{"id":40181,"date":"2023-03-28T00:01:50","date_gmt":"2023-03-27T22:01:50","guid":{"rendered":"https:\/\/antinomie.it\/?p=40181"},"modified":"2024-06-06T23:05:05","modified_gmt":"2024-06-06T21:05:05","slug":"entrare-nel-fuori","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/antinomie.it\/index.php\/2023\/03\/28\/entrare-nel-fuori\/","title":{"rendered":"Entrare nel fuori","gt_translate_keys":[{"key":"rendered","format":"text"}]},"content":{"rendered":"\n<p class=\"has-drop-cap wp-block-paragraph\">A ripercorrere le numerose accezioni in cui viene inteso il rifugio si rischia di perdersi. Tuttavia mi sembra di rintracciare un doppio fondo comune, inesplicitato in quanto presupposto. Il primo \u00e8 che il rifugio \u00e8 pensato come una casa, il secondo \u00e8 che questa casa \u00e8 pensata come un interno, un focolare o un foyer, spazio chiuso tra quattro se non sei pareti. Per costituire un rifugio domestico ci vuole un<em> enclos <\/em>protetto dagli elementi naturali, che vengano dall\u2019alto come il sole, il vento o la pioggia, dai lati come gli animali o dal basso come l\u2019umidit\u00e0. Una volta all\u2019interno di un contenitore il cui contatto con l\u2019esterno \u00e8 per lo pi\u00f9 visivo, filtrato dai ritagli delle finestre o di un lucernario, parleremo propriamente di casa. Si tratta senza dubbio del retaggio di una visione dualista del mondo che pone l\u2019essere umano da una parte e tutto il resto dall\u2019altra, di un\u2019idea di spazio precedente quella di <em>milieu<\/em> di cui senza sosta si ridisegnano i confini, gli scambi e le partizioni tra il vivente e quanto lo circonda.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Come ripensare il rifugio al di l\u00e0 delle pareti in cui siamo abituati a vivere ma anche il nostro rapporto con l\u2019esterno? Me lo chiedo leggendo quasi per caso, a distanza ravvicinata, due testi che, malgrado la loro diversit\u00e0, insistono, per semplificare, sullo stesso punto: che \u00e8 possibile <em>entrare nel fuori<\/em>. Un\u2019ipotesi che ci permetterebbe di ripensare la natura interna e interiore dei rifugi.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Il primo passaggio che mi salta agli occhi appartiene al filosofo norvegese Arne N\u00e6ss (1912-2009), padre dell\u2019ecologia profonda, tratto dalla sua autobiografia e testamento spirituale, scritta a ottantasei anni e tradotta in inglese nel 2002 (<em>Life\u2019s Philosophy: Reason and Feeling in a Deeper World<\/em>). \u00c8 tratta dal capitolo \u201cUn sentimento per tutti gli esseri viventi\u201d dove N\u00e6ss afferma, come se la cosa andasse da s\u00e9, che per lui e per la tradizione norvegese cui aderisce, e in cui \u00e8 sostanzialmente nata e maturata l\u2019ecologia profonda, non si tratta tanto di uscire o andare fuori quanto piuttosto di mettersi <em>nella<\/em> Natura (l\u2019enne maiuscola \u00e8 dell\u2019autore): \u201cI norvegesi sono soliti pensare che la Natura, lungi dall\u2019essere fuori di noi, sia piuttosto ci\u00f2 <em>dentro<\/em><em> cui <\/em>entriamo\u201d. Il sentimento per la Natura \u00e8 descritto da N\u00e6ss come \u201cun affetto positivo per spazi che non recano tracce evidenti dell\u2019attivit\u00e0 umana\u201d; in seguito insiste sull\u2019\u201cevidenti\u201d.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Una sottolineatura non innocente, che permette di distinguere la nozione norvegese di <em>friluftsliv<\/em>, letteralmente vita all\u2019aria aperta, dalla <em>wilderness <\/em>o dalla natura incontaminata secondo il pensiero statunitense. \u201cLa <em>natura libera<\/em> \u00e8 diversa dalla <em>wilderness <\/em>nordamericana, in quanto vaste aree montuose in Norvegia si trovano nei pressi di vecchie fattorie, anche se i terreni sono aperti e non recintati. Si pu\u00f2 camminare e campeggiare liberamente ovunque, tranne dove si trovano i poderi estivi (<em>setters<\/em>) [\u2026] Durante l\u2019estate gli allevatori portano pecore, capre e mucche sugli altopiani montani. La tradizione norvegese delle baite deriva in parte da questa pratica rurale, cos\u00ec come il <em>friluftsliv<\/em>\u201d<a href=\"#_ftn1\" id=\"_ftnref1\"><sup>[1]<\/sup><\/a>.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Questo entrare <em>dentro<\/em> la natura, al suo interno o, se preferite, nel suo alveo, che il <em>friluftsliv <\/em>rende praticabile o meno paradossale di quanto sembri, \u00e8 agli antipodi della vita sociale. Nella riflessione di N\u00e6ss, la societ\u00e0, esercitando forti pressioni esteriori, c\u2019induce a vivere senza prestare ascolto a noi stessi o, \u00e8 lo stesso, a vivere proiettandoci all\u2019esterno.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">N\u00e6ss, che \u00e8 rimasto tutta la vita un alpinista provetto (ha scalato il Tirich Mir, 7708m, due volte, nel 1950 e nel 1963), pensa anzitutto alla montagna e probabilmente redige questo passaggio dell\u2019autobiografia nella sua baita a Tvergastein, a quasi duemila metri. Qui ha trascorso oltre dieci anni in compagnia dei classici della filosofia, di alcuni romanzi e libri di scienza, di dizionari e vecchi dischi. Per N\u00e6ss, Tvergastein non \u00e8 un semplice rifugio ma la macchina generatrice dell\u2019ecologia profonda o, meglio, dell\u2019Ecosofia T, dove T sta per Tvergastein perch\u00e9 a questo luogo \u00e8 consustanziale un modo di pensare. L\u2019Ecosofia T \u00e8 insomma una <em>geo-filosofia<\/em> se non una <em>ecotopia<\/em>. Di certo un pensiero in cui alla casa resta associata un\u2019idea di interno, ma dove questo interno non \u00e8 pi\u00f9 perimetrato da una struttura architettonica, al punto che la Natura stessa, culturalmente associata all\u2019esterno, pu\u00f2 farsi rifugio.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Del resto se Tvergastein \u00e8 una casa nel senso classico del termine, la sua esposizione agli elementi fa vacillare l\u2019idea di <em>foyer<\/em>: il tetto vola via tre volte a causa di una tempesta, diventando carburante per la stufa; \u201cSi dice che questa baita abbia avuto fino a sette tetti uno sopra all\u2019altro, sorretti da cavi e che, durante una forte tempesta, diversi tetti possano volare via\u201d<a id=\"_ftnref2\" href=\"#_ftn2\"><sup>[2]<\/sup><\/a>.Tuttavia l\u2019esperienza descritta da N\u00e6ss \u00e8 molto pi\u00f9 ampia dal punto di vista storico e geografico: \u201cla storia ci restituisce allo stesso tempo numerose testimonianze di persone che cercano rifugio \u2018nella\u2019 natura per ritrovare meglio se stesse\u201d. Al riguardo si rif\u00e0 a un passo che attribuisce alla Bhagavadg\u012bt\u0101, dove Damayanti, donna del re Nala, sconsolata da quando il re si \u00e8 ritirato dal mondo, lo cerca nel cuore delle foreste pi\u00f9 profonde dell\u2019Himalaya. A esser pignoli, la storia \u00e8 raccontata nel terzo parvan del Mah\u0101bh\u0101rata, quello della Foresta (<em>Vanaparva<\/em>), e non nel sesto dove si trova la Bhagavadg\u012bt\u0101, ma le intenzioni di N\u00e6ss restano chiare: mostrare che questa Natura <em>nella<\/em> quale risiedere non \u00e8 circoscritta al paesaggio norvegese o all\u2019ecologia profonda, ma coglie un\u2019esperienza antropologica storicamente e geograficamente estesa.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Il secondo passaggio in cui m\u2019imbatto e che entra in corto-circuito col primo \u00e8 del sociologo e antropologo della scienza Bruno Latour (1947-2022), tratto da quello che resta il suo ultimissimo libro pubblicato in vita, <em>Trilogie terrestre<\/em>. Nella prima sezione, \u201cInside\u201d, Latour sostiene che abbiamo smarrito il senso dell\u2019esteriorit\u00e0: \u201cquando ci muoviamo nello spazio, non siamo pi\u00f9 \u2018l\u00e0 fuori\u2019. Ci sentiamo intrappolati\u201d<a id=\"_ftnref3\" href=\"#_ftn3\"><sup>[3]<\/sup><\/a>. Lo pensa in occasione di una traversata atlantica in aereo, diretto a Calgary (Canada), quando osserva fuori dal finestrino la banchisa della baia di Baffin. Una volta osservava questa scena come fosse un quadro, ovvero uno spettacolo della natura in cui non era direttamente coinvolto. Se non fosse che questo paesaggio sta scomparendo e che, sciogliendosi, la banchisa assume sembianze sinistre se vista dall\u2019alto, quelle di un volto concitato che gli ricorda<em> L&#8217;urlo<\/em> di Edvard Munch. Non si tratta di una suggestione, come i lettori possono verificare dalla foto presa da Latour e riprodotta in <em>Trilogie terrestre<\/em>. All\u2019autore non sfuggono le ragioni per cui questa sua esperienza non sia sublime e anzi ne costituisca la sua sparizione: se il sublime presuppone una posizione esteriore rispetto alla scena, \u201cil mio stesso viaggio\u201d, ammette Latour, \u201cera la causa dello scioglimento della banchisa\u201d<a id=\"_ftnref4\" href=\"#_ftn4\"><sup>[4]<\/sup><\/a> \u2013 una variante aerea del terraqueo naufragio con spettatore.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Ora, in tale occasione, a interessarmi non \u00e8 tanto la scomparsa dell\u2019esperienza del sublime e lo scioglimento dei ghiacciai ma il fatto che la conclusione cui giunge Latour \u2013 \u201cnous sommes \u00e0 l\u2019int\u00e9rieur et il n\u2019y a plus d\u2019ext\u00e9rieur\u201d<a id=\"_ftnref5\" href=\"#_ftn5\"><sup>[5]<\/sup><\/a> \u2013 \u00e8 difficile da accettare, o pu\u00f2 esserlo fatto a livello razionale, meno a livello esperenziale. La ragione sta nel modo in cui abbiamo appreso a rappresentare la nostra Terra, che vuol dire anche a viverla e ad orientarci sulla sua superficie. Facile indicare il momento emblematico in cui tale visione alienante si \u00e8 cristallizzata: il 7 dicembre 1972, quando la NASA diffonde la foto di \u201cBlue Marble\u201d, la Terra vista dall\u2019esterno, un globo blu perso nella nera immensit\u00e0 galattica. Ma questo \u00e8 altrettanto vero, a livello generale, dell\u2019immaginario cartografico, incapace di cogliere la Terra, \u201cuna cosa all\u2019interno della quale ci troveremmo, ma che non siamo in grado di riconoscere\u201d<a id=\"_ftnref6\" href=\"#_ftn6\"><sup>[6]<\/sup><\/a>.<\/p>\n\n\n<div class=\"wp-block-image\">\n<figure class=\"aligncenter size-full is-resized\"><img loading=\"lazy\" loading=\"lazy\" decoding=\"async\" src=\"data:image\/gif;base64,R0lGODlhAQABAIAAAAAAAP\/\/\/yH5BAEAAAAALAAAAAABAAEAAAIBRAA7\" data-src=\"https:\/\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2023\/03\/720px-The_Earth_seen_from_Apollo_17.jpeg\" alt=\"\" class=\"wp-image-40241 lazyload\" width=\"540\" height=\"540\"><noscript><img data-recalc-dims=\"1\" loading=\"lazy\" loading=\"lazy\" decoding=\"async\" src=\"https:\/\/i0.wp.com\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2023\/03\/720px-The_Earth_seen_from_Apollo_17.jpeg?resize=540%2C540&#038;ssl=1\" alt=\"\" class=\"wp-image-40241\" width=\"540\" height=\"540\" srcset=\"https:\/\/i0.wp.com\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2023\/03\/720px-The_Earth_seen_from_Apollo_17.jpeg?w=720&amp;ssl=1 720w, https:\/\/i0.wp.com\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2023\/03\/720px-The_Earth_seen_from_Apollo_17.jpeg?resize=300%2C300&amp;ssl=1 300w, https:\/\/i0.wp.com\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2023\/03\/720px-The_Earth_seen_from_Apollo_17.jpeg?resize=150%2C150&amp;ssl=1 150w, https:\/\/i0.wp.com\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2023\/03\/720px-The_Earth_seen_from_Apollo_17.jpeg?resize=480%2C480&amp;ssl=1 480w\" sizes=\"auto, (max-width: 540px) 100vw, 540px\" \/><\/noscript><figcaption class=\"wp-element-caption\"><em>Blue Marble<\/em>, la fotografia della Terra scattata il 7.12.1972 dall&#8217;equipaggio dell&#8217;Apollo 17<\/figcaption><\/figure>\n<\/div>\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Certo, non mancano studi scientifici come quelli della geofisica che offrono una visione meno disincarnata e celeste della Terra, eppure questa resta inaccessibile e inappropriabile. Da qui il nostro disorientamento, causato da \u201cnon essere in grado di rappresentare il posto in cui ci si trova. Alla fine, non &nbsp;sappiamo dove siamo\u201d. Per questo \u00e8 necessario coltivare una \u201crappresentazione del \u2018dentro\u2019\u201d<a href=\"#_ftn7\" id=\"_ftnref7\"><sup>[7]<\/sup><\/a>. Uno degli aspetti che rendono (e renderanno ancora a lungo) il pensiero di Latour cos\u00ec fertile \u00e8 che non ha mai mancato d\u2019indicare una rotta per navigare tra le questioni sollevate da quello che ha denominato \u201cNuovo regime climatico\u201d. <em>Trilogie terrestre <\/em>ne \u00e8 un ottimo esempio, frutto maturo di una dozzina d\u2019anni di riflessioni che hanno convinto Latour, con la complicit\u00e0 della regista Fr\u00e9d\u00e9rique A\u00eft-Touati, a mettere in scena o a performare il suo pensiero. Gaia si fa personaggio principale sulla scena del teatro come sulla scena del mondo.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Per uscire dall\u2019impasse del globo e \u201cvisualizzare le cose dall\u2019interno e non dallo spazio\u201d<a id=\"_ftnref8\" href=\"#_ftn8\"><sup>[8]<\/sup><\/a>, Latour fa appello a scienziati e artisti affinch\u00e9 costituiscano un altro punto di vista, un\u2019altra scenografia terrestre, un\u2019altra mitografia e cosmologia. A tal fine riprende, ed espande, la nozione scientifica di<em> zone critique<\/em>: \u201cnon siamo <em>su<\/em> un pianeta, ma <em>nella<\/em> zona critica \u2013 in una pellicola vivente, un biofilm, una superficie molto pi\u00f9 sottile, simile a una pelle\u201d<a id=\"_ftnref9\" href=\"#_ftn9\"><sup>[9]<\/sup><\/a>. Viviamo <em>all\u2019interno<\/em> di tale epidermide, che coincide con l\u2019attivit\u00e0 dei viventi e non ha nulla a che vedere col globo; \u201cuna forma che rappresenta le tracce visibili sulla superficie della Terra (segni, cicatrici, rilievi leggeri, buchi, pori), e non uno spazio isotropo come quello che usiamo oggi per raffigurare lo spazio terrestre con Google Earth\u201d<a id=\"_ftnref10\" href=\"#_ftn10\"><sup>[10]<\/sup><\/a>. In questo modo possiamo aspirare a essere dei viventi \u2013 dei Terriens, degli Earthlings o Earthbound people, insomma dei Terreni direbbe Latour \u2013 che costituiscono la zona critica e non, secondo la vecchia visione dualista, degli Umani le cui forme sociali si affermano in opposizione alla Natura.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\"><em>Entrare nel fuori<\/em>: non ci sfuggiranno le differenze sostanziali tra N\u00e6ss e Latour, tra l\u2019ecologia profonda e la zona critica. L\u2019esperienza proposta da N\u00e6ss sembra andare da s\u00e9 e resta virtualmente accessibile a chiunque \u2013 in Norvegia come in India, oggi come ai tempi dei poemi epici indiani \u2013 abbia una predisposizione d\u2019animo, una capacit\u00e0 d\u2019ascolto, una volont\u00e0 di disfarsi del pensiero dualista diffuso nella cultura occidentale. Quella proposta da Latour \u00e8 invece meno garantita, proiettata e affidata all\u2019avvenire per quanto indifferibile: dobbiamo apprendere ad abitare il mondo altrimenti, per questo abbiamo bisogno di forgiare nuovi strumenti critici ed operativi. \u00c8 chiaro che, tra i due pensatori, si \u00e8 insidiato quel \u201cregime di storicit\u00e0\u201d (Fran\u00e7ois Hartog) che prende il nome di Antropocene.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Tuttavia, al di l\u00e0 delle differenze, il <em>friluftsliv <\/em>al cuore dell\u2019ecologia profonda e&nbsp; l\u2019invito a vivere nella zona critica dell\u2019ultimo Latour presuppongono entrambi l\u2019idea di un entrare nel fuori, di un esterno che si fa rifugio o spazio abitabile, <em>hortus <\/em>mai <em>conclusus<\/em>. Sviluppare assieme le loro riflessioni ci aiuta a ripensare la casa al di l\u00e0 dei suoi confini, a comprendere cosa vuol dire oggi abitare, cosa \u00e8 \u2013 e cosa fa \u2013 habitat. Ma non solo, se \u00e8 vero che l\u2019Antropocene segna anche la fine dell\u2019esteriorit\u00e0. Al riguardo, D\u00e9borah Danowski e Eduardo Viveiros de Castro prendono come esempio <em>Melancholia <\/em>(2011) di Lars von Trier. L\u2019impatto tra la Terra e Melancholia, sconosciuto quanto minaccioso pianeta blu, segna anche la collisione tra ordine antropologico e ordine cosmologico. Ha un effetto simile all\u2019apocalisse nucleare di G\u00fcnther Anders: \u201cnon resta <em>nessuno<\/em>, non c\u2019\u00e8 nessuna voce <em>fuori campo<\/em> per commentare la fine del mondo \u2013 il tempo reale scompare al punto da non poter immaginare nemmeno in che tempo verbale si possa narrare l\u2019inenarrabile, se non in un \u2018presente\u2019 muto (non resta nessuno, non c\u2019\u00e8 nessuna voce)\u201d<a id=\"_ftnref11\" href=\"#_ftn11\"><sup>[11]<\/sup><\/a>. <em>There\u2019s no way out of here<\/em>. Che i<em> refugia<\/em> siano rifugi consapevoli della fine del Fuori?<\/p>\n\n\n<div class=\"wp-block-image\">\n<figure class=\"aligncenter size-full\"><img decoding=\"async\" src=\"data:image\/gif;base64,R0lGODlhAQABAIAAAAAAAP\/\/\/yH5BAEAAAAALAAAAAABAAEAAAIBRAA7\" data-src=\"https:\/\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2023\/03\/melancholia.jpg\" alt=\"\" class=\"wp-image-40249 lazyload\"><noscript><img data-recalc-dims=\"1\" loading=\"lazy\" loading=\"lazy\" decoding=\"async\" width=\"900\" height=\"540\" src=\"https:\/\/i0.wp.com\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2023\/03\/melancholia.jpg?resize=900%2C540&#038;ssl=1\" alt=\"\" class=\"wp-image-40249\" srcset=\"https:\/\/i0.wp.com\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2023\/03\/melancholia.jpg?w=900&amp;ssl=1 900w, https:\/\/i0.wp.com\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2023\/03\/melancholia.jpg?resize=300%2C180&amp;ssl=1 300w, https:\/\/i0.wp.com\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2023\/03\/melancholia.jpg?resize=768%2C461&amp;ssl=1 768w, https:\/\/i0.wp.com\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2023\/03\/melancholia.jpg?resize=480%2C288&amp;ssl=1 480w\" sizes=\"auto, (max-width: 900px) 100vw, 900px\" \/><\/noscript><figcaption class=\"wp-element-caption\">Lars Von Trier, <em>Melancholia<\/em>, 2011<\/figcaption><\/figure>\n<\/div>\n\n\n<hr class=\"wp-block-separator has-alpha-channel-opacity is-style-default\"\/>\n\n\n\n<p class=\"has-small-font-size wp-block-paragraph\"><a href=\"#_ftnref1\" id=\"_ftn1\"><sup>[1]<\/sup><\/a> Alan Drengson, <em>Communication Ecology of Arne N\u00e6ss (1912-2009)<\/em>, in \u201cThe Trumpeter\u201d, 26, 2, 2010, pp. 79-100, cit. p. 82 et p. 84.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"has-small-font-size wp-block-paragraph\"><a id=\"_ftn2\" href=\"#_ftnref2\"><sup>[2]<\/sup><\/a> George Sessions, <em><a href=\"https:\/\/trumpeter.athabascau.ca\/index.php\/trumpet\/article\/view\/436\" target=\"_blank\" rel=\"noreferrer noopener\">Arne N\u00e6ss and the Union of Theory and Practice<\/a><\/em>, in \u201cThe Trumpeter\u201d, 9, 2, 1992.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"has-small-font-size wp-block-paragraph\"><a href=\"#_ftnref3\" id=\"_ftn3\"><sup>[3]<\/sup><\/a> Fr\u00e9d\u00e9rique A\u00eft-Touati, Bruno Latour, <em>Trilogie terrestre<\/em>, Montreuil, \u00c9ditions B42, 2022, p. 17.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"has-small-font-size wp-block-paragraph\"><a href=\"#_ftnref4\" id=\"_ftn4\"><sup>[4]<\/sup><\/a> Id., p. 17.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"has-small-font-size wp-block-paragraph\"><a href=\"#_ftnref5\" id=\"_ftn5\"><sup>[5]<\/sup><\/a> Id., p. 23.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"has-small-font-size wp-block-paragraph\"><a href=\"#_ftnref6\" id=\"_ftn6\"><sup>[6]<\/sup><\/a> Id., p. 37.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"has-small-font-size wp-block-paragraph\"><a href=\"#_ftnref7\" id=\"_ftn7\"><sup>[7]<\/sup><\/a> Id., p. 43.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"has-small-font-size wp-block-paragraph\"><a href=\"#_ftnref8\" id=\"_ftn8\"><sup>[8]<\/sup><\/a> Id., p. 29.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"has-small-font-size wp-block-paragraph\"><a href=\"#_ftnref9\" id=\"_ftn9\"><sup>[9]<\/sup><\/a> Id., p. 33.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"has-small-font-size wp-block-paragraph\"><a href=\"#_ftnref10\" id=\"_ftn10\"><sup>[10]<\/sup><\/a> Id., p. 37.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"has-small-font-size wp-block-paragraph\"><a id=\"_ftn11\" href=\"#_ftnref11\"><sup>[11]<\/sup><\/a> D\u00e9borah Danowski, Eduardo Viveiros de Castro, <em>Esiste un mondo a venire? Saggi sulle paure della fine<\/em>, tr. it. Alessandro Lucera, Alessandro Palmieri, Milano, Nottetempo, 2017<\/p>\n\n\n\n<p class=\"has-text-color wp-block-paragraph\" style=\"color:#6a6666;font-size:15px\"><em>In copertina: James Turrell, Light art installation, <\/em>Shops at Crystals, <em>Las Vegas, 2013<\/em><\/p>\n","protected":false,"gt_translate_keys":[{"key":"rendered","format":"html"}]},"excerpt":{"rendered":"<p>Come ripensare il rifugio al di l\u00e0 delle pareti in cui siamo abituati a vivere ma anche a pensare il nostro rapporto con l\u2019esterno? Me lo chiedo leggendo quasi per caso, a distanza ravvicinata, due testi che, malgrado la loro diversit\u00e0, insistono, per semplificare, sullo stesso punto: che \u00e8 possibile &#8216;entrare nel fuori&#8217;. 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