{"id":28499,"date":"2022-03-13T00:01:19","date_gmt":"2022-03-12T23:01:19","guid":{"rendered":"https:\/\/antinomie.it\/?p=28499"},"modified":"2024-06-06T22:30:04","modified_gmt":"2024-06-06T20:30:04","slug":"ll-castello-di-atlante-e-la-lingua-delle-dame","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/antinomie.it\/index.php\/2022\/03\/13\/ll-castello-di-atlante-e-la-lingua-delle-dame\/","title":{"rendered":"ll castello di Atlante e la lingua delle dame","gt_translate_keys":[{"key":"rendered","format":"text"}]},"content":{"rendered":"\n<p class=\"wp-block-paragraph\"><em>Per la cortesia di Giovanni Zanzotto, e di Massimiliano Cappello che l\u2019ha ritrovato, si propone qui un importante testo disperso di Andrea Zanzotto sul <\/em>Galateo in Bosco <em>(pubblicato su \u00abSpirali\u00bb, III, 2, febbraio 1980, pp. 51-2).<\/em><\/p>\n\n\n\n<p class=\"has-text-align-right wp-block-paragraph\">A.C.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Vera e propria tappa fantasma del capitolo autoesegetico ora raccolto nella sezione <em>Prospezioni e consuntivi<\/em> del \u00abMeridiano\u00bb Mondadori, <em>Il castello di Atlante e la lingua delle dame<\/em> si ricollega idealmente a quell\u2019intervista <em>Su \u00abIl Galateo in Bosco\u00bb<\/em> che nella sua prima redazione figurava, con il titolo <em>Lalangue, il dio birbante<\/em>, proprio all\u2019interno della rivista \u00abSpirali\u00bb: vale a dire il \u00abgiornale internazionale di cultura\u00bb fondato nel 1978 da quell\u2019Armando Verdiglione balzato poi agli onori della cronaca come \u00abil pi\u00f9 grande imbroglione esistente\u00bb.<a href=\"#_ftn1\" id=\"_ftnref1\">[1]<\/a> Lo stato di dispersione del testo non \u00e8 integrale: a ben vedere \u00e8 proprio Villalta, nella nota dedicata all\u2019intervista di cui sopra, a informare il lettore della presenza di questa trascrizione, frutto di un \u00abincontro avvenuto il 17 marzo 1979 presso la casa editrice Feltrinelli, nel corso del quale Zanzotto parl\u00f2 diffusamente di questa sua opera\u00bb.<a href=\"#_ftn2\" id=\"_ftnref2\">[2]<\/a><\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Dove <em>Lalangue, il dio birbante<\/em> predilige il versante psicanalitico, <em>Il castello di Atlante e la lingua delle dame<\/em> indaga pi\u00f9 approfonditamente i \u00abgraffiti storico-geografici della militarit\u00e0\/terrore\/irrealt\u00e0\u00bb in rapporto a quella \u00abcorrente\u00bb o \u00abcoro\u00bb di \u00abcitazioni e ricitazioni\u00bb che \u00e8 (o sarebbe) la letteratura.<a href=\"#_ftn3\" id=\"_ftnref3\">[3]<\/a> Dove quello si basa su una scrittura tanto pi\u00f9 involuta quanto pi\u00f9 assurge ad analogo dei versi, questo \u2013 forse in virt\u00f9 della sua prima forma, orale \u2013 si svolge in termini a un tempo pi\u00f9 allusivi e pi\u00f9 distesi.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Tra i riferimenti pi\u00f9 significativi di questo testo che \u2013 \u00e8 il caso di ripeterlo \u2013 si regge sui \u00abfantasmi\u00bb e sulle fantasie, andr\u00e0 citata almeno la compresenza dello \u00abstillicidio\u00bb di una guerra che prosegue oltre se stessa e dell\u2019immarcescibile ed evanescente \u00abcastello di Atlante\u00bb dell\u2019\u00abiperletteratura\u00bb. In quella convergenza di tempi e di luoghi che, insomma, richiamano pressoch\u00e9 immediatamente uno dei centri gi\u00e0 della <em>Belt\u00e0<\/em>: l\u2019Ernst Bloch del <em>Principio-speranza<\/em>. La parafrasi \u00e8 insieme calviniana e ariostesca, senza dubbio, e interseca il <em>Furioso<\/em> a quel <em>Castello dei destini incrociati<\/em> che gi\u00e0 si segnalava come fonte di ispirazione per l\u2019allegoria di storia come \u201cpartita a carte\u201d che popola molti luoghi zanzottiani \u2013 e, nel <em>Galateo<\/em>, <em>Diffrazioni, eritemi<\/em> in particolare.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">L\u2019operazione che presiede alla raccolta del 1978 e alle sue differenti sezioni (entro cui troneggia, con metafora ancora ariostesca, l\u2019<em>Ipersonetto<\/em>) si glossa, peraltro, e si chiarifica. L\u2019incombenza psicostorica degli ossari si confonde con la loro retorica insistente e serpeggiante, storicamente situata ma anche pi\u00f9 generalmente favolistica. In una memoria sospesa il prenatale e l\u2019infantile, l\u2019immagine fantasmatica di un \u00abre da carte da gioco\u00bb, per l\u2019appunto, assume le fattezze che le conferiscono i proclami pseudo-dannunziani; ma anche le figurazioni folcloristiche di un Orco o, di strato in strato, dell\u2019altrettanto spettrale \u00abMissier grande\u00bb di serenissima memoria. Cos\u00ec come l\u2019immagine mesmerizzante di un mutilato narratore che, trapiantato dalla <em>Rima<\/em> di Coleridge all\u2019<em>entre-deux-guerres<\/em>, contribuisce a creare un clima da \u00abselva di favole\u00bb orride e ammalianti, personali e collettive.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Zanzotto assume in questo intervento alcune delle sue movenze pi\u00f9 tipiche. Innanzitutto, l\u2019evocazione di una linea veneta che, da Trissino a Bembo, da Folengo a Gaspara Stampa fino all\u2019ambiente della pittura, testimonia di quella possibilit\u00e0 di sopravvivenza nella devastazione che \u00e8 la creazione artistica. Ma anche l\u2019idea di un italiano come \u00ablingua in fuga verso l\u2019alto\u00bb, di stampo assolutamente convenzionale \u2013 esemplarmente distillato nei versi del <em>Furioso<\/em> e della <em>Liberata<\/em> snocciolati nei fil\u00f2. Cos\u00ec come la jakobsoniana \u00abposizione metonimica\u00bb di quell\u2019io (non meno \u00abfantasma\u00bb) rispetto al proprio saggio di esistenza di una voce; e, insieme, della materia del <em>Galateo<\/em> rispetto a quella della \u00abtrilogia\u00bb che apre.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Zanzotto, insomma, si conferma anche in questo caso capace di compiere, nei confronti di quella \u00abstoriografia ultima\u00bb che \u00e8 la poesia, l\u2019analogo (non l\u2019identico) gesto contropelo del materialista storico benjaminiano, che rinviene nelle rovine dei tempi i suoi <em>Topinamb\u00f9r<\/em>; ovverosia le tracce di un \u00abche fare\u00bb (o meglio: di un \u00abtrovarsi a fare\u00bb), ancorch\u00e9 modificato o neutralizzato nell\u2019opera d\u2019arte.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"has-text-align-right wp-block-paragraph\">Massimiliano Cappello<\/p>\n\n\n\n<p class=\"has-text-align-center wp-block-paragraph\">*<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\" style=\"font-size:14px\">[Questa \u00e8 la trascrizione della prima parte dell\u2019intervento fatto da Andrea Zanzotto nel corso di un incontro letterario avvenuto presso la redazione romana della casa editrice Feltrinelli il 17 marzo 1979 in occasione dell\u2019uscita del suo <em>Galateo in Bosco<\/em>. A questo incontro sono intervenuti inoltre Domenico Dante, Sergio De Risio, Ferdinando Falco, Filippo Ferro, Ruggero Guarini, Cesare Milanese, Nicola Paniccia, Jacqueline Risset, Gianni Toti. Di Zanzotto sono usciti <em>Sonetto dell\u2019amoroso e del parassita <\/em>e <em>Lalangue, il dio birbante <\/em>in \u00abSpirali\u00bb, 3 e 10].<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Devo riconoscermi messo con le spalle al muro nel discorso di Milanese, in rapporto a numerosi aspetti di quello che mi son trovato a fare \u2013 non dico neanche \u00abho cercato di fare\u00bb: e tutti i temi che ha toccato meriterebbero di essere sviluppati uno per uno perch\u00e9 si veda come s\u2019intersecano o si dividono e respingono incessantemente fra loro. Quanto al problema dell\u2019euforia: essa non \u00e8 mai veramente piena, non \u00e8 la serena oblatrice di qualche cosa di buono, stabile, confortevole. C\u2019\u00e8 in essa un indecidibile, che per\u00f2 porterebbe il segno dell\u2019euforia. Se fosse euforia pura morirebbe l\u00e0. Non pu\u00f2 non riconoscersi come euforia e non pu\u00f2 non scavarsi una traccia come euforia. Nello stesso tempo cade al di fuori di se stessa, non cessa di misconoscersi, di rinnegarsi. Si presenta cos\u00ec una volont\u00e0 di riscrivere all\u2019infinito le stesse cose e le stesse situazioni, proprio perch\u00e9 il momento euforico si rivela poi un <em>Ersatz <\/em>e basta.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Angoscioso \u00e8 anche il problema degli strumenti per captare questi \u00abfili euforici\u00bb e farli nostri. L\u2019io fantasma che si appropria di questi fili di euforia in realt\u00e0 si trova a non avere nulla a che fare con essi e si trova in posizione metonimica ogni volta rispetto a quanto sembrava compiuto; \u00e8 cacciato fuori dal libro in continuazione, letteralmente respinto. Ho sentito tutto ci\u00f2 specie in quest\u2019ultimo libro perch\u00e9 \u00e8 cresciuto insieme con altri due che in qualche modo lo sminuivano; che si stanno svelando, che non so dove mi portino, che sono molto diversi dal <em>Galateo <\/em>pur riferendosi a esso. Essi gi\u00e0 fin da ora si presentano come sondaggi metonimici di un campo che gi\u00e0 si \u00abdisgr\u00e0vita\u00bb da quello, pure adiacente, del <em>Galateo<\/em>. Non si tratta di trilogia in senso tradizionale ma di tre rami di un albero che non esiste se non nella divaricazione di questi tre rami.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Ora vorrei ricordare qui, a parte la questione letteraria, un fatto che \u00e8 per me incombente, reale e giornaliero: la presenza degli ossari nella mia vita. Essendo nato in una zona che era stata proprio al centro delle battaglie del 1915-\u201918, mi sono trovato letteralmente ossessionato gi\u00e0 nella primissima infanzia dalla immensa retorica della guerra vinta, che tuttavia nella sua ingenuit\u00e0 non aveva nulla di retorico. Un alone sacrale si legittimava. E il sacro cos\u2019era? Era questo sangue realmente versato, non la vittoria o altro. Ricordo molto bene, prima ancora che gli ossari fossero eretti, le mille storie di ossa disperse ovunque, e di granate inesplose. Bambini miei coetanei perdevano le mani perch\u00e9 giocando sul greto del Piave incappavano in granate e le facevano esplodere. Questo stillicidio del continuare della guerra dopo la fine della guerra, che si protrasse fino agli anni Trenta, accompagnava nel frattempo l\u2019entrata delle memorie belliche nel folklore favolistico locale. In vari modi si facevano sentire sempre i Comandi Supremi, quelli che vengono da non si sa dove\u2026 E che diffondono Bollettini\u2026 La comicit\u00e0 involontaria del Bollettino della Vittoria ripetuto ovunque e in continuazione: \u00ab\u2026 Sotto l\u2019alta guida di Sua maest\u00e0 il Re, duce supremo\u2026\u00bb: si pompava Vittorio Emanuele III, notoriamente piccolo, fino a farlo diventare una specie di Messer Grande o di orco. E cos\u00ec potevano sentirlo tanto il bambino quanto il soldatino morto per lui, in un\u2019oscura favola. Si formava il fantasma di un re da carte da gioco, fiabesco, ambiguo: qualche cosa di malvagio, d\u2019imprevedibile e tuttavia affascinante, un essere, un <em>quid<\/em>, destinato a muoversi in una favola. E io non potevo vivere la guerra come una specie di memoria prenatale, di memoria \u00abreale\u00bb ma pur dissolta in atroce e gloriosa fiaba. Della guerra tutti parlavano tanto che avevo la sensazione di esserci stato io presente. Mia madre era rimasta di qua del Piave (nella zona occupata) mentre mio padre con l\u2019esercito era al di l\u00e0 che combatteva per attraversare il Piave, e appunto questa specie di ricongiungimento simbolico dei due \u00abpoli\u00bb divisi dal fiume mi aveva realmente gi\u00e0 in anni lontanissimi colpito. Dicevo: se mio padre attraversando il Piave fosse stato ucciso, non sarei nato \u2013 discorsi sempre filtrati dal misterioso sovrappi\u00f9 di vitalit\u00e0 che c\u2019\u00e8 nella mente dei bambini. Poi, nonostante la retorica dannunziana\u2026<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Ecco un punto essenziale: D\u2019Annunzio ha scritto anche la <em>Canzone della Sernaglia<\/em>, subito dopo la battaglia di attraversamento del Piave. C\u2019\u00e8 un paese ora che si chiama Sernaglia della Battaglia dove ci sono stati morti in quantit\u00e0: l\u00e0 si verific\u00f2 a fine ottobre del \u201918 lo sfondamento che provoc\u00f2 il crollo del fronte austriaco. La retorica dannunziana aveva steso una specie di velo sopra tutto il territorio, per cui tutti i monumenti ai caduti venivano concepiti secondo un clich\u00e9 strettamente dannunziano. Ne scaturivano corpi di giganti in torsione, con abbondanza di uccelli araldici ed enfiagioni varie. Al contrario la toponomastica si riformulava secondo la brutalit\u00e0 dell\u2019esperienza reale. Quindi non si diceva \u00abl\u2019isola dei caduti\u00bb, o degli eroi, ma \u00abl\u2019isola dei morti\u00bb, non \u00abla valle dei salvatori della patria\u00bb ma \u00abla valle dei morti\u00bb. Nel Montello si \u00e8 conservata una toponomastica brutalissima proprio perch\u00e9 la gente toccava con mano giorno per giorno, e moriva, anche dopo la guerra, moriva di miseria, tra l\u2019altro.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Prima che si ricostruissero i paesi lungo il fronte, per anni e anni, fino a met\u00e0 degli anni Trenta, esisterono baracche \u2013 baracche provvisorie che erano state messe l\u00e0 in sostituzione delle case distrutte dalla guerra; e molta gente viveva nelle baracche. C\u2019erano poi innumerevoli mutilati. Mi ricordo che al mio paese c\u2019era una medaglia-d\u2019oro che aveva non so quante lesioni: era cieco, era storpio, insomma era una specie di collezione di mutilazioni di ogni genere, tuttavia apriva la bocca e parlava; e in un certo senso ammaliava, e anche atterriva. Ricordo che mio padre da buon socialista (pur combattente anche lui) si era subito preoccupato per la sorte dei mutilati favorendo iniziative di tipo cooperativistico grazie alle quali questi sventurati potessero trovar modo di lavorare (come panierai, ecc.). Infatti i \u00abComandi Supremi\u00bb, appena vinta la guerra, si erano resi latitanti per quel che riguardava la sopravvivenza fisica di questi eroi e di tutta la buona gente.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Tutti questi elementi si coagulavano in storie nel senso pi\u00f9 sotterraneo, torvo, infame, contraddittorio, e si scomponevano poi nella fantasia, e si ricomponevano in vastissime e capillarizzate selve di favole: ch\u00e9, appunto, tali divenivano i racconti di esperienze di ogni genere. Ognuno si costruiva il suo tragico epos personale, e lo arricchiva ripetendolo. Ricordo anche tutte le manifestazioni memoriali a cui ci portavano incolonnati: e ghirlande di qua e bandiere di l\u00e0 e comunque sempre morte e morte, sangue e sangue \u00aba bigonce\u00bb. Vi eravamo tuffati dentro con la testa giorno per giorno.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Comunque non dobbiamo dimenticare che l\u00e0 si \u00e8 giocato il destino d\u2019Europa. In fin dei conti si potrebbe dire, poi, che l\u2019Europa \u00e8 ancora divisa lungo la linea degli ossari. L\u2019Europa ancora oggi soffre di questa spaccatura, di questa scissione. \u00c8 una linea che va dall\u2019Adriatico fino alla Manica. E basti pensare a Verdun. Massacri a non finire che hanno superato qualsiasi fantasia, proprio perch\u00e9 anche massacri alla baionetta, guerra di stampo antichissimo che sopravviveva mentre si annunciavano tipi di guerra pi\u00f9 modernamente micidiali. \u00c8 un insieme di fatti indagati in modo non ancora soddisfacente; e che comunque continuano a pullulare sempre, vivono come una specie di ferita non rimarginata o fonte di fantasmi. Fantasmi in cui si riscoprono strutture del profondo collettivo attraverso quell\u2019orrido dramma.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Poi per me si sovrapponeva paradossalmente a questa realt\u00e0 il mondo dell\u2019iperletteratura, degli umanisti, non separabile. Appena mi \u00e8 capitato di avere un po\u2019 di maggior luce sulla realt\u00e0, di uscire dalla guerra come mia infanzia personale, si \u00e8 verificata anche la riscoperta di quel luogo d\u2019incanto, veramente, di quei veri castelli di Atlante che erano le abbazie e le certose perdute in questi boschi. L\u2019<em>Ipersonetto<\/em>, quella serie di sonetti, ha quasi il posto del castello di Atlante nella selva che \u00e8 il libro. Dell\u2019abbazia esiste qualche residuo. \u00c8 andata distrutta proprio nella Prima guerra mondiale; mentre la certosa, molto pi\u00f9 ampia e bella, \u00e8 stata distrutta dal Bonaparte (ci sono qui anche ricordi di quelle bufere, decisive nella storia pur esse).<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">In ogni caso in questi luoghi dove si celebrava il rito umanistico nel mondo pi\u00f9 raffinato, perfetto e anche <em>nonchalant<\/em>, direi (diventato quasi una parte integrante e del bosco e del contesto umano che c\u2019era intorno), si precisava sempre pi\u00f9 un grande fantasma che era presente accanto a questo fantasma di morte. Non fantasma di vita, questo, ma quasi di fuga immobile, di un \u00abcampo <em>autre<\/em>\u00bb attraverso il quale si arriva in luoghi che per altre vie risultano inaccessibili.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Vorrei ricordare inoltre che questo quadro ha un legame molto stretto con la storia della lingua italiana, perch\u00e9 le grandi contese sulla lingua nel Cinquecento si svolsero in questi paraggi. Il Trissino, il Bembo e altri protagonisti vissero tra Venezia, il Montello, Asolo, Vicenza. Folengo aveva lavorato in quel di Padova ed \u00e8 sepolto a Campese, vicino a Bassano. Il Colonna, autore del <em>Sogno di Polifilo<\/em>, \u00e8 fra Treviso e Venezia. L\u00e0 erano fioriti molti latinisti, come il Flaminio e Girolamo da Bologna. Sul Montello, di fronte a Collalto, aveva sognato Gaspara Stampa. E poi quell\u2019enorme ondata creativa della pittura che ha riassorbito questi paesaggi e li ha irreparabilmente proiettati dentro una specie di <em>mise en ab\u00eeme<\/em> senza fine, di quadro in quadro, potremmo dire. L\u2019Italia sopravviveva creando, anche se devastata dalle grandi guerre del Cinquecento, dalla peste, dalla fame. E creava anche degli anticorpi per cui nonostante tutto si continuava a fare cultura, e grande cultura. Nel Veneto ci\u00f2 si verificava sotto la tutela improbabile, incerta, dei Veneziani: che ora si ritiravano, ora comandavano, ora riducevano la loro presa sulle varie zone, ora si trovavano con la fedelt\u00e0 intorno, ora con il tradimento; e che certamente rubacchiavano molto pi\u00f9 di quanto dessero. Ma \u00e8 difficile fare poi il conto se si considera globalmente lo scambio di valori umani e culturali.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Nel tramonto di quest\u2019epoca e tra i bagliori dell\u2019incipiente Controriforma \u00e8 poi stato scritto sul Montello quell\u2019incredibile compendio e intreccio di finezze e oscenit\u00e0 che \u00e8 il <em>Galateo<\/em>. Della Casa vi ha presentato una collezione di situazioni sgradevoli; \u00e8 andato alla ricerca di quanto si potesse immaginare di pi\u00f9 fastidioso, per mettercelo sotto gli occhi e per codificarne un esorcisma del tutto improbabile. Un oscuro e fiammeo sarcasmo vi domina. Memorabile \u00e8 il rilievo da lui dato a una \u00abmetafisica dello sbadiglio\u00bb che sta all\u2019interno del mondo aristocratico e del mondo anche letterario. Immaginiamo che, dove mancasse un Ariosto leggente, come alla corte estense, gli sbadigli sbocciassero in continuazione intorno ai sonetti e alle altre creazioni letterarie. Si trattava di un feroce correttivo, di una ferocia interna anche all\u2019eleganza.<\/p>\n\n\n\n<div class=\"wp-block-image\"><figure class=\"aligncenter size-large is-resized\"><img loading=\"lazy\" loading=\"lazy\" decoding=\"async\" src=\"data:image\/gif;base64,R0lGODlhAQABAIAAAAAAAP\/\/\/yH5BAEAAAAALAAAAAABAAEAAAIBRAA7\" data-src=\"https:\/\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2022\/03\/Zanzotto_immagine_Atlante-1022x1024.jpg\" alt=\"\" class=\"wp-image-28531 lazyload\" width=\"608\" height=\"608\"><noscript><img data-recalc-dims=\"1\" loading=\"lazy\" loading=\"lazy\" decoding=\"async\" src=\"https:\/\/i0.wp.com\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2022\/03\/Zanzotto_immagine_Atlante.jpg?resize=608%2C608&#038;ssl=1\" alt=\"\" class=\"wp-image-28531\" width=\"608\" height=\"608\" srcset=\"https:\/\/i0.wp.com\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2022\/03\/Zanzotto_immagine_Atlante.jpg?resize=1022%2C1024&amp;ssl=1 1022w, https:\/\/i0.wp.com\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2022\/03\/Zanzotto_immagine_Atlante.jpg?resize=300%2C300&amp;ssl=1 300w, https:\/\/i0.wp.com\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2022\/03\/Zanzotto_immagine_Atlante.jpg?resize=150%2C150&amp;ssl=1 150w, https:\/\/i0.wp.com\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2022\/03\/Zanzotto_immagine_Atlante.jpg?resize=768%2C769&amp;ssl=1 768w, https:\/\/i0.wp.com\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2022\/03\/Zanzotto_immagine_Atlante.jpg?resize=480%2C481&amp;ssl=1 480w, https:\/\/i0.wp.com\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2022\/03\/Zanzotto_immagine_Atlante.jpg?w=1137&amp;ssl=1 1137w\" sizes=\"auto, (max-width: 608px) 100vw, 608px\" \/><\/noscript><\/figure><\/div>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Ma in questa societ\u00e0, in cui pure operava anche un tipo come il Ruzante e non si avevano peli sulla lingua di fronte a nessun fatto, si verificarono tuttavia quei fenomeni che portarono l\u2019italiano verso la sua posizione quasi di lingua in fuga verso l\u2019alto e verso il bel canto. L\u2019italiano stava gi\u00e0 sistemandosi pian piano come lingua del bel canto e lingua \u00abdelle dame\u00bb, secondo la definizione di Carlo V, che appunto diceva di usare lo spagnolo quando voleva parlare con Dio, il tedesco con il cavallo, il francese con gli uomini e l\u2019italiano con le dame. Con le dame: si riferiva alla gentilezza \u00abcortegiana\u00bb di quel mondo in cui una ritualizzazione teneva lontani gli sbadigli e gli sbrodolamenti di naso, che per\u00f2 esistevano, come non cessava di sbrodolare il sangue. E l\u2019italiano riceve forse il suo massimo impulso a essere lingua di canto, che \u00e8 canto totale, in Ariosto sopra tutto; e dalle ville e dalle abbazie dilaga in mezzo al popolo. Perch\u00e9 certo si parlava il dialetto (in queste zone, entro le quali lo parlo anch\u2019io, non \u00e8 cambiato molto, ed \u00e8 rimasto piuttosto arcaico e marginale rispetto alla venezianit\u00e0), ma tutti capivano Ariosto e Tasso. Quindi, se \u00e8 vero quello che dice De Mauro, cio\u00e8 che al momento dell\u2019unificazione del paese solo una frazione minima, il due e mezzo per cento degli italiani, era in grado di capire l\u2019italiano, per la questione di capirlo come lingua del bel canto e lingua cantabile e lingua anche di racconti popolari, come lingua tecnica anche del passatempo, e di un passatempo di alto livello, credo che bisognerebbe cambiare un po\u2019 il discorso. C\u2019erano numerosissimi contadini che magari crepavano di fame ma chiamavano i loro figli Orlando, Armida, Erminia, ecc. Basta guardare i registri delle nascite; e ci sono testimonianze numerosissime.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">In proposito, mi \u00e8 capitato un episodio meraviglioso. Vicino a Belluno, e precisamente a Mel c\u2019\u00e8 il castello di Zumelle, che \u00e8 assai ben conservato. Probabilmente \u00e8 un vecchio caposaldo romano, situato in una zona del tutto ariostesca; dentro c\u2019\u00e8 un\u2019osteria. L\u2019ultima volta che l\u2019ho visitato mi hanno detto: \u00abAdesso l\u2019osteria si chiude perch\u00e9 l\u2019Armida ha deciso di cambiar mestiere\u00bb. Ancora oggi c\u2019\u00e8 una sia pur vaga eco di questi nomi. Esisteva dunque una ostessa che si chiamava Armida dentro un castello che potrebbe essere tranquillamente il castello di Atlante, perch\u00e9 visto in una certa incidenza \u00abDa lungi par che come fiamma lustri \/ [\u2026] \/ che non vi pu\u00f2 n\u00e9 ruggine n\u00e9 macchia\u00bb.<a href=\"#_ftn4\" id=\"_ftnref4\">[4]<\/a><\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">In certi momenti \u00e8 proprio cos\u00ec. \u00c8 anche vero poi che il castello di Atlante \u00e8 il castello della follia personale di Ariosto, se ben ci giriamo dentro. Tutto vi \u00e8 possibile. Follia di Ariosto e follia di Tasso vanno insieme per paesi e boschi e nomi. Ecco, questi erano pi\u00f9 o meno i temi di storia personale e di deriva interna e collettiva che mi portavano a vedere in questo modo la mia terra, che il Montello chiude a sud. E il mio libro \u00e8 nato per accumulo. Io mi sono trovato ad averlo accumulato giorno per giorno senza neanche sapere se esistesse o no, come sempre mi capita; ero molto incerto anche su dove stavo andando o non andando o regredendo, regredendo proprio nel senso dello scrivere cose rimasticate e inutili; tanto, non si sa mai. Poi riprendendo in mano queste carte, vedo che si richiamano fra di loro; questi componimenti si attraggono, si calamitano. C\u2019\u00e8 una specie di montaggio che si produce quasi per spinta endogena. Forse qualcosa funziona, allora.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Questa volta mi son sentito anche di concedere di pi\u00f9 a degli elementi grafici. Uno dei motivi? In questi boschi dove si sta consumando l\u2019ultima degradazione per dissennata incuria e per l\u2019invasione di ville orribili (ben diverse da quelle di altri tempi) c\u2019\u00e8 tutto un \u00abiconeggiare\u00bb di cartelli i quali, mentre si cammina, magari pensando al testo, piovono davanti come bolidi dentro il testo. Diventano segni d\u2019interpunzione in quello che si sta scrivendo, anche interpunzione sgradevole: eppure con una sua funzionalit\u00e0. Gli incerti <em>Holzwege<\/em> heideggeriani si decidono e si recidono di fronte ai cartelli con la scritta \u00abpropriet\u00e0 privata\u00bb.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Infine, la lingua e il fatto <em>langagier<\/em> che la sottende, questo brusio profondo, qui sono tutt\u2019uno con l\u2019insieme di rumori peristaltici anche della terra, carsica e vivente di numerosissime correnti sotterranee che sbucano qua e l\u00e0 e poi scompaiono. Per\u00f2 stranamente questo \u00e8 un Carso ricco di verde, al contrario del vero Carso, che \u00e8 pi\u00f9 brullo, pi\u00f9 petroso. Queste doline anche adesso in parte si conservano ricche di vegetazione e danno la sensazione di imbuti che sprofondano all\u2019infinito, fino alla faglia della crosta terrestre, appunto quella che fa tremare la terra dalle nostre parti.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Forse qui ho fatto solo dell\u2019autobiografismo, non mi sentivo assolutamente di parlare, di aggredire quello che\u2026 <em>Uno <\/em>\u00e8 troppo vicino alla sua secrezione (\u00abreo\u00bb di essa) per poterla poi definire, inquadrare entro delle coordinate. Io mi fermo qui in questi paraggi della scrittura.<\/p>\n\n\n\n<hr class=\"wp-block-separator is-style-default\"\/>\n\n\n\n<p class=\"has-small-font-size wp-block-paragraph\"><a href=\"#_ftnref1\" id=\"_ftn1\">[1]<\/a> A. Zanzotto, <em>Eterna riabilitazione da un trauma di cui s&#8217;ignora la natura<\/em>, conversazione con L. Barile e G. Bompiani, Roma, nottetempo, 2007, p. 25.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"has-small-font-size wp-block-paragraph\"><a href=\"#_ftnref2\" id=\"_ftn2\">[2]<\/a> Id., <em>Le Poesie e Prose scelte<\/em>, a cura di S. Dal Bianco e G.M. Villalta, saggi introduttivi di S. Agosti e F. Bandini, Milano, \u00abI Meridiani\u00bb Mondadori, 1999, p. 1729.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"has-small-font-size wp-block-paragraph\"><a href=\"#_ftnref3\" id=\"_ftn3\">[3]<\/a> <em>Ibid.<\/em><\/p>\n\n\n\n<p class=\"has-small-font-size wp-block-paragraph\"><a id=\"_ftn4\" href=\"#_ftnref4\">[4]<\/a> Mi permetto di correggere la trascrizione originale (\u00abDa lungi par che come fiamma \/ lustri \/ ch\u00e9 non vi pu\u00f2 n\u00e9 ruggine n\u00e9 macchia\u00bb) per tre ordini di motivi. Il primo riguarda l\u2019evidente <em>lapsus <\/em>che porta il trascrittore a troncare il primo endecasillabo in un novenario; il secondo, decisamente pi\u00f9 indicativo, riguarda l\u2019omissione dei versi mancanti tra <em>Orlando Furioso<\/em>, II, 42, 1 e II, 43, 2; fatto che permette di mettere in luce un particolare aspetto della pratica citazionistica di Zanzotto. La fusione delle ottave, operata con tutta probabilit\u00e0 per la prossimit\u00e0 semantica e narrativa che cinge le due strofe, sembrerebbe infatti segnalare una tecnica mnemonica tipica dei <em>Fil\u00f2<\/em>. (M.C.)<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\" style=\"font-size:15px\"><em>Massimiliano Cappello \u00e8 dottorando presso l\u2019Universit\u00e0 degli studi di Milano, dove sta ultimando una tesi dedicata alle scritture saggistiche di Zanzotto, Giudici e Raboni. Si occupa principalmente dei rapporti tra poesia e prosa nel Novecento italiano, e in particolare (oltre agli autori gi\u00e0 menzionati) di Cesare Pavese, Franco Fortini, Giorgio Cesarano. \u00c8 o \u00e8 stato nella redazione di \u00abQui e ora\u00bb, \u00abLa Balena Bianca\u00bb, \u00abTeatro di Oklahoma\u00bb.\u00a0<\/em><\/p>\n\n\n\n<p class=\"has-text-color wp-block-paragraph\" style=\"color:#6a6666;font-size:15px\"><em>In copertina: David Gabric\u0301, <\/em>The fog slowly overtaking the old fortress ruins<em>, Samobor (Croazia)<\/em><\/p>\n","protected":false,"gt_translate_keys":[{"key":"rendered","format":"html"}]},"excerpt":{"rendered":"<p>Quanto al problema dell\u2019euforia: essa non \u00e8 mai veramente piena, non \u00e8 la serena oblatrice di qualche cosa di buono, stabile, confortevole. C\u2019\u00e8 in essa un indecidibile, che per\u00f2 porterebbe il segno dell\u2019euforia. Se fosse euforia pura morirebbe l\u00e0. 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Dopo il coinvolgimento traumatico nella guerra civile (militando nelle Brigate Mazzini al seguito del \\\"partigiano non violento\\\" Toni Adami), il suo esordio editoriale risale al 1951 con la raccolta \u201cDietro il paesaggio\u201d pubblicata da Mondadori: che rester\u00e0 il suo editore sino all\u2019ultimo libro, \u201cConglomerati\u201d, pubblicato nel 2009. A lungo insegnante e preside nelle scuole della \u201cheimat\u201d, ha svolto anche le attivit\u00e0 di traduttore (fra gli altri di Honor\u00e9 de Balzac, Michel Leiris e Georges Bataille) e consulente editoriale, impegnandosi con continuit\u00e0 in difesa dell\u2019ambiente minacciato dall\u2019inquinamento e dalla speculazione edilizia. 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Si segnalano ancora gli scritti sul cinema (\u201cIl cinema brucia e illumina\u201d, a cura di Luciano De Giusti, Marsilio 2011), quelli sulla pittura e sull\u2019ambiente (\u201cLuoghi e paesaggi\u201d, a cura di Matteo Giancotti, Bompiani 2013; \u201cPremesse all\u2019abitazione e altre prospezioni\u201d, a cura di Andrea Cortellessa, Aragno 2021) e i libri-intervista \u201cEterna riabilitazione da un trauma di cui s\u2019ignora la natura\u201d (con Laura Barile e Ginevra Bompiani, nottetempo 2007) e \u201cIn questo progresso scorsoio\u201d (con Marzio Breda, Garzanti 2009).\",\"url\":\"https:\\\/\\\/antinomie.it\\\/index.php\\\/author\\\/andrea-zanzotto\\\/\"}]}<\/script>\n<!-- \/ Yoast SEO plugin. -->","yoast_head_json":{"title":"ll castello di Atlante e la lingua delle dame - Andrea Zanzotto","description":"Quanto al problema dell\u2019euforia: essa non \u00e8 mai veramente piena, non \u00e8 la serena oblatrice di qualche cosa di buono, stabile, confortevole. 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Dopo il coinvolgimento traumatico nella guerra civile (militando nelle Brigate Mazzini al seguito del \"partigiano non violento\" Toni Adami), il suo esordio editoriale risale al 1951 con la raccolta \u201cDietro il paesaggio\u201d pubblicata da Mondadori: che rester\u00e0 il suo editore sino all\u2019ultimo libro, \u201cConglomerati\u201d, pubblicato nel 2009. A lungo insegnante e preside nelle scuole della \u201cheimat\u201d, ha svolto anche le attivit\u00e0 di traduttore (fra gli altri di Honor\u00e9 de Balzac, Michel Leiris e Georges Bataille) e consulente editoriale, impegnandosi con continuit\u00e0 in difesa dell\u2019ambiente minacciato dall\u2019inquinamento e dalla speculazione edilizia. 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Si segnalano ancora gli scritti sul cinema (\u201cIl cinema brucia e illumina\u201d, a cura di Luciano De Giusti, Marsilio 2011), quelli sulla pittura e sull\u2019ambiente (\u201cLuoghi e paesaggi\u201d, a cura di Matteo Giancotti, Bompiani 2013; \u201cPremesse all\u2019abitazione e altre prospezioni\u201d, a cura di Andrea Cortellessa, Aragno 2021) e i libri-intervista \u201cEterna riabilitazione da un trauma di cui s\u2019ignora la natura\u201d (con Laura Barile e Ginevra Bompiani, nottetempo 2007) e \u201cIn questo progresso scorsoio\u201d (con Marzio Breda, Garzanti 2009).","url":"https:\/\/antinomie.it\/index.php\/author\/andrea-zanzotto\/"}]}},"jetpack_sharing_enabled":true,"jetpack_featured_media_url":"https:\/\/i0.wp.com\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2022\/03\/cover-Zanzotto-castello.jpg?fit=1280%2C857&ssl=1","gt_translate_keys":[{"key":"link","format":"url"}],"_links":{"self":[{"href":"https:\/\/antinomie.it\/index.php\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/28499","targetHints":{"allow":["GET"]}}],"collection":[{"href":"https:\/\/antinomie.it\/index.php\/wp-json\/wp\/v2\/posts"}],"about":[{"href":"https:\/\/antinomie.it\/index.php\/wp-json\/wp\/v2\/types\/post"}],"author":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/antinomie.it\/index.php\/wp-json\/wp\/v2\/users\/354"}],"replies":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/antinomie.it\/index.php\/wp-json\/wp\/v2\/comments?post=28499"}],"version-history":[{"count":0,"href":"https:\/\/antinomie.it\/index.php\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/28499\/revisions"}],"wp:featuredmedia":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/antinomie.it\/index.php\/wp-json\/wp\/v2\/media\/28539"}],"wp:attachment":[{"href":"https:\/\/antinomie.it\/index.php\/wp-json\/wp\/v2\/media?parent=28499"}],"wp:term":[{"taxonomy":"category","embeddable":true,"href":"https:\/\/antinomie.it\/index.php\/wp-json\/wp\/v2\/categories?post=28499"},{"taxonomy":"post_tag","embeddable":true,"href":"https:\/\/antinomie.it\/index.php\/wp-json\/wp\/v2\/tags?post=28499"},{"taxonomy":"author","embeddable":true,"href":"https:\/\/antinomie.it\/index.php\/wp-json\/wp\/v2\/coauthors?post=28499"}],"curies":[{"name":"wp","href":"https:\/\/api.w.org\/{rel}","templated":true}]}}