{"id":35403,"date":"2022-11-25T00:01:53","date_gmt":"2022-11-24T23:01:53","guid":{"rendered":"https:\/\/antinomie.it\/?p=35403"},"modified":"2024-06-06T22:55:43","modified_gmt":"2024-06-06T20:55:43","slug":"make-friends-not-art","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/antinomie.it\/index.php\/2022\/11\/25\/make-friends-not-art\/","title":{"rendered":"&#8220;Make friends, not art!&#8221;","gt_translate_keys":[{"key":"rendered","format":"text"}]},"content":{"rendered":"\n<h3 class=\"wp-block-heading\">L&#8217;arte nell&#8217;epoca della sua utilit\u00e0<\/h3>\n\n\n\n<p class=\"has-drop-cap wp-block-paragraph\">Nel 2007 partecipai con alcuni amici al cosiddetto Grand Tour dell&#8217;arte, un viaggio che dalla Biennale di Venezia passava dalla fiera di Basilea e terminava in Germania con le tappe di Documenta 12 a Kassel e poi a Munster per la quarta edizione di Skulptur Projekcte. La sensazione finale, che condensai in uno scritto, fu quella non solo di una perdita di visibilit\u00e0 dovuta alla quantit\u00e0 di eventi, ma che l&#8217;evento stesso, inteso come performance del pubblico, fosse diventato il senso del discorso artistico, sottraendolo alle opere che ne facevano da cornice.&nbsp;L&#8217;arte nell&#8217;epoca delle sua invisibilit\u00e0.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Tre anni dopo, in un secondo testo, cercai di proseguire la riflessione a causa di una persistente sensazione dovuta alla perdita di centralit\u00e0 dell\u2019opera. Il discorso si spost\u00f2 dal rapporto tra l\u2019opera e lo spettatore a quello tra l\u2019artista e l\u2019opera, cercando di valutare l\u2019esperienza dell\u2019opera d\u2019arte al di fuori del contesto espositivo, esclusivamente come ricaduta linguistica di un sentimento e di una visione soggettiva. La realt\u00e0 dell&#8217;opera d\u2019arte era intesa come un sentirsi parte di qualcosa che non si pu\u00f2 conoscere fino in fondo: non una trasmissione diretta di contenuti finalizzati alla trasformazione del mondo. L&#8217;opera d&#8217;arte nell&#8217;epoca della sua irrealt\u00e0.&nbsp;<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Quest&#8217;anno sono tornato alla Biennale di Venezia dopo aver saltato le ultime due edizioni; poi, due mesi dopo, ho visto la Biennale di Berlino e la quindicesima edizione di Documenta. In quei giorni mi \u00e8 sembrato che qualcosa si fosse radicalizzato ulteriormente. L\u2019aspetto che mortificava l&#8217;opera d&#8217;arte attribuendole la funzione di trasferire un messaggio, lo spostamento verso la sua dimensione comunicativa a scapito di quella conoscitiva in senso ontologico, aveva trovato nell&#8217;attivismo il suo senso finale, rendendo l\u2019incontro con l\u2019opera d\u2019arte un&#8217;esperienza utile, al punto che se venisse affidata la direzione della prossima Documenta a Greta Thunberg la cosa non farebbe una piega. Ma se l\u2019arte si riduce ad indicare una possibile trasformazione del mondo come pu\u00f2 l&#8217;essere umano continuare a sognare ad occhi aperti? O forse con l\u2019avvento della tecnologia digitale stiamo entrando in un&#8217;epoca talmente funzionale che non ci sar\u00e0 pi\u00f9 bisogno di immaginazione? Io credo che senza illusioni l\u2019essere umano sia perduto e che l\u2019opera d\u2019arte continui a rappresentare il motore di questa esperienza del mondo che si apre nel mondo.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Documenta con il suo modello espositivo presenta lo scenario di una nuova arte utile frutto della coniugazione di arte e attivismo, nella sovrapposizione di coscienza civile e responsabilit\u00e0 linguistica, o responsabilit\u00e0 civile e coscienza linguistica se preferite; durante la mia visita, tuttavia, non sono riuscito a dare a queste opere, a queste azioni, a queste discussioni, a questa volont\u00e0 di trasformazione del mondo, uno statuto artistico. Dalle pitture rupestri fino ad oggi le forme dell\u2019arte non sono in fondo cambiate di molto, per non dire che il problema \u00e8 praticamente sempre lo stesso, anche se una figura umana invece di una lancia mantiene nella mano un telefono. Il mondo \u00e8 invece profondamente cambiato, tanto che pensare alla rappresentazione del reale diventa sempre pi\u00f9 difficile, perch\u00e9 la realt\u00e0 sta diventando sempre pi\u00f9 immateriale per effetto della virtualizzazione del mondo. Abbiamo fino ad oggi vissuto in un mondo dove i fatti della storia hanno viaggiato di pari passo con quelli del pensiero, dove l\u2019illusione delle immagini ha fatto da compendio esistenziale alla concretezza della scienza e della tecnica. Ci sarebbe da chiedersi se un mondo in cui l\u2019arte diventasse utile sarebbe ancora un mondo umano, dato che l\u2019attivit\u00e0 artistica \u00e8 uno degli elementi che fa dell\u2019uomo un organismo la cui necessit\u00e0 non \u00e8 soltanto strettamente biologica, o produttiva, o riproduttiva. Allora pu\u00f2 darsi che questa Documenta indichi la direzione di un\u2019epoca senza arte, un\u2019orizzonte di vita in cui ci sar\u00e0 spazio soltanto per agire e non per compiere azioni inutili come disegnare un volto. Non ci sar\u00e0 spazio per compiere questo gesto soltanto perch\u00e9 ci fa capire in modo diverso chi siamo e dove stiamo andando. Pu\u00f2 darsi che stiamo entrando in un\u2019epoca di tempo effettivo in cui non ci sar\u00e0 pi\u00f9 spazio per le cose che non si capiscono e non servono, dove magari sar\u00e0 fuori luogo innamorarsi di qualcosa o di qualcuno. Pu\u00f2 darsi che l\u2019immaginazione diventer\u00e0 un\u2019attivit\u00e0 inutile nell\u2019epoca concreta e utile delle tecnologie digitali. Pu\u00f2 darsi che nel futuro un\u2019immagine non sar\u00e0 l\u2019esito di un\u2019invenzione, ma un semplice duplicato del mondo da cui potr\u00e0 distinguersi in virt\u00f9 di una diversa cornice, del contesto in cui guardarla, del modo in cui parlarne, da tutto un sistema di significati esterni presentati per riempire il vuoto della sua presenza. Pu\u00f2 darsi che quando gli esseri umani sempre pi\u00f9 tecnologizzati avranno smesso di domandarsi le ragioni del loro stare al mondo, arriveranno degli artisti alieni per ricordare all\u2019umanit\u00e0 come era bello il mondo quando un\u2019immagine poteva contenere ancora l\u2019intera vita di un uomo.<\/p>\n\n\n<div class=\"wp-block-image\">\n<figure class=\"aligncenter size-full\"><img decoding=\"async\" src=\"data:image\/gif;base64,R0lGODlhAQABAIAAAAAAAP\/\/\/yH5BAEAAAAALAAAAAABAAEAAAIBRAA7\" data-src=\"https:\/\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2022\/11\/Asim-Abdulaziz.-1941.-video-2021-1.jpg\" alt=\"\" class=\"wp-image-35678 lazyload\"><noscript><img data-recalc-dims=\"1\" loading=\"lazy\" loading=\"lazy\" decoding=\"async\" width=\"900\" height=\"660\" src=\"https:\/\/i0.wp.com\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2022\/11\/Asim-Abdulaziz.-1941.-video-2021-1.jpg?resize=900%2C660&#038;ssl=1\" alt=\"\" class=\"wp-image-35678\" srcset=\"https:\/\/i0.wp.com\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2022\/11\/Asim-Abdulaziz.-1941.-video-2021-1.jpg?w=900&amp;ssl=1 900w, https:\/\/i0.wp.com\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2022\/11\/Asim-Abdulaziz.-1941.-video-2021-1.jpg?resize=300%2C220&amp;ssl=1 300w, https:\/\/i0.wp.com\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2022\/11\/Asim-Abdulaziz.-1941.-video-2021-1.jpg?resize=768%2C563&amp;ssl=1 768w, https:\/\/i0.wp.com\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2022\/11\/Asim-Abdulaziz.-1941.-video-2021-1.jpg?resize=480%2C352&amp;ssl=1 480w\" sizes=\"auto, (max-width: 900px) 100vw, 900px\" \/><\/noscript><figcaption class=\"wp-element-caption\">Asim Abdulaziz, <em>1941<\/em>, video, 2021<\/figcaption><\/figure>\n<\/div>\n\n\n<h3 class=\"wp-block-heading\">Parte I<\/h3>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">La Biennale di Berlino si snoda in tre spazi classici, Kunstwerke, Hamburger Bahnhof Museum e le due sedi dell&#8217;Akademie der Kunste, a cui si aggiungono il Museo della Stasi e un luogo identificato come Dekoloniale Memory Culture, che dovrebbe essere una sorta di ufficio per identificare gli effetti del colonialismo. Girovagando per questi spazi si vedono varie cose: le fotografie di Alex Prager che rappresentano folle viste dall\u2019alto stampate in grande formato e incollate al muro, i disegni di Amal Kenaway, definiti emozionali, che illustrano disagi personali, i mosaici fotografici e i video di Ammar Bouras connessi ai test nucleari condotti nel 1962 dalla Francia nel deserto di Algeria, di cui per\u00f2 non si vede nulla nei suoi paesaggi nel deserto, il film di Asim Abdulaziz che esplora il senso di disorientamento e alienazione dell&#8217;esperienza del popolo yemenita (cosa che ho letto in un secondo tempo nel testo in catalogo) anche se nel video si vedono soltanto delle figure maschili scalze e a torso nudo che lavorano a maglia all\u2019interno di un tempio Hindu abbandonato nella citt\u00e0 di Aden, perch\u00e9 (come ho appreso sempre dal testo) cucire a maglia rappresentava per le donne degli Stati Uniti un modo per participare agli eventi della seconda guerra mondiale, mentre adesso, mettendo in scena questa situazione nello Yemen, l\u2019artista vorrebbe incarnare la metafora della quotidiana esperienza della guerra. <\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Un momento, un momento, mi sono gi\u00e0 perso. Rileggo il testo e mi rendo conto che risulta piuttosto difficile passare da quello che si vede a quello che l\u2019opera dovrebbe esprimere. Ma esprimere in che senso? In questo caso dare un senso diverso al video se ci appare soltanto come un documentario un po&#8217; surreale senza la minima traccia di tutto quel discorso sulla guerra appena descritto. Dunque il discorso metaforico, ovvero la relazione tra l&#8217;atto di cucire degli uomini scalzi e l&#8217;alienazione del popolo yemenita, non \u00e8 chiaro per nulla. Quindi o leggi il testo che ti spiega il senso di quelle immagini o il video potrebbe essere qualsiasi cosa, il che potrebbe anche andare bene se il video avesse una tenuta espressiva autonoma, cio\u00e8 se il suo significato emergesse esclusivamente dalle immagini e soltanto in secondo tempo quelle stesse immagine acquisissero un senso ulteriore in virt\u00f9 dei contenuti ad esse associati &#8211; ma quello che accade \u00e8 il contrario. Qual \u00e8 la ragione per cui gran parte dell\u2019arte degli ultimi decenni necessita puntualmente di una spiegazione per supportare la mancanza di invenzione?<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Un primo aspetto di questa nuova arte impegnata mi sembra quello di aver ereditato il lato peggiore dell\u2019arte concettuale dello scorso secolo, in cui tutto il discorso \u00e8 spostato fuori dall\u2019opera privilegiando il concetto che l\u2019ha generata a scapito della sua presenza. Soltanto che qui il concetto invece di essere fondato su un aspetto linguistico &#8211; come nelle famosa opera <em>One and Three Chairs<\/em> di Joseph Kosuth &#8211; rimanda ad una serie di fatti che l\u2019opera cerca di illustrare. Un secondo aspetto concerne poi la natura di questa illustrazione che in alcuni casi, come il video appena citato di Asim Abdulaziz, risulta totalmente scollegata dal concetto a cui fa riferimento; altre volte ne diventa didascalia banalizzando il concetto. Dunque, o si tratta di un atto di fede o si tratta di uno slogan. Nel caso dello slogan \u00e8 evidente che per mirare ad un messaggio diretto bisogna abbassare il livello di invenzione, adottando le modalit\u00e0 immediate della comunicazione, quelle per cui uno striscione esibito da un gruppo di persone che protestano in fondo non \u00e8 molto diverso da un cartellone pubblicitario, cambia soltanto l\u2019ideologia a monte. Nel caso dell\u2019illustrazione, invece, il discorso \u00e8 pi\u00f9 complicato perch\u00e9 un\u2019illustrazione dovrebbe essere chiara rispetto ai contenuti da mostrare, mentre spesso accade proprio il contrario, non si riesce a risalire ai contenuti, non riesce a far capire come quegli uomini scalzi che lavorano a maglia denuncino lo sfruttamento del popolo yemenita e tutto il resto. Ma questo potrebbe anche non essere un problema, anche in un autoritratto lo spettatore non \u00e8 tenuto a sapere fino a che punto l\u2019autore fosse sofferente nel momento in cui l\u2018ha eseguito, l\u2019importante \u00e8 che in quell\u2019immagine passi qualcosa della sua umanit\u00e0, che quell\u2019immagine sia la traccia di un esporsi in prima persona. Ed \u00e8 proprio questo che manca a queste opere illustrative di arte impegnata, cosa che comporta automaticamente, poich\u00e9 ne \u00e8 la conseguenza inevitabile, un impoverimento della ricerca linguistica, per cui la traduzione dei contenuti produce una forma che non \u00e8 in grado di bastare a se&nbsp;stessa, con l\u2019aggravante di mancare anche di quello a cui vorrebbe fare riferimento. Si dir\u00e0 che questo avviene anche per l&#8217;arte non impegnata, certo, \u00e8 vero, soltanto che in quella cosiddetta impegnata appare come un espediente sistematico per occultare il disimpegno formale per la nobilt\u00e0 del contenuto, tanto che quando ad un certo punto delle visita, nella grande sala al pianterreno del Kunstwerke, ho visto l\u2019imponente quadro antifascista collettivo realizzato a pi\u00f9 mani da Antonio Recalcati, Enrico Baj, Err\u00f2, Gianni Dova, Jean Jacques Lebel e Roberto Crippa: mi \u00e8 sembrato un&#8217;oasi di espressivit\u00e0 in un deserto di oggetti neutri, funzionali e anaffettivi, perch\u00e9 quest\u2019opera non esibiva nulla delle intenzioni politiche a monte, presentandosi come un anti-slogan elaborato con una serie di figure e segni informi che evocavano qualcosa di orrorifico ma senza illustrare gli orrori del fascismo, perch\u00e9 la responsabilit\u00e0 di un artista \u00e8 prima di ogni cosa linguistica.&nbsp;<\/p>\n\n\n\n<figure class=\"wp-block-image size-full\"><img decoding=\"async\" src=\"data:image\/gif;base64,R0lGODlhAQABAIAAAAAAAP\/\/\/yH5BAEAAAAALAAAAAABAAEAAAIBRAA7\" data-src=\"https:\/\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2022\/11\/Jean-Jacques-Lebel.Soluble-Poison.Scenes-from-the-American-occupationin-Baghdad.-Instalation-views-MAMCO-Geneva-2013.jpg\" alt=\"\" class=\"wp-image-35693 lazyload\"><noscript><img data-recalc-dims=\"1\" loading=\"lazy\" loading=\"lazy\" decoding=\"async\" width=\"900\" height=\"675\" src=\"https:\/\/i0.wp.com\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2022\/11\/Jean-Jacques-Lebel.Soluble-Poison.Scenes-from-the-American-occupationin-Baghdad.-Instalation-views-MAMCO-Geneva-2013.jpg?resize=900%2C675&#038;ssl=1\" alt=\"\" class=\"wp-image-35693\" srcset=\"https:\/\/i0.wp.com\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2022\/11\/Jean-Jacques-Lebel.Soluble-Poison.Scenes-from-the-American-occupationin-Baghdad.-Instalation-views-MAMCO-Geneva-2013.jpg?w=900&amp;ssl=1 900w, https:\/\/i0.wp.com\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2022\/11\/Jean-Jacques-Lebel.Soluble-Poison.Scenes-from-the-American-occupationin-Baghdad.-Instalation-views-MAMCO-Geneva-2013.jpg?resize=300%2C225&amp;ssl=1 300w, https:\/\/i0.wp.com\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2022\/11\/Jean-Jacques-Lebel.Soluble-Poison.Scenes-from-the-American-occupationin-Baghdad.-Instalation-views-MAMCO-Geneva-2013.jpg?resize=768%2C576&amp;ssl=1 768w, https:\/\/i0.wp.com\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2022\/11\/Jean-Jacques-Lebel.Soluble-Poison.Scenes-from-the-American-occupationin-Baghdad.-Instalation-views-MAMCO-Geneva-2013.jpg?resize=480%2C360&amp;ssl=1 480w\" sizes=\"auto, (max-width: 900px) 100vw, 900px\" \/><\/noscript><figcaption class=\"wp-element-caption\">Jean-Jacques Lebel, <em>Soluble Poison. Scenes from the American occupation in Baghdad<\/em>. Installation views, MAMCO, Geneva, 2013<\/figcaption><\/figure>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Continuiamo a girare per la Biennale. Ci sono i video di Basel Abbas e Ruanne Abou-Rahme, un duo artistico che vive tra NY e Ramallah, che mostra i filmati catturati dalle telecamere di sorveglianza dei militari israeliani, nel classico stile di appropriazione di materiale altrui decontestualizzato che ambisce a diventare originale grazie ad un diverso contesto di fruizione. C&#8217;\u00e8 la <em>Storia naturale dello stupro<\/em> di Ariella Aisha Azoilay raccontata attraverso le pagine di un libro che mostra blocchetti di testo, che raccolgono testimonianze del 1945 di donne berlinesi; i blocchetti di testo sono, poi, affiancati a rettangoli neri di vario formato, che forse suggeriscono una censura delle immagini. C\u2019\u00e8 una grande installazione a pavimento costruita con trecce simili a quelle delle acconciature femminili, qui per\u00f2 ingigantite a formare una sorta di ragnatela, cosa che mi costringe ancora una volta a leggere il testo per capire che cosa sto vedendo, scoprendo che quell\u2019installazione vuole essere una risposta alla diaspora delle donne di colore immigrate in Europa. Ripeto: ci sono delle trecce giganti, che simulano le acconciature femminili, sospese a qualche decina di centimetri dal pavimento a formare una ragnatela che simbolizza la diaspora delle donne di colore immigrate in Europa. A questo punto inizio a pensare che questo genere di opere che vorrebbero rappresentare un episodio doloroso, diciamo cos\u00ec, per semplificare, estetizzando un contenuto storico, producano l\u2019effetto opposto. L\u2019opera invece di prendere essere una visione individuale in grado di trasformarsi in esperienza collettiva, di restituire nella forma i contenuti a cui si riferisce generando un\u2019immagine simbolica, scaturisce da una strumentalizzazione di quei contenuti storici attraverso l\u2019uso di codici estetici prelevati dal sistema dell\u2019arte, magari con la pretesa di responsabilizzare i visitatori. Ma una ragnatela di trecce femminili giganti \u00e8 il frutto di un uso convenzionale e didascalico del linguaggio, cosa che l\u2019allontana da qualsiasi possibilit\u00e0 rivelatoria dell\u2019opera, da qualsiasi aspetto rivoluzionario del linguaggio come ci si dovrebbe aspettare in un ambito artistico. <\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">La maggior parte degli artisti presenti in Biennali, infatti, sembra auspicare rivoluzioni e cambiamenti sociali, denunciare emergenze, urgenze, necessit\u00e0 e tutto il resto, ma l\u2019impressione \u00e8 che di tutto questo nelle opere non ci sia traccia, perch\u00e9 sembra manchi il coraggio di assumersi i rischio della ricerca, come quando cerchi di inventare una nuova lingua e poi questo processo ti scavalca, portandoti in direzioni sconosciute. Queste opere mi sembra si limitino alla trasmissione di contenuti in modalit\u00e0 accessibili, a senso unico e senza la minima traccia di ambiguit\u00e0, come se gli artisti intervenissero regolarmente in seconda battuta sui fatti dell\u2019attualit\u00e0, aspettando che accada qualcosa nel mondo per poter darsi da fare per presentare il loro pezzo di giornalismo estetico in forma di installazione o altro, restituendoci senza alcuna elaborazione quello che non sono riusciti a inventare come alternativa alla realt\u00e0 di quei fatti a cui fanno riferimento. Ho sempre pensato all\u2019impegno dell\u2019artista come alla costruzione di un mondo alternativo, non come critica di quello esistente.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\"><em>Keep going<\/em>, ho sentito ad un certo punto dire da un tipo alla ragazza che era con lui e che non aveva nessuna voglia di proseguire nella Biennale. Anche io avevo lo stesso sentimento della ragazza, ma alla fine abbiamo proseguito e i due tipi me li sono ritrovati in un\u2019altra sede delle manifestazione.<em> Keep going <\/em>allora con&#8221;Walking on the roof of hell&#8221; di Birender Yadav, un cerchio sul pavimento, che ricalca quelli con le pietre di Richard Long, soltanto che questo \u00e8 realizzato con i sandali dei lavoratori indiani che trasportavano mattoni nei forni di cottura, ragione per cui i piedi dei lavoratori&nbsp;diventavano insensibili e duri dopo alcuni anni di lavoro eccetera. Un quadro di Calida Garcia Rawles dipinto in modo fotografico (con un imbarazzante stile iperrealista tra Magritte e i calciatori del Milan dipinti sul muro della pizzeria del film di Fellini <em>La voce della luna)<\/em> che rappresenta un corpo immerso nell\u2019acqua, soltanto che lo scopo di questo corpo acefalo visto dalla prospettiva subacquea sarebbe quello di comunicare serenit\u00e0, s\u00ec, proprio cos\u00ec, non sto scherzando, anzi non solo serenit\u00e0 ma anche possibilit\u00e0 di pace nella guerra permanente delle persone di colore, non so se mi spiego. <em>Keep going:<\/em> le stampe fotografiche di Dana Levy delle terre occupate palestinesi accompagnate da un video in cui due persone discutono della Green Line creata alla fine della guerra arabo israeliana del 1948, i teschi ricoperti di paillettes di Dubr\u00e9us Lh\u00e9risson connessi al terremoto di Haiti del 2010, <em>L\u2019archivio di gesti<\/em> di Elske Rosenfeld che riprende filmati della caduta del muro e le tavole rotonde per un futuro democratico, il tutto accelerato in perfetto stile post-production; il collettivo Forensic Architecture che si focalizza sulle nubi tossiche nell\u2019aria che respiriamo mostrandoci dei rendering virtuali; il lavoro di Hasan \u00d6zg\u00fcr Top che connette il reclutamento dello stato islamico ad altri movimenti politici che nel passato hanno glorificato la guerra e infine l&#8217;installazione di Jean-Jacques Label, che sembra aver colpito nel segno pi\u00f9 di tutte le altre opere: un labirinto creato con stampe fotografiche di grande dimensione appese al soffitto che mostrano gli abusi sui prigionieri di Guantanamo da parte dei militari statunitensi.&nbsp;<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Una volta preso atto della perdita di specificit\u00e0 linguistica dell\u2019opera, che a questo punto non so pi\u00f9 se chiamare d\u2019arte, l&#8217;impressione \u00e8 che la funzione stessa dell&#8217;arte sia diventata quella di mostrare in modo compulsivo le colpe di un Occidente cattivo e razzista, dell\u2019Occidente colonialista, fascista, maschilista, guerrafondaio e tutto il resto, in modo che il pubblico dell\u2019arte, i cui antenati un tempo schiavizzavano e sottomettevano e abusavano e violentavano eccetera, possa adesso lavarsi la coscienza partecipando ai contenuti drammatici che nei contesti dell&#8217;arte garantiscono l\u2019attenzione che non trovano in quelli politici, anche se poi sembra che nessuno in realt\u00e0 abbia intenzione di rinunciare al tenore di vita a cui si \u00e8 abituato, che viene, per\u00f2, controbilanciato dall\u2019informazione estetizzante dell\u2019arte impegnata cos\u00ec da poter essere perpetuato senza fine. Ma estetizzare il dramma nel contesto dell\u2019arte a me sembra il modo pi\u00f9 rapido per neutralizzarlo, generando un principio di piacere che disinnesca la potenzialit\u00e0 critica del linguaggio. Mi sembra che tutto questo apparato accusatorio e flagellatorio della propaganda artistica anti-Occidente sia l\u2019aspetto pi\u00f9 volgare di uno stile di vita politicamente corretto, in grado di misurarsi con determinati problemi soltanto quando quei problemi non hanno pi\u00f9 alcuna possibilit\u00e0 di interferire con la vita reale. Sul fatto che la cultura occidentale stia vivendo un momento di decadenza non c\u2019\u00e8 dubbio, mi ero gi\u00e0 convinto da tempo che fossimo entrati in un nuovo rococ\u00f2, il cui compendio era uno stile di vita esagerato e tutto il resto, ma questo fa parte dello sviluppo di ogni civilt\u00e0. Constatato questo fatto, per\u00f2, perch\u00e9 dobbiamo rinunciare all\u2019immaginazione? Perch\u00e9 &#8211; preso atto della devastazione morale, ambientale, estetica che il sistema capitalistico continua a perpetrare &#8211; non possiamo mantenere uno spazio in cui, ogni tanto, tirare un sospiro di sollievo guardando un\u2019immagine che possa essere altro da tutto questo? L&#8217;arte sembra rinunciare alla sua funzione critica intesa come reinvenzione del reale allineandosi ai livelli di comunicazione delle informazioni mediatiche, a quel linguaggio chiaro e diretto che sponsorizza prodotti di consumo riducendo la complessit\u00e0 dei dispositivi espressivi semplificati del pensiero omologante nell\u2019offerta di immagini politicamente corrette.&nbsp;<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\"><em>Keep going. <\/em>Khandakar Ohida in <em>Dream your museum<\/em> indaga, cos\u00ec \u00e8 scritto, il capitale, i privilegi di classe e la persistenza del colonialismo attraverso un&#8217;installazione dove ricrea la collezione di oggetti dello zio indiano, in cui praticamente c\u2019\u00e8 di tutto, da bottiglie di alcolici a vecchie videocassette a souvenir di ogni tipo come se camminassimo in un negozio di robivecchi. Il video di Lamia Joreige documenta il traffico giornaliero, i mercati e i cantieri&nbsp;come testimonianza della speculazione edilizia e della gentrificazione.&nbsp;<em>Air conditioning<\/em> di Abu Hamdan \u00e8 un\u2019immagine astratta stretta e lunga creata da un assemblaggio di dettagli presi dai software degli aerei di sorveglianza militare israeliani nel cielo del Libano. <em>Vomit girl<\/em> invece \u00e8 una statuetta arancione dell\u2019artista Mai Nguy\u00ean-Long che dovrebbe essere collegata alla guerra del Vietnam,&nbsp;anche se non ho capito in che modo. Il video di Marta Popivoda, realizzato con Ana Vujanovi\u0107, s\u2019intitola <em>Moss does it better (an eco-feminist meditation)<\/em> e mostra una ragazza immobile su una pietra ricoperta di muschio; ma dopo cinque minuti, dato che l\u2019immagine non cambiava, me ne sono andato. <em>Monologo della vagina. Ti vergogni di me?<\/em> di Mayuri Chari \u00e8 invece un\u2019opera sulla difficolt\u00e0 di vivere la propria sessualit\u00e0 nell\u2019India patriarcale. E poi ci sono mappe, moltissime mappe delle cose pi\u00f9 varie, sopratutto mappe che descrivono situazioni che non vanno bene e che dovrebbero suscitare la nostra indignazione per come il genere umano sta trattando il pianeta, mentre la mia indignazione \u00e8 dovuta alla fattura di queste mappe, perch\u00e9 il livello di elaborazione \u00e8 talmente azzerato, la forma talmente trasandata che potrebbero essere scambiati per dei men\u00f9 con immagini di un qualsiasi fast-food metropolitano, a volte anche peggio, come quella mappa di cui ho fotografato dei particolari che mostrano scritte fatte a mano tutte storte, e poi strisce di carta incollate talmente male che alcune sono mezze staccate e solo a ripensarci adesso mi sale un\u2019incazzatura che \u00e8 meglio che non continui. Mi dico, se non hai amore per la tua opera, almeno un po\u2019 di rispetto per gli spettatori, e che diamine!<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Quello che sembra accomunare tutte queste opere di arte impegnata \u00e8 una programmatica perdita di mistero in virt\u00f9 di una esplicita volont\u00e0 di ricezione del messaggio. Quel senso profondo dell\u2019opera d\u2019arte che risiede nella sua zona di oscurit\u00e0, quel margine di abbandono che l&#8217;autore ha lasciato nel processo di creazione e che lo spettatore ritrova nei segni dell\u2019immagine, sembra annullato da una nuova logica didattica, dalla messa in scena di dispositivi visivi che ancora chiamiamo opere ma dell\u2019opera d\u2019arte hanno oramai ben poco, e forse bisognerebbe trovare una nuova definizione, anche se queste non-opere le continuiamo a vedere nei musei e nelle gallerie. L&#8217;ambiguit\u00e0 della forma, la seduzione che scaturisce dalla materia, tutta una serie di qualit\u00e0 specifiche dell&#8217;oggetto che ci seducono anche quando non ne afferriamo il contenuto, sembrano passare in secondo piano per promuovere la trasmissione del messaggio, quel resoconto parassitato dalla storia dovuto alla mancanza di talento, come se oramai fosse fuori luogo chiedere al pubblico uno sforzo nell&#8217;atto di guardare un\u2019immagine o un oggetto o quello che sia. Non \u00e8 un caso, forse, che nel catalogo della Biennale non siano mai presenti n\u00e9 le misure n\u00e9 la tecnica, ma soltanto il titolo. Invece di lasciarsi interrogare dall&#8217;opera, lo spettatore dell\u2019arte impegnata deve aspettarsi nel migliore dei casi una risposta chiara e diretta, come quando legge il prezzo di un prodotto, nel peggiore dare per scontato che quello che non capisce un senso lo dovr\u00e0 avere visto che qualcuno ha scelto di esporlo in quel contesto. In questa logica neutra di trasmissione di contenuti prelevati dai disastri dell&#8217;umanit\u00e0, io credo la tecnologia si inserisca ad agevolare la mancanza di invenzione dell&#8217;artista, costringendo spesso e volentieri la sua opera a funzionare in modo convincente in virt\u00f9 di un&#8217;esigenza comunicativa, accelerando cio\u00e8 il processo di riconoscimento dell\u2019oggetto da parte del soggetto, invece di rallentarlo per consentire al soggetto quello stato di tensione che l\u2019opera d\u2019arte trasporta indipendentemente da quello che ci fa vedere. Il valore linguistico e conoscitivo interno all&#8217;opera sembra passare regolarmente in secondo piano scavalcato dal valore relazionale e comunicativo, dal discorso intorno all&#8217;opera che, a partire dalla sua comprensibilit\u00e0, assicura un alto grado di intellegibilit\u00e0. L&#8217;esperienza dell&#8217;arte invece di essere rivelatoria e dirompente si limita ad essere semplicemente comprensibile e stabilizzante. La visione delle nuova arte impegnata e utile non \u00e8 pi\u00f9 un\u2019apertura su un mondo sconosciuto, ma la ripresentazione attualizzata di quello gi\u00e0 esistente.&nbsp; &nbsp;<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Ngo Th\u00e0nh-Bac si \u00e8 fotografato a testa in gi\u00f9 in verticale sotto una statua di Lenin. Un collage di fotografie di persone in primo piano che conversano s\u2019intitola <em>Exile is a hard job<\/em>. Omer Fast mostra un video tra documentario e fiction in cui due poliziotti parlano di camere di sorveglianza. Prabhakar Kamble ha fatto delle sculture verticali in ferro in cui sono inseriti dei vasi di terracotta e delle figure nella parte superiore mentre la base \u00e8 costituita da piedi in bronzo ricavati dal calco di quegli degli agricoltori di non so dove. La pittura \u00e8 praticamente assente, l\u2019ho gi\u00e0 detto, ma in quanto pittore spesso mi ritorna in mente durante la visita, forse assente perch\u00e9 inadeguata a monte per quell\u2019aura che ancora crea indipendentemente dall\u2019immagine, o anche perch\u00e9 troppo complicata per tradurre messaggi diretti, dunque inattuale rispetto al nuovo scopo divulgativo dell\u2019arte, anche se allo stesso tempo le case d\u2019asta di tutto il mondo sembrano smentire questa ipotesi continuando a battere cifre da capogiro. Per\u00f2, ogni tanto, qualche quadro c\u2019\u00e8, ma quando c\u2019\u00e8 &#8211; ci saranno due o tre tele in tutto &#8211; ha sempre uno stile fotografico e accademico, per non dire da pizzeria, che \u00e8 l\u2019antitesi di uno stile espressivo e di ricerca, come nel caso del pittore di Baghdad Raed Mutar, che dipinge soggetti con mascherine, flebo, eccetra, insomma iconografia post-pandemia. <\/p>\n\n\n<div class=\"wp-block-image\">\n<figure class=\"aligncenter size-full\"><img decoding=\"async\" src=\"data:image\/gif;base64,R0lGODlhAQABAIAAAAAAAP\/\/\/yH5BAEAAAAALAAAAAABAAEAAAIBRAA7\" data-src=\"https:\/\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2022\/11\/Sajjad-Abbas.-I-can-see-you.-2013.jpg\" alt=\"\" class=\"wp-image-35696 lazyload\"><noscript><img data-recalc-dims=\"1\" loading=\"lazy\" loading=\"lazy\" decoding=\"async\" width=\"900\" height=\"691\" src=\"https:\/\/i0.wp.com\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2022\/11\/Sajjad-Abbas.-I-can-see-you.-2013.jpg?resize=900%2C691&#038;ssl=1\" alt=\"\" class=\"wp-image-35696\" srcset=\"https:\/\/i0.wp.com\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2022\/11\/Sajjad-Abbas.-I-can-see-you.-2013.jpg?w=900&amp;ssl=1 900w, https:\/\/i0.wp.com\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2022\/11\/Sajjad-Abbas.-I-can-see-you.-2013.jpg?resize=300%2C230&amp;ssl=1 300w, https:\/\/i0.wp.com\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2022\/11\/Sajjad-Abbas.-I-can-see-you.-2013.jpg?resize=768%2C590&amp;ssl=1 768w, https:\/\/i0.wp.com\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2022\/11\/Sajjad-Abbas.-I-can-see-you.-2013.jpg?resize=480%2C369&amp;ssl=1 480w\" sizes=\"auto, (max-width: 900px) 100vw, 900px\" \/><\/noscript><figcaption class=\"wp-element-caption\">Sajjad Abbas, <em>I can see you<\/em>, 2013<\/figcaption><\/figure>\n<\/div>\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Un altro iracheno, invece, Sajjad Abbas, ha messo la gigantografia di un occhio su un edificio la cui costruzione \u00e8 stata interrotta e l\u2019ha chiamato <em>I can see you<\/em>. Vabb\u00e8. In<em> In Our Lands of Drought the Rain Forever is Made of Bullets<\/em> di Simon Fattal si vedono delle mattonelle con delle scritte in arabo che testimoniano i massacri dei palestinesi dal 1948, mentre <em>Icebox detention along the us-mexico border <\/em>o<em> Freezing deaths &amp; abandonment across Canada <\/em>o ancora<em> Weaponizing water against water protectors <\/em>di Susan Schuppli sono titoli di opere che non hanno bisogno di commenti. Il fotocollage \u00e8 una delle tecniche pi\u00f9 usate dagli artisti-attivisti. Sven Johne ne espone uno composto dalle piante medicinali presenti lungo il confine tedesco dove ha camminato con suo figlio e i suoi amici per 1400 chilometri; mentre Zuzanna Hertzberg ne ha stampato un altro su una tela che rappresenta le donne che organizzavano la resistenza femminile nei ghetti e nei campi di concentramento nazisti. Poi c\u2019\u00e8 il collettivo <em>The School of Mutants<\/em> di Dakar che con delle installazioni, che non so sinceramente descrivere, fatte di materiale d\u2019archivio e monitor di differenti formati, s\u2019interroga, cito alla lettera dal catalogo, sul ruolo delle universit\u00e0, dei progetti di scuole pubbliche e delle accademie utopiche nei processi di post-indipendenza della costruzione-nazione in Senegal e Africa occidentale, grazie ad un ricco network transnazionale&nbsp;che annovera Non-Aligned Movement, Afro-Asianism e Third-Worldism. Niente male come materiale per un romanzo di fantascienza. Uriel Orlow con il suo <em>Reading Wood<\/em>, che \u00e8 una sorta di mobile-espositore in legno che, cito ancora alla lettera, esplora il legame tra l\u2019espansione coloniale e le pratiche neocoloniali, si chiede: cosa accade quando la foresta diventa una libreria che serve i sistemi di conoscenza occidentali e le economie dell\u2019estrazione? Io invece mi chiedo, ancora una volta: che cosa accade quando l&#8217;esperienza dell&#8217;arte non \u00e8 pi\u00f9 in grado di farci sognare un mondo diverso da quello che vediamo? E poi mi chiedo anche: lo squallore e il dolore del mondo, la decadenza morale, la violenza e tutto il resto non andrebbero compensate anche con qualcosa in grado di darci la forza per superare tutto questo?<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Infine c\u2019\u00e8 una sezione che presenta una serie di giornali politici e pubblicazioni delle avanguardie, si va dal <em>Giornale illustrato dei lavoratori<\/em> fondato a Berlino nel 1925 a <em>Noi. Rivista d\u2019arte futurista<\/em>, includendo anche volantini del tipo Pace per il Vietnam, copertine di riviste come <em>La lutte de classe<\/em> fondata a Parigi nel 1938&nbsp;o la fanzine <em>Rot Front<\/em> pubblicata a Berlino nel 1970, insomma chi pi\u00f9 ne ha pi\u00f9 ne metta.&nbsp;Ho il sentimento che l\u2019appropriazione di questo materiale politico vada a rafforzare la debolezza delle opere che gli stanno intorno. Per\u00f2 la cosa a mio avviso si aggrava nella sezione che mostra opere dell\u2019Espressionismo tedesco, di Emil Nolde e Karl Schmidt-Rottluf, a cui si addita un\u2019appropriazione estetica illegittima di modelli culturali dovuta alla loro frequentazione dei musei etnologici, frutto, secondo i curatori, di una distorsione colonialista di oggetti di tradizione diversa come i bronzi del Benin e altro. Cos\u00ec come contraltare sono esposti dei crocefissi di legno degli indigeni dell\u2019Africa o della Papua Nuova Guinea&nbsp;e altri oggetti che sono stati, sempre secondo i curatori, colonizzati. Bisogna decolonializzarli, ci dice la Biennale, e non credo ci sia bisogno di commentare ulteriormente questa distorsione revisionista, questo pericolo di una censura rovesciata che confonde la costruzione di un immaginario simbolico con l\u2019ideologia politica. Poi a proposito di crocefissi mi vengono in mente quelli dipinti nei quadri di Tammy Nguyen, un artista vietnamita che vive negli Stati Uniti, che rappresentano una&nbsp;Via Crucis piuttosto sorprendente per la reinvenzione iconografica del tema, dove le figure sembrano emergere da uno scenario vegetale o piuttosto dove uno scenario vegetale prende la forma di figura, o dovrei dire dove tutte le forme sono il frutto di un continuo ibridarsi tra linee di contorno e sovrapposizione di piani spaziali, cosa che mi fa sperare che l\u2019esperienza dell\u2019arte possa essere ancora un\u2019esperienza visiva.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">I testi di presentazione del catalogo ripetono in modo sempre pi\u00f9 innocuo quelle formule politicamente corrette dello stare al mondo che sono oramai ovunque, nelle r\u00e9clame dei prodotti eco-sostenibili o nel disegno di legge del parlamentare illuminato di turno. Il direttore della Neue Nationalgalerie Klaus Biesenbach scrive che la Biennale di Berlino ha pensato ai suoi spazi espositivi come testimoni della storia, la storia di qualcosa di pi\u00f9 che la citt\u00e0, mentre la direttrice della Biennale Gabriele Horn introduce l\u2019artista-curatore di quest\u2019ultima edizione, Kader Attia, come un\u2019opportunit\u00e0 specificatamente indirizzata a questioni di decolonizzazione, che vuol dire, citando le sue parole, restituzione di oggetti culturali e di cultura anti-coloniale della memoria. Nel suo testo ricorre di continuo al verbo \u201criparare\u201d, in relazione alla colpa dell\u2019Occidente colonialista, citando a seguire il collasso climatico, l\u2019ascesa del fascismo e i nuovi scenari imperialisti, e chiudendo il testo con una specifica richiesta all\u2019arte, quella di non porre solo domande, ma di cercare risposte.&nbsp;Ecco, io credo invece che la funzione dell\u2019arte sia esattamente opposta, quella di dare profondit\u00e0 alle domande quando non si possono avere risposte. All\u2019arte non si chiede alcuna risoluzione effettiva, soltanto la possibilit\u00e0 di una direzione di senso, una domanda pi\u00f9 cosciente sull\u2019enigma del nostro essere al mondo senza conoscerne la durata. Kader Attia invece nel suo testo intitolato <em>Present! Still<\/em>, che d\u00e0 il titolo alla Biennale, parla della miopia nei confronti dei cambiamenti mondiali causati dal mito della modernit\u00e0 occidentale e dei suoi crimini, dalla schiavit\u00f9 al colonialismo, fondati su un\u2019idea di superiorit\u00e0. Parla di colpevolezza dell\u2019Occidente manifestata con l\u2019esclusione delle minoranze e crimini come l\u2019Olocausto, ragione per cui noi occidentali dobbiamo riparare, riparare, e riparare tutto quello che non \u00e8 mai stato fatto ricorrendo all\u2019arte, perch\u00e9 solo l\u2019arte pu\u00f2 opporsi all\u2019imperialismo grazie alla sua imprevedibilit\u00e0. A me sembra, per\u00f2, che sia proprio l\u2019imprevedibilit\u00e0 a mancare in tutte le opere che ha scelto e che si servono di parole come \u201cfascismo\u201d, \u201ccolonialismo\u201d, \u201cimperialismo\u201d per assicurarci il senso della loro presenza che non ha nulla di nuovo. Dovremmo frenare le immagini scaturite dal sogno di un\u2019inconscia macchina imperialista, ammonisce Attia; creare un\u2019agenzia dell\u2019arte contro l\u2019agenzia del capitalismo, ma soprattutto occorre restare nel presente, conclude, e fuggire le tecnologie del capitalismo che implicano manipolazione e sorveglianza. Tutto questo, per\u00f2, oltre a suonare piuttosto retorico, si fonda a mio avviso su un fraintendimento, quello che per produrre arte sia necessario restare nel presente, dimenticando che il contemporaneo non \u00e8 mai il presente, ma la possibilit\u00e0 di una prospettiva fuori dall\u2019attualit\u00e0 per presentare un mondo alternativo.<\/p>\n\n\n\n<h3 class=\"wp-block-heading\">Parte II<\/h3>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Lumbung \u00e8 il concetto curatoriale alla base di Documenta 15 e si riferisce ad una pratica di condivisione collettiva. Nello specifico, questa pratica consiste nello stivare le raccolte di riso da parte delle comunit\u00e0 dei villaggi indonesiani affinch\u00e9 possano essere utilizzate per fronteggiare un futuro incerto. A Documenta questo concetto si \u00e8 trasformato nel concetto dell\u2019ospite che diventa l\u2019ospitato, ragione per cui il collettivo indonesiano Ruangrupa, a cui \u00e8 stata affidata la curatela della manifestazione, ha finito per includere altre realt\u00e0 curatoriali, a cui \u00e8 stato dato il nome Artistic Team.&nbsp;Differenti modalit\u00e0 di produzione dell\u2019arte creano differenti opere, sostengono i curatori, riferendosi alle opere d\u2019arte come realt\u00e0 che dovrebbero funzionare non pi\u00f9 come espressioni individuali, n\u00e9 tanto come oggetti da essere esposti nei musei o venduti a collezionisti, ma nei contesti della vita reale. Questo \u00e8 sicuramente un punto interessante e, a differenza della Biennale di Berlino, che ripete schemi espositivi convenzionali ma con proposte che si fa fatica a definire opere d\u2019arte, qui l\u2019invito \u00e8 quello di un cambio radicale di paradigma. Si tratterebbe di pensare all\u2019arte non come sistema di produzione ma come sistema di condivisione, non pi\u00f9 oggetti, quindi, ma incontri. Interessante, non c\u2019\u00e8 dubbio, considerando la condizione attuale dell\u2019opera d\u2019arte spesso e volentieri svilita dall\u2019assorbimento nel sistema finanziario del capitalismo mondiale, nonch\u00e9 la conseguente perdita del suo valore d\u2019uso e l\u2019identificazione con il valore di scambio. D\u2019altronde, da diversi anni, di questo passaggio \u00e8 complice la politica culturale di musei, gallerie e di tutto il resto del sistema orientati su una politica della comprensibilit\u00e0 dell\u2019opera, cosa che ha determinato per forza di cose un logoramento della ricerca linguistica, mortificata dalla logica del prodotto per raggiungere un pubblico sempre pi\u00f9 largo. Questo ha determinato uno spostamento verso l\u2019esigenza di una moltitudine di persone che necessitano di comprendere quello che vedono e che magari non vogliono essere turbati dall\u2019incontro con l\u2019opera. Cos\u00ec il linguaggio, che costituisce l\u2019opera, da sperimentale \u00e8 diventato convenzionale allo scopo di compiacere questa implicita richiesta del pubblico, a cui non si chiede pi\u00f9 di vivere lo scarto sulla realt\u00e0 che l\u2019opera propone nella finzione dell\u2019immagine o altro, ma di riconoscere il suo valore attraverso un prezzo di mercato. Per questo progressivo assorbimento dell\u2019opera d\u2019arte nella spirale finanziaria, la proposta di Ruangrupa con Artistic Team, che include anche un\u2019uscita da un sistema di mercato, \u00e8 interessante e innovativa, ma l\u2019impressione finale \u00e8 che non siano riusciti a concretizzare questa alternativa. Mi sembra che il prezzo dovuto alla perdita dell\u2019opera in senso tradizionale, oggetto o performance o altro, in sostanza la sostituzione dello spazio di visione con lo spazio dell\u2019azione, abbia messo in moto una dinamica partecipativa che non \u00e8 riuscita a dare risultati convincenti n\u00e9 termini emozionali n\u00e9 i termini concettuali, restando semplicemente una proposta possibile ma privata di quello che ogni atto creativo richiede: la forma.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">La citt\u00e0 di Kassel, secondo le intenzioni dei curatori, deve essere intesa come un organismo urbano e un ecosistema di iniziative locali e collettive, pi\u00f9 che come un contesto espositivo, sulla scia di alcune pratiche curatoriali da loro gi\u00e0 adottate a Jakarta, quando avevano trasformato alcune case domestiche in spazi espositivi. Cos\u00ec il team curatoriale ha dato vita alla ruruHaus, uno spazio inteso come centro di connessione cittadino, inclusivo e in dialogo con altre iniziative di tipo educativo o altro. Nel frattempo, mentre si lavorava per trovare un metodo per come mettere in piedi Documenta, il concetto iniziale di lumbung si \u00e8 trasformato in gado-gado, che normalmente \u00e8 un piatto della cucina indonesiana in cui c\u2019\u00e8 un po\u2019 di tutto, mentre a Documenta \u00e8 diventata una pratica che ha comportato l\u2019aggiunta di una cinquantina di artisti alle quattordici persone del collettivo iniziale, dove in realt\u00e0 la maggior parte di questi artisti erano altri collettivi. Ogni collettivo aveva a disposizione 180 mila euro per la produzione pi\u00f9 altri 25 mila come rimborso del lavoro gi\u00e0 svolto, poi \u00e8 nata l\u2019idea di dividere il budget tra gli artisti invitati come reddito di base mantenendo per\u00f2 un fondo comune. Ad un certo punto, se ho capito bene, i vari collettivi di lavoro hanno dato vita ad una serie di realt\u00e0 espositive, tipo la lumbung gallery, il lunbung kios, eccetera, una serie di luoghi che servivano per capire in che modo si potessero sostenere i progetti. Poi, non so in quale momento, \u00e8 saltato fuori un collettivo che si chiamava <em>Where is the art?<\/em> che ha iniziato a discutere sulle modalit\u00e0 in cui l\u2019arte deve radicarsi nella vita, nelle sue pratiche sociali, attiviste ed economiche, senza limitazioni di discipline e definizioni. Da questo punto in poi, e siamo ancora nella fase progettuale della manifestazione, sempre che io abbia capito bene, la situazione deve essere un po\u2019 sfuggita di mano, forse un po\u2019 troppo, perch\u00e9 da un incontro finalizzato alla traduzione pratica di tutti questi concetti si scivolava in un altro con lo stesso scopo, e da questo ad un altro ancora in una spirale di incontri su incontri con continue, e non so fino a che punto comprensibili, evoluzioni della struttura curatoriale.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Tutte queste trasformazioni ruotavano intorno ad una costante, quella che l\u2019arte dovesse essere radicata nella vita, e va bene, ed \u00e8 anche giusto, per carit\u00e0, ma a mio avviso queste radici non sono riuscite a germogliare. Cos\u00ec invece di commissionare nuove opere o esporre quelle gi\u00e0 esistenti il team curatoriale ha pensato di chiedere agli artisti in che modo avrebbero voluto tradurre le loro pratiche artistiche che gi\u00e0 portavano avanti nei loro luoghi di residenza. Cos\u00ec, ad esempio, il Fridericianum si \u00e8 trasformato in parte in una scuola, il Fridskul, o il Rurukids, in un luogo per far convivere bambini e artisti, mentre altri spazi espositivi sono stati trasformati in luoghi di residenza per gli artisti. I sobat-sobat, sempre che io abbia capito bene, sono emersi invece in un secondo tempo come nuove figure para-curatoriali per garantire lo scambio di conoscenza tra ospiti e artisti, e per pensare insieme a loro come usare gli spazi pubblici, presentando alla fine, pi\u00f9 che un programma espositivo vero e proprio, l\u2019idea di un processo di apprendimento chiamato Meydan condiviso con la citt\u00e0. Ok. Presentare un processo di apprendimento, ok, ma non posso far altro che aggiungere che alla fine, questo processo, mi sembra sia ritornato ad essere in parte un\u2019esposizione nel senso tradizionale, ma senza averne per\u00f2 le caratteristiche specifiche n\u00e9 tanto meno le opere da esporre. Sono stati esposti difatti oggetti di altro tipo, come se Documenta alla fine non dovesse tanto essere un\u2019esperienza visiva, ma qualcos\u2019altro, ovvero, cito alla lettera, il tentativo di creare degli ecosistemi basati su contesti pi\u00f9 larghi includendo altre collettivit\u00e0. Il testo dei curatori in catalogo si conclude con questa frase: \u201cMake friends not art!\u201d. Ma poi che cosa andiamo a vedere con i nostri nuovi amici?<\/p>\n\n\n\n<figure class=\"wp-block-image size-full\"><img decoding=\"async\" src=\"data:image\/gif;base64,R0lGODlhAQABAIAAAAAAAP\/\/\/yH5BAEAAAAALAAAAAABAAEAAAIBRAA7\" data-src=\"https:\/\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2022\/11\/Dan-Perjovschi.-The-Horizontal-Newspaper-Sibiu.-Installaton-views-Sibiu-Romania.2010-ongoing.jpg\" alt=\"\" class=\"wp-image-35687 lazyload\"><noscript><img data-recalc-dims=\"1\" loading=\"lazy\" loading=\"lazy\" decoding=\"async\" width=\"900\" height=\"658\" src=\"https:\/\/i0.wp.com\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2022\/11\/Dan-Perjovschi.-The-Horizontal-Newspaper-Sibiu.-Installaton-views-Sibiu-Romania.2010-ongoing.jpg?resize=900%2C658&#038;ssl=1\" alt=\"\" class=\"wp-image-35687\" srcset=\"https:\/\/i0.wp.com\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2022\/11\/Dan-Perjovschi.-The-Horizontal-Newspaper-Sibiu.-Installaton-views-Sibiu-Romania.2010-ongoing.jpg?w=900&amp;ssl=1 900w, https:\/\/i0.wp.com\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2022\/11\/Dan-Perjovschi.-The-Horizontal-Newspaper-Sibiu.-Installaton-views-Sibiu-Romania.2010-ongoing.jpg?resize=300%2C219&amp;ssl=1 300w, https:\/\/i0.wp.com\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2022\/11\/Dan-Perjovschi.-The-Horizontal-Newspaper-Sibiu.-Installaton-views-Sibiu-Romania.2010-ongoing.jpg?resize=768%2C561&amp;ssl=1 768w, https:\/\/i0.wp.com\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2022\/11\/Dan-Perjovschi.-The-Horizontal-Newspaper-Sibiu.-Installaton-views-Sibiu-Romania.2010-ongoing.jpg?resize=480%2C351&amp;ssl=1 480w\" sizes=\"auto, (max-width: 900px) 100vw, 900px\" \/><\/noscript><figcaption class=\"wp-element-caption\">Dan Perjovschi, <em>The Horizontal Newspaper Sibiu<\/em>, installaton views, Sibiu, Romania, 2010-ongoing<\/figcaption><\/figure>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Foundation Class\u00e9 un collettivo di Berlino che propone una piattaforma educativa per facilitare l\u2019accesso all\u2019accademia d\u2019arte ai migranti che sono stati discriminati eccetera. Alice Yard \u00e8 un network artistico dei Caraibi che promuove residenze, interventi, mostre, musica dal vivo eccetera. Another Roadmap Africa Cluster \u00e8 un network africano che mira a riformulare l\u2019educazione dell\u2019arte in termini di costruzione di comunit\u00e0, impegno sociale eccetera. Archives des Luttes des Femmes en Algerie \u00e8 un nome che si spiega da solo. Arts Collaboratory mira a stringere arte e attivismo creando scuole, stazioni radio eccetera. Asia Art Archive ritiene che l\u2019arte&nbsp;non sia soltanto artefatto ma anche conoscenza eccetera. Baan Noorg Collaborative Arts and Culture ha creato una rampa per chi vuole fare skateboard decorando lo spazio intorno con tanto di monitor, neon fluorescenti eccetera. Black Quantum Futurism ha costruito una piattaforma per raccontare storie, fare concerti eccetera. Il collettivo cinese Boloho ha trasformato una caffetteria in un caff\u00e8 in stile cantonese eccetera. Britto Arts Trust ha creato un bazar, una cucina familiare, un grande murale eccetera. Chang En-Man organizza gite in barca sul Fulda ma si occupa anche di cultura del cibo, nello specifico di ricette con lumache giganti e credetemi non me lo sto inventando. Chimurenga ha creato una stazione radio eccetera. Dan Perjovschi, che \u00e8 un artista singolo non un collettivo, pubblica sul pavimento della piazza della KulturBahnhof il suo <em>Giornale orizzontale<\/em> che ci informa su cultura, politica, societ\u00e0 e sport, dunque arte pubblica della migliore tradizione. Fafswag connette la cultura queer con pratiche ancestrali di racconto orale e cosmologia indigena attraverso opere di realt\u00e0 aumentata, wow! Fehras Publishing House presenta una fotonovella che parla di femminismo in relazione all&#8217;Afro-Asian Solidarity Movement. Graziela Kunsch crea uno spazio nel Fridericianum dove genitori e figli possono stare insieme. Tutto qui? Si, tutto qui.<\/p>\n\n\n\n<figure class=\"wp-block-image size-full\"><img decoding=\"async\" src=\"data:image\/gif;base64,R0lGODlhAQABAIAAAAAAAP\/\/\/yH5BAEAAAAALAAAAAABAAEAAAIBRAA7\" data-src=\"https:\/\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2022\/11\/Black-Quantun-Futurism.-Reclamation.-Space-Time.-Installation-views-Philadephia-USA.-2021.jpg\" alt=\"\" class=\"wp-image-35685 lazyload\"><noscript><img data-recalc-dims=\"1\" loading=\"lazy\" loading=\"lazy\" decoding=\"async\" width=\"900\" height=\"683\" src=\"https:\/\/i0.wp.com\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2022\/11\/Black-Quantun-Futurism.-Reclamation.-Space-Time.-Installation-views-Philadephia-USA.-2021.jpg?resize=900%2C683&#038;ssl=1\" alt=\"\" class=\"wp-image-35685\" srcset=\"https:\/\/i0.wp.com\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2022\/11\/Black-Quantun-Futurism.-Reclamation.-Space-Time.-Installation-views-Philadephia-USA.-2021.jpg?w=900&amp;ssl=1 900w, https:\/\/i0.wp.com\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2022\/11\/Black-Quantun-Futurism.-Reclamation.-Space-Time.-Installation-views-Philadephia-USA.-2021.jpg?resize=300%2C228&amp;ssl=1 300w, https:\/\/i0.wp.com\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2022\/11\/Black-Quantun-Futurism.-Reclamation.-Space-Time.-Installation-views-Philadephia-USA.-2021.jpg?resize=768%2C583&amp;ssl=1 768w, https:\/\/i0.wp.com\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2022\/11\/Black-Quantun-Futurism.-Reclamation.-Space-Time.-Installation-views-Philadephia-USA.-2021.jpg?resize=480%2C364&amp;ssl=1 480w\" sizes=\"auto, (max-width: 900px) 100vw, 900px\" \/><\/noscript><figcaption class=\"wp-element-caption\">Black Quantum Futurism, <em>Reclamation. Space-Time<\/em>, installation views, Philadephia, USA, 2021<\/figcaption><\/figure>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Documenta 15, sembrano voler ribadire i curatori un po\u2019 ovunque, non si riferisce a Kassel come un luogo espositivo, ma come ecosistema, come network di contesti sociali. E va bene, \u00e8 chiaro, l\u2019abbiamo capito. L&#8217;idea per\u00f2 \u00e8 anche quella di creare nuovi contesti dell\u2019arte in aree industriali, magari distrutte dalla guerra, o in associazioni sociali, cos\u00ec la manifestazione alla fine ha preso forma in trentadue luoghi sparpagliati tra il centro, la zona intorno al fiume Fulda e l\u2019area pi\u00f9 a nord della citt\u00e0, anche se poi non tutti sono luoghi veri e propri, ma spazi di diversa identit\u00e0 che vanno dal museo pi\u00f9 classico al sottopassaggio pedonale alla facciata di un negozio piuttosto che un cinema, un hotel, un ponte e vari non-luoghi in senso pi\u00f9 o meno lato.&nbsp;Un&#8217;altra parola pi\u00f9 volte rimarcata dai curatori \u00e8 la &#8220;sostenibilit\u00e0&#8221;, tutto deve essere sostenibile, a partire dal catalogo stampato con carta riciclata, per\u00f2 con l\u2019editore Hatje Cantz, che non \u00e8 proprio un piccolo editore indipendente, per arrivare al cibo offerto nei vari chioschi e chioschetti all\u2019insegna dell\u2019ecologico, regionale, chilometro zero e tutto il resto, ok, fino alla cooperazione per i trasporti con la Wolkswagen, il regional green energy, un attimo per\u00f2&#8230; forse i curatori si sono dimenticati dello scandalo sulle auto diesel truccate per aumentare le vendite sul mercato americano? Forse. Tutto il resto della logistica generale ruota intorno alle parole &#8220;riciclabile&#8221;, &#8220;cooperativo&#8221;, &#8220;partecipativo&#8221;, tra cui la scelta di prelevare un euro da ogni biglietto acquistato per finanziare progetti sostenibili in Indonesia e nella regione di Kassel, non si capisce bene perch\u00e9 solo l\u00ec. Ma quello che veramente non si capisce \u00e8 che cosa abbiano a che fare tutte queste ammirevoli iniziative con l\u2019arte.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Si potrebbe rispondere che \u00e8 proprio questo il punto, che l\u2019arte non \u00e8 pi\u00f9 tutto quello che abbiamo pensato fino ad oggi, che ci troviamo di fronte ad una svolta epocale, che siamo all\u2019inizio di una nuova era artistica, o non artistica, un\u2019era di arte senza opere, o con altre cose che non si sa bene che cosa siano. Ma allora perch\u00e9 tornare in questi contesti tradizionali? Perch\u00e9 usare i musei, esporre immagini a muro con le cornici, insomma perch\u00e9 rientrare in tutta una serie di codici propri di quelle modalit\u00e0 di cui i curatori vogliono sbarazzarsi? Forse i tempi erano prematuri per fare un\u2019edizione in cui non ci sarebbe stato veramente pi\u00f9 nulla da vedere ma soltanto dei luoghi in cui la gente si sarebbe potuta incontrare discutendo dei problemi del mondo? Ma il mondo non ha bisogno anche di spazi che portino fuori dal mondo? Come si fa a vivere solo di realt\u00e0? Come si fa a vivere senza finzione? La vita non \u00e8 forse una combinazione di entrambe? E dove andiamo a trovare la finzione se anche negli spazi dell\u2019arte ci troviamo la realt\u00e0? Forse la prossima Documenta sar\u00e0 un programma di sole conferenze a tema sociale o politico o che ne so io? Forse, nessuno lo sa per adesso, si sa soltanto che \u00e8 necessario essere partecipativi, inclusivi e tutto il resto, come lo stile grafico del catalogo scelto, cos\u00ec hanno scritto, per una leggibilit\u00e0 pi\u00f9 chiara, in modo che i contenuti possano arrivare a tutti. Il problema per\u00f2 \u00e8 che senza catalogo, anzi senza il Documenta handbook, perch\u00e9 il catalogo avrebbe fatto troppo lusso, di tutto quello che \u00e8 stato esposto non si sarebbe capito nulla, o meglio si sarebbe capito quello che si capisce quando guardiamo un banchetto di frutta e verdure al mercato che non vuole spacciarsi per un\u2019installazione d\u2019arte. <em>Learning for the future<\/em>, s&#8217;intitola l&#8217;ultimo paragrafo del catalogo, prima delle pagine finali con le informazioni per i visitatori e i ringraziamenti vari, che vanno prima di tutto ai partner principali, Sparkasse e Wolkswagen.<\/p>\n\n\n\n<figure class=\"wp-block-image size-full\"><img decoding=\"async\" src=\"data:image\/gif;base64,R0lGODlhAQABAIAAAAAAAP\/\/\/yH5BAEAAAAALAAAAAABAAEAAAIBRAA7\" data-src=\"https:\/\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2022\/11\/Instituto-De-Artivismo-Hannah-Arendt-INSTAR.Poetry-space-Reading-in-Time.-Recital-and-exhibition-by-Omar-Perez.-Havana.-2020.jpg\" alt=\"\" class=\"wp-image-35689 lazyload\"><noscript><img data-recalc-dims=\"1\" loading=\"lazy\" loading=\"lazy\" decoding=\"async\" width=\"900\" height=\"660\" src=\"https:\/\/i0.wp.com\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2022\/11\/Instituto-De-Artivismo-Hannah-Arendt-INSTAR.Poetry-space-Reading-in-Time.-Recital-and-exhibition-by-Omar-Perez.-Havana.-2020.jpg?resize=900%2C660&#038;ssl=1\" alt=\"\" class=\"wp-image-35689\" srcset=\"https:\/\/i0.wp.com\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2022\/11\/Instituto-De-Artivismo-Hannah-Arendt-INSTAR.Poetry-space-Reading-in-Time.-Recital-and-exhibition-by-Omar-Perez.-Havana.-2020.jpg?w=900&amp;ssl=1 900w, https:\/\/i0.wp.com\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2022\/11\/Instituto-De-Artivismo-Hannah-Arendt-INSTAR.Poetry-space-Reading-in-Time.-Recital-and-exhibition-by-Omar-Perez.-Havana.-2020.jpg?resize=300%2C220&amp;ssl=1 300w, https:\/\/i0.wp.com\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2022\/11\/Instituto-De-Artivismo-Hannah-Arendt-INSTAR.Poetry-space-Reading-in-Time.-Recital-and-exhibition-by-Omar-Perez.-Havana.-2020.jpg?resize=768%2C563&amp;ssl=1 768w, https:\/\/i0.wp.com\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2022\/11\/Instituto-De-Artivismo-Hannah-Arendt-INSTAR.Poetry-space-Reading-in-Time.-Recital-and-exhibition-by-Omar-Perez.-Havana.-2020.jpg?resize=480%2C352&amp;ssl=1 480w\" sizes=\"auto, (max-width: 900px) 100vw, 900px\" \/><\/noscript><figcaption class=\"wp-element-caption\">Instituto de Artivismo Hannah Arendt (INSTAR), <em>Poetry Space Reading in Time<\/em>, recital and exhibition by Omar Perez, Havana, 2020<\/figcaption><\/figure>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Hamja Ashan crea dei manifesti di vari franchising di pollo fritto che in qualche modo, anche se non mi \u00e8 chiaro quale, sono connessi con l&#8217;islamofobia, tanto che il titolo di un suo video \u00e8 <em>Theological Positions arounfd Fried Chicken<\/em>. Ikkibawikrrr mostra un video e fotografie di luoghi devastati dalla guerra, progetti industriali eccetera. Inland si focalizza sull&#8217;economia agraria e al Museo di Storia Naturale ha costruito una sorta di wunderkammer di cui non riesco ad elencare gli oggetti, anche se qualcuno l&#8217;ho fotografato ma anche guardando le foto non riesco ad elencarli ugualmente. Instituto de Artivismo Hannah Arendt (INSTAR) si&nbsp;occupa generalmente di storia culturale cubana ma nel lavoro esposto fa riferimento alla figura di un poeta russo di nome Sergei Tretyakov, il quale ha vissuto in un kolhhoz nel Caucaso dove ha creato dei giornali a muro che coordinavano le attivit\u00e0 della comunit\u00e0, giornali che lui chiamava &#8220;operational factography&#8221; che poi \u00e8 diventato il titolo del lavoro di INSTAR, il quale consiste in una coesistenza di progetti, ma a quel punto mi ero perso. Jimmie Durham &amp; A Stick In The Forest By The Side of The Road non \u00e8 una band, n\u00e9 il titolo di una pezzo New Wave, ma un collettivo che prende il nome da una frase di Durham e fa riferimento al suo ultimo lavoro non finito (forse bisognerebbe scrivere \u201cproject\u201d ma loro scrivono &#8220;work&#8221;), quello, se ho capito bene, che intendeva riunire un gruppo di persone straniere per scambiarsi conoscenze, empatia e umore, e che a Documenta si traduce in un accumulo di varie cose, dalle pietre vulcaniche trovate in alcune sorgenti vicino Kassel ai tappeti collegati concettualmente, in un modo che mi sfugge, alle piante esotiche di Napoli eccetera. Komina Film a Rojava cura un programma di film appartenenti alla storia del cinema curdo, ovviamente con dibattiti a seguire e tutto il resto. La Intermundial Holobiente ha disegnato uno spazio per leggere e scrivere che \u00e8 stato installato nel parco, ma io nel parco non l&#8217;ho trovato.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Marwa Arsanios generalmente si focalizza sulla resistenza delle donne in Siria e Colombia, ma qui mostra dei video che ritraggono paesaggi del Libano, normalissimi paesaggi come nelle foto di un comunissimo turista che gira per il Libano, che per\u00f2 in questo caso dovrebbero essere connessi ai concetti di autodifesa, eco-femminismo, cura, autonomia, lotta degli indigeni eccetera. M\u00e0s Arte m\u00e0s Accion (MAMA) riflette sul clima e sulla deforestazione, ragione per cui ha installato in varie parti della citt\u00e0 sgabelli di legno come luoghi di pensiero realizzati con tronchi di alberi infestati da scarafaggi, ma anche questi non li ho visti. Okk_ ha creato un centro visite per collaborare a qualcosa che non ho capito nonostante abbia letto pi\u00f9 volte il testo che spiegava che cosa si doveva fare in questo centro, di cui mi ricordo soltanto la parola &#8220;shrine&#8221;. Projects Art Work ha creato uno spazio per la neurodiversit\u00e0 e l&#8217;arte-terapia, dove ci sono disegni di grande formato in progress intitolati <em>Cosmologies of Care<\/em>. Richard Bell \u00e8 un pittore che dipinge, nello stile piatto e grafico di un Pop artista, proteste sociali e scenari di attivismo. Sa Sa Art Projects ha creato&#8230;beh, non \u00e8 semplice dire cosa ha creato&#8230;uno spazio per ospitare rifugiati? Un ostello? Qualcosa del genere direi. Serigrafistas Queer si occupa di \u201ccollective care\u201d e ha presentato un progetto che collega un&#8217;area rurale di Buenos Aires a Kassel eccetera. Subversive Film cura un programma di film sovversivi, piuttosto chiaro direi. The Black Archives mostra materiali relativi alla Black resistance, non fa una piega neanche questo. The Question of Funding ha creato uno spazio per attivisti residenti a Kassel con l\u2019idea di condividere prospettive di finanziamento attraverso quella che hanno definito \u201cetica della sopravvivenza\u201d.&nbsp;Atis rezistans \/ Ghetto Biennale ha installato all\u2019interno di una chiesa una mostra di sculture realizzate con materiali riciclati e poi assemblati per rappresentare delle figure, e a quanto pare ha conquistato gli animi di tutti quelli che tra il pubblico cercavano un\u2019esposizione di opere in senso tradizionale.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Ovviamente c\u2019\u00e8 molto altro, ma questo pu\u00f2 dare magari un\u2019idea della manifestazione per riflettere sulla portata della proposta curatoriale, che, ripeto, sarebbe potuta anche essere interessante se avesse trovato un nuovo modo di comunicare quello che voleva comunicare, uscendo dalle cornici e dai luoghi tradizionali senza riempirli di eventi che di quelle cornici non avevano alcun bisogno, perch\u00e9 non si trattava di opere ma di contesti di condivisione. La ridefinizione dei contesti \u00e8 sicuramente un processo non solo legittimo, ma direi necessario, in una societ\u00e0 che si trasforma e si adatta ai rapidi mutamenti culturali della vita instagrammatica in tempo reale, ma l\u2019opera e il contesto sono a monte due cose diverse. Allora tutte queste intenzioni, questi progetti, questi slanci collettivi, sono sicuramente il frutto di una problematizzazione del reale che si pone obiettivi sensati, processi necessari, azioni urgenti, ma si pone su un piano effettivo del discorso sulla vita. Questo piano a mio avviso non pu\u00f2 stare insieme a quello finzionale di cui \u00e8 potatrice l\u2019opera d\u2019arte, che \u00e8 la ragione per cui una sedia per quanto possa essere bella non \u00e8 una scultura, non funziona come una testa in bronzo, proprio perch\u00e9 alla fine deve essere utile. L\u2019utilit\u00e0 di un oggetto presuppone a monte che chi lo realizza non possa prescindere dalla sua funzione finale, qualsiasi essa sia, ma la forza di un\u2019opera d\u2019arte sta proprio nell\u2019includere nel processo di creazione il fatto che questa dinamica prescinda da ogni finalit\u00e0, che possa darsi soltanto come espressione del senso di stare al mondo. Non credo alla realt\u00e0 di un\u2019opera d\u2019arte che sia utile almeno quanto non trovo il senso di una sedia creata per non potercisi sedere, una sedia che diventerebbe, a quel punto, una scultura in forma di sedia. Per tale ragione l\u2019utilit\u00e0 di questa arte impegnata presente a Documenta \u00e8 ben diversa dall\u2019inutilit\u00e0 dell\u2019arte impegnata che l\u2019ha preceduta.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Il problema risiede nella congiunzione tra arte e attivismo perch\u00e9 a mio avviso le due cose non possono andare insieme, non perch\u00e9 un artista non possa anche essere un attivista, anzi, ma perch\u00e9 le due attivit\u00e0 appartengono a due spazialit\u00e0 differenti, o \u00e8 l\u2019una o \u00e8 l\u2019altro, o nessuno dei due, come in molte cose viste a Documenta, fallimentari sul piano dell\u2019azione effettiva e povere sul piano dell\u2019invenzione formale. Tra i tanti artisti che potrebbero far luce a riguardo mi viene in mente Emilio Vedova, diviso per un periodo tra&nbsp; il suo studio, per combattere sulla tela, e la piazza, per incitare gli studenti alla rivolta. Quando Vedova viene invitato nel 1955 a Documenta ha iniziato da due anni una serie di dipinti intitolato <em>Ciclo della protesta,<\/em> che rappresenta una nuova concezione di pittura narrativa, perch\u00e9 pur facendo riferimento alla dimensione temporale del racconto, a delle figure che fanno qualcosa, che protestano appunto, non fa che importare quel tempo nel processo di costruzione della forma, cos\u00ec invece di farci vedere delle figure che protestano rappresenta la tensione di quel sentire. Il quadro di Vedova diventa quindi una narrazione interiore che trasforma una situazione reale nell&#8217;immagine soggettiva che prende forma in un accumulo di segni emozionali. L\u2019agire di Vedova quindi in quanto artista impegnato, nel momento in cui si mette all\u2019opera, necessita di uno scarto, quello per cui il suo groviglio di gesti lasciati sulla tela, di forme informi che stanno per una protesta, non sono altro che la spinta data da un accadimento reale al superamento di quella stessa realt\u00e0, per trovare senza alcun riferimento diretto una nuova immagine di quel modello. Nessuno meglio di Vedova chiarisce questo punto quando scrive che lui non crede negli artisti che riescono con piena sicurezza a padroneggiare i propri mezzi, gli artisti che non hanno problemi, aggiungendo poi che la responsabilit\u00e0 \u00e8 da trovare nei mezzi con cui esprimersi e che i mezzi si trovano quanto pi\u00f9 forti sono le cose da dire. Questo \u00e8 il punto: artista impegnato vuol dire fare riferimento a certe cosa da dire, come la protesta dei lavoratori o quello che volete, e dirle mettendosi in gioco in prima persona, impegnandosi prima di ogni cosa a creare qualcosa che possa restituire uno scarto rispetto alla realt\u00e0 oggettiva. Ma non vuol dire, come spesso ho visto in questa edizione di Documenta, riportare la realt\u00e0 cos\u00ec come la vediamo per sbattercela in faccia come una denuncia nuda e cruda, limitandosi ad informarci di un certo stato delle cose, magari anche con quel minimo di elaborazione formale che spesso e volentieri funge da cornice, quell\u2019elaborazione senza rischi ed estetizzante che all\u2019interno di un contesto d\u2019arte ne garantisce lo statuto di artisticit\u00e0. Per essere un artista non basta fare i giornalisti, gli antropologi, i sociologi, non si tratta di analizzare l\u2019esistente, ma di fondare quello che non esiste, di mettersi in discussione come individui e di affidare questo stato critico ad un nuovo codice espressivo, ad linguaggio diverso da quello con cui comunichiamo senza aggiungere nulla alla nostra immaginazione.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\"><em>The multidisciplinary approach is situated between art and activism<\/em>, ho letto in molti dei profili degli artisti invitati, ma io credo che nel mondo abbiamo bisogno sia di uomini che garantiscano diritti per una vita pi\u00f9 civile sia di artisti che a quella stessa vita garantiscano una forma diversa da quella che gi\u00e0 esiste, ragione per cui le azioni di Che Guevara non sono sullo stesso piano delle forme di Matisse. Arte e attivismo sono due cose che possono andare insieme quando non sono vissute insieme. Non credo si possa creare un\u2019opera nello stesso tempo in cui si agisce per una causa specifica, perch\u00e9 le finalit\u00e0 necessitano di rimanere separate per la riuscita di entrambe. L\u2019opera non cambia alcun assetto sociale, l\u2019azione trasforma il mondo. La vera forza dell\u2019opera d\u2019arte emerge in relazione alla perdita di utilit\u00e0 dovuta alla sua natura finzionale, cos\u00ec come il suo valore si colloca oltre la questione biologica e materiale della sopravvivenza dell\u2019essere, per investirlo esclusivamente sul piano identitario e immaginativo. L\u2019azione utile produce arte inutile, mentre l\u2019arte utile produce azioni inutili. L\u2019azione \u00e8 qui e ora mentre l\u2019arte necessariamente altrove, nella riapertura del passato o nell\u2019anticipazione del futuro. L\u2019opera d\u2019arte presenta il suo spazio come forma di resistenza temporale, la sua presenza \u00e8 un incidente che apre uno spazio di conoscenza a lungo termine, che pu\u00f2 iniziare ad aprire un senso anche secoli dopo la sua creazione, mentre l\u2019azione per essere efficace deve parlare la stessa lingua della comunicazione, la stessa immediatezza da cui si distingue per un determinato contenuto. L\u2019opera d\u2019arte \u00e8 sempre una genesi, un\u2019apertura, la nascita di qualcosa che si aggiunge al mondo, per tale ragione la sua materia non \u00e8 mai quello che gi\u00e0 esiste, ma quello che consegue all\u2019urgenza di essere creato. Anche l\u2019azione ha una sua urgenza, ma non \u00e8 in aggiunta al mondo, \u00e8 uno strumento per trasformarlo. Con pi\u00f9 arte non abbiamo un mondo migliore, ma lo abbiamo molto probabilmente con pi\u00f9 attivismo e la necessit\u00e0 dell\u2019una e dell\u2019altro ha margini di successo finch\u00e9 gli ambiti restano separati, finch\u00e9, per dirlo in termini classici, l\u2019arte resta arte e la politica resta politica, per quanto poi entrambe nella vita siano destinate ad intrecciarsi.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"has-text-color wp-block-paragraph\" style=\"color:#6a6666;font-size:15px\"><em>In copertina: Sa Sa Art Projects, <\/em>A Bangvil Popil ritual with a sculptural work by Chap Vichet, The Sadness of Loss<em>, 2019 (particolare)<\/em><\/p>\n","protected":false,"gt_translate_keys":[{"key":"rendered","format":"html"}]},"excerpt":{"rendered":"<p>Quest&#8217;anno sono tornato alla Biennale di Venezia dopo aver saltato le ultime due edizioni; poi, due mesi dopo, ho visto la Biennale di Berlino e la quindicesima edizione di Documenta. In quei giorni mi \u00e8 sembrato che qualcosa si fosse radicalizzato ulteriormente. L\u2019aspetto che mortificava l&#8217;opera d&#8217;arte attribuendole la funzione di trasferire un messaggio, lo spostamento verso la sua dimensione comunicativa a scapito di quella conoscitiva in senso ontologico, aveva trovato nell&#8217;attivismo il suo senso finale, rendendo l\u2019incontro con l\u2019opera d\u2019arte un&#8217;esperienza utile, al punto che se venisse affidata la direzione della prossima Documenta a Greta Thunberg la cosa non farebbe una piega.<\/p>\n","protected":false,"gt_translate_keys":[{"key":"rendered","format":"html"}]},"author":127,"featured_media":35684,"comment_status":"open","ping_status":"open","sticky":false,"template":"","format":"standard","meta":{"_jetpack_newsletter_access":"","_jetpack_dont_email_post_to_subs":false,"_jetpack_newsletter_tier_id":0,"_jetpack_memberships_contains_paywalled_content":false,"_jetpack_feature_clip_id":0,"_jetpack_memberships_contains_paid_content":false,"footnotes":"","jetpack_post_was_ever_published":false},"categories":[79],"tags":[1641,2325,2326,1218,2322,521,171,1209,2113,2324],"coauthors":[1743],"class_list":["post-35403","post","type-post","status-publish","format-standard","has-post-thumbnail","hentry","category-cosmopolis","tag-arte-contemporanea","tag-attivismo","tag-berlin-biennale","tag-biennale-di-venezia","tag-documenta-kassel","tag-flavio-de-marco","tag-politica","tag-politically-correct","tag-post-colonialismo","tag-skulptur-projekcte-munster","style--link-2"],"yoast_head":"<!-- This site is optimized with the Yoast SEO plugin v28.7 - https:\/\/yoast.com\/product\/yoast-seo-wordpress\/ -->\n<title>&quot;Make friends, not art!&quot; - Flavio de Marco<\/title>\n<meta name=\"description\" content=\"Quest&#039;anno sono tornato alla Biennale di Venezia dopo aver saltato le ultime due edizioni; poi, due mesi dopo, ho visto la Biennale di Berlino e la quindicesima edizione di Documenta. 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L\u2019aspetto che mortificava l'opera d'arte attribuendole la funzione di trasferire un messaggio, lo spostamento verso la sua dimensione comunicativa a scapito di quella conoscitiva in senso ontologico, aveva trovato nell'attivismo il suo senso finale, rendendo l\u2019incontro con l\u2019opera d\u2019arte un'esperienza utile, al punto che se venisse affidata la direzione della prossima Documenta a Greta Thunberg la cosa non farebbe una piega.","breadcrumb":{"@id":"https:\/\/antinomie.it\/index.php\/2022\/11\/25\/make-friends-not-art\/#breadcrumb"},"inLanguage":"it-IT","potentialAction":[{"@type":"ReadAction","target":["https:\/\/antinomie.it\/index.php\/2022\/11\/25\/make-friends-not-art\/"]}]},{"@type":"ImageObject","inLanguage":"it-IT","@id":"https:\/\/antinomie.it\/index.php\/2022\/11\/25\/make-friends-not-art\/#primaryimage","url":"https:\/\/i0.wp.com\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2022\/11\/seconda-cover-Sa-Sa-Art-Projects.-A-Bangvil-Popil-ritual-with-a-sculptural-work-by-Chap-Vichet-The-Sadness-of-Loss-20191.jpg?fit=1280%2C805&ssl=1","contentUrl":"https:\/\/i0.wp.com\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2022\/11\/seconda-cover-Sa-Sa-Art-Projects.-A-Bangvil-Popil-ritual-with-a-sculptural-work-by-Chap-Vichet-The-Sadness-of-Loss-20191.jpg?fit=1280%2C805&ssl=1","width":1280,"height":805},{"@type":"BreadcrumbList","@id":"https:\/\/antinomie.it\/index.php\/2022\/11\/25\/make-friends-not-art\/#breadcrumb","itemListElement":[{"@type":"ListItem","position":1,"name":"Home","item":"https:\/\/antinomie.it\/"},{"@type":"ListItem","position":2,"name":"&#8220;Make friends, not art!&#8221;"}]},{"@type":"WebSite","@id":"https:\/\/antinomie.it\/#website","url":"https:\/\/antinomie.it\/","name":"Antinomie","description":"scritture e immagini","publisher":{"@id":"https:\/\/antinomie.it\/#organization"},"potentialAction":[{"@type":"SearchAction","target":{"@type":"EntryPoint","urlTemplate":"https:\/\/antinomie.it\/?s={search_term_string}"},"query-input":{"@type":"PropertyValueSpecification","valueRequired":true,"valueName":"search_term_string"}}],"inLanguage":"it-IT"},{"@type":"Organization","@id":"https:\/\/antinomie.it\/#organization","name":"Antinomie","url":"https:\/\/antinomie.it\/","logo":{"@type":"ImageObject","inLanguage":"it-IT","@id":"https:\/\/antinomie.it\/#\/schema\/logo\/image\/","url":"https:\/\/i0.wp.com\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2023\/05\/logo_antinomie_cerchio.png?fit=3543%2C3543&ssl=1","contentUrl":"https:\/\/i0.wp.com\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2023\/05\/logo_antinomie_cerchio.png?fit=3543%2C3543&ssl=1","width":3543,"height":3543,"caption":"Antinomie"},"image":{"@id":"https:\/\/antinomie.it\/#\/schema\/logo\/image\/"},"sameAs":["https:\/\/www.facebook.com\/antinomie.it\/","https:\/\/x.com\/antinomie_it"]},{"@type":"Person","@id":"https:\/\/antinomie.it\/#\/schema\/person\/76bd49d23a22ef4de840f960b30961db","name":"Flavio de Marco","image":{"@type":"ImageObject","inLanguage":"it-IT","@id":"https:\/\/secure.gravatar.com\/avatar\/712b36dec3a98a2d47efb1915d7e0c6ea44c5f8610fb247cd1a23a7e1513b298?s=96&d=blank&r=g94f67104e4001d7133c81a87cf705ef5","url":"https:\/\/secure.gravatar.com\/avatar\/712b36dec3a98a2d47efb1915d7e0c6ea44c5f8610fb247cd1a23a7e1513b298?s=96&d=blank&r=g","contentUrl":"https:\/\/secure.gravatar.com\/avatar\/712b36dec3a98a2d47efb1915d7e0c6ea44c5f8610fb247cd1a23a7e1513b298?s=96&d=blank&r=g","caption":"Flavio de Marco"},"description":"(Lecce, 1975), pittore e scrittore, ha partecipato dal 1997 a numerose esposizioni in gallerie e musei. 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