{"id":30654,"date":"2022-05-20T00:01:57","date_gmt":"2022-05-19T22:01:57","guid":{"rendered":"https:\/\/antinomie.it\/?p=30654"},"modified":"2024-06-06T22:23:40","modified_gmt":"2024-06-06T20:23:40","slug":"post-letteratura","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/antinomie.it\/index.php\/2022\/05\/20\/post-letteratura\/","title":{"rendered":"Post-letteratura?","gt_translate_keys":[{"key":"rendered","format":"text"}]},"content":{"rendered":"\n<p class=\"wp-block-paragraph\"><em>\u00c8 uscito per Italo Svevo (pp. 144, \u20ac 20) <\/em><a href=\"https:\/\/www.italosvevo.it\/libri\/che-ci-faccio-qui\/\" target=\"_blank\" rel=\"noreferrer noopener\">Che ci faccio qui? Scrittrici e scrittori nell\u2019era della postfotografia<\/a><em>, interventi di sedici autori italiani (Gherardo Bortolotti, Emmanuela Carb\u00e9, Tommaso Di Dio, Giorgio Falco, Carmen Gallo, Helena Janeczek, Guido Mazzoni, Giulio Mozzi, Gianluca Nativo, Davide Orecchio, Francesco Pecoraro, Tommaso Pincio, Laura Pugno, Sabrina Ragucci, Alessandra Sarchi ed Emanuele Trevi) che commentano la propria presenza su Instagram. Il libro \u00e8 ideato e curato da Maria Teresa Carbone, che ha anticipato alcune di queste conversazioni nei mesi scorsi su \u00abLe parole e le cose<sup>2<\/sup>\u00bb. Per la cortesia dell\u2019editore e della curatrice proponiamo qui la postfazione di Andrea Cortellessa. Il libro verr\u00e0 presentato dalla curatrice insieme a Janeczek, Mazzoni, Pugno e Cortellessa al Salone del Libro di Torino (allo stand della regione Friuli Venezia Giulia, sabato 21 alle 20) e insieme a Mazzoni, Orecchio, Pecoraro, Pincio e Pugno alla Casa delle Letterature di Roma (marted\u00ec 24 alle 18).<\/em><\/p>\n\n\n\n<div style=\"height:21px\" aria-hidden=\"true\" class=\"wp-block-spacer\"><\/div>\n\n\n\n<p class=\"has-text-align-right wp-block-paragraph\" style=\"font-size:14px\">La po\u00e9sie doit \u00eatre faite par tous. Non par un.<br>Lautr\u00e9amont<\/p>\n\n\n\n<p class=\"has-text-align-right wp-block-paragraph\" style=\"font-size:14px\">Se gli uomini riuscissero a convincersi che l\u2019arte<br>\u00e8 una precisa conoscenza anticipata di come affrontare<br>le conseguenze psichiche e sociali della prossima<br>tecnologia, non diventerebbero forse tutti artisti?<br>O non comincerebbero forse a tradurre con cura<br>le nuove forme d\u2019arte in <em>carte di navigazione sociale<\/em>?<br>McLuhan<\/p>\n\n\n\n<p class=\"has-text-align-right wp-block-paragraph\" style=\"font-size:14px\">Un fotografo che non sa leggere le proprie immagini<br>non \u00e8 forse meno di un analfabeta?<br>Benjamin<\/p>\n\n\n\n<p class=\"has-drop-cap wp-block-paragraph\">A meno di un secolo dalla sua invenzione, diceva Walter Benjamin che la fotografia era penetrata in \u00abtutti gli aspetti dell\u2019attivit\u00e0 umana\u00bb. Eppure, sino a qualche anno fa, chi ne ha scritto la storia ha privilegiato solo alcuni di questi aspetti: segnatamente quelli artistici. Tanta tecnologia passata sotto i ponti, invece, vediamo come l\u2019intera nostra esistenza ne risulti sempre pi\u00f9 condizionata. Sempre pi\u00f9 da quando \u2013 con l\u2019introduzione della portatile Kodak, da parte di George Eastman, nel 1888; della fototessera di Carquerot e Guillaumot, nel 1889; della Polaroid da parte di Edwin Land nel 1947; della macchina digitale con Akio Morita nel 1981 \u2013 l\u2019\u201cuomo della strada\u201d s\u2019\u00e8 fatto, da mero consumatore di immagini, <em>prosumer<\/em> a pieno titolo. Per Roland Barthes (nella <em>Camera chiara<\/em>, 1980) \u00abl\u2019et\u00e0 della fotografia\u00bb corrisponde \u00aball\u2019irruzione del privato nel pubblico\u00bb, ossia alla \u00abpubblicit\u00e0 del privato\u00bb. Oggi \u00e8 evidente a tutti come la fotografia sia \u00abuna modalit\u00e0 di accesso percettivo\u00bb e un \u00abluogo di costituzione dell\u2019io\u00bb (Francesco Parisi in <em>Filosofia della fotografia<\/em>, 2013), ma gi\u00e0 nel \u201996 Rosalind Krauss aveva potuto parlare del \u00abfotografico\u00bb, in termini antropologici prima che tecnici, come di \u00abuna sorta di griglia o di filtro per mezzo del quale si possano organizzare i dati di un altro campo che si trova, rispetto a essa, in posizione seconda\u00bb.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Da una decina d\u2019anni a questa parte (il lancio di Instagram, da parte di Kevin Systrom e Mike Krieger, risale al 6 ottobre 2010; l\u2019acquisizione e il rilancio da parte di Facebook al 2012), per\u00f2, alle dinamiche del <em>fotografico <\/em>un giro di vite sorprendente ha impresso l\u2019incontro di tecniche di ripresa fotografica sempre pi\u00f9 \u201cleggere\u201d e semplici da usare, come quelle ormai piuttosto evolute integrate nei cellulari, con mezzi di comunicazione a loro volta dis-intermedianti quali sono (o si presentano) i <em>social network<\/em>, che sempre i telefoni portatili impiegano come supporti privilegiati (cos\u00ec consentendo, a differenza di precedenti pratiche di \u201ccondivisione\u201d delle immagini, di gestire su un unico dispositivo l\u2019intero processo: dalla ripresa alla post-produzione sino all\u2019\u201cimpaginazione\u201d e alla \u201cpubblicazione\u201d). Cosicch\u00e9 i fenomeni antropologici del <em>fotografico<\/em> e del regime <em>social<\/em> si presentano oggi pienamente integrati: al punto che l\u2019uno appare inconcepibile senza l\u2019altro.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Il tono lievemente ironico col quale Guido Mazzoni dice che non essere stati iscritti nell\u2019ultimo decennio a Facebook (condizione che condivido) equivale a non aver usato la televisione negli anni Ottanta, cio\u00e8 all\u2019aver \u00abperso il contatto con la realt\u00e0\u00bb, non fa velo alla desolante esattezza dell\u2019osservazione. Sebbene si possa dire con Guy Debord che lo \u00abspettacolare\u00bb, appunto dagli anni Ottanta in poi, si sia \u00abintegrato\u00bb a ogni aspetto della vita sociale, non c\u2019\u00e8 dubbio che con l\u2019azione capillare dei <em>social media<\/em> soprattutto il \u00abfotografico\u00bb, oggi, sia incistato nel quotidiano di ciascuno di noi. Il dispositivo fotografico, come in prospettiva altre tecnologie \u00abindossabili\u00bb (per dirla col Pietro Montani dell\u2019<em>Immaginazione intermediale<\/em>), ha infatti il vantaggio di una spiccata, quasi perturbante \u201cportabilit\u00e0\u201d (\u00abci\u00f2 che per Walker Evans era un problema [\u2026] per il possessore di uno smartphone \u00e8 una cosa relativamente semplice\u00bb: ancora Mazzoni), e cos\u00ec la fotografia pare essere \u00abdiventata qualcosa di irrinunciabile, una sorta di diritto della persona, di tutte le persone\u00bb (Tommaso Pincio). Al contempo, l\u2019esibizione promozionale che sui <em>social <\/em>s\u2019\u00e8 preso a fare dei propri talenti, veri o supposti (quella che Vanni Codeluppi ha definito \u00abvetrinizzazione sociale\u00bb), s\u2019\u00e8 fatta sempre pi\u00f9 sofisticata sul piano della comunicazione. E fra gli altri hanno preso a praticarla anche gli artisti: fra i quali quelli che con la fotografia, in passato, avevano intrattenuto rapporti obliqui, controversi, per non dire proprio conflittuali. Parlo ovviamente degli scrittori.<\/p>\n\n\n\n<div class=\"wp-block-image\"><figure class=\"aligncenter size-large is-resized\"><img loading=\"lazy\" loading=\"lazy\" decoding=\"async\" src=\"data:image\/gif;base64,R0lGODlhAQABAIAAAAAAAP\/\/\/yH5BAEAAAAALAAAAAABAAEAAAIBRAA7\" data-src=\"https:\/\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2022\/05\/Pincio3-1024x1015.jpeg\" alt=\"\" class=\"wp-image-30676 lazyload\" width=\"598\" height=\"593\"><noscript><img data-recalc-dims=\"1\" loading=\"lazy\" loading=\"lazy\" decoding=\"async\" src=\"https:\/\/i0.wp.com\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2022\/05\/Pincio3.jpeg?resize=598%2C593&#038;ssl=1\" alt=\"\" class=\"wp-image-30676\" width=\"598\" height=\"593\" srcset=\"https:\/\/i0.wp.com\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2022\/05\/Pincio3.jpeg?resize=1024%2C1015&amp;ssl=1 1024w, https:\/\/i0.wp.com\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2022\/05\/Pincio3.jpeg?resize=300%2C298&amp;ssl=1 300w, https:\/\/i0.wp.com\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2022\/05\/Pincio3.jpeg?resize=150%2C150&amp;ssl=1 150w, https:\/\/i0.wp.com\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2022\/05\/Pincio3.jpeg?resize=768%2C762&amp;ssl=1 768w, https:\/\/i0.wp.com\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2022\/05\/Pincio3.jpeg?resize=480%2C476&amp;ssl=1 480w, https:\/\/i0.wp.com\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2022\/05\/Pincio3.jpeg?w=1080&amp;ssl=1 1080w\" sizes=\"auto, (max-width: 598px) 100vw, 598px\" \/><\/noscript><figcaption>Tommaso Pincio <\/figcaption><\/figure><\/div>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Sicch\u00e9 questo libro di Maria Teresa Carbone, evolutosi nel tempo in parallelo all\u2019evoluzione (o involuzione, come sostiene pi\u00f9 d\u2019un interpellato) del <em>social network<\/em> che descrive \u2013 Instagram, appunto \u2013, pu\u00f2 essere usato in almeno due modi diversi: da un lato come chiave d\u2019accesso laterale, ma in diversi casi tutt\u2019altro che accessoria, all\u2019opera di alcuni dei nostri migliori scrittori in versi e in prosa; dall\u2019altro come indagine-campione sull\u2019uso <em>social<\/em> e sociale, e sul suo grado di consapevolezza, da parte appunto degli scrittori: cio\u00e8 individui considerati, in genere, particolarmente avvertiti delle condizioni di vita associata condivise coi propri concittadini.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">L\u2019evoluzione anzitutto <em>quantitativa <\/em>del linguaggio fotografico, incoraggiata dall\u2019uso generalizzato di <em>social media<\/em> votati alla condivisione di immagini, ha fatto parlare Joan Fontcuberta di una \u00abcondizione postfotografica\u00bb (<em>La furia delle immagini<\/em>, 2016). L\u2019<em>homo photographicus<\/em>, come lo chiama il fotografo e teorico catalano, vive una mutazione radicale dello statuto delle immagini: da segni permanenti (anche perch\u00e9 fisicamente stampati su supporti cartacei), che fissavano in un\u2019icona materiale il vissuto per definizione sfuggente degli esseri umani, a \u00abidentit\u00e0 versatili, malleabili e volubili\u00bb, \u201cliquide\u201d nel senso che a questo termine-ombrello ha dato Zygmunt Bauman: infinitamente trascorrenti, infatti, sulle onde <em>social<\/em>. Fontcuberta ricorda come proprio Bauman si fosse stupito, nelle sue ricerche giovanili sulla rivoluzione industriale, di non averne trovato traccia nella stampa e nella letteratura fino almeno al 1875, cio\u00e8 circa un secolo dopo il suo inizio: \u00abper noi \u00e8 ovvio che si trovassero nel cuore di una rivoluzione, per loro no\u00bb. Lo stesso succede con la rivoluzione in corso oggi: le \u201ctestimonianze in negativo\u201d, che per cos\u00ec dire qui recano i nostri migliori scrittori, proprio questo ci dicono.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Infatti la fotografia, per la maggior parte degli scrittori che la praticano come del resto per gli altri esseri umani, non solo non \u00e8 (pi\u00f9) un\u2019arte ma non si pu\u00f2 (pi\u00f9) neppure definire una lettura della realt\u00e0, una sua prensione cognitiva. \u00c8 tutt\u2019al pi\u00f9 un \u00abarchivio\u00bb (Alessandra Sarchi), uno \u00abstrumento di memoria\u00bb (Helena Janeczek), un \u00abtaccuino\u00bb (Gianluca Nativo), un \u00abappunt<em>o<\/em>\u00bb (Francesco Pecoraro, Tommaso Pincio), un\u2019\u00abannotazione\u00bb (Emmanuela Carb\u00e8): che in quanto tale pu\u00f2 o meno, poi, svilupparsi in qualcos\u2019altro. \u00c8 insomma una parte della vita (o, diciamo, una sua particolare declinazione); alla lettera, una <em>tranche de vie<\/em>.<\/p>\n\n\n\n<div class=\"wp-block-image\"><figure class=\"aligncenter size-large is-resized\"><img loading=\"lazy\" loading=\"lazy\" decoding=\"async\" src=\"data:image\/gif;base64,R0lGODlhAQABAIAAAAAAAP\/\/\/yH5BAEAAAAALAAAAAABAAEAAAIBRAA7\" data-src=\"https:\/\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2022\/05\/Pecoraro1-1024x1019.jpeg\" alt=\"\" class=\"wp-image-30679 lazyload\" width=\"640\" height=\"636\"><noscript><img data-recalc-dims=\"1\" loading=\"lazy\" loading=\"lazy\" decoding=\"async\" src=\"https:\/\/i0.wp.com\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2022\/05\/Pecoraro1.jpeg?resize=640%2C636&#038;ssl=1\" alt=\"\" class=\"wp-image-30679\" width=\"640\" height=\"636\" srcset=\"https:\/\/i0.wp.com\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2022\/05\/Pecoraro1.jpeg?resize=1024%2C1019&amp;ssl=1 1024w, https:\/\/i0.wp.com\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2022\/05\/Pecoraro1.jpeg?resize=150%2C150&amp;ssl=1 150w, https:\/\/i0.wp.com\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2022\/05\/Pecoraro1.jpeg?resize=768%2C764&amp;ssl=1 768w, https:\/\/i0.wp.com\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2022\/05\/Pecoraro1.jpeg?resize=480%2C478&amp;ssl=1 480w, https:\/\/i0.wp.com\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2022\/05\/Pecoraro1.jpeg?w=1080&amp;ssl=1 1080w\" sizes=\"auto, (max-width: 640px) 100vw, 640px\" \/><\/noscript><figcaption>Francesco Pecoraro<\/figcaption><\/figure><\/div>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">D\u2019altra parte per uno scrittore \u00abla vita\u00bb \u00e8 sempre, insieme, s\u00e9 stessa e il suo doppio: cio\u00e8 quella sua messa in forma (o messa in scena) che, quasi subito o molto pi\u00f9 tardi, sar\u00e0 la sua opera. Ne sono consapevoli soprattutto i poeti, i quali sanno bene come la <em>vida<\/em> per i provenzali \u2013 coloro cio\u00e8 che hanno inventato la poesia, per come s\u2019\u00e8 praticata da allora sino a oggi \u2013 sia materiale di fabbricazione prezioso, che allora come oggi non ci si perita di \u201cusare\u201d con un\u2019attitudine auto-predatoria che, a chi poeta non \u00e8, pu\u00f2 apparire cinica. Anche in questo senso la fotografia risulta <em>preliminare<\/em> alla scrittura (lo fanno capire Pincio e Laura Pugno quando ne parlano rispettivamente come di \u00abuna psiche\u00bb estroflessa e prostetica \u2013 in <em>outsourcing<\/em>, diciamo \u2013 e di una \u00abcontinuazione\u00bb, o viceversa \u00abprecursione\u00bb, della scrittura \u00ab<em>con altri mezzi<\/em>\u00bb). Come dice Tommaso Di Dio, \u00abc\u2019\u00e8 un\u2019archeologia dello sguardo che \u00e8 gi\u00e0 fotografia\u00bb, dal momento che la poesia non \u00e8 \u00absolo questione di scrittura, ma di visione\u00bb. Anche se poi questi stessi autori sanno pure che una cosa \u00e8 l\u2019icastica \u201cinterna\u201d alla scrittura (o il materiale iconografico che la scrittura <em>precede<\/em> con funzione documentaria, come ricordano Pincio e Davide Orecchio: cio\u00e8 rispettivamente un critico d\u2019arte e uno storiografo di formazione), e cosa ben diversa la convocazione materiale dell\u2019immagine nel testo (perch\u00e9 in genere, invece, \u00able due cose viaggi<em>ano<\/em> abbastanza parallele\u00bb: Carmen Gallo).<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">La <em>quantit\u00e0<\/em> delle immagini, il loro \u00abcontinuo accumulo\u00bb (quella sgomentevole <em>Photography in abundance<\/em> di Erich Kessels che risale al 2011 e Fontcuberta mette in copertina al suo libro) e \u00abl\u2019epoca della compressione\u00bb, da cui si dichiara affascinato un autore certo non sospettabile di corrivit\u00e0 come Gherardo Bortolotti, sono connessi alla loro <em>bassa risoluzione<\/em>. L\u2019immagine \u00ab<em>lo fi<\/em>\u00bb e non gerarchizzata \u00e8 gi\u00e0 \u00abprosa in prosa\u00bb, come Bortolotti e altri autori chiamano la propria scrittura non esitando a definirla, pure, \u00abpostpoesia\u00bb: che \u00e8 sin troppo facile postillare alla poesia stia come la postfotografia alla fotografia.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Quella della <em>bassa risoluzione<\/em> di gran parte delle immagini postate sui <em>social<\/em> \u00e8 gi\u00e0 stata usata come metafora (da Massimo Mantellini in un <em>pamphlet<\/em> del 2018) dei rapporti approssimativi che gli utenti intrattengono non solo coi loro \u00abamici\u00bb, o \u00abfollowers\u00bb, ma con la realt\u00e0 tutta fuori dagli schermi. La <em>bassa risoluzione <\/em>connota in effetti pi\u00f9 in generale la realt\u00e0 sociale che il combinato disposto del <em>fotografico<\/em> e del regime <em>social <\/em>registra, e insieme concorre a produrre. Quello venuto meno \u00e8 ogni principio di selezione, e anzi proprio di <em>individuazione<\/em>: dopo tante profezie ai tempi della <em>vague<\/em> post-strutturalista, solo oggi pare venuto il tempo della \u00abmorte dell\u2019autore\u00bb (un anonimato di ritorno che, secondo Di Dio, ci riporta in \u00abuna grotta di Lascaux virtuale\u00bb). \u00c8 singolare che, fra autori che cos\u00ec spesso convocano nei propri testi letterari un \u201cio\u201d fittizio, o comunque \u201cadattato\u201d alle esigenze retoriche della scrittura, i soli Orecchio e Pincio ricordino come quello \u201cvetrinizzato\u201d sulla bacheca virtuale dei <em>social<\/em> sia un manufatto \u00abautofinzionale\u00bb, \u00abun fantasma del proprio corpo e un veicolo di trasformazione identitaria\u00bb o, per dirla con la sintesi di Pincio, un \u00abtentativ<em>o<\/em> di alterit\u00e0\u00bb. Di converso, per\u00f2, questo stesso post-individuo \u2013 nella fattispecie Bortolotti \u2013 non si perita di enfatizzare la propria \u00absoggettivit\u00e0\u00bb, finendo addirittura per indulgere a \u00abun\u2019esplorazione del sentimentale\u00bb.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Questo appena fotografato, \u00e8 il caso di dire, \u00e8 il paradosso della \u00abcultura del narcisismo\u00bb diagnosticata da Christopher Lasch gi\u00e0 negli anni Settanta: che considera \u00abil mondo uno specchio\u00bb ma in quello specchio riflette un io \u201csenza qualit\u00e0\u201d, cio\u00e8 senza quei tratti distintivi che la cultura moderna invece enfatizzava. L\u2019\u00abio minimo\u00bb del narcisista di massa postmoderno, al contrario, \u00e8 \u00abun io sempre pi\u00f9 svuotato di qualsiasi contenuto\u00bb (cos\u00ec Lasch nella <em>Cultura dell\u2019egoismo<\/em>, una conversazione dell\u201986 con Cornelius Castoriadis), che si limita a \u00abmettere in atto un\u2019opera di seduzione per ottenere attenzione consenso o indulgenza su cui puntellare il suo vacillante senso di identit\u00e0\u00bb. Paiono scritte oggi queste parole datate 1979: \u00able macchine fotografiche e gli strumenti di registrazione [\u2026] dan<em>no <\/em>a gran parte della vita moderna l\u2019apparenza di un\u2019immensa camera dell\u2019eco, di una sala degli specchi\u00bb. Quella in cui soggiorna chi pensa di fare qualcosa di originale, poniamo, \u201cpostando\u201d le fotine dei battiscopa o dei gatti di casa, anzich\u00e9 quelle del marciapiede scatarrato, per dare il senso del \u00abpittoresco in negativo\u00bb (Bortolotti) delle periferie residenziali, cui \u00e8 tanto affezionato, anche quando queste siano interdette in regime di <em>lockdown<\/em>.<\/p>\n\n\n\n<div class=\"wp-block-image\"><figure class=\"aligncenter size-large is-resized\"><img loading=\"lazy\" loading=\"lazy\" decoding=\"async\" src=\"data:image\/gif;base64,R0lGODlhAQABAIAAAAAAAP\/\/\/yH5BAEAAAAALAAAAAABAAEAAAIBRAA7\" data-src=\"https:\/\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2022\/05\/Gallo1-1024x669.jpeg\" alt=\"\" class=\"wp-image-30681 lazyload\" width=\"718\" height=\"468\"><noscript><img data-recalc-dims=\"1\" loading=\"lazy\" loading=\"lazy\" decoding=\"async\" src=\"https:\/\/i0.wp.com\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2022\/05\/Gallo1.jpeg?resize=718%2C468&#038;ssl=1\" alt=\"\" class=\"wp-image-30681\" width=\"718\" height=\"468\" srcset=\"https:\/\/i0.wp.com\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2022\/05\/Gallo1.jpeg?resize=1024%2C669&amp;ssl=1 1024w, https:\/\/i0.wp.com\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2022\/05\/Gallo1.jpeg?resize=300%2C196&amp;ssl=1 300w, https:\/\/i0.wp.com\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2022\/05\/Gallo1.jpeg?resize=768%2C502&amp;ssl=1 768w, https:\/\/i0.wp.com\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2022\/05\/Gallo1.jpeg?resize=480%2C314&amp;ssl=1 480w, https:\/\/i0.wp.com\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2022\/05\/Gallo1.jpeg?w=1080&amp;ssl=1 1080w\" sizes=\"auto, (max-width: 718px) 100vw, 718px\" \/><\/noscript><figcaption>Carmen Gallo<\/figcaption><\/figure><\/div>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Il narcisista post-individuale coltiva la superstizione per cui, anche se non indulge alla pratica del <em>selfie<\/em>, \u00abogni foto pubblicata diventer\u00e0 comunque un autoritratto, qualunque sia il soggetto dell\u2019immagine\u00bb. Questo \u00e8 infatti \u00abil primo comandamento del social\u00bb, scandisce Pincio col pi\u00f9 soave e spietato dei sorrisi: \u00abnon produrrai altre immagini all\u2019infuori di te\u00bb.<strong> <\/strong>Sarchi \u00e8 l\u2019unica a esplicitare quanto forse anche altri pensano, e cio\u00e8 come \u00abil mito dell\u2019espressivismo individuale atting<em>a<\/em> a risultati grotteschi sui social\u00bb; ma questo <em>grottesco<\/em> si deve proprio alla riflessione scarsa, o nulla, che su questi <em>media<\/em> si fa sul paradosso di un narcisismo ossessivo associato a una <em>bassa risoluzione<\/em>, etica e cognitiva, di coloro che ne sono affetti.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">In un articolo straordinariamente penetrante che risale addirittura al 1941, <em>Valore dell\u2019attimo<\/em>, Guido Piovene faceva notare quanto \u00abla scoperta della fotografia [\u2026] <em>avesse<\/em> mutato profondamente il costume degli uomini\u00bb, fra l\u2019altro per la scala diversa degli oggetti che ammette alla loro attenzione. Mentre in passato la \u00abpittura [\u2026] non poteva rivolgersi che ad avvenimenti importanti\u00bb, la fotografia coglie nella loro essenza \u00abil piccolo, il normale, quello che dura un soffio, l\u2019aspetto secondario, l\u2019espressione consueta, tutto ci\u00f2 che fa parte del regno dell\u2019intimit\u00e0 e costituisce la vera storia della vita umana\u00bb. Proprio questa \u201cdemocratizzazione\u201d del tempo e dello spazio, cio\u00e8 della vita, nella scoperta della dimensione che molto tempo dopo, ricorda Bortolotti, Georges Perec definir\u00e0 \u00abinfraordinario\u00bb (\u00abl\u2019assolutamente insignificante\u00bb che, stando a Pecoraro, produce \u00abun\u2019estetica nell\u2019anestetica\u00bb), \u00e8 uno dei tratti pi\u00f9 spiccati di quella che chiamiamo modernit\u00e0.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Se per\u00f2 la fotografia ha non solo registrato questa \u201cdemocratizzazione degli oggetti\u201d, ma in qualche modo l\u2019ha anche sollecitata, si pu\u00f2 dire che di contro la post-fotografia incoraggi oggi una \u201cdemocratizzazione\u201d dei suoi <em>soggetti<\/em>: Bortolotti \u00e8 il pi\u00f9 lucido ad avvertire come in questo contesto \u00abperd<em>a<\/em> completamente di senso\u00bb il \u00abconcetto di selezione\u00bb, non solo di quanto si guarda ma di <em>chi<\/em> guarda (\u00absono cos\u00ec tante le persone legittimate a produrre contenuti online che la figura dell\u2019autore ne esce svuotata\u00bb). Il che, della complessa <em>Bildung<\/em> dell\u2019artista moderno, pare rappresentare la pietra tombale definitiva. \u00abUn tempo per pubblicare un libro c\u2019era un investimento notevole\u00bb, fa notare ancora Bortolotti, mentre oggi dalla \u201cscrittura\u201d alla \u201cpubblicazione\u201d passa il tempo di un clic: con tutte le conseguenze del caso. Certo in s\u00e9 questo \u00e8 \u00abun grande fenomeno democratico\u00bb: che per\u00f2 contribuisce pure a \u00abvaporizzare quell\u2019elemento a vario titolo elitario che \u00e8 necessario alle democrazie per non diventare populiste e alla cultura per non ridursi a opinione\u00bb (Mazzoni).<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Il paradosso dell\u2019esibizionismo cui il <em>social medium<\/em> incoraggia un individuo che, a ben vedere, quello stesso <em>medium<\/em> desoggettiva, fa della fotografia in questo regime, dice Sabrina Ragucci, qualcosa di simile a \u00abun monitoraggio di sorveglianza\u00bb: con lo speciale (e spietato) <em>surplus<\/em> di efficienza che tale <em>sorveglianza<\/em> ora, a differenza che in passato, viene esercitata dagli stessi individui che nella propria smania di esibirsi sono ora sorvegliati da loro stessi. Il Panottico non \u00e8 pi\u00f9 al Centro, non \u00e8 pi\u00f9 in Alto: \u00e8 diffuso, capillare, impercepito in quanto totalizzante. Non c\u2019\u00e8 pi\u00f9 un Grande Fratello, perch\u00e9 siamo divenuti tutti volenterosi Piccoli Fratelli di noi stessi. Il che significa pure che non c\u2019\u00e8 pi\u00f9 un Grande Schermo che possiamo provare a squarciare, come faceva Don Chisciotte con quello del cinema nel lancinante (e squisitamente <em>moderno<\/em>) frammento di Orson Welles. Dovremmo capire piuttosto, ora, come squarciare quello schermo minuscolo che siamo divenuti noi per noi stessi. <em>Vaste programme<\/em>, o invece minimo: comunque inesauribile, forse.<\/p>\n\n\n\n<div class=\"wp-block-image\"><figure class=\"aligncenter size-large is-resized\"><img loading=\"lazy\" loading=\"lazy\" decoding=\"async\" src=\"data:image\/gif;base64,R0lGODlhAQABAIAAAAAAAP\/\/\/yH5BAEAAAAALAAAAAABAAEAAAIBRAA7\" data-src=\"https:\/\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2022\/05\/DiDio1-1024x699.jpeg\" alt=\"\" class=\"wp-image-30687 lazyload\" width=\"727\" height=\"496\"><noscript><img data-recalc-dims=\"1\" loading=\"lazy\" loading=\"lazy\" decoding=\"async\" src=\"https:\/\/i0.wp.com\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2022\/05\/DiDio1.jpeg?resize=727%2C496&#038;ssl=1\" alt=\"\" class=\"wp-image-30687\" width=\"727\" height=\"496\" srcset=\"https:\/\/i0.wp.com\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2022\/05\/DiDio1.jpeg?resize=1024%2C699&amp;ssl=1 1024w, https:\/\/i0.wp.com\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2022\/05\/DiDio1.jpeg?resize=300%2C205&amp;ssl=1 300w, https:\/\/i0.wp.com\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2022\/05\/DiDio1.jpeg?resize=768%2C524&amp;ssl=1 768w, https:\/\/i0.wp.com\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2022\/05\/DiDio1.jpeg?resize=480%2C328&amp;ssl=1 480w, https:\/\/i0.wp.com\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2022\/05\/DiDio1.jpeg?w=1080&amp;ssl=1 1080w\" sizes=\"auto, (max-width: 727px) 100vw, 727px\" \/><\/noscript><figcaption>Tommaso Di Dio<\/figcaption><\/figure><\/div>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Proprio il rifiuto di una critica del <em>medium<\/em>, da parte dei pochi che anche solo la concepiscano considerata \u00abmoralistica\u00bb (cos\u00ec, papale papale, Bortolotti), \u00e8 segno dell\u2019eclisse definitiva di una delle stimmate pi\u00f9 caratteristiche della modernit\u00e0. Se Benjamin poteva dire che la fotografia d\u2019avanguardia aveva \u00ab<em>liberato <\/em>il campo per lo sguardo politicamente educato\u00bb, la postfotografia di quasi un secolo dopo pare annunciare un tempo in cui tale <em>educazione<\/em> venga definitivamente consegnata al dimenticatoio. Con l\u2019eccezione drastica di Ragucci (forse non a caso l\u2019unica \u201cprofessionista\u201d che confessi la sua alienazione, dichiarando che \u00abspesso odi<em>a<\/em> la fotografia, quanto Andre Agassi il tennis\u00bb), e quelle pi\u00f9 tenui di Janeczek, Sarchi e Mazzoni, colpisce come in particolare paia inconcepibile, ad autori tutt\u2019altro che alieni a farla in altre sedi, una critica <em>politica<\/em> \u2013 marxista o post-tale \u2013 dei sistemi di produzione sottesi alle pratiche sociali che li coinvolgono, per lo pi\u00f9 tacitamente accettati come \u201cnaturali\u201d (l\u2019ambiente <em>social<\/em> come \u201cseconda natura\u201d che non pu\u00f2 essere messa in discussione, come l\u2019acqua per i pesci nel celebre apologo di David Foster Wallace: impercepita appunto in quanto pervasiva, come gli \u00abiperoggetti\u00bb di cui parla Timothy Morton).<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Chi pure segnali la condizione ossimorica del regime <em>social<\/em> \u2013 realizzazione effettiva, a buoni settant\u2019anni dalla sua formulazione, del concetto sociologico di \u00abfolla solitaria\u00bb \u2013, come fa Di Dio nel rilevare come \u00abfra i contatti <em>non<\/em> vi siano relazioni personali\u00bb, lo fa per <em>apprezzarla<\/em>: cos\u00ec dando voce a quello che una volta Franco Arminio \u2013 prima di passare all\u2019incasso dei suoi effetti demagogici e autopromozionali \u2013 aveva chiamato \u00abautismo corale\u00bb. Si sar\u00e0 capito da un pezzo che, per quel che vale, sono d\u2019accordo con Ragucci quando sentenzia che \u00abInstagram \u00e8 un social\/virtuale, quindi \u00e8 il male\u00bb; e col suo corollario sull\u2019anti-immediatezza della \u00ab<em>differita<\/em>\u00bb che \u00e8 \u00abil senso della fotografia, della scrittura\u00bb. Colpisce per\u00f2 che sia l\u2019unica, qui, a dire una cosa del genere. Probabilmente dipende dal fatto che, proprio perch\u00e9 unica fotografa a non potersi dire dilettante, s\u2019\u00e8 formata in regime analogico: \u00abmi sono adeguata al destino di vivere tra due epoche. O meglio, nella reale e definitiva fine di un\u2019epoca\u00bb. Per anagrafe, in verit\u00e0, lo stesso \u00e8 successo a Francesco Pecoraro il quale tematizza spesso, in sede letteraria, questa sua <em>residualit\u00e0<\/em>; ma per quanto riguarda la fotografia esclude che le immagini prese a quel tempo abbiano \u00abalcun significato\u00bb.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Ancor pi\u00f9 fa specie che buona parte dei nostri migliori autori in versi e in prosa, di norma consapevoli in misura parossistica di ogni aspetto della propria scrittura (l\u2019\u00ab<em>awareness<\/em>\u00bb di cui parla Pugno), si astengano rigorosamente, invece, da una valutazione <em>critica<\/em> dei risultati espressivi delle pratiche fotografiche, altrui e proprie. \u00c8 sintomatico che quello fra loro che con ogni probabilit\u00e0 \u00e8 il pi\u00f9 consapevole in assoluto, Giulio Mozzi, sia da un lato l\u2019unico a dirsi titolare di un <em>corpus<\/em> fototestuale in proprio (diverso il caso del <em>ticket<\/em> composto da Ragucci e Giorgio Falco, il quale proprio alla maieutica di Mozzi deve il proprio esordio letterario; dei propri passati <em>exploits <\/em>fototestuali Emanuele Trevi, qui, fa quasi un\u2019abiura), e dall\u2019altro che per pubblicarlo abbia dovuto costruirsi un eteronimo, una personalit\u00e0 autoriale alternativa cui ha dato nome \u00abCarlo Dalcielo\u00bb. Per un Mazzoni che deliberatamente adibisce Instagram ad \u00aballenta<em>re<\/em> il controllo nevrotico che l\u2019amor proprio esercita sulla scrittura\u00bb (il che spiega perch\u00e9 si dica convinto che la sua scrittura e la sua fotografia \u00absi parl<em>ino<\/em> molto\u00bb, ma di non \u00abvo<em>ler<\/em> sapere che cosa si dicono\u00bb), a prevalere di contro \u00e8 una trasandatezza calcolata, certo, ma non sino a farsi vero e proprio <em>deskilling<\/em>. Sino al candore disarmato col quale Carb\u00e8 confessa che a piacerle, della fotografia <em>on line<\/em>, \u00e8 proprio il \u00abfare qualcosa di cui non capisce nulla\u00bb.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">L\u2019altra <em>agudeza<\/em> di Mazzoni, sulla \u00abguerra fredda\u00bb sempre latente tra parola e immagine, fa pensare alla celebre quanto discussa dicotomia mcluhaniana tra <em>media<\/em> \u00abfreddi\u00bb, appunto, e \u00abcaldi\u00bb. Secondo <em>Understanding media<\/em> (1964), i primi sono meno \u201cdefiniti\u201d, nel senso che trasmettono un numero minore di informazioni, e proprio per questo richiedono, per essere decodificati, una maggiore \u201cattivit\u00e0\u201d da parte del fruitore. La fotografia, insieme alla radio e al cinema, era considerata un <em>medium<\/em> \u201ccaldo\u201d: ma perch\u00e9 McLuhan si riferiva alle modalit\u00e0 di produzione e riproduzione delle immagini in auge quando scriveva, cio\u00e8 nei primi anni Sessanta (le obiezioni da allora poste al suo modello spesso non tengono conto dell\u2019evoluzione tecnica dei <em>media<\/em>, da quando li ha descritti; non pu\u00f2 non colpire per esempio che considerasse \u201cfredda\u201d la televisione: quella che baluginava in bianco e nero, si capisce, nei tinelli di allora). Volendo applicare questa dicotomia al panorama mediale presente, la fotografia che circola sui <em>social<\/em> \u00e8 viceversa \u201ca bassa definizione\u201d e dunque \u201cfredda\u201d; e infatti \u00e8 esaltata dalle pratiche euforicamente \u201cattive\u201d degli utenti dei <em>social<\/em>, che spesso la \u201ccondividono\u201d prima ancora di averla \u201cletta\u201d davvero. Ma proprio questo richiederebbe loro, in effetti, una <em>maggiore competenza mediale<\/em>; al contrario gli utenti di Instagram \u2013 o almeno il campione qui rappresentato \u2013 paiono compiacersi precisamente della loro <em>incompetenza<\/em>.<\/p>\n\n\n\n<div class=\"wp-block-image\"><figure class=\"aligncenter size-large is-resized\"><img loading=\"lazy\" loading=\"lazy\" decoding=\"async\" src=\"data:image\/gif;base64,R0lGODlhAQABAIAAAAAAAP\/\/\/yH5BAEAAAAALAAAAAABAAEAAAIBRAA7\" data-src=\"https:\/\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2022\/05\/Pugno2-1024x530.jpeg\" alt=\"\" class=\"wp-image-30690 lazyload\" width=\"791\" height=\"409\"><noscript><img data-recalc-dims=\"1\" loading=\"lazy\" loading=\"lazy\" decoding=\"async\" src=\"https:\/\/i0.wp.com\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2022\/05\/Pugno2.jpeg?resize=791%2C409&#038;ssl=1\" alt=\"\" class=\"wp-image-30690\" width=\"791\" height=\"409\" srcset=\"https:\/\/i0.wp.com\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2022\/05\/Pugno2.jpeg?resize=1024%2C530&amp;ssl=1 1024w, https:\/\/i0.wp.com\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2022\/05\/Pugno2.jpeg?resize=300%2C155&amp;ssl=1 300w, https:\/\/i0.wp.com\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2022\/05\/Pugno2.jpeg?resize=768%2C398&amp;ssl=1 768w, https:\/\/i0.wp.com\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2022\/05\/Pugno2.jpeg?resize=480%2C248&amp;ssl=1 480w, https:\/\/i0.wp.com\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2022\/05\/Pugno2.jpeg?w=1080&amp;ssl=1 1080w\" sizes=\"auto, (max-width: 791px) 100vw, 791px\" \/><\/noscript><figcaption>Laura Pugno<\/figcaption><\/figure><\/div>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Viene cos\u00ec da pensare che l\u2019eclisse della soggettivit\u00e0 autoriale sia legata a filo doppio alla fine della riflessione sul mezzo impiegato, cio\u00e8 in definitiva della sua stessa artisticit\u00e0. Gi\u00e0 nel 1965 Pierre Bourdieu poteva tirare le fila di un\u2019ampia ricerca sociologica definendo la fotografia <em>Un\u2019arte media<\/em>, e parafrasando sarcastico quanto diceva Hegel della filosofia: \u00abnessun\u2019altra arte, nessun\u2019altra scienza \u00e8 esposta a cos\u00ec supremo disprezzo che chiunque presume di possederla d\u2019un tratto\u00bb.<em> <\/em>Ricorre in effetti la confessione e anzi la rivendicazione, da parte di chi fotografa, di non pensare al proprio come a un gesto artistico (\u00abnon mi considero un autore\u00bb: Mazzoni; \u00abnon mi considero affatto un fotografo\u00bb: Bortolotti e Pincio a una voce). Ma questa eclisse della soggettivit\u00e0 deriva in primo luogo proprio dalla sospensione dello sguardo (cio\u00e8 della presa in esame <em>critica<\/em> dell\u2019esistente) al quale induce, paradossalmente, un <em>medium<\/em> visivo come la fotografia. Sia pure entrambi ascrivendolo al proprio passato, un tale accecamento da saturazione visiva viene confessato tanto da Bortolotti (\u00abcapitava che a volte non guardassi neanche cosa inquadravo\u00bb) che da Pecoraro (\u00abfinivo per vedere le cose solo attraverso il mirino della fotografia\u00bb): cos\u00ec ripetendo un paradosso gi\u00e0 tanto tempo fa enunciato da Calvino (<em>La follia del mirino<\/em>) e da Piovene (<em>Il vizio fotografico<\/em>).<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Proprio quest\u2019ultimo, che come abbiamo visto aveva celebrato il \u00abvalore dell\u2019attimo\u00bb fissato dalla fotografia, gi\u00e0 nel 1965 se la prendeva invece con il \u00abfotografare anonimo, infinito, nevrotico ed insensibile\u00bb del suo tempo, \u00abquesta specie di benda volontaria sugli occhi che impedisce di guardare il mondo\u00bb. Ma gi\u00e0 negli anni Venti Siegfried Kracauer aveva messo in guardia dalla \u00abmarea di foto <em>che<\/em> spazza via gli argini della memoria\u00bb, e sul fenomeno per cui \u00abnelle riviste illustrate il pubblico vede il mondo, ma proprio tali riviste gli impediscono di vederlo\u00bb: cos\u00ec prefigurando il cortocircuito dello \u00abscambio simbolico\u00bb, fra realt\u00e0 e sua riproduzione, abbondantemente illustrato in clima postmodernista da Jean Baudrillard negli anni Novanta.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Ardue, si capisce, le conclusioni. Alla fine della propria autointervista dice Carbone di non poter prevedere in che modo \u00abla pratica della scrittura risentir\u00e0 della pervasivit\u00e0 delle immagini\u00bb, avvertendo come sia \u00abdifficilissimo descrivere un fenomeno in corso, soprattutto quando se ne \u00e8 parte\u00bb. Ma non meno difficile risulta descrivere lo stesso fenomeno quando, come me, <em>non<\/em> s\u2019intenda farne parte. Unendo pessimismo della ragione e ottimismo della volont\u00e0, cos\u00ec conclude Fontcuberta <em>La furia delle immagini<\/em>: \u00ab\u00e8 chiaro che abbiamo perso la sovranit\u00e0 sulle immagini, e vogliamo recuperarla\u00bb. Col primo lemma di questa frase scommetto che converrebbero tutti gli scrittori interpellati; mi chiedo quanti di loro sottoscriverebbero il secondo.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\"><em><a href=\"https:\/\/www.italosvevo.it\/libri\/che-ci-faccio-qui\/\" target=\"_blank\" rel=\"noreferrer noopener\">Che ci faccio qui? Scrittrici e scrittori nell\u2019era della postfotografia<\/a><\/em><br>a cura di Maria Teresa Carbone<br>con una postfazione di Andrea Cortellessa<br>Italo Svevo, 2022<br>pp. 144, \u20ac 20<\/p>\n\n\n\n<p class=\"has-text-color wp-block-paragraph\" style=\"color:#6a6666;font-size:15px\"><em>In copertina: uno scatto di Guido Mazzoni<\/em><\/p>\n","protected":false,"gt_translate_keys":[{"key":"rendered","format":"html"}]},"excerpt":{"rendered":"<p>Questo libro di Maria Teresa Carbone, evolutosi nel tempo in parallelo all\u2019evoluzione (o involuzione, come sostiene pi\u00f9 d\u2019un interpellato) del social network che descrive \u2013 Instagram, appunto \u2013, pu\u00f2 essere usato in almeno due modi diversi: da un lato come chiave d\u2019accesso laterale, ma in diversi casi tutt\u2019altro che accessoria, all\u2019opera di alcuni dei nostri migliori scrittori in versi e in prosa; dall\u2019altro come indagine-campione sull\u2019uso &#8216;social&#8217; e sociale, e sul suo grado di consapevolezza, da parte appunto degli scrittori: cio\u00e8 individui considerati, in genere, particolarmente avvertiti delle condizioni di vita associata condivise coi propri concittadini.<\/p>\n","protected":false,"gt_translate_keys":[{"key":"rendered","format":"html"}]},"author":11,"featured_media":30675,"comment_status":"open","ping_status":"open","sticky":false,"template":"","format":"standard","meta":{"_jetpack_newsletter_access":"","_jetpack_dont_email_post_to_subs":false,"_jetpack_newsletter_tier_id":0,"_jetpack_memberships_contains_paywalled_content":false,"_jetpack_feature_clip_id":0,"_jetpack_memberships_contains_paid_content":false,"footnotes":"","jetpack_post_was_ever_published":false},"categories":[103],"tags":[82,51,1688,61,249,1378],"coauthors":[1718],"class_list":["post-30654","post","type-post","status-publish","format-standard","has-post-thumbnail","hentry","category-libri","tag-andrea-cortellessa","tag-fotografia","tag-instagram","tag-letteratura","tag-maria-teresa-carbone","tag-social-media","style--link-2"],"yoast_head":"<!-- This site is optimized with the Yoast SEO plugin v28.7 - https:\/\/yoast.com\/product\/yoast-seo-wordpress\/ -->\n<title>Post-letteratura? 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Insegna Letteratura italiana contemporanea all\u2019Universit\u00e0 di Roma Tre. Ha curato mostre e testi (tra gli altri di de Chirico, Manganelli, Pagliarani, Raboni, Rosselli, Zanzotto, Di Ruscio, Paolini, Parmiggiani e Serafini), realizzato trasmissioni radiofoniche e televisive, spettacoli teatrali e musicali. Fra i suoi ultimi libri \u201cLe notti chiare erano tutte un\u2019alba. Antologia di poeti italiani nella Prima guerra mondiale\u201d (Bompiani 2018), \u201cAndrea Zanzotto. Il canto nella terra\u201d (Laterza 2021), \u201cFilologia fantastica. Ipotizzare, Manganelli\u201d (Argolibri 2022), \u201cAmelia Rosselli. Con l\u2019ascia dietro le nostre spalle\u201d (Electa 2024), \u201cForse che s\u00ec. Joyce fra Pascoli e Gadda\u201d; (Quodlibet 2025) e \u201cUna ragione di pi\u00f9 per andare all\u2019inferno. Vedere, Pasolini\u201d (Treccani 2025). \u00c8 nella redazione delle riviste \u201cil verri\u201d, \u201cStrumenti critici\u201d e \u201cModerna\u201d, e tra i fondatori di \u201cAntinomie. Scritture e immagini\u201d; collabora al \u201cmanifesto\u201d, al \u201cCorriere della Sera\u201d, alla \u201cDomenica\u201ddel \u201cSole 24 ore\u201d, al \u201cGiornale dell\u2019Arte\u201d e ad altre testate.","url":"https:\/\/antinomie.it\/index.php\/author\/andrea-cortellessa\/"}]}},"jetpack_sharing_enabled":true,"jetpack_featured_media_url":"https:\/\/i0.wp.com\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2022\/05\/Mazzoni-RID.jpg?fit=1280%2C915&ssl=1","gt_translate_keys":[{"key":"link","format":"url"}],"_links":{"self":[{"href":"https:\/\/antinomie.it\/index.php\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/30654","targetHints":{"allow":["GET"]}}],"collection":[{"href":"https:\/\/antinomie.it\/index.php\/wp-json\/wp\/v2\/posts"}],"about":[{"href":"https:\/\/antinomie.it\/index.php\/wp-json\/wp\/v2\/types\/post"}],"author":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/antinomie.it\/index.php\/wp-json\/wp\/v2\/users\/11"}],"replies":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/antinomie.it\/index.php\/wp-json\/wp\/v2\/comments?post=30654"}],"version-history":[{"count":0,"href":"https:\/\/antinomie.it\/index.php\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/30654\/revisions"}],"wp:featuredmedia":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/antinomie.it\/index.php\/wp-json\/wp\/v2\/media\/30675"}],"wp:attachment":[{"href":"https:\/\/antinomie.it\/index.php\/wp-json\/wp\/v2\/media?parent=30654"}],"wp:term":[{"taxonomy":"category","embeddable":true,"href":"https:\/\/antinomie.it\/index.php\/wp-json\/wp\/v2\/categories?post=30654"},{"taxonomy":"post_tag","embeddable":true,"href":"https:\/\/antinomie.it\/index.php\/wp-json\/wp\/v2\/tags?post=30654"},{"taxonomy":"author","embeddable":true,"href":"https:\/\/antinomie.it\/index.php\/wp-json\/wp\/v2\/coauthors?post=30654"}],"curies":[{"name":"wp","href":"https:\/\/api.w.org\/{rel}","templated":true}]}}