{"id":4244,"date":"2020-03-02T12:58:22","date_gmt":"2020-03-02T11:58:22","guid":{"rendered":"http:\/\/antinomie.it\/?p=4244"},"modified":"2024-08-08T10:39:38","modified_gmt":"2024-08-08T08:39:38","slug":"ulay-e-la-morte-della-fotografia","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/antinomie.it\/index.php\/2020\/03\/02\/ulay-e-la-morte-della-fotografia\/","title":{"rendered":"Ulay e la morte della fotografia","gt_translate_keys":[{"key":"rendered","format":"text"}]},"content":{"rendered":"\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Estate 1976. Gli spettatori sono invitati a entrare nella galleria de Appel di Amsterdam, uno spazio cieco fondato appena un anno prima. Su tre pareti, sopra la testa della ventina di spettatori, campeggiano nove fotografie in bianco e nero di 1 m x 1 m. Banale il soggetto: una persona intabarrata nel suo cappotto evolve su un viale alberato; \u00e8 quanto perlomeno s\u2019intravede nella tenue luce giallo-verde, simile a quella utilizzata in camera oscura. Quando la porta della galleria viene chiusa, si accende una lampada ad alogeno. Quello che accade lascia basiti gli spettatori: hanno appena il tempo di cogliere il soggetto che, nell\u2019arco di 15-20 secondi, le stampe fotografiche si anneriscono e svaniscono. In questo modo fanno esperienza di quello che il titolo funereo della performance \u2013 <em>Fototot I<\/em> \u2013 promette a chiare lettere: la morte della fotografia o meglio la morte dell\u2019oggettivit\u00e0 fotografica, il disvelamento dell\u2019immagine fotografica come mera illusione. Gli spettatori restano soli con queste stampe di grandi dimensioni, monocromi neri che incombono su di loro.<\/p>\n\n\n\n<div class=\"wp-block-image\"><figure class=\"aligncenter size-large\"><img decoding=\"async\" src=\"data:image\/gif;base64,R0lGODlhAQABAIAAAAAAAP\/\/\/yH5BAEAAAAALAAAAAABAAEAAAIBRAA7\" data-src=\"http:\/\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2020\/03\/Fototot_Ulay01jpg.jpg\" alt=\"\" class=\"wp-image-4250 lazyload\"><noscript><img data-recalc-dims=\"1\" loading=\"lazy\" loading=\"lazy\" decoding=\"async\" width=\"600\" height=\"452\" src=\"https:\/\/i0.wp.com\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2020\/03\/Fototot_Ulay01jpg.jpg?resize=600%2C452\" alt=\"\" class=\"wp-image-4250\" srcset=\"https:\/\/i0.wp.com\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2020\/03\/Fototot_Ulay01jpg.jpg?w=600&amp;ssl=1 600w, https:\/\/i0.wp.com\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2020\/03\/Fototot_Ulay01jpg.jpg?resize=300%2C226&amp;ssl=1 300w, https:\/\/i0.wp.com\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2020\/03\/Fototot_Ulay01jpg.jpg?resize=60%2C45&amp;ssl=1 60w, https:\/\/i0.wp.com\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2020\/03\/Fototot_Ulay01jpg.jpg?resize=480%2C362&amp;ssl=1 480w\" sizes=\"auto, (max-width: 600px) 100vw, 600px\" \/><\/noscript><\/figure><\/div>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">\u00c8, in sintesi, la performance di Uwe Frank Laysiepen, aka Ulay, lontanissima da quelle di<em> body art<\/em> per cui diventer\u00e0 famoso assieme alla sua compagna di allora, Marina Abramovic, nel corso di un sodalizio durato dodici anni. Come ricostruisce bene <em>Whispers. Ulay on Ulay<\/em>, a cura di Maria Rus Bojan e Alessandro Cassin (Valiz 2014), Ulay aveva appeso delle fotografie senza la soluzione di fissaggio, di modo che la luce mangiava letteralmente le immagini, che raffiguravano l\u2019artista stesso. Per quanto fragile sia la sua presenza, non manca di mettersi in mostra.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">L\u2019intento di Ulay \u00e8 tuttavia pi\u00f9 malevolo, come dimostra la seconda parte della performance. Dopo la pausa estiva, gli spettatori di <em>Fototot I<\/em> sono invitati alla riapertura. Le foto nere sono ancora al loro posto; al centro dello spazio espositivo si trova ora un tavolo con una lampada e un libro di fotografie. I curiosi accendono la lampada e cominciano a sfogliare il libro, un portfolio con gli scatti che Ulay ha discretamente preso durante la mostra precedente. Molti spettatori si riconoscono. Peccato che anche queste foto sono state sviluppate senza la soluzione di fissaggio, cos\u00ec in meno di tre minuti diventano nere come le altre. Con la differenza, di non poco conto, che stavolta non \u00e8 l\u2019immagine dell\u2019artista a scomparire bens\u00ec loro stessi. Scompaiono come quelle figure diventate scomode per ragioni politiche e che vengono cancellate dalle foto ufficiali, episodi di <em>damnatio memoriae<\/em> di cui la storia della fotografia \u00e8 piena come ha mostrato Peter Burke in <em>Testimoni oculari. Il significato storico delle immagini<\/em> (Carocci 2002).<\/p>\n\n\n\n<div class=\"wp-block-image\"><figure class=\"aligncenter size-large\"><img decoding=\"async\" src=\"data:image\/gif;base64,R0lGODlhAQABAIAAAAAAAP\/\/\/yH5BAEAAAAALAAAAAABAAEAAAIBRAA7\" data-src=\"http:\/\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2020\/03\/Fototot_Ulay02jpg.jpg\" alt=\"\" class=\"wp-image-4246 lazyload\"><noscript><img data-recalc-dims=\"1\" loading=\"lazy\" loading=\"lazy\" decoding=\"async\" width=\"600\" height=\"452\" src=\"https:\/\/i0.wp.com\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2020\/03\/Fototot_Ulay02jpg.jpg?resize=600%2C452\" alt=\"\" class=\"wp-image-4246\" srcset=\"https:\/\/i0.wp.com\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2020\/03\/Fototot_Ulay02jpg.jpg?w=600&amp;ssl=1 600w, https:\/\/i0.wp.com\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2020\/03\/Fototot_Ulay02jpg.jpg?resize=300%2C226&amp;ssl=1 300w, https:\/\/i0.wp.com\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2020\/03\/Fototot_Ulay02jpg.jpg?resize=60%2C45&amp;ssl=1 60w, https:\/\/i0.wp.com\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2020\/03\/Fototot_Ulay02jpg.jpg?resize=480%2C362&amp;ssl=1 480w\" sizes=\"auto, (max-width: 600px) 100vw, 600px\" \/><\/noscript><\/figure><\/div>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">\u201cSenza distruzione non c\u2019\u00e8 creazione e la sua performance ne \u00e8 letteralmente un esempio: creare fotografie con lo scopo di distruggerle come parte di un\u2019opera d\u2019arte\u201d, scrive Noah Charney in <em>Il museo dell\u2019arte perduta<\/em> (tr. it. Irene Inserra e Marcella Mancini, Johan &amp; Levi 2019). Da una parte Charney accosta <em>Fototot <\/em>alla scena iniziale de <em>Il libro del riso e dell\u2019oblio<\/em> di Milan Kundera, dall\u2019altra evoca <em>Fototot II<\/em>, remake del 2012 in cui la galleria viene immersa in un buio pesto. Opera concettuale e post-situazionista, Ulay realizza una sorta di polaroid all\u2019inverso, un medium di cui \u00e8 stato uno dei primi artisti a servirsi. Il titolo lo riprende da un film-performance di Claes Oldenburg, <em>Fotodeath<\/em> (1961, 16mm). Nella prima scena un apparecchio fotografico montato su un treppiedi toglie la vita ai tre soggetti seduti su una panchina; davanti all\u2019obiettivo, il vivente si fa natura morta, come in una credenza animistica. Tutto sommato, agli spettatori di <em>Fototot<\/em> non \u00e8 andata cos\u00ec male.<\/p>\n\n\n\n<p style=\"color:#767d82\" class=\"has-text-color wp-block-paragraph\">In seguito alla morte di Ulay, avvenuta oggi, 2 marzo 2020, ripubblichiamo questo articolo apparso su <em>Alias D<\/em>., il 23 febbraio scorso. <\/p>\n","protected":false,"gt_translate_keys":[{"key":"rendered","format":"html"}]},"excerpt":{"rendered":"<p>Estate 1976. Gli spettatori sono invitati a entrare nella galleria de Appel di Amsterdam, uno spazio cieco fondato appena un anno prima. Su tre pareti, sopra la testa della ventina di spettatori, campeggiano nove fotografie in bianco e nero di 1 m x 1 m. Banale il soggetto: una persona intabarrata nel suo cappotto evolve su un viale alberato; \u00e8 quanto perlomeno s\u2019intravede nella tenue luce giallo-verde, simile a quella utilizzata in camera oscura. Quando la porta della galleria viene chiusa, si accende una lampada ad alogeno. 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Attraversa spesso i confini \u2013 non solo geografici \u2013 tra la Francia e l\u2019Italia e, a volte, quelli transatlantici. Collabora con la Fondazione ICA di Milano, scrive per cataloghi di mostre, pubblicazioni accademiche e non, cartacee e digitali, tra cui \u201cArtforum\u201d, \u201cAlias - Il Manifesto\u201d, \u201cFlash Art\u201d, \u201cdoppiozero\u201d. Armato di matita, stila spesso liste di progetti accarezzati, fattibili o chiaramente implausibili.\",\"sameAs\":[\"https:\\\/\\\/independent.academia.edu\\\/rventuri\"],\"url\":\"https:\\\/\\\/antinomie.it\\\/index.php\\\/author\\\/riccardo-venturi\\\/\"}]}<\/script>\n<!-- \/ Yoast SEO plugin. -->","yoast_head_json":{"title":"Ulay e la morte della fotografia - Riccardo Venturi","description":"Estate 1976. Gli spettatori sono invitati a entrare nella galleria de Appel di Amsterdam, uno spazio cieco fondato appena un anno prima. 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