).<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Da questo esercizio di \u201ccucito\u201d interlinguistico deriva la pi\u00f9 recente prosa di Anedda: da lei ricondotta alla proposta teorica, da parte di Donna Haraway, di una \u00ablettura in diffrazione\u00bb che \u00abagi<em>sca<\/em> per echi pi\u00f9 che per genealogie tradizionalmente intese\u00bb (Morra). Ma la <em>diffrazione<\/em> intraverbale della <em>traduzione<\/em> non differisce in tal senso da quella intersemiotica che si verifica da sempre, nella sua scrittura, fra la parola e l\u2019immagine. In una densa nota di poetica dal suggestivo titolo <em>Una Mesopotamia interiore<\/em>, ha scritto Anedda che \u00abla storia dell\u2019arte \u00e8 stato il mio primo maestro di traduzione: il testo traduceva un\u2019immagine che a mia volta traducevo in me stessa, mediava tra il mio sguardo e quello di chi aveva descritto, studiato, meditato, parlava tra il mio qui e il tempo di allora\u00bb: come la <em>traduzione<\/em> interviene a ridurre (o comunque modificare) la <em>distanza<\/em> linguistica (e dunque geografica) fra autori e testi, cos\u00ec l\u2019\u00abekphrasis\u00bb, col \u00abdescrivere un quadro\u00bb lo \u00abport<em>a<\/em> di nuovo verso di noi, verso chi legge\u00bb, e lo \u00abdistacc<em>a<\/em> dal suo spazio\u00bb. Nella scrittura di Anedda, a partire dalla soglia rappresentata dalla<em> Vita dei dettagli<\/em>, \u00abla passione per le immagini [\u2026] porta la scrittura, la poesia a muoversi all\u2019interno dello spazio del foglio come lo sguardo sulla tela, traduce una necessit\u00e0 di storia e luce, di uno spazio e un tempo scardinati, slittanti rispetto allo spazio e al tempo reali\u00bb. L\u2019immobilit\u00e0 ieratica degli esordi si dinamizza, finalmente, col sogno di <em>entrare nel quadro<\/em> (come nel trattamento \u00abdislocante, delirante\u00bb al quale il <em>Testamento <\/em>di Rilke sottopone la <em>Madonna di Lucca<\/em> di Van Eyck).<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Lo \u00abspazio mobile\u00bb della traduzione \u00e8 dunque un caso particolare di quel \u00abprocesso dinamico\u00bb dello spazio letterario che \u00e8 tutt\u2019uno, per Anedda, con la relativizzazione del soggetto da lei chiamata \u00abspossessamento\u00bb. La paronomasia (purtroppo persa in italiano) del Joyce di <em>Dedalus <\/em>posto in esergo alla <em>Vita dei dettagli<\/em>, \u00ab\u2026 <em>thought through my eyes\u2026<\/em>\u00bb, equipara il \u00abpensiero\u00bb all\u2019\u00abattraversamento\u00bb. Eppure ci muoviamo ormai in uno spazio paradossale se \u00e8 vero che questo <em>attraversamento<\/em>, questa incessante manipolazione delle immagini facilitata da <em>paraphernalia<\/em> digitali ormai a disposizione di ciascuno (come esplicita un titolo quale <em>Salva con nome<\/em>), non pu\u00f2 che essere opera di un soggetto attivo. Diceva Arasse che l\u2019analisi dei dettagli \u00abpresuppone un soggetto che taglia un oggetto. La sua configurazione dipende dal punto di vista del dettagliante\u00bb: e questo intervento attivo del soggetto \u00e8 gi\u00e0 la \u00abtrasgressione\u00bb nella quale consiste per Anedda l\u2019\u00abavvicinarsi e disubbidire alla distanza\u00bb. Come dice Arasse nelle sue pagine pi\u00f9 mosse (\u00e8 il caso di dire) e stimolanti, il dettaglio <em>disloca<\/em> l\u2019opera dal quale \u00e8 preso: e cos\u00ec la mobilita, la dinamizza, la <em>salva con nome<\/em> rispetto alla sua mortifera fissit\u00e0 canonica e repertoriale, museale.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Esemplare un passaggio di <em>Isolatria<\/em> nel quale il paesaggio attuale della Sardegna viene rivissuto a distanza, da un computer di Oxford, \u00abguardando <em>Deserto rosso<\/em> di Antonioni su YouTube\u00bb e in particolare la sequenza nella quale \u2013 a contravveleno della distopia ambientale che \u00e8, profetico, il film del \u201964 \u2013 il personaggio di Giuliana, interpretato da Monica Vitti, descrive a suo figlio l\u2019edenica \u00abisola rosa\u00bb di Budelli: facendola magicamente apparire sullo schermo. Una bambina nuota libera nelle acque trasparenti, circondate da rocce che a loro volta si \u201cliquefanno\u201d in forme plastiche, biomorfe: \u00able rocce cantavano, erano di carne\u00bb. Grazie alla funzione \u00abView\u00bb di Google Maps, sul palinsesto del film di mezzo secolo prima si sovrappongono le immagini della Budelli di oggi, e cos\u00ec la morte della terra, e il nostro lutto per lei, si possono sciogliere nella <em>vita dei dettagli<\/em>: \u00abper quasi un\u2019ora ho guardato e guardato, facendo scorrere le foto sullo schermo come icone sull\u2019iconostasi\u00bb. Cos\u00ec la visione ieratica ed esicastica (<em>isolatria<\/em>, <em>iconostasi<\/em>) pu\u00f2 conciliarsi con quella dinamica, liquida, <em>cinetica<\/em> di questa <em>ekphrasis 2.0<\/em> (non \u00e8 un caso che intervenga qui un codice ulteriore, meno frequentato ma tutt\u2019altro che assente dalla partitura di Anedda, quello del cinema appunto: \u00e8 appena il caso di ricordare come alla filmografia di Antonioni appartenga un archetipo della dinamizzazione dell\u2019immagine, tramite il suo ingrandimento, quale <a href=\"https:\/\/antinomie.it\/index.php\/2021\/04\/02\/michelangelo-antonioni-lo-strappo-nel-reale\/\" target=\"_blank\" rel=\"noreferrer noopener\"><em>Blow-up<\/em><\/a>). Se \u00abla poesia\u00bb, come istituzione (in senso non solo fenomenologico), \u00absta\u00bb \u2013 ha scritto di recente Anedda \u2013 \u00abla parola si muove, si addensa, sprofonda, smotta, slitta, percorre\u00bb.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">\u201cEntrare nell\u2019immagine\u201d, con la violenza esplicita del <em>de-tagliarne<\/em> dei frammenti o con quella pi\u00f9 sottile (ma, a ben vedere, non meno crudele) del ri-combinarli in <em>d\u00e9coupages<\/em> alternativi, il pi\u00f9 delle volte, significa narrativizzare l\u2019immagine. Non \u00e8 un caso, allora, che alle origini del percorso di studiosa d\u2019arte di Anedda vi sia un autore in tal senso emblematico come Carpaccio (i cui cicli pittorici a San Giorgio degli Schiavoni <a href=\"https:\/\/www.doppiozero.com\/calvino-e-carpaccio\" target=\"_blank\" rel=\"noreferrer noopener\">Italo Calvino poteva \u00abseguire<\/a> come fossero una storia unica\u00bb), o che la sua storia di scrittrice cominci con un testo narrativo rimasto poi inedito (ma notato da Franco Fortini all\u2019edizione 1989 del premio torinese per gli inediti proprio a Calvino intitolato) o ancora che sin dalle prime prove ecfrastiche, in <em>Cosa sono gli anni<\/em>, la sua scrittura pieghi in direzione del racconto almeno quanto verso il saggio (eloquente il sottotitolo di quel primo libro, che suona appunto <em>Saggi e racconti<\/em>). Per cui il titolo dell\u2019ultima raccolta poetica licenziata da Anedda, <em>Historiae<\/em>, se esplicitamente richiama quello dell\u2019opera omonima di Tacito (citato nella sezione che d\u00e0 il titolo al libro), fa pensare pure all\u2019insistita metafora con la quale, in un testo fondativo del pensiero artistico occidentale come il <em>De Pictura <\/em>(1435), Leon Battista Alberti definisce \u00abistorie\u00bb quelle contenute nella \u00abcomposizione\u00bb dei dipinti: \u00abgrandissima opera del pittore\u00bb \u00e8 \u00abl\u2019istoria\u00bb, e sua parte essenziale \u00absono i corpi, parte de\u2019 corpi i membri, parte de\u2019 membri le superficie\u00bb, e in specie \u00abmover\u00e0 l\u2019istoria l\u2019animo quando gli uomini ivi dipinti molto porgeranno suo propio movimento d\u2019animo\u00bb, i quali \u00absi conoscono dai movimenti del corpo\u00bb.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Sebbene in pi\u00f9 occasioni Anedda abbia voluto escludere dalla sua metafora del <em>taglio<\/em> e <em>cucito<\/em> <a href=\"http:\/\/www.arabeschi.it\/uploads\/pdf\/videointervista_anedda.pdf\">ogni possibile armonica violenta<\/a>, non pu\u00f2 essere innocente la metafora del \u00abcoltello\u00bb che, sin dalle <em>Istruzioni per l\u2019uso<\/em>, definisce il \u201cmetodo\u201d col quale <em>La<\/em> <em>vita dei dettagli <\/em>appunto <em>inventa un\u2019altra storia<\/em> per le immagini cui si riferisce: \u00abUsando lo sguardo come coltello, redigendo a memoria, seminando queste pagine di indizi volevo che ognuno avesse il suo quadro, inventasse un\u2019altra storia, vedesse, a sua volta, in modo impensato\u00bb.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Non so se (in tempi di indiscriminata estensione del concetto di \u00ablegittima difesa\u00bb) possa valere a discolpa di chi lo usa, ma il <em>coltello<\/em> della scrittura in effetti non fa che rispondere alla violenza con la quale ci investe l\u2019immagine. Gi\u00e0 nel bellissimo testo introduttivo a <em>Nomi distanti<\/em> l\u2019<em>ekphrasis<\/em> della <em>Conversione di Matteo<\/em> di Caravaggio (\u00abuna traiettoria di luce creata non dal fulgore ma dalle parole di Cristo, dalla sua richiesta. A quelle parole, a quel richiamo Matteo risponde, ma lentamente. Lentamente nel quadro, nella vita, in quello che di volta in volta scriviamo, si delinea un orizzonte spezzato di lentezza e luce\u00bb) ci mostra un rapporto con l\u2019immagine non pi\u00f9 meramente contemplativo, statico. L\u2019immagine ci viene a cercare, ci stana, ci <em>spezza<\/em>. Non diversamente due autori fra loro distanti come Giorgio Manganelli e Giovanni Testori \u2013 cio\u00e8 i due maggiori scrittori d\u2019arte della generazione precedente a quella di Anedda \u2013 hanno usato simili metafore di aggressione, per descrivere l\u2019epifania di certe immagini: \u00aba colei che dovr\u00e0 partorire il mistero, l\u2019angelo dell\u2019annunzio giunge alle spalle, come per agguato o sacra insidia [\u2026], fra letizia e terrore\u00bb (Pontormo a Santa Felicita per il primo: in Id., <em>Laboriose inezie<\/em>, Garzanti 1986), \u00ababbiamo un bel rifiutare la sua chiamata; essa risulta, infatti, una lenta ma inesorabile invasione [\u2026]. Questo qualcosa \u00e8 benedizione e, insieme, infezione; grazia e, insieme, maledizione\u00bb (l\u2019ultimo Morlotti per il secondo: in Id., <em><a href=\"https:\/\/antinomie.it\/index.php\/2024\/01\/31\/testori-i-significati-di-non-significare\/\" target=\"_blank\" rel=\"noreferrer noopener\">Opere scelte<\/a><\/em>, Mondadori 2023).<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Quando in un altro suo testo Manganelli ci fa notare, nella meditazione di Carlo Borromeo dipinta da Daniele Crespi, il dettaglio del coltello che sporge verso di noi dal desco frugale del Santo, ci mostra tutta l\u2019aggressivit\u00e0 con la quale l\u2019immagine \u00abpunta alla gola dello spettatore, del devoto\u00bb (<em>Il mondo folgorato<\/em>, 1973, in Id., <em>Emigrazioni oniriche<\/em>, Adelphi 2023).<\/p>\n\n\n\n<figure class=\"wp-block-gallery has-nested-images columns-default is-cropped wp-block-gallery-1 is-layout-flex wp-block-gallery-is-layout-flex\">\n<figure class=\"wp-block-image size-large\"><img decoding=\"async\" src=\"data:image\/gif;base64,R0lGODlhAQABAIAAAAAAAP\/\/\/yH5BAEAAAAALAAAAAABAAEAAAIBRAA7\" data-src=\"https:\/\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2024\/03\/ED-Daniele-Crespi_Digiuno-di-San-Carlo-Borromeo-1629.jpg\" data-id=\"50847\" alt=\"\" class=\"wp-image-50847 lazyload\"><noscript><img data-recalc-dims=\"1\" loading=\"lazy\" loading=\"lazy\" decoding=\"async\" width=\"635\" height=\"450\" data-id=\"50847\" src=\"https:\/\/i0.wp.com\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2024\/03\/ED-Daniele-Crespi_Digiuno-di-San-Carlo-Borromeo-1629.jpg?resize=635%2C450&#038;ssl=1\" alt=\"\" class=\"wp-image-50847\" srcset=\"https:\/\/i0.wp.com\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2024\/03\/ED-Daniele-Crespi_Digiuno-di-San-Carlo-Borromeo-1629.jpg?w=635&amp;ssl=1 635w, https:\/\/i0.wp.com\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2024\/03\/ED-Daniele-Crespi_Digiuno-di-San-Carlo-Borromeo-1629.jpg?resize=300%2C213&amp;ssl=1 300w, https:\/\/i0.wp.com\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2024\/03\/ED-Daniele-Crespi_Digiuno-di-San-Carlo-Borromeo-1629.jpg?resize=60%2C43&amp;ssl=1 60w\" sizes=\"auto, (max-width: 635px) 100vw, 635px\" \/><\/noscript><\/figure>\n\n\n\n<figure class=\"wp-block-image size-large\"><img decoding=\"async\" src=\"data:image\/gif;base64,R0lGODlhAQABAIAAAAAAAP\/\/\/yH5BAEAAAAALAAAAAABAAEAAAIBRAA7\" data-src=\"https:\/\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2024\/03\/Daniele-Crespi_Digiuno-di-San-Carlo-Borromeo_dettaglio-coltello.jpg\" data-id=\"50843\" alt=\"\" class=\"wp-image-50843 lazyload\"><noscript><img data-recalc-dims=\"1\" loading=\"lazy\" loading=\"lazy\" decoding=\"async\" width=\"283\" height=\"193\" data-id=\"50843\" src=\"https:\/\/i0.wp.com\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2024\/03\/Daniele-Crespi_Digiuno-di-San-Carlo-Borromeo_dettaglio-coltello.jpg?resize=283%2C193&#038;ssl=1\" alt=\"\" class=\"wp-image-50843\" srcset=\"https:\/\/i0.wp.com\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2024\/03\/Daniele-Crespi_Digiuno-di-San-Carlo-Borromeo_dettaglio-coltello.jpg?w=283&amp;ssl=1 283w, https:\/\/i0.wp.com\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2024\/03\/Daniele-Crespi_Digiuno-di-San-Carlo-Borromeo_dettaglio-coltello.jpg?resize=60%2C41&amp;ssl=1 60w\" sizes=\"auto, (max-width: 283px) 100vw, 283px\" \/><\/noscript><\/figure>\n<\/figure>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Dalla violenza immobile dell\u2019arte \u00e8 dato difendersi, insomma, solo esercitando violenza a nostra volta: nell\u2019incidere quelle immagini, anatomizzarle, pi\u00f9 o meno pietosamente amputarle. Cio\u00e8 sottoporle a un movimento che loro non appartiene, ma a noi s\u00ec (almeno per il momento). I \u00abritagli\u00bb delle immagini, lacerti sezionati a viva forza dagli organismi pittorici ai quali originariamente appartenevano, giacciono sulla pagina non troppo diversamente dai brandelli di corpi umani ai piedi della cavalcatura di San Giorgio, nell\u2019\u00abistoria\u00bb di Carpaccio agli Schiavoni (quei \u00abresti di fanciulle e giovinetti, in diverse fasi di disseccamento o appena sbranati\u00bb, spiegava Calvino in un testo degli anni Settanta pubblicato nel 1995 nell\u2019<em>Album<\/em> a lui intitolato da Mondadori, sono \u00able vittime che gli abitanti di Selene, citt\u00e0 d\u2019Oriente, sono obbligati a offrire in pasto ogni giorno a un drago feroce\u00bb). \u00c8 una similitudine violenta ma la fa la stessa Anedda, in un componimento apicale di <em>Dal balcone del corpo<\/em> (Mondadori 2007), <em>Parla lo spavento<\/em>:<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\" style=\"font-size:14px\">E i resti, Coro? I marmi, le rovine, gli archi romani su cui sale l\u2019edera<br>le chiese dai mosaici specchianti?<br>Li scaglio sullo schermo di un computer come getterei colore<br>quasi dai tasti con le lettere scaturisse un fuoco?<br>Raccoglier\u00f2 dettagli come ossa.<br>Un museo perch\u00e9 non si disperdano.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Ogni vero scrittore, per\u00f2, sa bene come questa sua reazione rappresenti un rischio, in effetti, in primo luogo per s\u00e9 stesso. \u00abSono la piaga e il coltello\u00bb, di s\u00e9 gi\u00e0 diceva Baudelaire (<em>Heautontimorumenos<\/em>); ed ecco infatti un\u2019altra poesia memorabile, stavolta da <em>Salva con nome<\/em>:<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\" style=\"font-size:14px\">Se devo scrivere poesie ora che invecchio<br>voglio vederle scorrere, perdersi in altri corpi<br>prendere vita e nel frattempo splendere sulle cose vicine,<br>tenermi compagnia come le cipolle sbucciate nella luce<br>mentre preparo un brodo con gli occhiali offuscati<br>appunto un verso su un foglio e a volte mi ferisco<br>scambiando la penna col coltello.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">La lingua letteraria \u00e8 \u00abcoltello di sola lama, che comunque tu la maneggi finisce per tagliarti\u00bb, ha scritto una volta Anedda parlando di Anne Carson (<em>Antropologia dell\u2019acqua<\/em>, Donzelli 2010); e, precisamente a proposito dell\u2019<em>ekphrasis<\/em>: \u00abdescrivere ci ferisce anche nostro malgrado: lo sguardo \u00e8 il coltello che colpisce per primo chi lo usa\u00bb (recensendo su \u00abalfabeta2\u00bb, nel 2012, <em>La scrittura delle immagini<\/em> di Michele Cometa). Il fatto naturalmente \u00e8 che anche il poeta scorticato dalla violenza dell\u2019immagine \u2013 lo voglia o meno \u2013 \u00e8 un artefice in armi.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Fra tutte le immagini dello sterminato repertorio ripercorso in effigie o in ecfrasi dalla <em>Vita dei dettagli<\/em>, e dalla costellazione di testi che le gravitano attorno, ce n\u2019\u00e8 uno, sul quale <a href=\"https:\/\/antinomie.it\/index.php\/2023\/05\/17\/no-brolo-per-me-fiolo\/\" target=\"_blank\" rel=\"noreferrer noopener\">pi\u00f9 volte \u00e8 tornata Anedda<\/a>, che rappresenta meglio di tutti il cortocircuito appena enunciato. \u00c8 <em>Lo scorticamento di Marsia<\/em> o, come lo chiama lei, <em>Apollo che scortica Marsia<\/em>:celebre capolavoro dello \u00abstile tardo\u00bb di Tiziano (risalente al 1570 circa e conservato al Museo Arcivescovile di <a href=\"https:\/\/it.wikipedia.org\/wiki\/Krom%C4%9B%C5%99%C3%AD%C5%BE\" target=\"_blank\" rel=\"noreferrer noopener\">Krom\u011b\u0159\u00ed\u017e<\/a>, nella Repubblica Ceca) al quale a quanto pare avrebbe messo mano, fra gli allievi dell\u2019anziano maestro, proprio quel Palma il Giovane studiato a suo tempo da Anedda (Si dovrebbe alla sua mano la figura del musicante che accompagna la scena suonando la viola al margine sinistro dell\u2019immagine):<\/p>\n\n\n<div class=\"wp-block-image\">\n<figure class=\"aligncenter size-full\"><img decoding=\"async\" src=\"data:image\/gif;base64,R0lGODlhAQABAIAAAAAAAP\/\/\/yH5BAEAAAAALAAAAAABAAEAAAIBRAA7\" data-src=\"https:\/\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2024\/03\/Tiziano_La-punizione-di-Marsia.jpg\" alt=\"\" class=\"wp-image-50865 lazyload\"><noscript><img data-recalc-dims=\"1\" loading=\"lazy\" loading=\"lazy\" decoding=\"async\" width=\"800\" height=\"869\" src=\"https:\/\/i0.wp.com\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2024\/03\/Tiziano_La-punizione-di-Marsia.jpg?resize=800%2C869&#038;ssl=1\" alt=\"\" class=\"wp-image-50865\" srcset=\"https:\/\/i0.wp.com\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2024\/03\/Tiziano_La-punizione-di-Marsia.jpg?w=800&amp;ssl=1 800w, https:\/\/i0.wp.com\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2024\/03\/Tiziano_La-punizione-di-Marsia.jpg?resize=276%2C300&amp;ssl=1 276w, https:\/\/i0.wp.com\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2024\/03\/Tiziano_La-punizione-di-Marsia.jpg?resize=768%2C834&amp;ssl=1 768w, https:\/\/i0.wp.com\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2024\/03\/Tiziano_La-punizione-di-Marsia.jpg?resize=60%2C65&amp;ssl=1 60w\" sizes=\"auto, (max-width: 800px) 100vw, 800px\" \/><\/noscript><\/figure>\n<\/div>\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Nella seconda sezione del libro del 2009, \u00abUn museo interiore\u00bb, Anedda fa un gioco in qualche modo inverso rispetto a quello di \u00abRitagliare\u00bb: non colleziona immagini e neppure frammenti di immagini, bens\u00ec descrizioni e \u00abvariazioni\u00bb di scrittori amati che, in forma pi\u00f9 o meno esplicita, in passato si siano fissati come lei su determinati episodi figurativi. In questo caso si tratta del grande poeta polacco Zbigniew Herbert, che al mito narrato da Ovidio (nel sesto libro delle <em>Metamorfosi<\/em>)e da Dante (nel primo canto del <em>Paradiso<\/em>) dedica un componimento nella sua raccolta del 1961, <em>Studio dell\u2019oggetto <\/em>(in Id., <em>Rapporto sulla citt\u00e0 assediata<\/em>, Adelphi 1993). Nei versi di Herbert per la verit\u00e0 non si fa menzione del dipinto di Tiziano ma \u00e8 proprio questa la sostanza del gioco, che Anedda (rovesciando il circuito \u00abindiziario\u00bb di Morelli, Ginzburg e Briganti) chiama \u00abattribuzione\u00bb. Scommettendo cio\u00e8 che il poeta, nel raccontare il mito, abbia in mente proprio <em>quella <\/em>immagine che ossessiona lei:<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\" style=\"font-size:14px\">nell\u2019iconografia di Marsia, vinto e scorticato dal dio dell\u2019armonia e dell\u2019ordine, Tiziano, come ha dimostrato Augusto Gentili, dipinge il destino dell\u2019artista costretto a subire le regole imposte da una societ\u00e0 pi\u00f9 forte del suo genio. In Marsia, Herbert, testimone di due regimi dittatoriali in Polonia, vede se stesso. Sa che il canto dissonante viene immancabilmente punito dal potere. Come Marsia, il poeta sfida la musica rassicurante della bellezza apollinea ma sa che il sangue far\u00e0 nascere un\u2019arte nuova. Il rosso della scuoiatura \u00e8 quello del poeta messo a nudo, spellato da Apollo che (come ogni aguzzino) \u00abpulisce con disgusto il suo strumento\u00bb.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Aggiunge Anedda, citando i suoi versi (\u00abi monti calvi del fegato \/ Le bianche forre dei cibi \/ Le selve fruscianti dei polmoni \/ Le dolci alture dei muscoli \/ Le giunture la bile il sangue e i fremiti \/ Il vento invernale delle ossa\u00bb), che \u00abHerbert traduce la stanchezza, l\u2019umiliazione, la vecchiaia che Tiziano aveva trasferito sulla tela elencando i dettagli di ogni corpo straziato\u00bb. Com\u2019\u00e8 stato da tempo messo in luce, in effetti l\u2019artefice ritrae anche s\u00e9 stesso, nel suo quadro: \u00abnel personaggio di Mida che [\u2026] qui contempla assorto lo scempio sanguinoso nella posa saturnina del malinconico\u00bb (Agamben, <em>Studiolo<\/em>, cit.) \u2013 <em>testimone<\/em> della scena efferata, dunque, proprio come Herbert di fronte allo scuoiamento della storia \u2013 al margine destro dell\u2019immagine:<\/p>\n\n\n<div class=\"wp-block-image\">\n<figure class=\"aligncenter size-full is-resized\"><img decoding=\"async\" src=\"data:image\/gif;base64,R0lGODlhAQABAIAAAAAAAP\/\/\/yH5BAEAAAAALAAAAAABAAEAAAIBRAA7\" data-src=\"https:\/\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2024\/03\/Mida.jpg\" alt=\"\" class=\"wp-image-50867 lazyload\" style=\"width:458px;height:auto\"><noscript><img data-recalc-dims=\"1\" loading=\"lazy\" loading=\"lazy\" decoding=\"async\" width=\"544\" height=\"785\" src=\"https:\/\/i0.wp.com\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2024\/03\/Mida.jpg?resize=544%2C785&#038;ssl=1\" alt=\"\" class=\"wp-image-50867\" style=\"width:458px;height:auto\" srcset=\"https:\/\/i0.wp.com\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2024\/03\/Mida.jpg?w=544&amp;ssl=1 544w, https:\/\/i0.wp.com\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2024\/03\/Mida.jpg?resize=208%2C300&amp;ssl=1 208w, https:\/\/i0.wp.com\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2024\/03\/Mida.jpg?resize=60%2C87&amp;ssl=1 60w\" sizes=\"auto, (max-width: 544px) 100vw, 544px\" \/><\/noscript><\/figure>\n<\/div>\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Il poeta, ci dice Anedda interpretando le intenzioni di Herbert, \u00e8 Marsia: punito per la sua <em>hybris<\/em> dal potere rappresentato da Apollo. Ma l\u2019apologo inscenato da Tiziano \u00e8 pi\u00f9 complesso, forse, di come ci venga presentato qui. Se \u00e8 il <em>sangue<\/em> di Marsia che <em>fa nascere un\u2019arte nuova<\/em>, il poeta sar\u00e0 colui che di questo scempio si nutre (appunto raffigurandolo nei suoi versi crudeli): se non il giovane Apollo che comunque, non dimentichiamolo, \u00e8 un artista a sua volta \u2013 detiene un potere, s\u00ec, ma \u00e8 quello sull\u2019arte rappresentato dal tradizionale serto d\u2019alloro: infatti il suo coltello potrebbe assomigliare giusto a un pennello \u2013, magari il vecchio Mida che, cinto a sua volta da corona, assiste impassibile alla scena, forse meditando sull\u2019opera da farsi (quella che contempliamo, cio\u00e8).<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">L\u2019artefice, al contempo vittima e carnefice come sosteneva Baudelaire, \u00e8 Marsia, s\u00ec, ma un po\u2019 anche Apollo; e soprattutto \u00e8 Mida, a tutti i costi determinato a tradurre nell\u2019oro della propria <em>arte nuova<\/em>, cos\u00ec rinvigorendo le sue membra esauste, il <em>sangue<\/em> che vede scorrere nel mondo. Il dio della storia ci <em>entra nel petto<\/em>, e irresistibile <em>spira<\/em>: si anima incarnandosi ogni volta, spietato, in nuovi corpi a lui offerti in sacrificio. Stavolta, a quanto pare, tocca a noi. Questo il prezzo dell\u2019<em>ispirazione<\/em> che gli chiediamo.<\/p>\n\n\n<div class=\"wp-block-image\">\n<figure class=\"aligncenter size-full\"><img decoding=\"async\" src=\"data:image\/gif;base64,R0lGODlhAQABAIAAAAAAAP\/\/\/yH5BAEAAAAALAAAAAABAAEAAAIBRAA7\" data-src=\"https:\/\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2024\/03\/coltello.jpg\" alt=\"\" class=\"wp-image-50869 lazyload\"><noscript><img data-recalc-dims=\"1\" loading=\"lazy\" loading=\"lazy\" decoding=\"async\" width=\"483\" height=\"468\" src=\"https:\/\/i0.wp.com\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2024\/03\/coltello.jpg?resize=483%2C468&#038;ssl=1\" alt=\"\" class=\"wp-image-50869\" srcset=\"https:\/\/i0.wp.com\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2024\/03\/coltello.jpg?w=483&amp;ssl=1 483w, https:\/\/i0.wp.com\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2024\/03\/coltello.jpg?resize=300%2C291&amp;ssl=1 300w, https:\/\/i0.wp.com\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2024\/03\/coltello.jpg?resize=60%2C58&amp;ssl=1 60w\" sizes=\"auto, (max-width: 483px) 100vw, 483px\" \/><\/noscript><\/figure>\n<\/div>\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">L\u2019<em>ekphrasis <\/em>pi\u00f9 problematica della <em>Vita dei dettagli<\/em> si trova in quelle che sono, da sempre, le sue pagine a me pi\u00f9 care: il saggio su <a href=\"https:\/\/antinomie.it\/index.php\/2023\/11\/24\/mark-rothko\/\"><em>Mark Rothko<\/em><\/a> che si legge nella terza sezione del libro, \u00abRitratti\u00bb. Il primo valore di quest\u2019arte \u00e8 la sua anche paradossale <em>intimit\u00e0 <\/em>(se per tradizione \u00abla parola intimit\u00e0 suggerisce uno spazio ristretto, per Rothko \u00e8 la grandezza della tela a consentire <em>intimit\u00e0<\/em>\u00bb), il primo suo carattere \u00e8 il colore che <em>trema <\/em>(\u00abla calma \u00e8 solo apparente, tutto in realt\u00e0 rabbrividisce\u00bb): connotati che riconosciamo entrambi, ormai, squisitamente aneddiani. Come nella tradizione studiata da Arasse, in questione nelle tele di Rothko \u00e8 sempre la distanza. Ma in prima battuta, stavolta, non si tratta tanto della distanza fra l\u2019osservatore e il quadro, quanto di quella fra l\u2019artista e ci\u00f2 che il suo quadro \u00e8 chiamato a raffigurare (o meglio, incarnare): \u00abLaggi\u00f9, dicono i quadri di Rothko, e questo laggi\u00f9 non \u00e8 distante, ma vicinissimo, cos\u00ec prossimo, cos\u00ec vero da essere insostenibile\u00bb. Questo <em>laggi\u00f9<\/em> ha per Anedda un nome solo, certo e inevitabile: \u00abl\u2019enigma della morte non \u00e8 il tempo ma lo spazio, non il <em>quando<\/em>, ma il <em>qui e il laggi\u00f9<\/em>, ci\u00f2 che si stende e stride fra la nostra sosta <em>qui<\/em> e il richiamo di quel <em>laggi\u00f9<\/em>\u00bb che di fronte a noi \u00e8 un \u00abritmo che sprofonda e insieme avanza\u00bb.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Il problema infatti, di fronte a questi quadri, \u00e8 che non siamo noi ad avvicinarci o allontanarci. Sono <em>loro<\/em>, che ci danno l\u2019impressione di<em> affiorare e arretrare insieme <\/em>(l\u2019effetto dell\u2019affioramento \u00e8 spesso evocato dalla <em>Vita dei dettagli<\/em>). Il <em>laggi\u00f9<\/em> ci si avvicina minaccioso, ma se tentiamo di andargli incontro vediamo che si allontana: \u00abl\u2019azzurro o il grigio avanzano in verticale sul fondo pi\u00f9 scuro\u00bb, ma se lo guardo ancora una volta \u00abil tenero sale verso il forte e poi affonda in uno spazio pi\u00f9 denso ed enigmatico\u00bb.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Chiamerei questa vertigine \u201ceffetto Rothko\u201d, per analogia con l\u2019<a href=\"https:\/\/antinomie.it\/index.php\/2021\/05\/07\/precipitare-hitchcock\/\" target=\"_blank\" rel=\"noreferrer noopener\">\u00abeffetto Vertigo\u00bb<\/a> escogitato da Alfred Hitchcock nella scena-chiave del film del 1958, e cos\u00ec da lui descritto (con palpabile compiacimento \u2013 \u00able \u00e8 piaciuto\u2026? sa come \u00e8 stato fatto\u2026?\u00bb) allo sbalordito Fran\u00e7ois Truffaut che lo ascolta: \u00abuna carrellata indietro, combinata con uno zoom in avanti\u00bb. Ancora una volta, dunque, <em>una distanza<\/em> <em>cos\u00ec prossima da essere insostenibile<\/em>. Ed \u00e8 una vertigine, davvero, quella che evoca Anedda: \u00abquest\u2019arte non conosce rifugio, n\u00e9 riposo, n\u00e9 conforto, la sua bellezza coincide con una vertigine che fonde il volto amato nell\u2019indistinto della visione\u00bb. Questa vertigine assomiglia a quella che confonde i tratti della vittima con quelli del carnefice: \u00able ombre cambiano forma ma le forme sono spettri che hanno la forza della spada\u00bb, e infatti \u00abun arco unisce l\u2019ultimo Rothko al vecchio Tiziano\u00bb<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">La prima immagine che descrive Anedda, per\u00f2, non \u00e8 un quadro di Rothko. O meglio, nell\u2019immagine il quadro c\u2019\u00e8 ma noi non lo guardiamo. Quello che guardiamo \u00e8 l\u2019uomo che lo guarda. Il saggio prende infatti le mosse dall\u2019<em>ekphrasis<\/em> di una foto di Hans Namuth, realizzata nello studio del pittore nel \u201964. Rothko \u00e8 presente nell\u2019immagine, ma \u00abdi spalle seduto su una sdraio di legno, da giardino\u00bb, raffigurato appunto mentre contempla un suo quadro:<\/p>\n\n\n<div class=\"wp-block-image\">\n<figure class=\"aligncenter size-full\"><img decoding=\"async\" src=\"data:image\/gif;base64,R0lGODlhAQABAIAAAAAAAP\/\/\/yH5BAEAAAAALAAAAAABAAEAAAIBRAA7\" data-src=\"https:\/\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2024\/03\/WhatsApp-Image-2024-03-06-at-12.32.17.jpeg\" alt=\"\" class=\"wp-image-50871 lazyload\"><noscript><img data-recalc-dims=\"1\" loading=\"lazy\" loading=\"lazy\" decoding=\"async\" width=\"800\" height=\"563\" src=\"https:\/\/i0.wp.com\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2024\/03\/WhatsApp-Image-2024-03-06-at-12.32.17.jpeg?resize=800%2C563&#038;ssl=1\" alt=\"\" class=\"wp-image-50871\" srcset=\"https:\/\/i0.wp.com\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2024\/03\/WhatsApp-Image-2024-03-06-at-12.32.17.jpeg?w=800&amp;ssl=1 800w, https:\/\/i0.wp.com\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2024\/03\/WhatsApp-Image-2024-03-06-at-12.32.17.jpeg?resize=300%2C211&amp;ssl=1 300w, https:\/\/i0.wp.com\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2024\/03\/WhatsApp-Image-2024-03-06-at-12.32.17.jpeg?resize=768%2C540&amp;ssl=1 768w, https:\/\/i0.wp.com\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2024\/03\/WhatsApp-Image-2024-03-06-at-12.32.17.jpeg?resize=60%2C42&amp;ssl=1 60w\" sizes=\"auto, (max-width: 800px) 100vw, 800px\" \/><\/noscript><\/figure>\n<\/div>\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\" style=\"font-size:14px\">Sei anni separano l\u2019uomo fotografato dal suicidio. L\u2019incupirsi della tavolozza \u00e8 l\u2019incupirsi della vita? le immagini dell\u2019esistenza infittiscono dentro il buio dei quadri? il nero \u00e8 anche quello degli occhi che si chiudono per i sonniferi e l\u2019alcool, nero di un sonno senza sogni, di un colore che si ritrae e contrae in quella tela che \u00e8 mare e pozzo, orizzonte e profondit\u00e0?<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Sono domande che non possono avere risposte esplicite perch\u00e9, come dice un giovane Beckett citato subito dopo, \u00abqualsiasi idea possiamo compiacerci di avere a proposito della morte [\u2026] siamone ben sicuri \u00e8 priva di senso e di valore\u00bb (<em>Proust<\/em>, 1931, SugarCo 1978). Ma quello che si vede nella foto, al di l\u00e0 della sorte individuale dell\u2019artista di nome Rothkowitz, \u00e8 qualcuno che sempre pi\u00f9 s\u2019inoltra, immobile, nel colore che lo acceca: Apollo che scuoia s\u00e9 stesso, in un sacrificio che si ripete sempre uguale e sempre diverso. Siamo noi a sprofondare nella tela, siamo noi a tenere in pugno quel coltello.<\/p>\n\n\n\n<div style=\"height:20px\" aria-hidden=\"true\" class=\"wp-block-spacer\"><\/div>\n\n\n\n<p class=\"has-text-color has-link-color wp-elements-1 wp-block-paragraph\" style=\"color:#6a6666;font-size:15px\"><em>In copertina: Giotto, <\/em>Compianto sul Cristo morto<em>, 1303-1305, Cappella degli Scrovegni, Padova<\/em> <em>(particolare)<\/em><\/p>\n","protected":false,"gt_translate_keys":[{"key":"rendered","format":"html"}]},"excerpt":{"rendered":"<p>\u00abLi ho dovuti fotografare da un catalogo. Sono troppo in alto\u00bb. 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Ossia la possibilit\u00e0 di ingrandire a piacimento le immagini, una volta riprodotte, cos\u00ec consentendo di apprezzarne appunto i dettagli che la percezione dal vivo non sarebbe in grado di cogliere: per le loro dimensioni ridotte o, come nel caso di quegli angeli, per la loro distanza dall\u2019osservatore.<\/p>\n","protected":false,"gt_translate_keys":[{"key":"rendered","format":"html"}]},"author":11,"featured_media":50790,"comment_status":"open","ping_status":"open","sticky":false,"template":"","format":"standard","meta":{"_jetpack_newsletter_access":"","_jetpack_dont_email_post_to_subs":false,"_jetpack_newsletter_tier_id":0,"_jetpack_memberships_contains_paywalled_content":false,"_jetpack_feature_clip_id":0,"_jetpack_memberships_contains_paid_content":false,"footnotes":"","jetpack_post_was_ever_published":false},"categories":[2584],"tags":[82,485],"coauthors":[1718],"class_list":["post-50784","post","type-post","status-publish","format-standard","has-post-thumbnail","hentry","category-anedda","tag-andrea-cortellessa","tag-antonella-anedda","style--link-2"],"yoast_head":"<!-- This site is optimized with the Yoast SEO plugin v28.7 - https:\/\/yoast.com\/product\/yoast-seo-wordpress\/ -->\n<title>Antonella Anedda, il coltello dello sguardo - Andrea Cortellessa<\/title>\n<meta name=\"description\" content=\"\u00abLi ho dovuti fotografare da un catalogo. 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Insegna Letteratura italiana contemporanea all\u2019Universit\u00e0 di Roma Tre. Ha curato mostre e testi (tra gli altri di de Chirico, Manganelli, Pagliarani, Raboni, Rosselli, Zanzotto, Di Ruscio, Paolini, Parmiggiani e Serafini), realizzato trasmissioni radiofoniche e televisive, spettacoli teatrali e musicali. Fra i suoi ultimi libri \u201cLe notti chiare erano tutte un\u2019alba. Antologia di poeti italiani nella Prima guerra mondiale\u201d (Bompiani 2018), \u201cAndrea Zanzotto. Il canto nella terra\u201d (Laterza 2021), \u201cFilologia fantastica. Ipotizzare, Manganelli\u201d (Argolibri 2022), \u201cAmelia Rosselli. Con l\u2019ascia dietro le nostre spalle\u201d (Electa 2024), \u201cForse che s\u00ec. Joyce fra Pascoli e Gadda\u201d; (Quodlibet 2025) e \u201cUna ragione di pi\u00f9 per andare all\u2019inferno. 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