{"id":4649,"date":"2020-03-21T00:04:36","date_gmt":"2020-03-20T23:04:36","guid":{"rendered":"http:\/\/antinomie.it\/?p=4649"},"modified":"2024-06-06T11:43:48","modified_gmt":"2024-06-06T09:43:48","slug":"un-certo-numero-di-cose","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/antinomie.it\/index.php\/2020\/03\/21\/un-certo-numero-di-cose\/","title":{"rendered":"Un certo numero di cose","gt_translate_keys":[{"key":"rendered","format":"text"}]},"content":{"rendered":"\n<h4 class=\"wp-block-heading\">2019<br>Introduzione<\/h4>\n\n\n\n<figure class=\"wp-block-image size-large\"><img decoding=\"async\" src=\"data:image\/gif;base64,R0lGODlhAQABAIAAAAAAAP\/\/\/yH5BAEAAAAALAAAAAABAAEAAAIBRAA7\" data-src=\"https:\/\/i0.wp.com\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2020\/03\/citazione-Foucault.png?fit=1024%2C295&amp;ssl=1\" alt=\"\" class=\"wp-image-4653 lazyload\"><noscript><img loading=\"lazy\" loading=\"lazy\" decoding=\"async\" width=\"1674\" height=\"482\" src=\"https:\/\/i0.wp.com\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2020\/03\/citazione-Foucault.png?fit=1024%2C295&amp;ssl=1\" alt=\"\" class=\"wp-image-4653\" srcset=\"https:\/\/i0.wp.com\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2020\/03\/citazione-Foucault.png?w=1674&amp;ssl=1 1674w, https:\/\/i0.wp.com\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2020\/03\/citazione-Foucault.png?resize=300%2C86&amp;ssl=1 300w, https:\/\/i0.wp.com\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2020\/03\/citazione-Foucault.png?resize=1024%2C295&amp;ssl=1 1024w, https:\/\/i0.wp.com\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2020\/03\/citazione-Foucault.png?resize=768%2C221&amp;ssl=1 768w, https:\/\/i0.wp.com\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2020\/03\/citazione-Foucault.png?resize=1536%2C442&amp;ssl=1 1536w, https:\/\/i0.wp.com\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2020\/03\/citazione-Foucault.png?resize=60%2C17&amp;ssl=1 60w, https:\/\/i0.wp.com\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2020\/03\/citazione-Foucault.png?resize=480%2C138&amp;ssl=1 480w\" sizes=\"auto, (max-width: 1080px) 100vw, 1080px\" \/><\/noscript><\/figure>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Un racconto pu\u00f2 prendere la forma di un testo definito da un titolo e da un autore, che lo ha sviluppato a partire da un\u2019intenzione narrativa. Un testo che possiede una sua autonomia e una sua organizzazione formale che, una volta che esso verr\u00e0 \u00ablicenziato\u00bb e dato alle stampe, non potr\u00e0 pi\u00f9 cambiare.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Mi piace pensare che, se \u00e8 un artista a scrivere un racconto, questo sar\u00e0 sempre, almeno in parte, uno strumento utilizzabile per scopi imprevisti, oppure un diversivo. Sempre, in qualche modo, incompleto, e mai del tutto separabile dai destini, sia dello scrivente che dei lettori. Il testo-racconto dell\u2019artista non ha da essere rispettato nella sua definizione. Vuole essere riusato, trasformato, tradito; s\u2019aspetta, e spera, di diventare, grazie all\u2019altro, qualcosa d\u2019altro. Perdere la fissit\u00e0 e lo statuto di oggetto finito, e <em>de-testarsi<\/em>. Ci\u00f2 pu\u00f2 portare il racconto a intrecciarsi con incontri e relazioni potenzialmente illimitati.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Le piccole storie che riempiono questo libro sono ordinate cronologicamente e accompagnano, come lunghe e a volte pedanti didascalie, <em>un<\/em> <em>certo numero di cose<\/em>. Esattamente sessantatr\u00e9, ovvero il numero di anni che ho vissuto al momento in cui mi accingo a scriverne. Le sessantatr\u00e9 cose (oggetti materiali e ricordi, documenti e opere d\u2019arte), tutte insieme, costituiscono una mostra retrospettiva \u2013 di cui questo racconto, e il libro che lo contiene, sono il \u00abcatalogo\u00bb \u2013 e una specie di autobiografia-per-oggetti, uno per ogni anno, dal 1955 al 2018. Nel loro statuto incerto fra arte e non-arte, fra singolare e plurale, fra vero e falso, queste cose vorrei che diventassero agenti di una <em>reversibilit\u00e0<\/em>: fra racconto e oggetto materiale, fra autore e opera, fra scrittura e immagine. Una reversibilit\u00e0 sempre possibile, che rende evidente l\u2019incompletezza a cui accennavo sopra. Insomma, questo libro \u00e8 una combinazione inestricabile di testo narrativo e documenti visivi, e invita a una forma di lettura basata sulla reciprocit\u00e0 fra l\u2019uno e gli altri. Una forma di lettura che pu\u00f2 diventare una modalit\u00e0 di interpretazione del lavoro di un artista. Le sessantatr\u00e9 cose di cui qui si racconta possono porsi come prove materiali, <em>evidenze<\/em> di alcune storie; opere da riferire storicamente al momento della loro esposizione in una certa mostra, oppure che prendono valore e senso soltanto a posteriori, oggi, con il loro inserimento in una retrospettiva o in uno dei racconti che seguono.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Non \u00e8 finita.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Il 2019, il sessantaquattresimo anno, sar\u00e0 rappresentato da una <em>super-cosa<\/em>, costituita dalla somma dei rifacimenti delle sessantatr\u00e9 precedenti. Rifacimenti le cui modalit\u00e0 saranno decise, e messe in pratica, collettivamente, da un gruppo di giovani artisti e studenti che, con me, parteciperanno a un laboratorio attivo durante e, letteralmente, dentro la mostra.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">In questo cervellotico gioco di rimandi fra testo e oggetti, fra materiale e immateriale, fra singolarit\u00e0 dell\u2019opera d\u2019arte e mostra-come-opera e, infine, fra tempi diversi, non soltanto viene soddisfatto il narcisismo dell\u2019artista che vede riconosciuto, con la mostra retrospettiva, il valore di ci\u00f2 che ha detto e fatto, ma ancor di pi\u00f9, viene avvalorata l\u2019ipotesi che molto c\u2019\u00e8 ancora da dire e da fare; che l\u2019opera, anche a costo di perdere la sua stessa distinguibilit\u00e0, non \u00e8 confinata nel passato. Non \u00e8 finita. Forse, non \u00e8 <em>fatta. <\/em>&nbsp;<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Neanche dopo averla catalogata.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">[\u2026]<\/p>\n\n\n\n<h4 class=\"wp-block-heading\">1956<br>Una scena paurosa<\/h4>\n\n\n\n<div class=\"wp-block-image\"><figure class=\"aligncenter size-large is-resized\"><img loading=\"lazy\" loading=\"lazy\" decoding=\"async\" src=\"data:image\/gif;base64,R0lGODlhAQABAIAAAAAAAP\/\/\/yH5BAEAAAAALAAAAAABAAEAAAIBRAA7\" data-src=\"https:\/\/i2.wp.com\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2020\/03\/1956babbo-natale-scaled.jpeg?fit=793%2C1024&amp;ssl=1\" alt=\"\" class=\"wp-image-4664 lazyload\" width=\"397\" height=\"512\"><noscript><img loading=\"lazy\" loading=\"lazy\" decoding=\"async\" src=\"https:\/\/i2.wp.com\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2020\/03\/1956babbo-natale-scaled.jpeg?fit=793%2C1024&amp;ssl=1\" alt=\"\" class=\"wp-image-4664\" width=\"397\" height=\"512\" srcset=\"https:\/\/i0.wp.com\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2020\/03\/1956babbo-natale-scaled.jpeg?w=1983&amp;ssl=1 1983w, https:\/\/i0.wp.com\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2020\/03\/1956babbo-natale-scaled.jpeg?resize=232%2C300&amp;ssl=1 232w, https:\/\/i0.wp.com\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2020\/03\/1956babbo-natale-scaled.jpeg?resize=793%2C1024&amp;ssl=1 793w, https:\/\/i0.wp.com\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2020\/03\/1956babbo-natale-scaled.jpeg?resize=768%2C991&amp;ssl=1 768w, https:\/\/i0.wp.com\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2020\/03\/1956babbo-natale-scaled.jpeg?resize=1190%2C1536&amp;ssl=1 1190w, https:\/\/i0.wp.com\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2020\/03\/1956babbo-natale-scaled.jpeg?resize=1587%2C2048&amp;ssl=1 1587w, https:\/\/i0.wp.com\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2020\/03\/1956babbo-natale-scaled.jpeg?resize=60%2C77&amp;ssl=1 60w, https:\/\/i0.wp.com\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2020\/03\/1956babbo-natale-scaled.jpeg?resize=480%2C620&amp;ssl=1 480w\" sizes=\"auto, (max-width: 397px) 100vw, 397px\" \/><\/noscript><\/figure><\/div>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">I prossimi due oggetti rappresentano due anni distinti, ma in realt\u00e0 sono separati fra loro soltanto da poche settimane.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Dicembre 1956. Un\u2019altra foto, scattata, credo, a Piazza Navona e con ogni probabilit\u00e0 opera di un fotografo \u00abprofessionista\u00bb, sodale di quel Babbo Natale troppo giovane, dalla barba eccessiva e dall\u2019improbabile frangetta bianca che gli copre gli occhi. N\u00e9 io n\u00e9 lui guardiamo in camera bens\u00ec, probabilmente, verso i miei genitori (i committenti dell\u2019opera). Dall\u2019espressione, lui sembra giustificarsi di qualcosa, forse del fatto che non riesce a rendermi allegro; io, d\u2019altra parte, sono terrorizzato e sembro chiedere spiegazioni o meglio, aiuto. Ho un vago ricordo di questa terribile situazione, o forse di una simile, dell\u2019anno successivo (anch\u2019essa immortalata in altra fotografia) in cui Babbo Natale \u00e8 accompagnato da un grande cervo che mi sembrava vivo e mi faceva molta paura. Probabilmente anche la scimmietta meccanica e il burattino-volpe che in questa foto appaiono sotto il controllo di quel barbutissimo signore, non mi facevano divertire affatto.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">In secondo piano una piccola folla sembra assistere alla scena, che quindi prende l\u2019aspetto di una performance collettiva, una sgangherata situazione <em>\u00e0 la<\/em> \u00abLas Meninas\u00bb, con coppia di committenti invisibili, bambino al centro, fotografo di lato, attore principale colto in un momento di difficolt\u00e0, e animali semoventi e quasi-vivi. La stampa fotografica \u00e8 malamente ritagliata. \u00c8 possibile che quelle sforbiciate siano opera mia (e di chi senn\u00f2?). Chiss\u00e0 cosa, di quella traumatica scena, doveva essere eliminato.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">[\u2026]<\/p>\n\n\n\n<h4 class=\"wp-block-heading\">1958<br>Un disegno stimolante<\/h4>\n\n\n\n<div class=\"wp-block-image\"><figure class=\"aligncenter size-large is-resized\"><img loading=\"lazy\" loading=\"lazy\" decoding=\"async\" src=\"data:image\/gif;base64,R0lGODlhAQABAIAAAAAAAP\/\/\/yH5BAEAAAAALAAAAAABAAEAAAIBRAA7\" data-src=\"https:\/\/i1.wp.com\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2020\/03\/1958\u2014album-da-disegno-I\u00b0-scaled.jpg?fit=1024%2C683&amp;ssl=1\" alt=\"\" class=\"wp-image-4672 lazyload\" width=\"512\" height=\"341\"><noscript><img loading=\"lazy\" loading=\"lazy\" decoding=\"async\" src=\"https:\/\/i1.wp.com\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2020\/03\/1958\u2014album-da-disegno-I\u00b0-scaled.jpg?fit=1024%2C683&amp;ssl=1\" alt=\"\" class=\"wp-image-4672\" width=\"512\" height=\"341\" srcset=\"https:\/\/i0.wp.com\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2020\/03\/1958%E2%80%94album-da-disegno-I%C2%B0-scaled.jpg?w=2560&amp;ssl=1 2560w, https:\/\/i0.wp.com\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2020\/03\/1958%E2%80%94album-da-disegno-I%C2%B0-scaled.jpg?resize=300%2C200&amp;ssl=1 300w, https:\/\/i0.wp.com\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2020\/03\/1958%E2%80%94album-da-disegno-I%C2%B0-scaled.jpg?resize=1024%2C683&amp;ssl=1 1024w, https:\/\/i0.wp.com\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2020\/03\/1958%E2%80%94album-da-disegno-I%C2%B0-scaled.jpg?resize=768%2C512&amp;ssl=1 768w, https:\/\/i0.wp.com\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2020\/03\/1958%E2%80%94album-da-disegno-I%C2%B0-scaled.jpg?resize=1536%2C1024&amp;ssl=1 1536w, https:\/\/i0.wp.com\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2020\/03\/1958%E2%80%94album-da-disegno-I%C2%B0-scaled.jpg?resize=2048%2C1365&amp;ssl=1 2048w, https:\/\/i0.wp.com\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2020\/03\/1958%E2%80%94album-da-disegno-I%C2%B0-scaled.jpg?resize=60%2C40&amp;ssl=1 60w, https:\/\/i0.wp.com\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2020\/03\/1958%E2%80%94album-da-disegno-I%C2%B0-scaled.jpg?resize=720%2C480&amp;ssl=1 720w, https:\/\/i0.wp.com\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2020\/03\/1958%E2%80%94album-da-disegno-I%C2%B0-scaled.jpg?resize=480%2C320&amp;ssl=1 480w, https:\/\/i0.wp.com\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2020\/03\/1958%E2%80%94album-da-disegno-I%C2%B0-scaled.jpg?w=2160&amp;ssl=1 2160w\" sizes=\"auto, (max-width: 512px) 100vw, 512px\" \/><\/noscript><\/figure><\/div>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Una cosa che mi \u00e8 stata attribuita fin da piccolo, e alla quale ho creduto senza riserve, fino ad assimilarla come una caratteristica costitutiva della mia soggettivit\u00e0, \u00e8 l\u2019assoluta incapacit\u00e0 a disegnare. In effetti in Disegno, materia curricolare alle scuole medie, ho sempre avuto voti piuttosto bassi, e ricordo di avere, verso i dieci anni, persino preso lezioni private di disegno a mano libera. Per un certo tempo, a casa, c\u2019\u00e8 stato il disegno di un vaso da fiori molto ben riprodotto, ma quasi interamente fatto dalla ragazza che veniva a darmi ripetizioni; un disegno che ricordo molto bene e che presentai a scuola come opera mia ma che non risult\u00f2 credibile dall\u2019insegnante. Credo di averlo buttato, a un certo punto della mia vita, proprio perch\u00e9 mi vergognavo della sua falsit\u00e0, e della sua oleografica perfezione. Peccato; oggi sarebbe potuto diventare, molto falso e un po\u2019 \u00abvero Pietroiusti\u00bb quale era, un importante elemento di una retrospettiva.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Fra le cose che invece non ho buttato c\u2019\u00e8 un album dalla copertina rosso scarlatto con dentro alcuni disegni fatti da me a tre, quattro anni. Sulla prima pagina ce n\u2019\u00e8 uno fatto con la penna rossa: le linee risultano abbastanza organizzate e danno l\u2019idea di una forma organica, forse un volto umano, forse un pesce con una grande testa e una bella coda, o forse un qualche altro animale. Fatto sta che, molti anni dopo, ho riprodotto questo disegno per usarlo come \u00abstimolo\u00bb in alcuni dei miei test proiettivi. Credo di averlo fatto proprio perch\u00e9 si tratta di un\u2019immagine che pu\u00f2 far venire in mente varie cose: come accade con certe macchie, o con le nuvole.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">In qualche modo, da bambino non disegnavo poi cos\u00ec male.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">[\u2026]<\/p>\n\n\n\n<h4 class=\"wp-block-heading\">1963<br>Una partita persa<\/h4>\n\n\n\n<div class=\"wp-block-image\"><figure class=\"aligncenter size-large\"><img decoding=\"async\" src=\"data:image\/gif;base64,R0lGODlhAQABAIAAAAAAAP\/\/\/yH5BAEAAAAALAAAAAABAAEAAAIBRAA7\" data-src=\"https:\/\/i1.wp.com\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2020\/03\/1963-scacchi-scaled.jpeg?fit=1024%2C698&amp;ssl=1\" alt=\"\" class=\"wp-image-4674 lazyload\"><noscript><img loading=\"lazy\" loading=\"lazy\" decoding=\"async\" width=\"2560\" height=\"1745\" src=\"https:\/\/i1.wp.com\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2020\/03\/1963-scacchi-scaled.jpeg?fit=1024%2C698&amp;ssl=1\" alt=\"\" class=\"wp-image-4674\" srcset=\"https:\/\/i0.wp.com\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2020\/03\/1963-scacchi-scaled.jpeg?w=2560&amp;ssl=1 2560w, https:\/\/i0.wp.com\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2020\/03\/1963-scacchi-scaled.jpeg?resize=300%2C205&amp;ssl=1 300w, https:\/\/i0.wp.com\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2020\/03\/1963-scacchi-scaled.jpeg?resize=1024%2C698&amp;ssl=1 1024w, https:\/\/i0.wp.com\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2020\/03\/1963-scacchi-scaled.jpeg?resize=768%2C524&amp;ssl=1 768w, https:\/\/i0.wp.com\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2020\/03\/1963-scacchi-scaled.jpeg?resize=1536%2C1047&amp;ssl=1 1536w, https:\/\/i0.wp.com\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2020\/03\/1963-scacchi-scaled.jpeg?resize=2048%2C1396&amp;ssl=1 2048w, https:\/\/i0.wp.com\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2020\/03\/1963-scacchi-scaled.jpeg?resize=60%2C41&amp;ssl=1 60w, https:\/\/i0.wp.com\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2020\/03\/1963-scacchi-scaled.jpeg?resize=480%2C327&amp;ssl=1 480w, https:\/\/i0.wp.com\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2020\/03\/1963-scacchi-scaled.jpeg?w=2160&amp;ssl=1 2160w\" sizes=\"auto, (max-width: 1080px) 100vw, 1080px\" \/><\/noscript><\/figure><\/div>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">La piccola foto dell\u2019agosto 1963 un po\u2019 mi commuove. Siamo in vacanza, in un hotel sulle Dolomiti, a Caviola o a Cortina. Figlio e padre si stanno affrontando a scacchi, davanti a una classica scacchiera in legno: il primo ha accanto la scatola aperta dei pezzi da gioco, il secondo, che in quel momento ha trentasette anni, gli immancabili occhiali da miope e le, altrettanto immancabili, sigarette (qui le HB, con l\u2019elegante scudetto giallo e rosso; ma negli anni ricordo i pacchetti di Kent, di Rothmans, di Windsor, di North Pole, e di molte altre). L\u2019uno e l\u2019altro portano una camicia a scacchi. Le due camicie, seppur di diverso colore, hanno entrambe ispirazione montanara: il bambino ha persino le bretelle di cuoio grigie e, probabilmente, non visibili, i pantaloncini alla tirolese. \u00c8 evidente, pi\u00f9 che una volont\u00e0, l\u2019aderenza a un dettato convenzionale che i due genitori condividono: siccome ci si trova in montagna \u00e8 bene (elegante e conforme alle regole) vestirsi \u00abin stile\u00bb.&nbsp;<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Lo scatto \u00e8 fatto dalla madre che, come \u00e8 ovvio, si concentra sullo sguardo e sul gesto del suo bambino. Questi \u00e8 colto nel momento in cui sta per muovere, ma non \u00e8 sicuro della sua mossa. A giudicare dalla posizione dei pezzi, si tratta di una mossa difensiva: il re \u00e8 sotto scacco e difenderlo con la regina significa andare incontro a una grossa perdita. Il volto del bambino dimostra l\u2019impegno messo nel gioco, il coraggio nell\u2019affrontare una sfida superiore alle sue forze, ma anche la consapevolezza di stare avviandosi alla sconfitta. Quegli occhi sembra che stiano per scoppiare a piangere.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Giocare a scacchi con mio padre mi piaceva, ma mi metteva anche agitazione: era, mi rendo conto ora, entrare nel vivo del paradosso della conquista dell\u2019autonomia. Era stato lui a insegnarmi quel gioco e ci tenevo moltissimo a giocar bene per fare bella figura, dimostrandomi attento e intelligente. Ma avrei altrettanto goduto a prevalere, per il puro piacere di sentirmi superiore. Gli elementi strutturali di questa dinamica, amorosa e conflittuale, con mio padre, hanno caratterizzato tutta la mia vita. Quel che ho fatto e sto facendo, <em>in primis<\/em> l\u2019artista, \u00e8 fatto sia contro di lui, i suoi valori e le sue convinzioni, che per ricevere la sua attenzione, il suo plauso, la sua gioiosa sorpresa di fronte a un contro-scacco di cui non mi avrebbe creduto capace.<\/p>\n\n\n\n<h4 class=\"wp-block-heading\">1964<br>Il buco nel muro (opera prima)<\/h4>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">C\u2019\u00e8 un episodio della mia vita infantile che \u00e8 rimasto molto impresso nella mia memoria, e che per\u00f2 non so esattamente quando sia accaduto. In altre occasioni in cui l\u2019ho raccontato ho sostenuto che mi piace pensare sia avvenuto nel 1963. In questo racconto-catalogo, essendo il \u201963 gi\u00e0 \u00abpreso\u00bb dalla fotografia appena descritta, lo riporto come se fosse avvenuto nel 1964. Del resto nessun documento, tranne il mio ricordo, potr\u00e0 mai offrire alcuna evidenza di questo evento, che per\u00f2 pu\u00f2 essere considerato una sorta di <em>opera prima<\/em>, fondamento emblematico o addirittura causale della mia ricerca artistica.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">L\u2019appartamento al primo piano di via Novara 53, dove vivevo con i miei genitori, confinava con quello dei nonni materni. Una delle pareti della mia cameretta era proprio quella che separava le due case e ogni sera mia nonna, per darmi la buona notte, bussava alcuni colpi sul muro che ci divideva: io rispondevo, bussando a mia volta. Un giorno convinsi Gianni, un amichetto, a fare, con il cacciavite, un buco in quel muro, per arrivare dall\u2019altra parte. Nascosti sotto il letto, che era appoggiato proprio a quella parete, lavorammo per qualche giorno e facemmo un discreto danno sul muro, prima di essere scoperti.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Mi piace pensare che ci sia una relazione <em>poetica<\/em> fra l\u2019inadeguatezza dello strumento che Gianni e io stavamo usando e l\u2019inventivit\u00e0 temeraria che ci port\u00f2 a fare quel tentativo. Mi piace pensare che tutta la mia carriera di artista sia, infine, nient\u2019altro che una risposta alla frustrazione di quel buco che non arriv\u00f2 dall\u2019altra parte e che un muratore venne a stuccare. Mi piace pensare che \u00e8 da allora che, da solo o con altri, tento di ripetere quell\u2019esperienza.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\"><br>In fondo per me l\u2019artista \u00e8 quella persona che, dato uno spazio, vuole vedere cosa c\u2019\u00e8 dall\u2019altra parte, e pensa di poter andare oltre i muri, fisici o simbolici, che lo delimitano e che lo definiscono. Da questa infantile intemerata si dipana un filo rosso che si ritrover\u00e0 spesso in queste pagine, in queste storie, nelle mostre a cui ho partecipato e nelle performance che ho messo in atto, fino ad arrivare ad una surreale e imbarazzante conclusione nel 2006.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">[\u2026]<\/p>\n\n\n\n<h4 class=\"wp-block-heading\">1976<br>Farsi ognuno la propria radio<\/h4>\n\n\n\n<div class=\"wp-block-image\"><figure class=\"aligncenter size-large is-resized\"><img loading=\"lazy\" loading=\"lazy\" decoding=\"async\" src=\"data:image\/gif;base64,R0lGODlhAQABAIAAAAAAAP\/\/\/yH5BAEAAAAALAAAAAABAAEAAAIBRAA7\" data-src=\"https:\/\/i1.wp.com\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2020\/03\/1976\u2014Radio-gamma-1-scaled.jpg?fit=717%2C1024&amp;ssl=1\" alt=\"\" class=\"wp-image-4676 lazyload\" width=\"431\" height=\"616\"><noscript><img loading=\"lazy\" loading=\"lazy\" decoding=\"async\" src=\"https:\/\/i1.wp.com\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2020\/03\/1976\u2014Radio-gamma-1-scaled.jpg?fit=717%2C1024&amp;ssl=1\" alt=\"\" class=\"wp-image-4676\" width=\"431\" height=\"616\"><\/noscript><\/figure><\/div>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Il 1976 fu l\u2019anno in cui in tutta Italia cominciarono a sorgere stazioni radio in modulazione di frequenza (FM). Tutte queste stazioni non avevano alcuna autorizzazione e quindi, in teoria, la Polizia Postale (all\u2019epoca si chiamava Escopost) avrebbe dovuto chiuderle. Per\u00f2 la facilit\u00e0 di reperire la tecnologia necessaria a trasmettere \u2013 perlomeno su scala di quartiere o di piccola citt\u00e0 \u2013 determin\u00f2 un effetto a cascata e quindi la nascita di un tale numero di \u00abradio libere\u00bb che Escopost a un certo punto rinunci\u00f2, ovvero si limit\u00f2 a chiuderne solo alcune; fra le altre, a Bologna nel marzo del 1977, durante grandi manifestazioni di piazza, la celeberrima Radio Alice, che trasmise in diretta la propria stessa chiusura.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">La fine del monopolio RAI sembrava comportare una entusiasmante trasformazione storica della societ\u00e0 e dei mezzi di comunicazione di massa. Sembrava un\u2019opportunit\u00e0 alla portata di tutti, anche di un piccolo gruppo di ventenni di cui ero parte, abbastanza presuntuosi da pensare di poter mettere in piedi una radio a impostazione culturale, e convinti di trovare un pubblico di ascoltatori non soltanto interessati alla musica da discoteca o ai programmi di intrattenimento. Aiutati dal padre di uno di noi, un avvocato incuriosito dall\u2019esperimento anche da un punto di vista di teoria giuridica, trasformammo un monolocale seminterrato a via Benaco in redazione, issammo sul tetto del palazzo un\u2019antenna attraverso un efficace dispositivo telescopico a manovella, la collegammo a un trasmettitore avuto in dono da Radio Marsica (che si stava convertendo in rete TV e quindi non ne aveva pi\u00f9 bisogno) e, il primo marzo 1976 alle ore 15, inaugurammo le trasmissioni di Radio Gamma (in seguito Radio Gamma Roma, quando una societ\u00e0 di Milano ci impose di cambiare il nome perch\u00e9 loro lo avevano registrato, e noi no). L\u2019esperienza della radio per me dur\u00f2 circa un anno e mezzo. Un programma che facevo tutte le domeniche alle 10 di mattina, cio\u00e8 all\u2019ora della messa, si intitolava <em>Maledetta domenica<\/em> e consisteva nella lettura di testi anti-clericali e antireligiosi in genere, accompagnati da musica minimalista o dodecafonica il pi\u00f9 sgradevole possibile.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Nella redazione il mio ruolo era di responsabile del settore \u00abscienza\u00bb e, anche se la sezione \u00abarte\u00bb in teoria era curata da qualcun altro, partecipai, con due sodali, ad un breve viaggio a Venezia nel giugno del 1976 per visitare \u2013 e recensire \u2013 la Biennale curata da Enrico Crispolti. Fu, quello, il primo vero incontro con l\u2019arte contemporanea e fu, come prevedibile, spiazzante. In particolare ricordo il padiglione inglese, in cui Richard Long (che naturalmente non avevo mai sentito nominare) esponeva <em>A<\/em> <em>Line of 682 Stones<\/em>, una fila ininterrotta di sassi, uno dopo l\u2019altro, stanza dopo stanza.&nbsp; Ricordo distintamente che i miei due amici dissero: \u00abQuesta \u00e8 una presa per il culo!\u00bb e io risposi: \u00abRagazzi, evidentemente c\u2019\u00e8 qualcosa che non sappiamo\u00bb (e avevo proprio ragione!). Cos\u00ec comperai il catalogo e, tornato a Roma, vi cercai tutti i nomi di artisti e critici che fossero presenti anche sull\u2019elenco del telefono della citt\u00e0. Ne trovai diversi, fra gli altri: Gianfranco Baruchello, Filiberto Menna, Claudio Cintoli, Franco Falasca, Maurizio Benveduti, Tullio Catalano, Fabio Mauri. Tutti accettarono volentieri di farsi intervistare e alcuni vennero anche alla radio a fare alcune trasmissioni in diretta. Purtroppo di tutto quel materiale non \u00e8 sopravvissuta alcuna registrazione. Sia in me che negli altri sprovveduti redattori della radio, quegli incontri determinavano sempre un misto di sconcerto e curiosit\u00e0. I personaggi coinvolti ci sembravano, per lo pi\u00f9, degli strampalati, genialoidi, perdigiorno. Il fatto che, comunque, ci dessero retta, ce li faceva apparire molto simpatici.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Un altro dei compiti che mi ero attribuito, all\u2019interno dell\u2019organizzazione dei programmi della radio, era quello di \u00abmappare\u00bb (sono sicuro che il termine non si usava, allora) i teatri d\u2019avanguardia e le associazioni culturali della citt\u00e0. Ricordo, fra gli altri, l\u2019incontro con Simone Carella, che viveva in un minuscolo soppalco sulle scale che scendevano dentro il Beat 72 in via Gioacchino Belli, nel quartiere Prati; quello con il direttore della Lega per la Protezione degli Uccelli nella torre della Scimmia a via dei Portoghesi; quello con l\u2019associazione per l\u2019abolizione della censura nel cinema, che si riuniva nella sede storica del Partito Radicale a via di Torre Argentina. Qui, al termine di una riunione in cui mi ero impegnato in una vivace discussione con Luciana Pannella, sorella di Marco, mi avvicin\u00f2 un uomo, completamente vestito di nero, che era rimasto per tutto il tempo silenzioso in un angolo della stanza. Mi disse: \u00abMi interessa quello che hai detto, vieni a trovarmi\u00bb, e mi diede un pezzetto di carta, con un frammento di rosa-nel-pugno e con un numero di telefono (me lo ricordo ancora: 6874839). Si trattava di Sergio Lombardo: non so cosa ci stesse a fare a un incontro sulla censura nel cinema, n\u00e9 so esattamente perch\u00e9, poco tempo dopo, gli telefonai. Forse pensavo di registrare qualche intervista, di realizzare qualche trasmissione per la radio? Forse sentivo che quell\u2019incontro avrebbe cambiato in modo decisivo la mia esistenza? Per comprendere, accettare e assimilare quel cambiamento c\u2019ho messo anni.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Molto tempo dopo, nel 2014, nel corso di una mia conferenza alla quale Sergio era presente, gli fu chiesto di raccontare qualcosa di quell\u2019episodio di quasi quarant\u2019anni prima e lui disse, con l\u2019intelligenza un po\u2019 diabolica che lo contraddistingue, che aveva visto in me un giovane con tutte le caratteristiche esattamente opposte a quelle dell\u2019artista \u00abnormale\u00bb, e che quindi aveva intuito, o addirittura deciso, che ero proprio il soggetto giusto da far diventare un artista \u00abspeciale\u00bb.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Tutto quello che segue, di qui in poi, potrebbe quindi essere considerato il risultato di un suo esperimento. Un\u2019opera d\u2019arte, non mia.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">[\u2026]<\/p>\n\n\n\n<h4 class=\"wp-block-heading\">2006<br>Il buco nel muro (finale)<\/h4>\n\n\n\n<div class=\"wp-block-jetpack-tiled-gallery is-style-square\"><div class=\"tiled-gallery__gallery\"><div class=\"tiled-gallery__row columns-2\"><div class=\"tiled-gallery__col\"><figure class=\"tiled-gallery__item\"><img decoding=\"async\" src=\"data:image\/gif;base64,R0lGODlhAQABAIAAAAAAAP\/\/\/yH5BAEAAAAALAAAAAABAAEAAAIBRAA7\" data-src=\"https:\/\/i2.wp.com\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2020\/03\/Angelo-mai_02-copia.jpg?ssl=1&amp;resize=1440%2C1440\" class=\"lazyload\" data-srcset=\"https:\/\/i2.wp.com\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2020\/03\/Angelo-mai_02-copia.jpg?resize=600%2C600&amp;strip=info&amp;ssl=1 600w,https:\/\/i2.wp.com\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2020\/03\/Angelo-mai_02-copia.jpg?resize=900%2C900&amp;strip=info&amp;ssl=1 900w,https:\/\/i2.wp.com\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2020\/03\/Angelo-mai_02-copia.jpg?resize=1200%2C1200&amp;strip=info&amp;ssl=1 1200w,https:\/\/i2.wp.com\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2020\/03\/Angelo-mai_02-copia.jpg?resize=1440%2C1440&amp;strip=info&amp;ssl=1 1440w\" alt=\"\" data-height=\"1440\" data-id=\"4680\" data-link=\"https:\/\/antinomie.it\/?attachment_id=4680\" data-url=\"https:\/\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2020\/03\/Angelo-mai_02-copia.jpg\" data-width=\"2560\"><noscript><img decoding=\"async\" srcset=\"https:\/\/i2.wp.com\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2020\/03\/Angelo-mai_02-copia.jpg?resize=600%2C600&amp;strip=info&amp;ssl=1 600w,https:\/\/i2.wp.com\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2020\/03\/Angelo-mai_02-copia.jpg?resize=900%2C900&amp;strip=info&amp;ssl=1 900w,https:\/\/i2.wp.com\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2020\/03\/Angelo-mai_02-copia.jpg?resize=1200%2C1200&amp;strip=info&amp;ssl=1 1200w,https:\/\/i2.wp.com\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2020\/03\/Angelo-mai_02-copia.jpg?resize=1440%2C1440&amp;strip=info&amp;ssl=1 1440w\" alt=\"\" data-height=\"1440\" data-id=\"4680\" data-link=\"https:\/\/antinomie.it\/?attachment_id=4680\" data-url=\"https:\/\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2020\/03\/Angelo-mai_02-copia.jpg\" data-width=\"2560\" src=\"https:\/\/i2.wp.com\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2020\/03\/Angelo-mai_02-copia.jpg?ssl=1&amp;resize=1440%2C1440\"><\/noscript><\/figure><\/div><div class=\"tiled-gallery__col\"><figure class=\"tiled-gallery__item\"><img decoding=\"async\" src=\"data:image\/gif;base64,R0lGODlhAQABAIAAAAAAAP\/\/\/yH5BAEAAAAALAAAAAABAAEAAAIBRAA7\" data-src=\"https:\/\/i0.wp.com\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2020\/03\/Angelo-mai_03-copia.jpg?ssl=1&amp;resize=1440%2C1440\" class=\"lazyload\" data-srcset=\"https:\/\/i0.wp.com\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2020\/03\/Angelo-mai_03-copia.jpg?resize=600%2C600&amp;strip=info&amp;ssl=1 600w,https:\/\/i0.wp.com\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2020\/03\/Angelo-mai_03-copia.jpg?resize=900%2C900&amp;strip=info&amp;ssl=1 900w,https:\/\/i0.wp.com\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2020\/03\/Angelo-mai_03-copia.jpg?resize=1200%2C1200&amp;strip=info&amp;ssl=1 1200w,https:\/\/i0.wp.com\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2020\/03\/Angelo-mai_03-copia.jpg?resize=1440%2C1440&amp;strip=info&amp;ssl=1 1440w\" alt=\"\" data-height=\"1440\" data-id=\"4681\" data-link=\"https:\/\/antinomie.it\/?attachment_id=4681\" data-url=\"https:\/\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2020\/03\/Angelo-mai_03-copia.jpg\" data-width=\"2560\"><noscript><img decoding=\"async\" srcset=\"https:\/\/i0.wp.com\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2020\/03\/Angelo-mai_03-copia.jpg?resize=600%2C600&amp;strip=info&amp;ssl=1 600w,https:\/\/i0.wp.com\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2020\/03\/Angelo-mai_03-copia.jpg?resize=900%2C900&amp;strip=info&amp;ssl=1 900w,https:\/\/i0.wp.com\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2020\/03\/Angelo-mai_03-copia.jpg?resize=1200%2C1200&amp;strip=info&amp;ssl=1 1200w,https:\/\/i0.wp.com\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2020\/03\/Angelo-mai_03-copia.jpg?resize=1440%2C1440&amp;strip=info&amp;ssl=1 1440w\" alt=\"\" data-height=\"1440\" data-id=\"4681\" data-link=\"https:\/\/antinomie.it\/?attachment_id=4681\" data-url=\"https:\/\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2020\/03\/Angelo-mai_03-copia.jpg\" data-width=\"2560\" src=\"https:\/\/i0.wp.com\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2020\/03\/Angelo-mai_03-copia.jpg?ssl=1&amp;resize=1440%2C1440\"><\/noscript><\/figure><\/div><\/div><\/div><\/div>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">In pieno rione Monti, in via degli Zingari, a Roma, c\u2019\u00e8 un palazzo settecentesco che per molto tempo \u00e8 stato usato come convento e semi-convitto per giovani che venivano a Roma da fuori per studiare o lavorare. Mio zio Pino (marito di Mariella, sorella di mia madre) risiedeva l\u00ec negli anni \u201850, mentre studiava nella bella sede della facolt\u00e0 di ingegneria, che \u00e8 tuttora a poche decine di metri. Abbandonato da tempo dai frati, l\u2019edificio, intitolato ad Angelo Mai, studioso dei vangeli apocrifi, venne occupato all\u2019inizio del 2000. Alcune famiglie ci andarono a vivere, alcuni giovani artisti e curatori vi organizzarono concerti, eventi, mostre. Uno dei pi\u00f9 attivi tra loro era Francesco Stocchi.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">L\u2019occupazione, trattandosi del centro di Roma, era sotto la costante pressione dello sgombero da parte del Comune, proprietario dell\u2019immobile, che avrebbe voluto, pare, realizzarvi una scuola. A un certo punto gli occupanti ricevettero un ultimatum. Entro la mezzanotte del 30 aprile 2006 l\u2019edificio doveva essere lasciato libero da persone e cose. Per tutta risposta, per quella notte, venne organizzata una grande festa, alla quale parteciparono migliaia di persone, e venne chiesto ad alcuni artisti di concepire azioni performative o installazioni da disporre nei vari spazi. Stocchi mi propose di fare qualcosa nei sotterranei.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">I sotterranei dell\u2019Angelo Mai sono dei lunghi, diramati e profondi cunicoli in cui, a un certo punto, si incontra anche la bocca di un vecchio pozzo. Gli occupanti li chiamavano \u00abcatacombe\u00bb, ma in effetti sono semplicemente il luogo dove le derrate alimentari del convento venivano tenute \u00abin fresco\u00bb, prima dell\u2019introduzione dei frigoriferi. Mio zio Pino mi aveva raccontato delle sue incursioni in questo sistema di grotte, organizzate per sottrarre un po\u2019 di vino alle scorte dei frati.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Per questi cunicoli pensai \u2013 chiss\u00e0 perch\u00e9 \u2013 a un lavoro sonoro: disporre alcuni fornelletti da campeggio accesi sotto dei bollitori con l\u2019acqua, e lasciarli l\u00ec a fischiare dopo il raggiungimento della temperatura di ebollizione. A poche ore dalla mostra, raccontai del mio progetto a Carolyn e lei mi fece notare la similitudine con il celeberrimo lavoro di Pistoletto <em>Orchestra di stracci<\/em>. Cercai timidamente di convincerla che non era la stessa cosa, ma ben presto fu lei a convincere me che la proposta era praticamente una copia e quindi assolutamente da scartare. A quel punto mi aggirai, confuso e preoccupato, fra i cunicoli e, alla fine della diramazione pi\u00f9 lontana, intravvidi un muro, fatto di pietre di diverse grandezze, che sembravano precariamente appoggiate l\u2019una sull\u2019altra. Mi venne un\u2019altra idea. Un\u2019idea, per chi ha letto tutto quello che precede, non cos\u00ec sorprendente: andare a vedere cosa ci fosse dall\u2019altra parte di quel muro di pietre. Fra l\u2019altro, il tema della serata era lo sgombero, quindi uscire, andarsene. Mi sembrava quindi appropriato creare una possibile via di fuga. E stavolta non si sarebbe trattato di bussare, chiedere di entrare per fare delle foto o delle visite guidate; finalmente si sarebbe aperto un varco vero e proprio.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Progetto la performance. Materiale per la produzione: un paio di candele (il cunicolo era completamente buio), un piccone, un fazzoletto per non respirare troppa polvere. \u00c8 mezzanotte fra il 30 aprile e il primo maggio, l\u2019orario dell\u2019ultimatum comunale. Domani \u00e8 festa, ma io ho appuntamento con un preparatore atletico per cominciare gli allenamenti per un nuovo tentativo di <em>Giro di campo.<\/em><\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Comincio a prendere il muro a picconate per buttarlo gi\u00f9. Il pubblico, vista l\u2019esiguit\u00e0 degli spazi, pu\u00f2 scendere e assistere all\u2019azione, ma soltanto in piccoli gruppi. Abbattere il muro \u00e8 molto pi\u00f9 faticoso del previsto. Dopo un\u2019ora e tre quarti, il varco che son riuscito ad aprire a picconate rivela, mezzo metro pi\u00f9 in l\u00e0, la presenza di un secondo muro, stavolta fatto di normali mattoni. Ero abbastanza convinto che dietro il muro di pietre ci sarebbe stata un\u2019uscita sul giardino, nel retro dell\u2019ex-convento, oppure un cunicolo interrato; non mi aspettavo questo altro ostacolo. Non so bene che fare: nel bel mezzo di una performance, davanti al pubblico, mi sembra sbagliato fermarmi. Con qualche cautela pratico allora, in uno dei mattoni, un foro con il piccone. Mi sorprende un piccolo ma, dato il buio che mi circonda, intenso raggio di luce: per un attimo ho l\u2019impressione che quella luce sia fatta di materia fisica, quasi urtante.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Guardo dentro il buco.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Un gabinetto. Una tendina verde sopra una vasca da bagno, mattonelle grigiastre, neanche tanto pulite. Un bagno modesto, certamente in uso.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Mi sembra un buon modo per finire la performance. Sono sollevato, e invito tutti i presenti a guardare, anche loro, dentro al buco.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">La storia cominciata pi\u00f9 di quaranta anni prima, il sogno frustrato del bambino con il cacciavite sotto il letto, finisce, invece che dalla nonna, nel bagno del portiere dell\u2019edificio adiacente all\u2019Angelo Mai, ma in un punto molto pi\u00f9 basso di via degli Zingari. Lo sfortunato, sentendo battere ripetutamente dietro al suo muro, aveva, come \u00e8 normale, chiamato la polizia. I due poliziotti intervenuti per\u00f2 si erano, saggiamente, guardati bene dall\u2019entrare dentro alla bolgia di un centro sociale con migliaia di persone, ed erano rimasti in strada, a tentare di calmarlo. Mi dileguo senza scusarmi, ma con la promessa, da parte degli organizzatori dell\u2019evento, che il piccolo compenso che mi era stato promesso per la performance, venga usato per riparare il muro del bagno con la tendina verde. Non ho mai verificato se ci\u00f2 sia effettivamente accaduto.<\/p>\n\n\n\n<figure class=\"wp-block-gallery aligncenter columns-3 wp-block-gallery-1 is-layout-flex wp-block-gallery-is-layout-flex\"><ul class=\"blocks-gallery-grid\"><li class=\"blocks-gallery-item\"><figure><img decoding=\"async\" src=\"data:image\/gif;base64,R0lGODlhAQABAIAAAAAAAP\/\/\/yH5BAEAAAAALAAAAAABAAEAAAIBRAA7\" data-src=\"https:\/\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2020\/03\/Angelo-mai_07-copia.jpg\" alt=\"\" data-id=\"4684\" data-link=\"https:\/\/antinomie.it\/?attachment_id=4684\" class=\"wp-image-4684 lazyload\"><noscript><img data-recalc-dims=\"1\" loading=\"lazy\" loading=\"lazy\" decoding=\"async\" width=\"1080\" height=\"608\" src=\"https:\/\/i0.wp.com\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2020\/03\/Angelo-mai_07-copia.jpg?resize=1080%2C608&#038;ssl=1\" alt=\"\" data-id=\"4684\" data-link=\"https:\/\/antinomie.it\/?attachment_id=4684\" class=\"wp-image-4684\" 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Era un uomo dal quale mi sono sempre sentito, almeno da adulto, molto distante, ma la sua morte ha segnato una cesura fondamentale nella mia esistenza. Non \u00e8 stato soltanto il fatto di vedersi, improvvisamente, \u00abin prima linea\u00bb, rispetto ai tempi, naturali o almeno prevedibili, della fine. Nel mio caso, la necessit\u00e0 di fare, letteralmente, un bilancio della sua vita, e quel passaggio che l\u2019eredit\u00e0, le cose lasciate in sospeso, i rapporti ancora aperti, richiedono, mi hanno condotto a \u00abdiventare\u00bb lui molto di pi\u00f9 di quanto non immaginassi. Sedere alla sua scrivania, leggere le sue carte, gli impegni, le ambizioni, le delusioni. Tirare fuori i suoi oggetti, riguardare i suoi amatissimi francobolli con le interminabili serie di numeri scritti accanto, con i quali voleva convincere s\u00e9 stesso del valore economico di un investimento che era invece soltanto una smodata passione solitaria. Riempire la sua mancanza e dovermi occupare delle sue mancanze, ha fatto dapprima crescere il rancore nei suoi confronti; poi, a poco, a poco, sono subentrati sprazzi, inattesi, di identificazione, sentimenti sorprendenti di similarit\u00e0, di sim-patia. Qualche volta, specie in momenti di intensa tristezza, guardandomi allo specchio, ho scorto il suo volto. Non mi era mai successo, \u00abneanche lontanamente\u00bb (e ora mi sorprendo a utilizzare un\u2019espressione come questa, che lui usava spesso).<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Ci vorrebbe molto tempo, molte parole, per raccontare le vicende che mi hanno tenuto occupato dall\u2019inizio del 2012 fino alla fine di marzo del 2015, quando ho finalmente potuto cedere le quote della societ\u00e0, di cui mio padre era amministratore e socio di maggioranza, e da cui dipendeva una casa di cura di riabilitazione motoria nel quartiere Prati. Sarebbe lungo, e forse noioso. In mezzo a quella vicenda c\u2019\u00e8 per\u00f2 un oggetto particolare, un documento prodotto in tribunale da una persona, M., per lungo tempo collaboratrice di mio padre, che era stata accusata (da me) di malversazioni ai danni della societ\u00e0 da lui amministrata.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">\u00c8 una lettera, che comincia con \u00abM. carissima\u00bb, scritta, si direbbe, al computer, ma con numerosi errori di battitura e di grammatica, con una firma in calce che \u00e8 indubbiamente quella di mio padre. Una lettera solo apparentemente sconclusionata, piena d\u2019affetto e fiducia nei confronti della destinataria, e un po\u2019 amara verso di me. Racconta di un uomo che si sente prossimo alla fine e che vuole rassicurare che lui \u00abmetter\u00e0 tutto a posto\u00bb, alludendo a \u00absomme prelevate\u00bb, la cui consistenza potrebbe obbligare M. a trovare delle \u00abgiustificazioni nei confronti degli altri\u00bb.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Questa lettera, ritenuta documento attendibile dal giudice penale che, come chiesto dalla difesa di M., ha archiviato il caso, \u00e8, per me, un oggetto inquietante. Appena l\u2019ho vista, fra le carte processuali, mi sono detto: \u00ab\u00c8 chiaro, mio padre aveva, negli anni, lasciato dei fogli firmati in bianco per qualche adempimento amministrativo, bancario, postale o altro. Su uno di quei fogli M. ha potuto scrivere quello che voleva\u00bb. Questa era la mia reazione razionale, quella indirizzata verso l\u2019esterno. Istintivamente, invece, tra me e me, l\u2019ho immaginato scrivere la lettera, ho pensato che, nel suo animo, ci fossero proprio i sentimenti descritti in quelle frasi, peraltro un po\u2019 assurde. Ma era come se, in mezzo a quell\u2019<em>assurdit\u00e0<\/em> io udissi, invece, la sua voce.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Si tratta di un oggetto denso, dotato di una sorta di potere magico, quello di mettere insieme il falso e il vero, il giusto e l\u2019ingiusto; il banale, miserabile tentativo di discolparsi da un furto, e un impietoso, inconsapevole ma potente, rovistare nell\u2019animo di una, anzi due, persone: padre e figlio.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Potrei, a causa di un eccesso di autoriferimento, sbagliare in questa azzardata valutazione, ma la densit\u00e0 ambigua di questa lettera, che possiedo soltanto in fotocopia (l\u2019originale \u00e8 archiviato in un fascicolo del tribunale), la fa uscire dalla vicenda giudiziaria e personale, e la fa entrare nel novero di quegli oggetti strani e complessi, che sono le opere d\u2019arte. \u00c8 probabilmente un esorcismo inserire in questo catalogo \u00abM. carissima\u00bb, l\u2019odiosa missiva, che richiama alla mente la furba malignit\u00e0 della falsificazione, il malanimo, lo sconcerto, e un lungo, complicatissimo periodo in cui ho praticamente interrotto il mio lavoro artistico.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Una parte di me vuole pensare che, se mio padre vedesse questa lettera, per la prima volta mi darebbe ragione su tutti i dubbi espressi, per anni, rispetto a M. e al suo modo di gestire gli affari. Lui, che una volta mi aveva detto: \u00abTu sei comunista, non puoi capire\u00bb, dovrebbe ammettere che quello che non capiva era lui. Mi piace pensare che questo esorcismo sia la mossa a sorpresa, il contro-scacco mancato del 1963.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Ecco, ora che ci penso e ne scrivo, capisco la sua potente densit\u00e0. Questa lettera, qui, \u00e8 qualcosa di pi\u00f9 di un oggetto che un artista elegge a opera d\u2019arte. \u00c8 una mossa indirizzata verso l\u2019altro mondo. L\u2019ultima mossa di una partita a scacchi con il padre cominciata moltissimi anni prima e vinta, alla fine, ma contro un morto.<\/p>\n\n\n\n<p style=\"color:#676d82\" class=\"has-text-color wp-block-paragraph\"><em>Si riproducono, per gentile concessione di autore ed editore, testi e immagini di otto dei sessantaquattro capitoli che compongono <\/em>Un certo numero di cose<em> di Cesare Pietroiusti, pubblicato da NERO alla fine del 2019 in occasione della mostra omonima tenuta al MAMbo di Bologna.<\/em><\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Leggi anche <em><a href=\"https:\/\/antinomie.it\/index.php\/2020\/03\/21\/il-giro-di-vita-nulla-dies-sine-imago-2\/\" target=\"_blank\" rel=\"noreferrer noopener\">Il giro di vita (Nulla dies sine imago # 2)<\/a><\/em>, di Andrea Cortellessa<\/p>\n","protected":false,"gt_translate_keys":[{"key":"rendered","format":"html"}]},"excerpt":{"rendered":"<p>Mi piace pensare che, se \u00e8 un artista a scrivere un racconto, questo sar\u00e0 sempre, almeno in parte, uno strumento utilizzabile per scopi imprevisti, oppure un diversivo. 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