{"id":47094,"date":"2023-11-09T00:01:00","date_gmt":"2023-11-08T23:01:00","guid":{"rendered":"https:\/\/antinomie.it\/?p=47094"},"modified":"2023-11-08T21:13:26","modified_gmt":"2023-11-08T20:13:26","slug":"illuminare-bruciando-a-partire-da-filo","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/antinomie.it\/index.php\/2023\/11\/09\/illuminare-bruciando-a-partire-da-filo\/","title":{"rendered":"Illuminare bruciando. A partire da &#8216;Fil\u00f2&#8217;","gt_translate_keys":[{"key":"rendered","format":"text"}]},"content":{"rendered":"\n<div style=\"height:20px\" aria-hidden=\"true\" class=\"wp-block-spacer\"><\/div>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\" style=\"font-size:15px\"><em>\u00c8 uscito nella \u00abCollana blu\u00bb delle Edizioni del verri (aka \u00abIl pastore elettrico\u00bb) il nuovo libro di saggi di <\/em><a href=\"https:\/\/antinomie.it\/index.php\/2021\/02\/21\/piccola-collezione-portatile\/\" target=\"_blank\" rel=\"noreferrer noopener\"><em>uno dei nostri poeti pi\u00f9 visivi e insieme pi\u00f9 visionari<\/em><\/a><em> (in barba all\u2019antinomia storicamente posta, da Gianfranco Contini, a proposito di una sua grande passione, Dino Campana, che sigla a congedo anche questo nuovo volume), che all\u2019anagrafe accademica si firma com\u2019\u00e8 noto con l\u2019ortonimo di Tommaso Pomilio. Quelli del <\/em><a href=\"https:\/\/www.ilverri.it\/index.php\/le-collane\/collana-blu\" target=\"_blank\" rel=\"noreferrer noopener\">Rovescio di un minuto. Nel cinema della scrittura, da Zavattini a Zanzotto<\/a><em> (265 pp., \u20ac 23) sono veri saggi \u2013 su autori come Fenoglio, Flaiano, Landolfi, Malerba, Bene, Pagliarani e il mentore Sanguineti \u2013, efficacissimi nel delimitare una \u201czona cinematografica\u201d (parafrasando <\/em>Stalker<em>) della nostra letteratura novecentesca: non censendo le numerose e multiformi intersezioni che tanta di essa ha avuto coi procedimenti dell\u2019industria produttiva (soprattutto, si sa, nella forma della sceneggiatura), n\u00e9 tanto inventariandone l\u2019uso della memoria cinematografica come repertorio tematico e citazionale, ma cercando di scrutinare come ciascun autore, l\u2019uno diversamente dall\u2019altro, abbia \u201cpensato filmicamente\u201d e scritto in modi che, storicamente, della sintassi cinematografica sono debitori: a partire appunto dalla \u00abcinematografia sentimentale\u00bb che nei <\/em>Canti Orfici <em>rivela il \u00abpanorama scheletrico del mondo\u00bb. Anche in questa accezione pi\u00f9 precisa, certo, il novero potrebbe abbracciare tanti altri autori: ma non c\u2019\u00e8 dubbio che quelli qui censiti siano stati, del fenomeno, alfieri quanto mai rappresentativi.<\/em><\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\" style=\"font-size:15px\"><em>Ma questi di Tommaso sono anche esercizi trascendentali di un demiurgo della prosa: come dimostra anche il retro di copertina, non firmato quanto dalla mano inconfondibile (\u00abObliqui tagli nel continuum, intersezioni o inversioni di piani ottici e blocchi temporali, dilatazioni \/ contrazioni (del significare, diegetico oppure ritmico), smontaggi e rimontaggi nella filigrana del discorso, dissezioni, interferenze, concreti onirismi, sfalsamenti prospettici, alchimie verbali d\u2019un divenire <\/em>altro<em> o sia <\/em>oltre<em> la lingua. | Sono solo alcuni dei modi in cui il linguaggio letterario (e, specialmente, poetico) nella modernit\u00e0 avanzata ha introiettato il solco dell\u2019immagine-movimento, incorporandone l\u2019ombra-luce, moltiplicandone e rovesciandone i tempi, le angolazioni, le messe a fuoco, gli spettri, rendendosi, attraverso il cinema, im\/pura (espansiva) scrittura visuale: scrittura del movimento, e del suo magnetico dilatarsi\u00bb). Conferma ennesima, ove ce ne fosse bisogno, che la saggistica degli scrittori (e non le bellurie di cui si compiacciono, spesso, i saggisti <\/em>wannabe<em> scrittori) \u00e8 parte eminente \u2013 se non sezione aurea, forse \u2013 della scrittura moderna: almeno da quando Baudelaire prescrisse, cio\u00e8, che in ogni vero poeta alberga un critico.<\/em><\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\" style=\"font-size:15px\"><em>Per la cortesia di autore ed editore del libro proponiamo, alleggerito dell\u2019apparato di note, il prologo \u2013 appunto assai \u201cscritto\u201d \u2013 dedicato da Pomilio-Ottonieri a uno dei pi\u00f9 grandi \u201cinfiammati\u201d di cinema della nostra poesia (ancorch\u00e9 e forse proprio perch\u00e9 a lungo insospettito, almeno altrettanto di quanto fosse ammaliato, dalle fattucchierie della decima musa), Andrea Zanzotto.<\/em><\/p>\n\n\n\n<p class=\"has-text-align-right wp-block-paragraph\" style=\"font-size:15px\">Andrea Cortellessa<\/p>\n\n\n\n<div style=\"height:20px\" aria-hidden=\"true\" class=\"wp-block-spacer\"><\/div>\n\n\n\n<p class=\"has-drop-cap wp-block-paragraph\">\u00c8 possibile <em>dire <\/em>qualcosa del cinema? Se non la microscopia del <em>niente <\/em>che pullula e popola la sottilissima grana del suo impalpabile supporto (svolgersi di celluloide o raffiche di pixels); se non l\u2019incrociata intermittenza della sua luce potenziale, giganteggiata a riscontro d\u2019una parete amorfa, il succedersi di combuste apparizioni, il gioco d\u2019ombre che si rigonfiano ad intessere, ritessere, a protendersi sulla cavit\u00e0 d\u2019una sala? Se non, invece, il suo <em>spavento<\/em>: \u00abne ci\u00f9cia, \u2019l cine, \u2019l ne fa a t\u00f2ch\u00bb&#8230; (sez. iniziale del poemetto in dialetto, <em>Fil\u00f2<\/em>; detto in autotraduzione: \u00abci succhia, il cine, ci fa a pezzi, \/ con la sua forbice ci straccia, ci riappiccica, \/ dentro le sue moviole ci stravolge, \/ ruba il suo proprio DNA \/ al grumo pi\u00f9 nascosto di noi stessi \/ gi\u00f9 nel pozzo senza fondo\u00bb), condizionando <em>l\u2019attivit\u00e0 dell\u2019inconscio <\/em>(o sia producendo effetti di realt\u00e0 <em>modellati sul sogno <\/em>e <em>modellanti il sogno<\/em>): ma pure, \u00e8 in grado di <em>ardere bruciare e illuminare<\/em>; il cine \u00abmostra di essere fiato bruciante di d\u00e8i seppur bastardo, \/ ci fa scoppiare sbocciare fuori come germogli a primavera\u00bb, \u00e8 un <em>aldil\u00e0 <\/em>(\u00abpovero aldil\u00e0, grande aldil\u00e0 di luce e plastica\u00bb): al punto che \u00absquasi \u2013 \u2019l par lu la poesia\u00bb (aggiustato, millimetricamente, l\u2019asse del paradigma pasoliniano; pi\u00f9 che cinema <em>di <\/em>poesia: cinema <em>come <\/em>poesia, <em>tout court<\/em>, affioramento\/ ardere del suo fantasma). \u2013 Se <em>dire del cinema <\/em>non \u00e8 forse possibile, quel che \u00e8 certo invece, \u00e8 l\u2019<em>esserne detti<\/em>: il cinema <em>ci <\/em>parla (<em>parla noi<\/em>), e pu\u00f2 (spesso) <em>bruciarci<\/em>.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Pi\u00f9 ancora che (nella figura del <em>succhiare<\/em>) la pi\u00f9 ovvia, ancorch\u00e9 asimmetrica, derivazione pirandelliana (il treppiede- ragno, specialmente, del <em>Serafino Gubbio<\/em>, dalla prospettiva della cinepresa), suggestiona la specularit\u00e0 rispetto a quanto Savinio (in contiguit\u00e0 con qualcuno dei <em>brucianti <\/em>flash teorici epsteiniani?) aveva scritto, presumo una cinquantina d\u2019anni prima, e che Zanzotto non poteva conoscere (la pagina, manoscritta, priva di datazione precisa, sarebbe stata resa pubblica solo nell\u201981, cinque anni dopo <em>Fil\u00f2<\/em>): \u00abParla, e la sua voce cola nelle arterie, penetra i meandri del cervello, opera i suoi effetti inavvertibili tremendi, come quei filtri, come quelle droghe che non sai, che non si pu\u00f2 sapere quando cominciano a lavorarti, a dominarti; ma che poi a poco a poco ti cambiano il colore della pelle, la luce degli occhi, il suono della voce, e ti addormentano se vegli, e ti svegliano se dormi, e ti passeggiano da un mondo nell\u2019altro come il vento porta alla deriva la nave abbandonata dall\u2019equipaggio\u00bb.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Brucia e illumina, il cinema; colato nelle arterie. Prevalendo, certo, nell\u2019intuizione di Savinio, la componente oggettificante, ipnotica invece che deflagratoria: cinema- filtro, cine psicotropo, dilatazione pi\u00f9 che combustione, soffice trapanatura, luminescenza d\u2019incantamento. E gi\u00e0 in Savinio, nelle discontinuit\u00e0 <em>hermaphrodite <\/em>cos\u00ec come nell\u2019idea d\u2019infanzia ma tanto pi\u00f9, a tratti, nelle forme brevi (<em>Achille innamorato<\/em>, o anche, saggistiche, come nella <em>Nuova Enciclopedia<\/em>), le cinegrafiche moviole flettono sinapsi, scavando bruciante immaginario, ma non meno, montano e smontano cronosintassi, allargano scarti, scatti, nel disvelante divagante moto oniroide dell\u2019invenzione scrittoria, del disegno delle sue ilari-enigmatiche schegge del narrare. <em>Siamo parlati <\/em>ormai tutti da un cinema espanso; e, senza necessit\u00e0 di ricorso o ritorno all\u2019immagine alla vivamorta, <em>lo parliamo<\/em>. \u00c8 una pellicola invisibile quella che ci scorre nella lingua e se ne accendono e assemblano i triturati spezzoni, lampeggiando per sintassi rivoltate, per rimontaggi sillabici.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\"><em>Non dir\u00f2 <\/em>molto di Zanzotto, o sia della costanza del suo <em>dire<\/em>, del parlante suo <em>non-dire <\/em>del cinema (\u00abNo dighe gn\u00e9nt del cine \u2013 vor\u00ece parlar del cine \u2013 al me strassina \u2019l cine \u2013 me fa spavento \u2019l cine\u00bb) cio\u00e8 <em>altrimenti detto<\/em>, della beanza che (de)focalizza quella prima stanza di <em>Fil\u00f2<\/em>, o del \u00abvers de dreit nien\u00bb, il <em>puro nulla <\/em>che ricollega \u2019<em>l cine <\/em>al discorrere-vertigine e bifronte dei suoi (di Zanzotto) trovatori; se il cinema <em>\u00e8 <\/em>la poesia, ci\u00f2 \u00e8 <em>anche <\/em>perch\u00e9 questa, vampira a s\u00e9, <em>risucchia <\/em>nelle sue psicopoietiche \u201cmoviole\u201d: ma \u00e8 soprattutto perch\u00e9 a risucchiarsi \u00e8 il \u201cgrumo\u201d di se stessa, in una spirale infinita come nella trottola d\u2019un palindromo ruotare; <em>an\u00e9mic cin\u00e9ma<\/em>, sillaba-movimento (<em>facolt\u00e0 <\/em>del cinema \u00e8 appunto di \u00abcreare intorno al proprio campo di rivelazione un gorgo, un vuoto comunque invitante o \u201cavvitante\u201d\u00bb). Ge\u00f2de, inghiottitoio vampiro, nel \u00abd\u00f3 inte \u2019l pos senzha fondi\u00bb (gi\u00f9 nel pozzo senza fondo) del pullulante suo <em>puro niente<\/em>, cos\u00ec come gi\u00e0 il verso: e che pure dall\u2019impalpabilit\u00e0 della striscia di fotogramma (della striscia di sillabe) estende, dal centro mobile e via verso i bordi, su schermo di \u00abcinema infero\u00bb, insieme \u00abnebbioso\u00bb e \u00abfavolistico\u00bb (cos\u00ec poi nell\u201986), quasi una fistola (aperta, beante, proprio, incicatrizzabile, quasi, senza fondo, <em>pozzo <\/em>di qualche profondo-frustrato amore), i minuti \u00abflash di necrosi\u00bb, gli incontenibili crepit\u00eci della sua ustione.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\"><em>In una storia idiota di vampiri<\/em>, come si fosse: aveva gi\u00e0 detto, Zanzotto, in una bifronte lirica de <em>La Belt\u00e0<\/em>; dove la <em>storia <\/em>\u00e8 certo quella ruotante attorno al Capitale-vampiro, ma vampiro \u00e8, di essa, il dispositivo nodale: <em>plastica <\/em>di <em>celluloide <\/em>che pure \u00abniente \u00e8 capace di inghiottire, n\u00e9 digerire\u00bb (<em>Fil\u00f2<\/em>), \u00abcrosta intorno al pianeta\u00bb (gi\u00e0 notava nel \u201973, in autocommento per <em>Gli Sguardi i Fatti e Senhal<\/em>) come \u00absfera di escrementi di celluloide e di tapes vari, con visioni e bla-bla imbalsamati dentro\u00bb o sia imperitura \u00abplastica che coinvolge anche al livello della fantasia\u00bb alla stregua di \u00abquel pattume plasticale inconsumabile, che nella vita ci troviamo sempre fra i piedi\u00bb, o insomma vampiro-anoressia del presente\/transeunte che solo pu\u00f2 inglobarsi intiero il corteggio de \u00able imagini vane\u00bb (torno alla stanza prima di <em>Fil\u00f2<\/em>) e che pu\u00f2 placarsi semmai tramite \u00abinferia\u00bb, <em>offerta <\/em>\u00abdi punte e di sputi\u00bb, rituale sacrificio del linguaggio alla feroce idiozia della storia. Eppure, ci\u00f2 che conta, specularmente (lo ha dimostrato Riccardo Donati in alcune sue, illuminate, pagine), \u00e8 il dispositivo ottico in cui si trova incastonato il vampirizzato, <em>noi<\/em>, vivente-morto, spettatorio e poietico indistintamente, nel film di Dreyer (<em>Vampyr. Der Traum des Allan Grey<\/em>, 1932<em>) <\/em>da cui, specialmente in un testo pi\u00f9 antico, <em>Impossibilit\u00e0 della parola <\/em>(incluso in <em>Vocativo<\/em>, 1957), Zanzotto prende le mosse nel nome di cadavere di congiunto: \u00abSe con te, sorella, se in tua vece \/ giacendo corpo di vetro, dal vetro \/ della bara dal basso \/ dolce e pauroso, il mondo \/ veduto avessi\u00bb; e in tal modo \u00abimmagina[ndosi] morto al suo posto e nella visione assume[ndo] la stessa prospettiva del film\u00bb: dal diafano d\u2019un vetro applicato a finestrella sulla bara, assistendo cio\u00e8 alla (propria) sepoltura, \u00abpassivit\u00e0 di un corpo agito da una forza esterna, ridotto unicamente a sguardo e paralizzato dall\u2019incontro con la vita che continua fuori dalla vita\u00bb, nella soggettiva (descrisse Pasolini, nel famoso saggio del \u201965 sul \u201ccinema di poesia\u201d) \u00abdel cadavere che vede tutto il mondo come pu\u00f2 vederlo chi \u00e8 disteso dentro una bara, cio\u00e8 dal basso all\u2019alto e in movimento \u00bb. \u2013 \u00c8 il medesimo caleidoscopio, per inciso, da cui muove, a ogni rotazione o ogni getto di dadi, il <em>Giuoco dell\u2019Oca <\/em>sanguinetiano, dalla prima casella e poi scopertamente nella XXXIX e per\u00f2, qui, da prospettiva rovesciata, esterna ma ancora per l\u2019interno (della bara), in rispecchiarsi allucinatorio (\u00abMa io butto la mia diapositiva sopra il vetro della bara, dentro la finestrella, sopra la mia faccia, dentro i miei occhi\u00bb); <em>vedere il cadavere <\/em>come <em>pu\u00f2 vederlo il mondo<\/em>, dal punto di vista del movimento a quello dell\u2019immobilit\u00e0 (e, per ci\u00f2 che riguarda il film di Dreyer, da quello della vampira-succubo, a quello devitalizzato ma vivente ancora del soggiogato <em>corpse<\/em>). Nel delimitarsi d\u2019una cornice che circoscrivendo intensifichi il grumo d\u2019occhi, il pensiero-altro della percezione. Paradosso del sovrapporsi dello sguardo attoriale a quello spettatorio, e, a quest\u2019ultimo, dello sguardo orchestrante del \u201cgrande venditore d\u2019immagini\u201d \u2013 non il regista solamente, ma la macchina <em>autoriale<\/em>, certo, che nel nome del cinema trascina se stesso con noi, nel vortice di fantasmata luce d\u2019un \u00abpozzo senza fondo\u00bb, soglia d\u2019oltremondo che fora le pi\u00f9 rassicuranti (e pi\u00f9 incerte) bidimensionalit\u00e0 della tela\/schermo.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Se brucia e illumina, il cinema, se ha voce che s\u2019inocula, a <em>colare <\/em>nelle arterie o nei meandri del cervello, \u00e8 proprio per il riposizionamento che (sia essa consumo o invece poesia, furto di grumi o loro lievitare) convulsamente induce nel riguardante, in colui solo che, nel suo transfert o nel supino subirlo, innervato di esso, lo ri-attua; ma non \u00e8 questione unicamente oculare, o di rotazione sensoriale, non \u00e8 solo rivolgimento, vertigine, istituzione di un alieno piano di realt\u00e0 che esiste unicamente nel pulsare della luce, e che diviene lui solo quello vero. \u00c8, ancor pi\u00f9, il paradosso d\u2019uno scomporsi linearmente; piani che si contestino e sovrappongano ma in sequenza, quasi istituendo un intimo cronotopo spazioritmico, per fotogrammi verbali che si rilanciano l\u2019un l\u2019altro dall\u2019interno, ribilanciandosi dallo stesso eccedere (oltranza\/oltraggio?) del loro <em>out of joint<\/em>, fuori-sesto: secondo un principio che diremmo endopoietico, per suggestione con quella \u00abspinta \u201cendofilmica\u201d\u00bb che sempre lui, Zanzotto, avrebbe riconosciuto nel procedimento felliniano: immagini non preesistenti, non prestabilite, ma che piuttosto \u00absgorga<em>ssero <\/em>l\u2019una dall\u2019altra\u00bb. Oppure, anche (centrandosi pi\u00f9 specificamente su <em>La citt\u00e0 delle donne<\/em>, per cui lui aveva scritto alcune filastrocche peraltro, rimaste inutilizzate), che Zanzotto sembra individuare una \u00abconcezione del cinema\u00bb in cui, obliquo, rispecchiarsi, per il suo lavoro (almeno) da <em>La Belt\u00e0 <\/em>in avanti (trovando per ci\u00f2 un culmine in <em>Il galateo in bosco<\/em>, a me pare): cinema come \u00abtesaurizzazione (accumulo) di luci, spazi accertati per \u201ccooptazione\u201d attraverso continui e contraddicenti assaggi, sentieri o corridoi tagliati, ponti saltati. Non un impossessamento del tempo attraverso un ritmo che dispone, assesta e modula, ma uno strisciare \u201ccol\u201d tempo, con una <em>dur\u00e9e <\/em>che non ha una sola direzione e tanto meno una sola \u201cdensit\u00e0\u201d\u00bb; fino a un\u2019identificazione con \u00abun <em>eros <\/em>distribuito nell\u2019ovunque, nei pi\u00f9 diversi organismi e localizzazioni com\u2019\u00e8 l\u2019<em>eros <\/em>femminile, ben pi\u00f9 differenziato e plasmabile di quello maschile, polieclatante come un eterno cinema, secondo quanto pot\u00e9 riferire Tiresia a Giove\u00bb.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Perch\u00e9, potrebbe dirsi, il montaggio in poesia (se aspirante questa alla <em>totalit\u00e0 <\/em>pur relativa del suo <em>poiein<\/em>, all\u2019incessabilit\u00e0 del suo \u201cfatto\u201d capace di \u00ab\u201cprende[re] dentro\u201d tutti gli angoli dell\u2019essere\u00bb), avviene a livello sintagmatico, per accensioni fosfeniche, per diffrazioni, per agglomerarsi (o conglomerarsi) di cellule verbali che si generino e rigenerino su multidirezionali e riplasmate linee di contiguit\u00e0 e dis\/continuit\u00e0, provenienti dalle pi\u00f9 periferiche zone di memoria onto- e filo- (o addirittura <em>fil\u00f2<\/em>?) genetica; secondo quel procedimento che il poeta dov\u00e9 meravigliosamente illustrare in un <em>Autoritratto <\/em>radiofonico del \u201977: dicendo di \u00abversi\u00bb ovvero di \u00abparole, singole o a gruppetti\u00bb che quando \u00abcominciano a \u201cvolersi\u201d, a nascere \u00bb restano solo da <em>trascrivere <\/em>e sedimentare fino a che non ne nasca una <em>rivelatrice <\/em>\u00absemantica del titolo\u00bb: dove esso, il titolo, \u00abnasce [\u2026] come individuazione di una struttura in mezzo a un coacervo\u201d. Ma non \u00e8 questo soltanto; ch\u00e9 il <em>campo <\/em>gi\u00e0 nativamente <em>proprio del poetico<\/em>, che concerne tanto la <em>visualit\u00e0<\/em>, quanto il <em>suono-voce-sound <\/em>(poesia come \u00abfatto che \u00e8, insieme, fonico-ritmico, visuale nel suo disporsi sulla pagina\u00bb\u2026), \u00abnel giro dei modi della semiosi\u00bb, \u00e8 lo stesso che il cinema, dopo di lei, tender\u00e0 a occupare: implicitamente assegnando, Zanzotto, alla pratica poetica nella sua <em>globalit\u00e0<\/em>, carattere cinematografico intrinseco, antecedente (poesia come nativa immaginemovimento, mentalizzata ma non realizzata filmicamente \u2013 <em>Urph\u00e4nomen<\/em>, potremmo dire) ma anche derivativo (capace di riconfigurarsi e assumere immagini e ritmi, linfe e anche veleni, al passo del tempo del cinema <em>con cui<\/em>, come per Fellini, \u00abstrisciare\u00bb), rispetto alla effettiva realizzazione filmica.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\"><em>Illuminare<\/em>, cosa vuol dire, se non <em>bruciare<\/em>: consumare i <em>plasticali <\/em>grassi raddensatisi attorno a quell\u2019oniroide o magari oniropoietico nucleo di pi\u00f9 decantata, <em>polieclatante <\/em>poesia, che \u201cforse\u201d risiede nel diafano della celluloide, nell\u2019ombra d\u2019incendio (\u00abbusnar del f\u00f3go\u00bb, \u00abrugghiare del fuoco\u00bb, come, in <em>Fil\u00f2<\/em>, la poesia verbale) che si proietta a popolare spazio verticale, scavare profondit\u00e0 e impurit\u00e0 nel neutro, assai dubbio, del bianco. \u00c8 l\u00ec, che lo zanzottiano pensare il cinema, e le concomitanti prassi di una esplosa-fluttuante, asimmetricamente dittologica, sempre a divergere sempre a ritornare, fotogrammaticit\u00e0 psicoverbale (ritornante, dico, a un punto che non era previsto \u2013 e che solo l\u2019<em>imprimatur <\/em>dato dal titolo, alla fine del processo, potr\u00e0 illudere di stabilizzare), possono esserci soglia al pi\u00f9 stroboscopico, stratificante cinema della scrittura (poietica; in verso e in linea); scomposizione, ustoria, metastabile, del ritmo e dello spazio, proliferazione e risucchio delle cellule verbali (foniche) e mobilmente visive, baluginii \u2013 rivenienti vampiri \u2013 sulla impalpabile pasta moschicida dei supporti, celluloide\/cellulosa. Se l\u2019immagine si allarga dal fondo del suo specchio scuro, attorno alla crepitante opacit\u00e0 d\u2019un fuoco-<em>focus <\/em>che consuma e affina (progressivamente dischiudendosi <em>altra <\/em>da s\u00e9 \u2013 via, dall&#8217;inerzia dell&#8217;evidente), se il tempo si rovescia e si riaddensa nel minuto scroscio delle sue moviole (e il \u00abplasma luminoso\u00bb passa attraverso il \u00abfattore fonico, vocale\u00bb medesimo, la datit\u00e0 acusmatica che sfreccia nell\u2019immagine), \u00e8 perch\u00e9, subito scivolati via dallo schermo, tempo e sua immagine possano imprimersi in quell\u2019<em>aldil\u00e0 <\/em>di plastiche e plasticit\u00e0 verbali; l\u00ec dove le sintassi, <em>intersecate<\/em>, <em>stratificate<\/em>, si azzerano per moltiplicarsi, \u00abluogo [\u2026] di un\u2019esplosiva e coinvolgente reattivit\u00e0\u00bb; quell\u2019oltrespazio oltretempo, in costante movimento (spostamento-mutamento), che \u00e8 la scrittura probabilmente (<em>la poesia<\/em>?): casomai, l\u2019\u00abincognita che, mancando un miglior termine, si continua a chiamare \u201ctesto\u201d\u00bb: o il suo <em>fluorescente <\/em>in\/visibile.<\/p>\n\n\n\n<div style=\"height:20px\" aria-hidden=\"true\" class=\"wp-block-spacer\"><\/div>\n\n\n\n<p class=\"has-text-color wp-block-paragraph\" style=\"color:#6a6666;font-size:15px\"><em>In copertina: una scena dal <\/em>Casanova<em> di Federico Fellini, 1976<\/em><\/p>\n","protected":false,"gt_translate_keys":[{"key":"rendered","format":"html"}]},"excerpt":{"rendered":"<p>Non dir\u00f2 molto di Zanzotto, o sia della costanza del suo dire, del parlante suo non-dire del cinema (\u00abNo dighe gn\u00e9nt del cine \u2013 vor\u00ece parlar del cine \u2013 al me strassina \u2019l cine \u2013 me fa spavento \u2019l cine\u00bb) cio\u00e8 altrimenti detto, della beanza che (de)focalizza quella prima stanza di Fil\u00f2, o del \u00abvers de dreit nien\u00bb, il puro nulla che ricollega \u2019l cine al discorrere-vertigine e bifronte dei suoi (di Zanzotto) trovatori; se il cinema \u00e8 la poesia, ci\u00f2 \u00e8 anche perch\u00e9 questa, vampira a s\u00e9, risucchia nelle sue psicopoietiche \u201cmoviole\u201d: ma \u00e8 soprattutto perch\u00e9 a risucchiarsi \u00e8 il \u201cgrumo\u201d di se stessa, in una spirale infinita come nella trottola d\u2019un palindromo ruotare.<\/p>\n","protected":false,"gt_translate_keys":[{"key":"rendered","format":"html"}]},"author":253,"featured_media":47133,"comment_status":"open","ping_status":"open","sticky":false,"template":"","format":"standard","meta":{"_jetpack_newsletter_access":"","_jetpack_dont_email_post_to_subs":false,"_jetpack_newsletter_tier_id":0,"_jetpack_memberships_contains_paywalled_content":false,"_jetpack_feature_clip_id":0,"_jetpack_memberships_contains_paid_content":false,"footnotes":"","jetpack_post_was_ever_published":false},"categories":[1399],"tags":[1358,1082],"coauthors":[2049],"class_list":["post-47094","post","type-post","status-publish","format-standard","has-post-thumbnail","hentry","category-zanzotto","tag-andrea-zanzotto","tag-tommaso-ottonieri","style--link-2"],"yoast_head":"<!-- This site is optimized with the Yoast SEO plugin v28.7 - https:\/\/yoast.com\/product\/yoast-seo-wordpress\/ -->\n<title>Illuminare bruciando. 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