{"id":28201,"date":"2022-03-09T00:01:09","date_gmt":"2022-03-08T23:01:09","guid":{"rendered":"https:\/\/antinomie.it\/?p=28201"},"modified":"2024-06-06T22:30:28","modified_gmt":"2024-06-06T20:30:28","slug":"gesualdo-bufalino-il-baro","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/antinomie.it\/index.php\/2022\/03\/09\/gesualdo-bufalino-il-baro\/","title":{"rendered":"Gesualdo Bufalino, il baro","gt_translate_keys":[{"key":"rendered","format":"text"}]},"content":{"rendered":"\n<p class=\"has-drop-cap wp-block-paragraph\">Nel 1928 Walker Evans si reca alla Public Library di New York per fare ricerche nell\u2019archivio della rivista di Alfred Stieglitz \u00abCamera Work\u00bb. Mentre sfoglia il numero giugno-luglio 1917, l\u2019ultimo dedicato interamente a Paul Strand, una foto su tutte cattura la sua attenzione. Quarant\u2019anni dopo Evans dir\u00e0 in un\u2019intervista: \u00abricordo di essere uscito da l\u00ec sovraeccitato\u00bb. La fotografia \u00e8 <em>Blind Woman<\/em>, \u00abdonna cieca\u00bb, e a raccontare l\u2019aneddoto \u00e8 Geoff Dyer. Nel suo saggio <em>L\u2019infinito istante<\/em>, una personalissima storia della fotografia, Dyer ci spiega i motivi di questa fascinazione. Innanzitutto, far s\u00ec che \u00abi soggetti siano ciechi alla presenza del fotografo\u00bb, ovvero fotografare senza essere visti, \u00e8 una delle pi\u00f9 comuni e condivise ambizioni degli <em>street photographers<\/em>, ma c\u2019\u00e8 un altro motivo per cui la fotografia \u00e8 emblematica: \u00abfornisce un\u2019illustrazione vivida della relazione ideale del fotografo con il soggetto\u00bb. Lo stesso Strand nello scattare era consapevole della necessit\u00e0 di risolvere un problema ben preciso, sentiva che \u00absi poteva cogliere una qualit\u00e0 dell\u2019essere per il fatto che la persona non sapeva di essere fotografata\u00bb.<\/p>\n\n\n\n<div class=\"wp-block-image\"><figure class=\"aligncenter size-full is-resized\"><img loading=\"lazy\" loading=\"lazy\" decoding=\"async\" src=\"data:image\/gif;base64,R0lGODlhAQABAIAAAAAAAP\/\/\/yH5BAEAAAAALAAAAAABAAEAAAIBRAA7\" data-src=\"https:\/\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2022\/03\/ridotta-Paul-Strand_Blind-Woman-New-York-1916.jpg\" alt=\"\" class=\"wp-image-28386 lazyload\" width=\"639\" height=\"853\"><noscript><img data-recalc-dims=\"1\" loading=\"lazy\" loading=\"lazy\" decoding=\"async\" src=\"https:\/\/i0.wp.com\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2022\/03\/ridotta-Paul-Strand_Blind-Woman-New-York-1916.jpg?resize=639%2C853&#038;ssl=1\" alt=\"\" class=\"wp-image-28386\" width=\"639\" height=\"853\" srcset=\"https:\/\/i0.wp.com\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2022\/03\/ridotta-Paul-Strand_Blind-Woman-New-York-1916.jpg?w=674&amp;ssl=1 674w, https:\/\/i0.wp.com\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2022\/03\/ridotta-Paul-Strand_Blind-Woman-New-York-1916.jpg?resize=225%2C300&amp;ssl=1 225w, https:\/\/i0.wp.com\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2022\/03\/ridotta-Paul-Strand_Blind-Woman-New-York-1916.jpg?resize=480%2C641&amp;ssl=1 480w\" sizes=\"auto, (max-width: 639px) 100vw, 639px\" \/><\/noscript><figcaption>Paul Strand, <em>Blind Woman<\/em>, New York, 1916<\/figcaption><\/figure><\/div>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Immaginiamo un rovesciamento di questo assunto, una paradossale inversione del desiderio del fotografo di vedere senza essere visto, di fotografare senza che il soggetto sappia d\u2019essere stato fotografato. \u00c8 quello che fa Gesualdo Bufalino nel suo ultimo romanzo <em>Tommaso e il fotografo cieco<\/em>, pubblicato da Bompiani nel 1996 poco prima della morte improvvisa dovuta a un incidente automobilistico. Lo scrittore era stato lanciato da Sciascia ed Elvira Sellerio, arrivando al successo a sessant\u2019anni col romanzo d\u2019esordio <em>Diceria dell\u2019untore<\/em>: un libro dotto, iperletterario e difficile che si trasforma in un caso commerciale culminante con il Premio Campiello nel 1981 e poi con un film ispirato alla storia che racconta.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Da sempre Bufalino \u00e8 compromesso col mondo dell\u2019immagine. Era stata la sua introduzione a <em>Comiso ieri<\/em>, volume fotografico uscito nel 1978 proprio per Sellerio, a catturare la curiosit\u00e0 di Sciascia, unitamente alla qualit\u00e0 della scrittura, per la fascinazione che esibiva nei confronti del significato ontologico della fotografia, ben oltre il suo aspetto meramente documentario. Appassionato di teatro, cinema e fotografia, Bufalino torner\u00e0 continuamente a riflettere sui loro linguaggi, manipolandoli e lasciando al contempo che diano forma alla vita oltre che alla narrazione. La sua \u00e8 una conoscenza enciclopedica e catalogatrice che lo accomuna al personaggio del suo romanzo d\u2019addio: Tommaso Mul\u00e8 \u00e8 un ex giornalista, ex comparsa a Cinecitt\u00e0, ex uomo-sandwich per la pubblicit\u00e0 cinematografica; ora fa il portiere tuttofare in un condominio postmoderno, ma continua ad accarezzare la velleit\u00e0 di scrivere. Le sue vicende, raccontate nel suo diario, sono inseparabili da quelle dell\u2019amico Bartolomeo da lui soprannominato Tiresia o \u00abTir\u00bb (alludendo alla mitica figura dell\u2019indovino privo di vista): un fotografo cieco appunto. Ecco il rovesciamento.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">\u00abPiuttosto che fotografare ci\u00f2 che vedevo, fotografavo quello che vedeva la macchina\u00bb. Non \u00e8 una citazione dal romanzo, sono parole di Bill Brandt, ma descrivono perfettamente il lavoro di Tiresia. Certo lui non pu\u00f2 fare altrimenti, la sua non \u00e8 una scelta estetica n\u00e9 si affida totalmente alla macchina fotografica nel tentativo di rendersi invisibile, come Evans. \u00c8 sempre Dyer a raccontare degli scatti che realizza tra il 1938 e il 1941 sulla metropolitana di New York, nascondendo la macchina fotografica sotto il cappotto. Finch\u00e9 non sviluppava la pellicola Evans non poteva sapere cosa avesse fotografato, \u00abse si pensa a una composizione ordinata con precisione, lui scattava alla cieca\u00bb. Consapevolezza dei soggetti e arbitrio dell\u2019autore sono i grandi discrimini di queste esperienze che ci mettono davanti al punto limite in cui il fotografo abdica il suo sguardo alla macchina; perci\u00f2 non possiamo fare a meno di chiederci se il potere di una fotografia pu\u00f2 derivare da quello che un fotografo non riesce a vedere.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">L\u2019idea \u00e8 la stessa di Bufalino, espressa da Tir non senza ambiguit\u00e0. Per il fotografo la macchina equivale a una compensazione per intero, non solo della vista, ma della sua virilit\u00e0: \u00abio, la mia Nikon vede per me, \u00e8 lei i miei occhi, le mie mani, il mio\u2026\u00bb. \u00c8 una compensazione ma non un apparecchio sostitutivo, n\u00e9 un artificio: \u00ab\u201cTutto al mondo \u00e8 supplenza, protesi, manomissione: capelli tinti, denti finti, parole posticce&#8230; soltanto questa non mente\u201d conclude e brandisce trionfalmente la Nikon nera\u00bb. In effetti \u00e8 cos\u00ec. La macchina fotografica ritrae la realt\u00e0 per come realmente le appare. Il che non significa che la realt\u00e0 non possa apparire diversa da come realmente \u00e8. Ma \u00e8 sempre l\u2019uomo a manomettere la realt\u00e0, a emendarla, a truccarla, a ritoccarla esattamente come nella postproduzione fotografica che \u00e8 sempre un\u2019azione umana. Tir ha ragione: non \u00e8 la macchina fotografica a mentire.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Che a poche pagine dall\u2019inizio del libro si parli di menzogna, di imitazione e di artificio non sorprende, perch\u00e9 sin dall\u2019inizio era improntata a questi aspetti la poetica dell\u2019autore, premio Strega nel 1988 con <em>Le menzogne della notte<\/em>. Tutto in <em>Tommaso e il fotografo cieco<\/em> \u00e8 espediente, contraffazione e pretesto. Il romanzo, con una struttura a <em>mise en abyme<\/em>, vorrebbe essere un diario, ma in realt\u00e0 \u00e8 un giallo quello che Tommaso sta scrivendo. Eppure, come il colpevole che non vede l\u2019ora di essere scoperto, affida alla pagina la sua confessione. Grafomane, traduttore a tempo perso e patito di enigmistica, Tommaso rivela di fantasticare su un libro tutto suo, un diario magari, con un incipit semplice e convincente come un ricordo: \u00ab\u201cDa ragazzo mi piaceva il rumore della pioggia\u2026\u201d\u00bb: \u00e8 questa la frase con cui inizia questo non-romanzo, o iper-romanzo.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Al lettore non resta che farsi complice del narratore; seguirlo quasi suo malgrado, su e gi\u00f9 per il palazzo mentre riscuote gli affitti, d\u00e0 la caccia ai topi, smista la posta, raccoglie sfoghi e lamentele, ma soprattutto sfrutta ogni occasione per spiare i condomini. A dispetto di una lunga tradizione \u2013 a Bufalino ben nota \u2013 che descrive il fotografo come un \u00abdetector\u00bb, \u00abma anche un cecchino, un ladro,&nbsp;una spia&#8230; O ancora, se ascoltiamo Roland Barthes, un mallevadore della&nbsp;storia, uno che avalla l\u2019evento e ci garantisce che \u00e8 stato. O ancora, se&nbsp;ascoltiamo Susan Sontag, un assassino, se \u00e8 vero&nbsp;che, nel momento in cui&nbsp;confisca e pietrifica un oggetto, lo uccide&#8230;\u00bb: in questo caso \u00e8 Tommaso il <em>voyeur<\/em>.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Per quanto audaci, per quanto pruriginose siano le fantasie di Tiresia, sono destinate a rimanere castrate e i suoi tentativi di soddisfarle si traducono in goffi atti mancati. Le foto che scatta a sua sorella Matilde, per esempio. La nostalgia per le incursioni nella sua stanza che da adolescente, prima di perdere la vista, gli hanno schiuso l\u2019accesso a tanta innocente nudit\u00e0 senza mai approfittarne, ma alimentando un\u2019ossessione che ancora lo porta sulla soglia della ragazza, per fotografarla mentre dorme. \u00abUno stupro\u00bb, commenta Tommaso, il suo confessore, \u00abRaddoppiato da un incesto\u00bb, mentre impassibile l\u2019amico \u00abMa no\u00bb risponde, \u00abUn vicestupro, un viceincesto, semmai\u00bb. Quello infatti passato per tale \u201cvicevista\u201d.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">La visione di Matilde si offre a tutti, tranne che al fratello. Perfino Tommaso, guardando le sue fotografie, pu\u00f2 godere della sua figura a patto di descriverne le pose al compare cieco, finch\u00e9 non arriva all\u2019ultima; l\u00ec la voce gli manca. \u00abPoich\u00e9 Matilde vi appare sveglia con gli occhi spalancati verso la macchina, e sulle labbra un riso\u2026 Un riso ch\u2019\u00e8 allo stesso tempo di mortificato strazio e cupa felicit\u00e0. Matilde sapeva, dunque\u00bb. A Tiresia cade quello che Dorothea Lange chiama il mantello dell\u2019invisibilit\u00e0 e nonostante questo, anzi proprio per questo, l\u2019immagine riesce a cogliere una qualit\u00e0 dell\u2019essere sfruttando la consapevolezza della persona di essere fotografata. E l\u2019inconsapevolezza del fotografo di essere stato visto. Da vicevista la macchina si fa supervista e Matilde sa \u2013 s\u00ec, sa \u2013 che il fratello la sta fotografando, soprattutto sa che non la sta vedendo. Il suo sorriso ci parla della sicurezza dell\u2019inviolabilit\u00e0 della sua persona. Come scrive Sontag: \u00abfotografare \u00e8 essenzialmente un atto di non intervento\u00bb, perch\u00e9 \u00abchi interviene non pu\u00f2 registrare, chi registra non pu\u00f2 intervenire\u00bb. Matilde lo sa e lo sa anche il fratello.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Solo la Nikon, che in mano a Tiresia si carica di una esplicita simbologia sessuale, pu\u00f2 penetrarne il corpo e nello scatto si consuma un rapporto (un vicerapporto), \u00abperch\u00e9 si ha un bel dire ma di tutte le virt\u00f9 creative e copulative dell\u2019uomo, con matite, bulloni, pennelli, scalpelli, seme infuso in grembo, quella che pi\u00f9 mi appare trascendere le ferree leggi della necessit\u00e0 \u00e8 la fotografia, l\u2019unica che riesca a vincere la storia, a fermare il Tempo\u00bb. Ladro, cacciatore o assassino quello che brama il fotografo \u00e8 sempre il possesso e quando lo raggiunge \u00abun negativo conserva una moltiplicatoria e immortale capacit\u00e0 di rigenerarsi\u00bb. Seriale come un qualsiasi altro crimine o vizio, la fotografia ha una capacit\u00e0 di riproduzione illimitata.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Nell\u2019introduzione a <em>Comiso ieri<\/em> Bufalino aveva gi\u00e0 scritto: \u00abperch\u00e9 la riproduzione fotomeccanica, ancorch\u00e9 serbi un che di demoniaco e vizioso,&nbsp;nel suo irrigidire il flusso eracliteo delle cose, violando una legge che sentiamo sacra:&nbsp;l\u2019irrevocabilit\u00e0 del tempo, possiede sempre, a dispetto di ci\u00f2, un di pi\u00f9 di vita rispetto alle&nbsp;altre forme d\u2019arte che mimano manualmente, fosse pure con minuzia fiamminga, il reale.&nbsp;Possiede cio\u00e8 un&nbsp;drammatico, ineguagliabile valore aggiunto: il sentimento&nbsp;<em>\u00e8 stato<\/em>; e che&nbsp;\u00e8 stato proprio cos\u00ec\u00bb. Anticipato cos\u00ec di due anni \u00e8 il \u00abnoema della fotografia\u00bb che, secondo il pi\u00f9 famoso saggio di sempre sulla fotografia, <em>La camera chiara<\/em> di Roland Barthes, \u00e8 appunto \u00ab<em>\u00e8 stato<\/em>\u00bb (\u00abnella Fotografia [\u2026] io non posso mai negare che <em>la cosa \u00e8 stata l\u00e0<\/em>. Vi \u00e8 una doppia posizione congiunta di realt\u00e0 e di passato\u00bb: \u00abnella Foto, qualcosa <em>si \u00e8 posto<\/em> dinanzi al foro e vi \u00e8 rimasto per sempre\u00bb).<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Anche Tiresia si attribuisce questo potere: \u00abIo ad ogni flash che scatto mi riprendo un attimo di sole perduto. Sottraggo un oggetto o un evento al suo destino di perdizione e mentre soggiaccio al tempo gli strappo una preda. Sanziono il decesso, ma lo pietrifico in un simulacro immortale\u2026\u00bb. Quindi il fotografo rivendica una forma di partecipazione e la sua smania di dominio \u00e8 la risposta a un\u2019ansia: il tempo che scorre e tutto disfa.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Una minaccia costante di perdita alita sugli eventi raccontati da Tommaso. La memoria \u00e8 un tema cruciale nella sua scrittura che della realt\u00e0 ci propone una rappresentazione volutamente ambigua, n\u00e9 d\u2019altra parte si potrebbe fare cronaca di una realt\u00e0 fluida e inaffidabile. Qui non si fa solamente metanarrativa, ma anche metapoetica, perch\u00e9 la <em>weltanschauung<\/em> di Tommaso \u00e8 un doppio di quella di Bufalino che ha innalzato la mistificazione a virtuosismo estetico, la retorica a strategia per aggirare la morte e il citazionismo ad allusione dotta ancor pi\u00f9 che esibizione narcisistica. Nato come memoriale inattendibile, questo libro ai nessi fotografia\/riproduzione e scrittura\/falsificazione ne aggiunge un terzo: morte\/creazione. \u00abDico di pi\u00f9: nemmeno l\u2019artista sommo fra i sommi pu\u00f2 pareggiarla, la morte, nella sua opera di cosificazione solenne, nel suo diuturno affettuoso corrompere ogni tremito, errore, eroismo della nostra memoria in una levigata perfezione di scheletro\u00bb.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Spogliata della vita fino all\u2019osso l\u2019umanit\u00e0 mostra la sua forma pi\u00f9 essenziale, una \u00abperfezione\u00bb contro cui non pu\u00f2 competere la cura della parola n\u00e9 l\u2019esattezza dell\u2019inquadratura e allora \u00abse in un gioco si pu\u00f2 solamente perdere o barare, si bari\u00bb.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"has-text-color wp-block-paragraph\" style=\"color:#6a6666;font-size:15px\"><em>In copertina: Gesualdo Bufalino<\/em><\/p>\n","protected":false,"gt_translate_keys":[{"key":"rendered","format":"html"}]},"excerpt":{"rendered":"<p>Da sempre Bufalino \u00e8 compromesso col mondo dell\u2019immagine. 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