{"id":35986,"date":"2022-12-22T00:01:35","date_gmt":"2022-12-21T23:01:35","guid":{"rendered":"https:\/\/antinomie.it\/?p=35986"},"modified":"2024-06-06T22:53:06","modified_gmt":"2024-06-06T20:53:06","slug":"camminare-danzare-note-sullindefinizione-della-poesia","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/antinomie.it\/index.php\/2022\/12\/22\/camminare-danzare-note-sullindefinizione-della-poesia\/","title":{"rendered":"Camminare danzare. Note sull\u2019indefinizione della &#8216;poesia&#8217;","gt_translate_keys":[{"key":"rendered","format":"text"}]},"content":{"rendered":"\n<p class=\"wp-block-paragraph\" style=\"font-size:15px\">\u00abEgli danza\u2026 egli danza!\u00bb: sono almeno due le prospettive a partire dalle quali l\u2019indimenticabile battuta della <em>Ricotta<\/em> di Pasolini, con la quale un divertito Orson Wells descrive Federico Fellini, pu\u00f2 risultare calzante anche per il poeta e filosofo francese Jean-Patrice Courtois. Da un lato la danza \u00e8 una delle sue grandi passioni: fin da quando, verso la fine dagli anni Settanta, a N\u00eemes, assistette a uno spettacolo butoh di Ushio Amagatsu. Da allora, come ha riconosciuto in un dialogo del 2011 con Judith Abensour, la danza gli appare come qualcosa di fondamentale e di decisivo, al punto da avere anche affermato che gli \u00e8 impossibile concepire una vita senza danza, senza la danza in quanto danza. Da un punto di vista poetico ancora pi\u00f9 importante \u00e8 per\u00f2 il fatto che Courtois utilizza la danza anche come un\u2019<em>immagine teorica <\/em>che gli permette di riflettere sulla poesia. Cos\u00ec per lui una certa forma di danza caratterizza ogni testo poetico. Pi\u00f9 precisamente, in ogni testo poetico sarebbe possibile distinguere un <em>gesto coreografato<\/em> e un <em>gesto danzato<\/em>, dove la prima espressione designa dei gesti che sono legati all\u2019organizzazione complessiva di un testo, al suo spazio esteriore, mentre la seconda riguarda dei gesti pi\u00f9 nascosti, legati alla punteggiatura e all\u2019interno della frase. Seppur distinti, gesto coreografato e gesto danzato non vanno per\u00f2 opposti, ma studiati insieme, nel loro articolarsi.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\" style=\"font-size:15px\">Courtois lo spiega nel saggio che proponiamo qui per la prima volta in traduzione italiana (la versione originale, <em>Marcher\u00a0danser. Notes sur l\u2019ind\u00e9finition de la \u201cpo\u00e9sie\u201d<\/em>, pu\u00f2 essere letta in \u00abPo&amp;sie\u00bb 147, 2014\/1, pp. 82-86; ringrazio l\u2019autore e Daniel Pullara per aver discusso con me alcuni aspetti della traduzione. Le foto che la accompagnano corrispondono agli oggetti di alcuni dei testi dei pi\u00f9 recenti libri di Courtois: <em>Descriptions<\/em>, Nous 2021): un saggio che a sua volta si offre ad almeno due possibilit\u00e0 di lettura tra loro complementari. In primo luogo si tratta di una riflessione rigorosa sulla possibilit\u00e0 (e sull\u2019impossibilit\u00e0) di definire la poesia: una riflessione che pu\u00f2 essere preziosa per interrogare qualsiasi altro autore, a partire da due poeti molto diversi come Sanguineti e Pessoa che vengono qui esplicitamente richiamati: loro e, <em>\u00e7a va sans dire<\/em>, il loro modo di danzare. Allo stesso tempo <em>Camminare danzare<\/em> \u00e8 per\u00f2 anche un testo che non \u00e8 privo di tracce degli specifici gesti danzati che caratterizzano la scrittura poetica di Courtois: autore di diversi libri importanti, per ora ancora inediti in italiano, apparentemente molto diversi tra loro, ma a ben vedere legati da gesti \u00abche si tengono sotterraneamente in una affinit\u00e0 che pu\u00f2 sfuggire al visibile\u00bb.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"has-text-align-right wp-block-paragraph\" style=\"font-size:15px\">Francesco Deotto<\/p>\n\n\n\n<div style=\"height:50px\" aria-hidden=\"true\" class=\"wp-block-spacer\"><\/div>\n\n\n\n<p class=\"has-text-align-right has-small-font-size wp-block-paragraph\"><em>Per ben camminare, non basta astenersi dal danzare<\/em><br>Thomas de Quincey<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">\u00a71&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; La poesia non si definisce una volta per tutte n\u00e9 una volta per uno.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">\u00a72&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; Non si pu\u00f2 per\u00f2 nemmeno abbandonare la poesia alla indefinizione totale perch\u00e9, avendo la natura orrore del vuoto, questo abbandono significherebbe basare direttamente sul presente tutte quelle che esistono e proliferano. Altre configurazioni sono preferibili a quella di questa prelazione del presente. L\u2019abbandono di ogni definizione non presenta alcun inconveniente per scrivere, che non dipende da una generalit\u00e0 dell\u2019oggetto, ma per parlare, e perfino per parlarsi, s\u00ec. Non \u00e8 possibile parlarsi (e nemmeno parlare <em>tout court<\/em>) da pura singolarit\u00e0 a pura singolarit\u00e0. Perch\u00e9 si cammina, perch\u00e9 si sposta dello spazio, perch\u00e9 il luogo in cui ci si sposta non \u00e8 lo spazio che si sposta. L\u2019indefinizione \u00e8 un momento nel senso temporale e la definizione un momento nel senso della fisica. Si \u00e8 sempre in una configurazione di definizione e di indefinizione.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">\u00a73 &nbsp;&nbsp;&nbsp; L\u2019esercizio della definizione non ha senso che come <em>crash test<\/em> e non, questo va da s\u00e9, come identit\u00e0 (o <em>eidentit\u00e0<\/em>, se si pu\u00f2 osare). Che il muro raccolga l\u2019oggetto non deve impedire che nello slancio della velocit\u00e0 si compia la sospensione concertata del risultato da parte del processo.&nbsp; Marcel Duchamp e John Cage hanno suggerito che si pu\u00f2 definire temporaneamente, e perfino per niente. Il momento della definizione contiene dell\u2019\u00abadesso\u00bb che viene fatto apparire in un\u2019esperienza del temporaneo. Il troppo generale che si volesse oltre il temporaneo mancherebbe il momento. Il troppo temporaneo che si volesse al di qua del generale mancherebbe il tipo di riflessivit\u00e0 che caratterizza tutta l\u2019arte, e quindi la \u00abpoesia\u00bb, ossia la \u00abriflessivit\u00e0 non tetica\u00bb (Jean-Fran\u00e7ois Lyotard). La riflessivit\u00e0 non tetica del poema \u00e8 costituita dall\u2019implicito situato a una distanza variabile dall\u2019esplicito, che d\u2019altra parte \u00e8 solo postulabile. La definizione, da parte sua, stabilisce questa distanza in una riflessivit\u00e0 non tetica esplicita, situata a una distanza variabile dall\u2019implicito \u2013 distanza variabile che qui vuol dire altro che nel poema: la distanza \u00e8 di fatto (libero) nel poema, che si situa dove l\u2019atto lo propelle e essa \u00e8 di diritto (regolato) nella definizione, che ha l\u2019obiettivo di situarsi il pi\u00f9 vicino possibile.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">\u00a74 \u00a0\u00a0\u00a0 L\u2019indefinizione della poesia pu\u00f2 quindi avvicinarsi e incurvarsi in definizione che viene barrare la definizione pi\u00f9 vicina o la pi\u00f9 lontana. O entrambe. E in questo spazio della barratura, si pu\u00f2 sospendere la questione della verit\u00e0.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">\u00a75 \u00a0\u00a0\u00a0 Non avere le risposte alla questione \u00abche cos\u2019\u00e8\u00bb, il <em>ti esti<\/em>, sembra un principio necessario. Se la poesia non \u00e8 nient\u2019altro che questione che resta questione, non esiste; se \u00e8 solo risposta, nemmeno. N\u00e9 solamente questione, n\u00e9 solamente risposta. Il <em>crash test<\/em> della definizione \u00e8 un\u2019ipotesi di esistenza temporanea. La questione \u00abche cos\u2019\u00e8\u00bb porta sulla singolarit\u00e0, ed \u00e8 perch\u00e9 ci si domanda perch\u00e9 qualcosa \u00e8 che si assume il compito di condurre la questione fino a una singolarit\u00e0. \u00c8 perch\u00e9 ci si chiede cosa<em> questa cosa sia<\/em>, che si scrive o si danza. Il \u00abche cos\u2019\u00e8\u00bb non pu\u00f2 riguardare la generalit\u00e0 della \u00abpoesia\u00bb. Ma ogni singolarit\u00e0 concreta vale come risposta temporanea al \u00abche cos\u2019\u00e8\u00bb della \u00abpoesia\u00bb, al \u00abche cos\u2019\u00e8\u00bb della generalit\u00e0. Perch\u00e9 la singolarit\u00e0 stessa non fornisce risposta alla questione che l\u2019ha propulsa. La singolarit\u00e0 non costituisce risposta al proprio \u00abche cos\u2019\u00e8\u00bb. La \u00abpoesia\u00bb presa tra definizione e indefinizione si configura come una questione generale alla singolarit\u00e0 e una risposta particolare alla generalit\u00e0.<\/p>\n\n\n<div class=\"wp-block-image\">\n<figure class=\"aligncenter size-full\"><img decoding=\"async\" src=\"data:image\/gif;base64,R0lGODlhAQABAIAAAAAAAP\/\/\/yH5BAEAAAAALAAAAAABAAEAAAIBRAA7\" data-src=\"https:\/\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2022\/12\/image-2-Maguy-Marin-BIT-2014-Maison-de-la-danse-et-du-Toboggan-de-Decines-version-de-2016.jpg\" alt=\"\" class=\"wp-image-36526 lazyload\"><noscript><img data-recalc-dims=\"1\" loading=\"lazy\" loading=\"lazy\" decoding=\"async\" width=\"900\" height=\"630\" src=\"https:\/\/i0.wp.com\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2022\/12\/image-2-Maguy-Marin-BIT-2014-Maison-de-la-danse-et-du-Toboggan-de-Decines-version-de-2016.jpg?resize=900%2C630&#038;ssl=1\" alt=\"\" class=\"wp-image-36526\" srcset=\"https:\/\/i0.wp.com\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2022\/12\/image-2-Maguy-Marin-BIT-2014-Maison-de-la-danse-et-du-Toboggan-de-Decines-version-de-2016.jpg?w=900&amp;ssl=1 900w, https:\/\/i0.wp.com\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2022\/12\/image-2-Maguy-Marin-BIT-2014-Maison-de-la-danse-et-du-Toboggan-de-Decines-version-de-2016.jpg?resize=300%2C210&amp;ssl=1 300w, https:\/\/i0.wp.com\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2022\/12\/image-2-Maguy-Marin-BIT-2014-Maison-de-la-danse-et-du-Toboggan-de-Decines-version-de-2016.jpg?resize=768%2C538&amp;ssl=1 768w, https:\/\/i0.wp.com\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2022\/12\/image-2-Maguy-Marin-BIT-2014-Maison-de-la-danse-et-du-Toboggan-de-Decines-version-de-2016.jpg?resize=480%2C336&amp;ssl=1 480w\" sizes=\"auto, (max-width: 900px) 100vw, 900px\" \/><\/noscript><figcaption class=\"wp-element-caption\">Maguy Marin,\u00a0<em>BIT<\/em>, 2014, Maison de la danse et du Toboggan de D\u00e9cines\u00a0version de 2016<\/figcaption><\/figure>\n<\/div>\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">\u00a76 &nbsp;&nbsp;&nbsp; Dal punto di vista del Talmud, si sa che la questione \u00e8 pi\u00f9 importante della risposta perch\u00e9 la questione \u00e8 sempre pi\u00f9 universale della risposta. Le risposte, che sono sempre specifiche a una circostanza di pensiero o di situazione, sono un plurale indefinito e ricominciato dalla pluralit\u00e0 stessa. L\u2019infinito della questione prevale sulla finitudine della risposta. Per questo la tradizione ebraica vieta che si lavori da soli a interrogare i testi ed esige che lo si faccia in molti. La pluralit\u00e0 dei presenti fa apparire la pluralit\u00e0 delle presenze che rispondono. La pluralit\u00e0 di presenze che rispondono per la \u00abpoesia\u00bb si tiene in un luogo di narrazione impossibile: la sua storia.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">\u00a77 &nbsp;&nbsp;&nbsp; Ma anche: si pu\u00f2 pensare che la risposta, apparentemente secondarizzata, non sia solamente secondaria. Perch\u00e9 solamente la sua finitudine e la sua particolarit\u00e0, nella misura in cui si manifestano concretamente, possono rilanciare la questione e il questionamento. La questione \u00e8 infinitamente universale, ma l\u2019infinito non si nutre di s\u00e9 stesso, non \u00e8 lui stesso il suo proprio nutrimento. Per i poeti della<em> Pl<\/em><em>\u00e9<\/em><em>iad<\/em><em>e<\/em>, \u00ab<em>i<\/em><em>nnutrition<\/em>\u00bb significava nutrirsi di altri territori del tempo e dello spazio, in breve di ci\u00f2 che si era costituito come risposte storiche particolari. La famosa <em>querelle<\/em> (degli Antichi e dei Moderni) \u00e8 una <em>querelle<\/em> sulla prevalenza storica delle risposte, come se l\u2019una, l\u2019antica, potesse sfuggire al suo status di risposta particolare e storica. Perch\u00e9 le risposte sono il materiale fertile e sterile della storia. L\u2019humus putrescente conduce senza ricondurre. Si pu\u00f2 amare senza riprodurre. L\u2019<em>innutrition<\/em> serve a rappresentare non a imitare (<em>querelle<\/em> della <em>mimesi<\/em><em>s<\/em>) perch\u00e9 l\u2019humus \u00e8 una temporalit\u00e0 che smuove lo spazio nel quale si agisce. Le fotografie di Ed Ruscha scattate negli anni Quaranta, le pi\u00f9 oggettive, in bianco e nero, le pi\u00f9 impersonali \u2013 il retro dei piccoli supermercati a bordo strada con i carrelli vuoti e l\u2019assenza di personaggi, o i motel confusi senza persone, che l\u2019America degli Stati Uniti offre in numero infinito \u2013 sono, per ammissione dello stesso Ruscha, diventate liriche, molti anni dopo, semplicemente in virt\u00f9 della distanza temporale. Il tempo sposta lo spazio. La risposta \u00e8 affare di alimento per domande future che, per diventare alimento, deve prima decomporsi. Non esiste quindi una \u00abfotografia\u00bb possibile dell\u2019antico, non c\u2019\u00e8 mai stata n\u00e9 mai ci sar\u00e0. Il principio vale ancorase si sostituisce la parola \u00abantico\u00bb con \u00abclassico\u00bb o \u00abmoderno\u00bb. Le risposte sono i <em>crash test<\/em> degli atti di pensiero nella lingua o nell\u2019immagine.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">\u00a78 &nbsp;&nbsp;&nbsp; La \u00abpoesia\u00bb non \u00e8 una categoria, ma un principio di distruzione delle categorie. Se il principio \u00e8 concepito come locale, si parler\u00e0 di distruzione generica \u2013 la trasgressione lirica \u2013 e se il principio \u00e8 generale o globale, ed \u00e8 pi\u00f9 importante parlare in questo senso, allora si tratta di una distruzione che non si vieta nulla nella libert\u00e0 di scoprire dei piani e degli spazi. E \u00abpoema\u00bb \u00e8 il nome di ogni atto di scrittura degno di questo nome. Dove si trovano le due posizioni irriconciliabili: o la poesia non ha nulla a che fare con la letteratura ed \u00e8 un\u2019altra cosa, oppure essa ne \u00e8 il principio stesso che il paradigma dei generi (o dell\u2019oltre-genere di fronte ai generi) impedisce di percepire. <em>Ulysses<\/em>, <em>Le anime morte<\/em> o <em>La Recherche<\/em> sono dei poemi \u2013 il titolo di Gogol\u2019, <em>Le avventure di \u010ci\u010dikov o Le anime morte<\/em>, \u00e8 accompagnato dal sottotitolo <em>Poema<\/em>. Chiameremo poema \u2013 <em>L<\/em><em>a Recherche<\/em> o <em>Ulysses<\/em>, per esempio, sono poemi \u2013 l\u2019insieme dei procedimenti romanzeschi che, nell\u2019infinit\u00e0 dei dettagli compositivi e frastici, permettono a questo poema di avere la lunghezza e la struttura che ha.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">\u00a79 &nbsp;&nbsp;&nbsp; Il \u00abromanzo\u00bb mostra alla poesia dove sta la sua fragilit\u00e0 e la \u00abpoesia\u00bb mostra al romanzo la sua fragilit\u00e0: il \u00abpoema\u00bb \u00e8 il <em>criterium<\/em>&nbsp;del romanzo, l\u2019atto il <em>criterium<\/em>&nbsp;della \u00abpoesia\u00bb. La precauzione uccide la poesia, troppa precauzione la svuota. Ci\u00f2 che \u00e8 fragile \u00e8 l\u2019atto nella sua precauzione che attiva la lingua per produrre un linguaggio, la \u00abpunta fragile\u00bb come diceva Oskar Becker. Il tatto dell\u2019atto in atto \u00e8 altra cosa rispetto alla precauzione d\u2019intenzione. La \u00abpoesia\u00bb non vuole intenzioni, n\u00e9 ragioni, ma degli atti e delle risposte produttrici di finitudini non repertoriate. La \u00abpoesia\u00bb \u00e8 un atto. La questione wittgensteiniana posta qui consiste nel domandarsi se gli atti del poema possano essere l\u2019oggetto di una descrizione dopo aver respinto la spiegazione. E se descrivere gli atti, ammesso che sia possibile, avvicini a una definizione della \u00abpoesia\u00bb nella sua generalit\u00e0 impossibile. Dove si ritrova la configurazione di definizione e di indefinizione, se si \u00e8 disposti ad ammettere che definire e descrivere sono uniti in una correlazione indistricabile.<\/p>\n\n\n<div class=\"wp-block-image\">\n<figure class=\"aligncenter size-full\"><img decoding=\"async\" src=\"data:image\/gif;base64,R0lGODlhAQABAIAAAAAAAP\/\/\/yH5BAEAAAAALAAAAAABAAEAAAIBRAA7\" data-src=\"https:\/\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2022\/12\/image-3-Julie-Nioche-Matter-2015.jpg\" alt=\"\" class=\"wp-image-36529 lazyload\"><noscript><img data-recalc-dims=\"1\" loading=\"lazy\" loading=\"lazy\" decoding=\"async\" width=\"900\" height=\"551\" src=\"https:\/\/i0.wp.com\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2022\/12\/image-3-Julie-Nioche-Matter-2015.jpg?resize=900%2C551&#038;ssl=1\" alt=\"\" class=\"wp-image-36529\" srcset=\"https:\/\/i0.wp.com\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2022\/12\/image-3-Julie-Nioche-Matter-2015.jpg?w=900&amp;ssl=1 900w, https:\/\/i0.wp.com\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2022\/12\/image-3-Julie-Nioche-Matter-2015.jpg?resize=300%2C184&amp;ssl=1 300w, https:\/\/i0.wp.com\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2022\/12\/image-3-Julie-Nioche-Matter-2015.jpg?resize=768%2C470&amp;ssl=1 768w, https:\/\/i0.wp.com\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2022\/12\/image-3-Julie-Nioche-Matter-2015.jpg?resize=480%2C294&amp;ssl=1 480w\" sizes=\"auto, (max-width: 900px) 100vw, 900px\" \/><\/noscript><figcaption class=\"wp-element-caption\">Julie Nioche,\u00a0<em>Matter<\/em>, 2015<\/figcaption><\/figure>\n<\/div>\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">\u00a710 &nbsp;&nbsp; Due gesti fissano il poema alla lingua: il gesto danzato e il gesto coreografato, che attraversano entrambi il dire del poema. Come la danza e la coreografia sono due ordini diversi nell\u2019ambito dell\u2019arte che si designa con il nome di \u00abdanza\u00bb, allo stesso modo possiamo leggere i poemi come sollevati da un gesto danzato, o da una sequenza di questi gesti, e un gesto coreografato, formante infine un insieme articolato di questi gesti.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">\u00a711 &nbsp;&nbsp; Il gesto coreografico \u00e8 modificabile in quanto \u00e8 un involucro operazionale e costruttivo del dispiegamento della lingua e delle sue parole: dichiara di parlare di questo o di quello, declina lo spazio in cui dichiara di parlare, inquadra. Il gesto danzato \u00e8 meno modificabile, non soltanto fonatorio, ma corporeo in tutto, supporto di continuit\u00e0: effettua i gesti nella frase, inclina la sintassi in questo o quel senso, \u201cdequadra\u201d. \u00c8 per questo che si possono vedere delle opere dispiegarsi in dei libri realizzati da una stessa mano che espongono dei gesti coreografici molto diversi, ma dei gesti danzati che si tengono sotterraneamente in una affinit\u00e0 che pu\u00f2 sfuggire al visibile. Si tratta di una affinit\u00e0 che non si vede ma si percepisce, che richiede di essere percepita per essere vista. Al livello pi\u00f9 granulare della fisica della lingua, si percepiscono sempre le pi\u00f9 piccole differenze come tante \u00abpiccole percezioni\u00bb che non si vedono. E anche le pi\u00f9 piccole affinit\u00e0 si percepiscono, ma attraverso un\u2019altra focale, tanto spostate o smarrite quanto possono esserlo per opera dei gesti coreografici differenziali.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">\u00a712 \u00a0\u00a0 Dai due tipi di gesti si evince che esistono due formule della loro relazione con la \u00abpoesia\u00bb. O il gesto danzato e il gesto coreografato possono perdersi di vista, oppure non possono farlo. Ci\u00f2 che pi\u00f9 \u00e8 particolarmente interessante mi sembra risiedere nella configurazione nella quale la curvatura dello spazio esteriore (il coreografato) sembra uscire dalla curvatura dello spazio interiore (il danzato). \u00abInteriore\u00bb qui non ha nulla a che fare con l\u2019interiorit\u00e0, ma con l\u2019interno della frase, che \u00e8 la sua curva fisica e semantica. \u00c8 forse questo che stabilisce un <em>linguaggio<\/em>. E questo <em>moebius<\/em>, attraverso questa curvatura integrata, permette di aumentare lo spazio di dispiegamento dei piani. La pluralit\u00e0 dei piani non si separa pi\u00f9 dallo spazio. Due curvature (coreografia e danza), ma un solo spazio (linguaggio).<\/p>\n\n\n<div class=\"wp-block-image\">\n<figure class=\"aligncenter size-full\"><img decoding=\"async\" src=\"data:image\/gif;base64,R0lGODlhAQABAIAAAAAAAP\/\/\/yH5BAEAAAAALAAAAAABAAEAAAIBRAA7\" data-src=\"https:\/\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2022\/12\/image-1-Julie-Nioche-Matter-2015.jpg\" alt=\"\" class=\"wp-image-36533 lazyload\"><noscript><img data-recalc-dims=\"1\" loading=\"lazy\" loading=\"lazy\" decoding=\"async\" width=\"900\" height=\"607\" src=\"https:\/\/i0.wp.com\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2022\/12\/image-1-Julie-Nioche-Matter-2015.jpg?resize=900%2C607&#038;ssl=1\" alt=\"\" class=\"wp-image-36533\" srcset=\"https:\/\/i0.wp.com\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2022\/12\/image-1-Julie-Nioche-Matter-2015.jpg?w=900&amp;ssl=1 900w, https:\/\/i0.wp.com\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2022\/12\/image-1-Julie-Nioche-Matter-2015.jpg?resize=300%2C202&amp;ssl=1 300w, https:\/\/i0.wp.com\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2022\/12\/image-1-Julie-Nioche-Matter-2015.jpg?resize=768%2C518&amp;ssl=1 768w, https:\/\/i0.wp.com\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2022\/12\/image-1-Julie-Nioche-Matter-2015.jpg?resize=480%2C324&amp;ssl=1 480w\" sizes=\"auto, (max-width: 900px) 100vw, 900px\" \/><\/noscript><figcaption class=\"wp-element-caption\">Julie Nioche,\u00a0<em>Matter<\/em>, 2015<\/figcaption><\/figure>\n<\/div>\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">\u00a713 &nbsp;&nbsp; Prendiamo un esempio: Edoardo Sanguineti, <em>Corollario <\/em>(Feltrinelli 1997; tradotto in francese da Patrizia Atzei e Beno\u00eet Casas, con una prefazione di Jacques Roubaud, Nous 2013). Il gesto coreografico qui \u00e8 l\u2019autobiografia, quella che dichiara il luogo di svolgimento dei poemi, tutti legati a delle circostanze di vita, di viaggi, di citt\u00e0, di persone. Il gesto danzato tiene al verso, alla sua punteggiatura (le parentesi interne, i due punti, le parentesi dopo i due punti, la digressione come ritorno e non come deviazione, un teatro di virgole e segni che graffiano ci\u00f2 che il principio dichiarativo del poema fa emergere, la punteggiatura come prossimit\u00e0 del corpo, come pudore del corpo, come limiti dello spogliare, insieme <em>strip<\/em> e <em>tease<\/em> della carne, fin sulla scena). Il gesto coreografato stabilisce la scena dell\u2019ammirabile spogliare (le citt\u00e0, le circostanze, i corpi delle donne e i corpi di donne) e il gesto danzato realizza la curvatura della svestizione, il suo ritmo, il suo ancheggiare, la sua confessione che apre un\u2019altra scena che, forse, vorrebbe figurare <em>l\u2019altra scena<\/em>. Nell\u2019articolazione dei due gesti, i due punti costituiscono la clausola sistematica del poema e, quindi, formano la sua ultima parola in quanto ultima punteggiatura che apre al poema successivo. E la carne che si sposta nel tempo e nello spazio, il corpo designato di chi scrive, ridefinisce ci\u00f2 che viene chiamato \u00abinvecchiare\u00bb, ovvero che un corpo si sposta nel tempo e nello spazio. Il gesto autobiografico consiste nel presentare il viaggio (spostamento nello spazio) come l\u2019occasione del bilancio della carne (spostamento nel tempo). Le lingue straniere all\u2019italiano, e la loro immensa pluralit\u00e0 presente nella loro fisicit\u00e0 e vocalit\u00e0 proprie, introducono anche lo spostamento nel tempo e lo spazio all\u2019interno della frase sulla quale proiettano una danza di lingue. Il termine \u00abstraniero\u00bb testimonia dello spazio (il paese del corpo) e testimonia del tempo (la memoria del corpo). Il gesto coreografato formula il quadro dello <em>strip<\/em>, cio\u00e8 della banda che passa per i luoghi e i momenti (coordinate della coincidenza spazio-temporale) \u2013 talvolta gli <em>strip<\/em> di terra o di mare sono anche tradotti con le lingue di terra o di mare \u2013 e il gesto danzato tiene al ritmo del <em>tease<\/em> e al suo svelamento ingannante ingannato di un bordo su cui non ci si pu\u00f2 che sporgere.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">\u00a714 &nbsp;&nbsp; L\u2019eteronimia di Pessoa pu\u00f2 da parte sua pensarsi come il gesto di chi rende visibile la pluralit\u00e0 dei gesti coreografici, gli eteronimi, il paganesimo, il futurismo, il classicismo, ai quali associa ogni volta un gesto danzato. Il partito preso eteronimico \u00e8 quindi quello di una stretta associazione tra il gesto coreografato e il gesto danzato, nel senso di una dipendenza oggettiva del gesto danzato rispetto al gesto coreografato, unita alla ricerca di un\u2019indipendenza soggettiva del gesto danzato riguardo al coreografato. Vi \u00e8 forse anche da definire, al di l\u00e0 di questo doppio regime, un gesto danzato trasversale alle eteronimie coreografiche. Cosa che potrebbe voler dire che ci\u00f2 che l\u2019eteronimia permette tiene a che il \u00abpersonale\u00bb sia il salto incostante e costante dal pre-personale al post-personale e viceversa. L\u2019impersonale sarebbe il pi\u00f9 proprio della \u00abpersona\u00bb. Nell\u2019ascensore che porta la persona verso al \u00abpersonale\u00bb, la questione \u00e8 quante persone (<em>pessoa<\/em> in portoghese vuol dire la \u00abpersona\u00bb in questo senso) possono stare nell\u2019ascensore e verso quali gesti si dirigono (a quale piano scenderanno).<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">\u00a715 &nbsp;&nbsp; I gesti nella frase, la loro densit\u00e0, il loro alleggerimento in seno alla prima, i loro luoghi di svolgimento e di esposizione, potrebbero, esposti auditivamente, rilevare solamente della musica contemporanea pi\u00f9 colta come metafora. Anche il corpo danzante avrebbe tutte queste inflessioni, quelle grigie inudibili e invisibili e quelle pi\u00f9 accessibili alla percezione. La punteggiatura deve essere compresa come la somma dei gesti confrontati ai gesti sintattici, semantici e ritmici.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">\u00a716 &nbsp;&nbsp; Le frasi sono delle confrontazioni di gesti in uno spazio assolutamente variabile. Un algoritmo \u2013 sequenza finita di istruzioni gestuali \u2013 un algoritmo per frase. Quindi nessun algoritmo per il poema e ancor meno per l\u2019insieme dei poemi formanti libro. La confrontazione e la coordinazione di tutti questi gesti proiettati sulla frase costituiscono la base del gesto danzato. L\u2019insieme delle frasi organizzate da questi gesti costituisce il supporto del tono. Il tono opera la giuntura del coreografato e del danzato.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">\u00a717 &nbsp;&nbsp; Le definizioni non sono che delle tracce filamentose del lavoro che relazioni di ogni sorta intrattengono con questo lavoro, comprese le relazioni retoriche di presentazione e rappresentazione effettuate da chi scrive. La relazione del lavoro\/atto al lavoro\/definizione si oblitera sempre in modo obliquo. Quando si definisce, non si danza allo stesso tempo. Dare alle affermazioni lo statuto di impronte mentre si \u00e8 nel poema. E dare alle affermazioni lo statuto di testimone formulabile dell\u2019impronta mentre si \u00e8 nel tentativo di descrizione. Questi sono i compiti.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"has-text-align-right wp-block-paragraph\">(Traduzione di Francesco Deotto)<\/p>\n\n\n\n<p class=\"has-text-color wp-block-paragraph\" style=\"color:#6a6666;font-size:15px\"><em>In copertina: Alexandre Dovjenko,\u00a0<\/em>La Terre<em>, 1930<\/em><\/p>\n","protected":false,"gt_translate_keys":[{"key":"rendered","format":"html"}]},"excerpt":{"rendered":"<p>Due gesti fissano il poema alla lingua: il gesto danzato e il gesto coreografato, che attraversano entrambi il dire del poema. 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