{"id":4434,"date":"2020-03-17T00:02:12","date_gmt":"2020-03-16T23:02:12","guid":{"rendered":"http:\/\/antinomie.it\/?p=4434"},"modified":"2024-06-06T11:44:32","modified_gmt":"2024-06-06T09:44:32","slug":"fellini-per-noi","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/antinomie.it\/index.php\/2020\/03\/17\/fellini-per-noi\/","title":{"rendered":"Fellini per noi","gt_translate_keys":[{"key":"rendered","format":"text"}]},"content":{"rendered":"\n<p class=\"has-drop-cap wp-block-paragraph\">Appartengo a una generazione intrisa di Fellini, che ha amato Fellini, ma che ha cercato in tutti i modi di liberarsene, senza accoglierne e capirne la lezione. Fellini cal\u00f2 sotto i nostri occhi, una dopo l\u2019altra, tutte le sue carte. Anche i meno felliniani tra noi attesero ogni suo film con una specie di apprensione, come una tappa, un accadimento per la cultura del Paese. Si sa che, degli avvenimenti importanti che hanno toccato la nostra vita, ci ricordiamo esattamente dove eravamo quando li abbiamo vissuti o quando ne abbiamo appreso notizia. A me succede con i film di Fellini.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Il primo che vidi fu uno shock: da piccolo qualcuno mi port\u00f2 in una sala parrocchiale del quartiere Mazzini, il cinema Pax, a vedere <em>La strada <\/em>(1954). Poltroncine di legno a seduta ribaltabile, sala con soffitto basso e nebbia di fumo fumato: questo, per molti anni, fu per noi il cinema, una specie di prolungamento al chiuso dello spazio urbano, dove si entrava e si usciva in qualsiasi momento. Non importava che il film fosse gi\u00e0 cominciato, perch\u00e9 si poteva rivedere, anche interamente, anche pi\u00f9 volte, dall\u2019inizio.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Dentro questo mondo nel mondo, in quella buia e libera citt\u00e0 parallela costituita dalla miriade di sale cinematografiche di allora, c\u2019erano i film di Fellini, che gi\u00e0 allora erano da tutti percepiti come qualcosa di diverso. Era l\u2019epoca in cui un\u2019opera poteva ancora essere popolare e di qualit\u00e0 allo stesso tempo. Ma questo lo diciamo oggi, perch\u00e9 allora questo dualismo non si poneva e anzi un\u2019opera era tanto pi\u00f9 di qualit\u00e0 quanto pi\u00f9 riusciva ad arrivare alle masse, ma senza indulgere a compromessi. Il cinema lo faceva spesso, Fellini ci riusc\u00ec almeno fino a <em>8\u00bd<\/em> (1963) escluso, e poi ancora con <em>Roma <\/em>(1972) e <em>Amarcord<\/em> (1973).&nbsp;<\/p>\n\n\n\n<div class=\"wp-block-image\"><figure class=\"aligncenter size-large is-resized\"><img loading=\"lazy\" loading=\"lazy\" decoding=\"async\" src=\"data:image\/gif;base64,R0lGODlhAQABAIAAAAAAAP\/\/\/yH5BAEAAAAALAAAAAABAAEAAAIBRAA7\" data-src=\"https:\/\/i2.wp.com\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2020\/03\/8-fellini-giulietta-la-strada-oscar-film-centenario-rimini.png?fit=1024%2C803&amp;ssl=1\" alt=\"\" class=\"wp-image-4817 lazyload\" width=\"445\" height=\"348\"><noscript><img loading=\"lazy\" loading=\"lazy\" decoding=\"async\" src=\"https:\/\/i2.wp.com\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2020\/03\/8-fellini-giulietta-la-strada-oscar-film-centenario-rimini.png?fit=1024%2C803&amp;ssl=1\" alt=\"\" class=\"wp-image-4817\" width=\"445\" height=\"348\" srcset=\"https:\/\/i0.wp.com\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2020\/03\/8-fellini-giulietta-la-strada-oscar-film-centenario-rimini.png?w=1100&amp;ssl=1 1100w, https:\/\/i0.wp.com\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2020\/03\/8-fellini-giulietta-la-strada-oscar-film-centenario-rimini.png?resize=300%2C235&amp;ssl=1 300w, https:\/\/i0.wp.com\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2020\/03\/8-fellini-giulietta-la-strada-oscar-film-centenario-rimini.png?resize=1024%2C803&amp;ssl=1 1024w, https:\/\/i0.wp.com\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2020\/03\/8-fellini-giulietta-la-strada-oscar-film-centenario-rimini.png?resize=768%2C603&amp;ssl=1 768w, https:\/\/i0.wp.com\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2020\/03\/8-fellini-giulietta-la-strada-oscar-film-centenario-rimini.png?resize=60%2C47&amp;ssl=1 60w\" sizes=\"auto, (max-width: 445px) 100vw, 445px\" \/><\/noscript><figcaption>Federico Fellini e Giulietta Masina <br>sul set di <em>La strada<\/em> (1954)<\/figcaption><\/figure><\/div>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Avr\u00f2 avuto 10 o 11 anni quando vidi <em>La<\/em> <em>strada<\/em> e ne restai sconvolto. Al punto che non ho mai pi\u00f9 voluto rivederlo. Per molto tempo il tema musicale mi rimase dentro come apice di una strana malinconia, un qualcosa di nuovo, un piacere ambiguo di desolazione mai provato prima. Anthony Quinn-Zampan\u00f2 che vaga col carrozzone tra paesi montani semideserti e a torso nudo riesce ogni volta nel gelo ad aprire un anello della catena che lo avvolge, mentre la tromba del clown Gelsomina suona le note fatali, \u00e8 tutto quello che mi resta del film. Avevo dimenticato che ci fosse anche Richard Basehart [che fu Ismaele nel <em>Moby Dick<\/em> (1956) di Huston], presente anche nel <em>Bidone <\/em>(1955), altro film straziante, ma che vidi solo nel \u201962 in una saletta d\u2019essai a Parigi, trascinatovi da una amica fiamminga di allora. Frequentavamo entrambi un corso di francese all\u2019Alliance, eravamo ragazzini, privi di difese e di senso critico. Anche quella volta furono lacrime difficili da nascondere. Vorrei rivederlo, ma ho paura che non mi piaccia, oppure che mi coinvolga di nuovo, come allora, in quell\u2019atmosfera di malinconia ineluttabile che faceva tutt\u2019uno con quella presente nella <em>Strada<\/em> e di cui era probabilmente una continuazione con gli stessi mezzi.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Malinconia che, assieme a una totale e ragionevole sfiducia nel genere umano, si ritrova nelle <em>Notti di Cabiria <\/em>(1957), che vidi molti anni dopo al cinema Nuovo Olimpia, dove ogni tanto davano anche <em>Lo sceicco bianco<\/em> (1952), vero capolavoro di tristezza truffaldina, provinciale e poveraccia, poi percolata e accuratamente perfezionata nei <em>Vitelloni <\/em>(1953), visto anch\u2019esso tardivamente, credo in Tv, quando ero abbastanza grande da reggerne la botta emotiva e riconoscerne la grandezza. L\u00ec scoprii Franco Fabrizi, che rest\u00f2 uno dei miei idoli assoluti del cinema italiano.<\/p>\n\n\n\n<div class=\"wp-block-image\"><figure class=\"aligncenter size-large\"><img decoding=\"async\" src=\"data:image\/gif;base64,R0lGODlhAQABAIAAAAAAAP\/\/\/yH5BAEAAAAALAAAAAABAAEAAAIBRAA7\" data-src=\"https:\/\/i1.wp.com\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2020\/03\/i-vitelloni-1953-federico-fellini-recensione-01.jpg?fit=1024%2C631&amp;ssl=1\" alt=\"\" class=\"wp-image-4820 lazyload\"><noscript><img loading=\"lazy\" loading=\"lazy\" decoding=\"async\" width=\"1440\" height=\"887\" src=\"https:\/\/i1.wp.com\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2020\/03\/i-vitelloni-1953-federico-fellini-recensione-01.jpg?fit=1024%2C631&amp;ssl=1\" alt=\"\" class=\"wp-image-4820\" srcset=\"https:\/\/i0.wp.com\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2020\/03\/i-vitelloni-1953-federico-fellini-recensione-01.jpg?w=1440&amp;ssl=1 1440w, https:\/\/i0.wp.com\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2020\/03\/i-vitelloni-1953-federico-fellini-recensione-01.jpg?resize=300%2C185&amp;ssl=1 300w, https:\/\/i0.wp.com\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2020\/03\/i-vitelloni-1953-federico-fellini-recensione-01.jpg?resize=1024%2C631&amp;ssl=1 1024w, https:\/\/i0.wp.com\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2020\/03\/i-vitelloni-1953-federico-fellini-recensione-01.jpg?resize=768%2C473&amp;ssl=1 768w, https:\/\/i0.wp.com\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2020\/03\/i-vitelloni-1953-federico-fellini-recensione-01.jpg?resize=60%2C37&amp;ssl=1 60w, https:\/\/i0.wp.com\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2020\/03\/i-vitelloni-1953-federico-fellini-recensione-01.jpg?resize=480%2C296&amp;ssl=1 480w\" sizes=\"auto, (max-width: 1080px) 100vw, 1080px\" \/><\/noscript><figcaption><em>I vitelloni<\/em> (1953)<\/figcaption><\/figure><\/div>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Il cinema Nuovo Olimpia, nel centro di Roma, situato nel palazzo sotto cui fu ritrovata l\u2019Ara Pacis di Augusto, fu per molto tempo forse la migliore fonte di cultura cinematografica generale esistente nella capitale. Stampavano un programma&nbsp; mensile, con titoli che non ho mai pi\u00f9 ritrovato da nessuna parte, pellicole che forse si sono perse, di cui probabilmente la versione italiana non esiste pi\u00f9, come <em>Il dio nero e il diavolo biondo <\/em>(1964), di Glauber Rocha \u2013 ero talmente sotto lo schermo che lo vidi tutto il tempo in anamorfosi \u2013, come i meno noti <em>Harakiri<\/em> di Masaki Kobayashi (1962) e <em>L\u2019isola nuda<\/em>, di Kaneto Shind\u014d (1960) o <em>La donna di sabbia<\/em>, Hiroshi Teshigahara (1964) e gli altri giapponesi che all\u2019epoca furono per me una rivelazione. E ovviamente <em>Rashomon<\/em> di Kurosawa, che era del 1950.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">In mezzo a tutto questo tantissimo cinema \u2013 ci andavamo ogni sera, ultimo spettacolo alle 22.30, stipati in 4 o 5 dentro una Fiat 500 lanciata a manetta per le strade di una Roma notturna a quel tempo quasi deserta \u2013, in mezzo a tutto questo nutrimento per il nostro immaginario di allora, c\u2019era quello di Fellini che apparentemente, da <em>Giulietta degli spiriti<\/em> (1965) in poi, e per un certo tempo, non fu per noi importante. \u00ab\u00c8 \u2018na fellinata\u00bb, dicevamo. Ci piacevano il cinema terzomondista, il cinema francese e soprattutto quello americano della New Hollywood. Ci piaceva tutto ci\u00f2 che rispecchiava la nostra condizione giovanile e ci\u00f2 che poteva proiettarci in una dimensione pi\u00f9 ampia di quella peninsulare. Non immaginavamo che proprio in quegli anni la cultura espressa dal Paese, in tutti i campi, stava toccando apici che in seguito non avrebbe mai pi\u00f9 raggiunti. Per noi le tematiche felliniane erano troppo \u201citaliane\u201d, a-politiche e, se non aristocratiche, certamente ego-centriche. Ci sbagliavamo, come sbagliavamo su alcune altre cose. Ma tutto questo venne dopo i miei primi fortissimi impatti col suo cinema. Prima da bambino, poi da ragazzo, Fellini mi travolgeva.&nbsp;&nbsp;<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Nei suoi film iniziali c\u2019\u00e8 tutto quello da cui mi sarebbe bastato fuggire per prendere le distanze dalle tristezze della Penisola \u2013 ben evidenti in forma di disagio anche fuori dei suoi film \u2013 e diventare nuovo &amp; moderno. In poche parole si trattava per me di isolare criticamente la devastazione di quell\u2019Alberto Sordi da cui Fellini seppe subito trarre la purissima essenza italico-romanesca di cui era fatto. Ma Sordi ci consolava facendoci ridere: percepivo la sua tragica miseria \u2013 che Fellini vedeva benissimo, sapendola mostrare altrettanto bene \u2013, ma in me restava in secondo piano. La necessaria ripulsa di Sordi (di cui forse non si \u00e8 ancora capita l\u2019importanza culturale per il secondo Novecento italiano) fu una cosa che mi riusc\u00ec soltanto verso la fine dei Settanta, quando la commedia all\u2019italiana \u2013 di cui, prima di prenderne le distanze, fui per molto tempo un adepto \u2013 si stava estinguendo e Fellini, lungo il cammino intrapreso dopo la cesura che non saprei se coincida con <em>La dolce vita<\/em> (1960) o con <em>8\u00bd <\/em>(1963), aveva girato tre o quattro capolavori prima del magnifico <em>Casanova<\/em> (1976): quindi era gi\u00e0 ormai da tutt\u2019altra parte.<\/p>\n\n\n\n<div class=\"wp-block-image\"><figure class=\"aligncenter size-large\"><img decoding=\"async\" src=\"data:image\/gif;base64,R0lGODlhAQABAIAAAAAAAP\/\/\/yH5BAEAAAAALAAAAAABAAEAAAIBRAA7\" data-src=\"https:\/\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2020\/03\/otto.jpg\" alt=\"\" class=\"wp-image-4828 lazyload\"><noscript><img data-recalc-dims=\"1\" loading=\"lazy\" loading=\"lazy\" decoding=\"async\" width=\"512\" height=\"224\" src=\"https:\/\/i0.wp.com\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2020\/03\/otto.jpg?resize=512%2C224&#038;ssl=1\" alt=\"\" class=\"wp-image-4828\" srcset=\"https:\/\/i0.wp.com\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2020\/03\/otto.jpg?w=512&amp;ssl=1 512w, https:\/\/i0.wp.com\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2020\/03\/otto.jpg?resize=300%2C131&amp;ssl=1 300w, https:\/\/i0.wp.com\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2020\/03\/otto.jpg?resize=60%2C26&amp;ssl=1 60w, https:\/\/i0.wp.com\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2020\/03\/otto.jpg?resize=480%2C210&amp;ssl=1 480w\" sizes=\"auto, (max-width: 512px) 100vw, 512px\" \/><\/noscript><figcaption>8 e 1\/2 (1963)<\/figcaption><\/figure><\/div>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">I colpi che assest\u00f2 con <em>La dolce vita<\/em> e subito dopo con <em>8\u00bd<\/em> facevano parte di un \u201cuno-due\u201d rivolto a tutto e a tutti: ferma restando la malinconia, ma in una forma sempre pi\u00f9 controllata e cerebralizzata, e acuendo lo sguardo feroce con cui osserva s\u00e9 stesso e il proprio paese, i temi della <em>Dolce vita<\/em> furono ripresi e messi a punto nel capolavoro successivo. Lo vidi che era appena uscito, alle 3 del pomeriggio, cinema Barberini, con mia cugina Brunella, che aveva due biglietti omaggio. Non avevamo nemmeno diciott\u2019anni, <em>8\u00bd <\/em>ci affascin\u00f2 e ci stord\u00ec, ma ci sforzammo di capire. Era la prima volta, mi pare, che mi trovavo al cospetto di un film che esigeva un\u2019<em>interpretazione<\/em>, il cui senso cio\u00e8 non fosse evidente e di cui non potessi dire \u00e8 bello o \u00e8 brutto, mi \u00e8 piaciuto o non mi \u00e8 piaciuto, gi\u00e0 all\u2019uscita del cinema.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Appena fuori dalla sala restammo in silenzio storditi dalla luce meridiana di piazza Barberini, che al tempo era un unico grande parcheggio con una fontana al centro. Cominciammo a scendere il Tritone e fu soltanto all\u2019altezza dell\u2019incrocio con via Francesco Crispi che pronunciammo qualche cauta valutazione. Non so se lei l\u2019avesse seguito e capito meglio di me, ma \u00e8 probabile, perch\u00e9 io ero completamente confuso: come poteva, un film che mi aveva affascinato, essermi anche incomprensibile? Dalla tristezza conclamata della<em> Strada<\/em>, a quella che in <em>8\u00bd <\/em>mi appariva come una chiusura narcisistica (ma all\u2019epoca non avrei usato questo termine), Fellini colpiva di nuovo duramente.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Da quel film in poi mi interessai molto al suo lavoro. Ma <em>Giulietta degli spiriti <\/em>\u2013 episodio del sogno a parte \u2013 mi deluse e per circa 3 anni Fellini mi divenne marginale. Fino al <em>Satyricon <\/em>(1969), \u201cfellinata\u201d estrema, essenzialmente visiva, vista alla sala Arlecchino in via Flaminia, di cui mi colp\u00ec lo sforzo disperato di re-inventare il mondo di Roma antica, che al cinema era sempre risultato, anche nei casi migliori, posticcio scolastico finto, spesso ridicolo. Il tentativo non era del tutto riuscito, ma accidenti che lezione. Era come ci stesse dicendo qualcosa di fondamentale sul procedimento dell\u2019inventare, e ce lo diceva in forza del potere artistico che si era conquistato in decenni di fatiche e a seguito dei suoi, perfettamente coscienti, tentativi di mantenere la mente libera di associare: \u00ab&#8230;vorrei far questo: inventare un mondo romano come fosse evocato da una stregonesca operazione ectoplasmatica [&#8230;] una forma scheggiata, incompleta, mutilata&#8230;\u00bb (<em>Fare un film<\/em>, 1980).<\/p>\n\n\n\n<div class=\"wp-block-image\"><figure class=\"aligncenter size-large is-resized\"><img loading=\"lazy\" loading=\"lazy\" decoding=\"async\" src=\"data:image\/gif;base64,R0lGODlhAQABAIAAAAAAAP\/\/\/yH5BAEAAAAALAAAAAABAAEAAAIBRAA7\" data-src=\"https:\/\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2020\/03\/SATYRICON-6-1024x677-1.jpg\" alt=\"\" class=\"wp-image-4824 lazyload\" width=\"512\" height=\"339\"><noscript><img data-recalc-dims=\"1\" loading=\"lazy\" loading=\"lazy\" decoding=\"async\" src=\"https:\/\/i0.wp.com\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2020\/03\/SATYRICON-6-1024x677-1.jpg?resize=512%2C339&#038;ssl=1\" alt=\"\" class=\"wp-image-4824\" width=\"512\" height=\"339\" srcset=\"https:\/\/i0.wp.com\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2020\/03\/SATYRICON-6-1024x677-1.jpg?w=1024&amp;ssl=1 1024w, https:\/\/i0.wp.com\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2020\/03\/SATYRICON-6-1024x677-1.jpg?resize=300%2C198&amp;ssl=1 300w, https:\/\/i0.wp.com\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2020\/03\/SATYRICON-6-1024x677-1.jpg?resize=768%2C508&amp;ssl=1 768w, https:\/\/i0.wp.com\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2020\/03\/SATYRICON-6-1024x677-1.jpg?resize=60%2C40&amp;ssl=1 60w, https:\/\/i0.wp.com\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2020\/03\/SATYRICON-6-1024x677-1.jpg?resize=480%2C317&amp;ssl=1 480w\" sizes=\"auto, (max-width: 512px) 100vw, 512px\" \/><\/noscript><figcaption><em>Satyricon<\/em> (1969)<\/figcaption><\/figure><\/div>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Un\u2019altra re-invenzione totale e quasi del tutto magistrale (non mi piacque l\u2019episodio romano), sfacciata nell\u2019esibirsi come finzione e tuttavia molto attenta nello sforzo di restituirci anche qui una visione del passato, e in particolare del Settecento, europeo &amp; cosmopolita, \u00e8 il <em>Casanova<\/em> (1976), forse il suo film pi\u00f9 preciso e intransigente, spietato e livido, invaso di una malinconia astratta, molto diversa da quella di cui grondano i lavori della sua prima fase, ma altrettanto <em>critica<\/em>. Perch\u00e9 tra le costanti di Fellini c\u2019\u00e8 sicuramente quel sentimento di \u00absconsolato e pessimistico abbandono\u00bb, come lo definisce il Devoto-Oli, ma sempre espresso in modo critico, cio\u00e8 lucido, distante, <em>politico<\/em>.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Dicevo che noi post-sessantottisti sbagliavamo nell\u2019obliterare \u2013 per fortuna fu una cosa temporanea \u2013 i suoi film in quanto a-politici, anzi reazionari, anzi egoistici, perch\u00e9 Fellini \u00e8 <em>sempre politico<\/em>. Ma il suo non \u00e8 mai un giudizio diretto e semplificato, come a quel tempo esigevamo <em>noi<\/em>, n\u00e9 di teoremi e dimostrazioni, ma sempre dell\u2019esposizione narrativa di uno stato antropologico peninsulare, su cui non nutre alcun ottimismo e verso cui non prova alcuna simpatia, ma nel quale si sente completamente coinvolto, avvoltolato e soverchiato.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">L\u2019<em>homo<\/em> <em>italicus<\/em> felliniano trascende la lotta di classe e la politica di qualsiasi colore e l\u2019infradicia di s\u00e9, impregnandola di quel qualcosa di meta-storico, cio\u00e8 di oscuramente culturale, che ha trovato nel tempo molte disperate definizioni, alcune pi\u00f9 precise e rivelatrici di altre, un qualcosa che ritroviamo, declinato da ciascuno a modo suo, in alcuni suoi attori-icone. In Alberto Sordi come in Franco Fabrizi, genio dimenticato, ma anche in Mastroianni, in Leopoldo Trieste, in Mario Pisu. Qualcosa di intrinseco che queste figure mi sembra portino con s\u00e9 nei suoi film, come un personale, non-eliminabile, <em>default<\/em> peninsulare.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Poi ci fu<em> La nave va<\/em> (1983), visto anch\u2019esso al Barberini, ma da solo e con ansiolitici in corpo, per far fronte ad alcune traversie personali di allora. Mi addormentai al secondo tempo, prima e unica volta in vita mia. Devo aver russato, ma nessuno mi svegli\u00f2. Ci\u00f2 che avevo visto prima di dormire mi era piaciuto. Vorrei tanto ri-vederlo, ma non lo trovo. Di quel film mi restano impresse vaghe immagini di una grande sala macchine \u2013 possibile? \u2013 e di una corazzata piena di cannoni, lontana all\u2019orizzonte, completamente re-inventata rispetto alla nostra idea corrente di nave militare.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">I successivi due film non ricordo dove li ho visti, quindi non devono avermi efficacemente colpito. Di <em>Ginger e Fred<\/em> (1986) rammento l\u2019ennesima insorgenza della malinconia felliniana, che ritorna in forma nostalgica e auto-celebrativa anche nell\u2019<em>Intervista<\/em> (1987). <em>La voce della luna<\/em> (1990) l\u2019ho rozzamente visto in tv, l\u2019altro ieri per la prima volta, e mi piaceva talmente poco che ho interrotto a met\u00e0. L\u2019altra met\u00e0 attende, registrata, che trovi la forza di riaprirlo.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Mi sembra che oggi Fellini sia presente nella cultura italiana come <em>La nave va<\/em> \u00e8 presente alla mia mente: qualcuno o qualcosa che \u00e8 stato importante in un\u2019altra epoca. Che ci ha fatto discutere, che ci \u00e8 piaciuto, ci ha soverchiato e ci ha insegnato, ma di cui abbiamo ormai una memoria vaga e frammentaria, come di un sogno prodotto da un misterioso Inconscio Nazionale, di cui lui si sent\u00ec interprete e forse davvero riusc\u00ec ad esserlo.&nbsp; &nbsp;<\/p>\n\n\n\n<p style=\"color:#676d82\" class=\"has-text-color has-normal-font-size wp-block-paragraph\">In copertina: <em>La dolce vita<\/em> (1960)<\/p>\n","protected":false,"gt_translate_keys":[{"key":"rendered","format":"html"}]},"excerpt":{"rendered":"<p>Appartengo a una generazione intrisa di Fellini, che ha amato Fellini, ma che ha cercato in tutti i modi di liberarsene, senza accoglierne e capirne la lezione. 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