{"id":27434,"date":"2022-02-15T00:01:00","date_gmt":"2022-02-14T23:01:00","guid":{"rendered":"https:\/\/antinomie.it\/?p=27434"},"modified":"2026-07-23T22:42:08","modified_gmt":"2026-07-23T20:42:08","slug":"il-pensiero-della-differenza-e-la-a-perduta","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/antinomie.it\/index.php\/2022\/02\/15\/il-pensiero-della-differenza-e-la-a-perduta\/","title":{"rendered":"Il pensiero della differenza e la \u201ca\u201d perduta","gt_translate_keys":[{"key":"rendered","format":"text"}]},"content":{"rendered":"\n<p class=\"has-drop-cap wp-block-paragraph\">Osservando il mondo attuale, capita \u2013 credo a molti \u2013 di provare un sentimento di imbarazzo intellettuale. Se, a pi\u00f9 riprese, percepiamo di essere gli spettatori e, al contempo, gli attori di una rivoluzione epocale e, dunque, di uno straordinario rinnovamento del mondo, allo stesso tempo, sentiamo che questo inconsueto paesaggio potrebbe essere definito come lo spazio dell\u2019apologia delle differenze, con tutto ci\u00f2 di inquietante che ogni apologia porta con s\u00e9. <\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Un po&#8217; ovunque, si tende a rendere conto di ogni differenza possibile: differenze storiche, differenze locali, differenze di genere, differenze linguistiche, differenze sociali, differenze economiche, differenze culturali, differenze etniche, differenze di specie, ecc. ecc. La nostra \u00e8 l\u2019epoca delle differenze. Penso non sfugga a nessuno il potenziale emancipatorio e di giustizia sociale che sta dietro a un tale pensiero della differenza. Si tratta di una nuova visione del mondo che ricerca responsabili e autori, chiedendo loro conto dei processi oppressivi messi in opera verso coloro che, per secoli, se non millenni, sono stati considerati invisibili o indegni sulla scena sociale, nel campo della vita comunitaria. Inevitabilmente, di conseguenza, tranne che per coloro che hanno una visione reazionaria della storia, il pensiero della differenza viene salutato come una possibilit\u00e0 di ripensamento e riposizionamento delle identit\u00e0 all\u2019interno di un tessuto sociale totalmente inedito e imprevisto. Questo tessuto, poi, negli ultimi trent\u2019anni, non \u00e8 pi\u00f9 riconducibile unicamente a quello della sola civilt\u00e0 occidentale, ma a quello ben pi\u00f9 vasto e reticolare della globalizzazione, la quale porta con s\u00e9 la comparsa di una civilt\u00e0 umana o, in mondo ancor pi\u00f9 radicale, di un destino comune a tutti i viventi del pianeta Terra.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Se c\u2019\u00e8 qualcosa che, dunque, crea imbarazzo \u2013 almeno in coloro che cercano di pensare questo movimento, che cercano, cio\u00e8, di sottoporlo anche a un vaglio critico (come sempre dovrebbe fare un intellettuale, proprio per evitare le insidie presenti in ogni pensiero apologetico) \u2013 \u00a0questo qualcosa non \u00e8 da ricercarsi nei suoi esiti dissolutivi o decostruttivi dell\u2019ordine delle societ\u00e0 attuali, quanto in una sorta di rimosso del principio motore, del nucleo pulsante da cui questa onda ha preso avvio.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Tale nucleo pulsante, questa sorta di pulsione originaria, credo debba essere rintracciata, ben consapevoli che ogni traccia ne contiene in s\u00e9 molte altre, in due pensatori, Michel Foucault, da una parte, e Jacques Derrida, dall\u2019altra.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Da una parte, dunque, si situa Michel Foucault, con la sua archeologia dei saperi, il suo sterminato lavoro sull\u2019archivio tutto teso a mostrare come il concetto stesso di identit\u00e0 (poco importa se etnica, nazionale, sessuale, ecc.) non sia mai stato un dato \u201cnaturale\u201d ma un processo di stratificazione e di sommatoria di pratiche discorsive di cui gli archivi tengono traccia indelebile. L\u2019identit\u00e0 \u00e8 il risultato, non l\u2019origine. L\u2019identit\u00e0, per Foucault, \u00e8 ci\u00f2 che resta, il prodotto, di una serie complessissima di tecnologie del sapere che arrivano a costituire un S\u00e9. Comprendere il modo in cui queste tecnologie funzionano, il modo in cui il potere, in ogni sua forma, opera all\u2019interno di queste tecnologie, significa aprire la possibilit\u00e0 di una diversa configurazione delle forme di potere e una diversa possibilit\u00e0 \u201ctecnologica\u201d per la costituzione di altre identit\u00e0. Foucault \u00e8 colui che ha aperto la possibilit\u00e0 di una prassi politica di trasformazione sociale per il pensiero della differenza. La differenza \u00e8 il risultato di una lotta di smascheramento della fittizia eternit\u00e0 e naturalit\u00e0 delle identit\u00e0 dominanti e, al contempo, l\u2019apertura di una lotta di affermazione di nuove identit\u00e0, a loro volta consapevoli, per\u00f2, del loro essere prodotto di altrettante forme di potere e di altrettante tecnologie del S\u00e9. Ecco, nella rimozione di questo ultimo inciso risiede una prima forma di imbarazzo per l\u2019intellettuale che si confronta, oggi, con un clima apologetico del sistema delle differenze, che si risolve, invece, assai spesso, nella rivendicazione di nuove identit\u00e0, anzi in una serie \u201c+\u201d di identit\u00e0, inconsapevoli del loro carattere di \u201cprodotti\u201d, di \u201ccostruzioni\u201d. Il pensiero della differenza rischia, nell\u2019inconsapevolezza di questa rimozione delle strategie di potere che agiscono nel proprio motore di cambiamento, di divenire, <em>de facto<\/em>, un nuovo pensiero dell\u2019identit\u00e0 e, davvero poco importa, in quest\u2019ottica, che sia un pensiero delle identit\u00e0, al plurale.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Questo fenomeno di rimozione appare ancor pi\u00f9 evidente nel caso dell\u2019altra spinta propulsiva del pensiero della differenza, ovvero nel movimento decostruttivo inaugurato da Jacques Derrida. Negli anni sessanta Derrida, portando all\u2019attenzione del pensiero occidentale, con aspetti di genialit\u00e0 insuperata, la questione della <em>diff\u00e9r<\/em>a<em>nce<\/em> &#8211; questo strano non-concetto che, fondandosi su una differenza grafica, sulla sostituzione di una \u201ca\u201d al posto della \u201ce\u201d che, normalmente, compone la parola francese <em>diff\u00e9rence<\/em> &#8211; introduceva uno scarto, non udibile alla pronuncia, tra l\u2019identit\u00e0 della parola parlata, riconducibile all\u2019autorit\u00e0 della presenza vivente del suo autore, e la scrittura, dove la differenza si rendeva visibile, per l\u2019appunto, nell\u2019apparizione di questa <em>\u201ca\u201d <\/em>inaudibile e inaudita. Quel che Derrida, in modo spiazzante, mostrava era come il principio differenziante \u2013 la <em>a<\/em>, presente nel participio presente <em>diff\u00e9rant<\/em> &#8211; portava il sostantivo constativo verso un\u2019azione verbale performativa, verso, cio\u00e8, un differimento interno alla differenza, nel cuore stesso della differenza. Il pensiero della differenza non si risolveva, quindi, in una rivendicazione di identit\u00e0 positive differenti ma nell\u2019idea, ben pi\u00f9 radicale, che la differenza fosse un\u2019infinita differenziazione in s\u00e9 del S\u00e9, un gioco di differenziazione capace di creare, non tanto un insieme, pi\u00f9 o meno chiuso, di nuove identit\u00e0 differenti, ma effetti di differenza. Il pensiero della differenza diveniva, in questo modo, il lavoro (politico, critico, sociale, ecologico, tecnologico, pedagogico, ecc.) interminabile di una decostruzione di tutte le identit\u00e0, cio\u00e8 uno smontaggio e rimontaggio degli elementi costitutivi di ogni identit\u00e0, in un processo senza fine. Da questa seconda rimozione, da questo obl\u00eco del processo infinito della decostruzione e dalla rimozione della \u201ca\u201d, del carattere performativo e autodifferenziante della <em>diff\u00e9r<\/em>a<em>nce<\/em>, sorge il secondo motivo di disagio.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">In fondo, la posta in gioco di questa doppia rimozione \u2013 che, come ogni rimozione, contiene in s\u00e9 il rischio, se non la certezza, di un ritorno del rimosso, amplificato e violentemente devastante proprio a causa dell\u2019atto di rimozione \u2013, dicevamo, la posta in gioco dell\u2019odierno e multiforme pensiero della differenza \u00e8, in un paradossale movimento di affermazione delle identit\u00e0 altre, la scomparsa dell\u2019<em>altro<\/em> radicale, non del grande Altro che, di volta in volta, i vari pensieri della differenza attuali identificano, contrapponendovisi, nella normativit\u00e0 del Linguaggio, nel fallocentrismo del Patriarcato, nell\u2019inquinamento devastante dell\u2019Antropocene, nel pensiero coloniale negatore o, per sintetizzare, &nbsp;di quella grande A, come l\u2019avrebbe chiamata Lacan, che sicuramente il pensiero della differenza, sia di stampo foucaltiano sia derridiano, ha sempre inteso smascherare e decostruire, nella consapevolezza che la grande A \u00e8 ineludibile e si ricostituisce senza tregua, ma di quella piccola <em>a<\/em> che impone di situarsi ancora e sempre di nuovo nel campo dell\u2019altro, prima ancora che in quello del S\u00e9, dell\u2019identificazione di un S\u00e9. <\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Quel che oggi ci occorrerebbe, quindi, non \u00e8 un pensiero della differenza come semplice negazione di quell\u2019Altro che, proprio per sua funzione, \u00e8 teso a costituire e sottendere ogni processo identificatorio (processo a cui il pensiero della differenza odierno, invece, non sfugge adottandolo come l\u2019elemento da negare e su cui strutturare, sotto forma di negazione, il proprio S\u00e9, la propria identit\u00e0), ma un pensiero della differenza o un&#8217;eterologia come pensiero di quell\u2019<em>altro<\/em>, appunto di quella piccola <em>a<\/em>, al cuore della <em>diff\u00e9r<\/em>a<em>nce<\/em>, che si sottrae ad ogni identificazione, se non in un processo di decostruzione e costruzione dell\u2019identit\u00e0 che pu\u00f2 aver luogo solo attraverso un movimento performativo senza fine, al di l\u00e0 della negazione e dell&#8217;imposizione. Solo cos\u00ec la differenza resisterebbe all\u2019insidia dell\u2019identit\u00e0, alla logica identitaria, per aprirsi al senza figura di un\u2019identit\u00e0 che si fonda sulla differenza che la abita e la struttura (potremmo anche dire, solo cos\u00ec la differenza potrebbe aprirsi al desiderio di un&#8217;identit\u00e0 che trova nell&#8217;altro &#8211; in un&#8217;alterit\u00e0 inappropriabile e quindi al di l\u00e0 di ogni delirio di negazione o di possesso identitari &#8211; lo spazio di ricerca di un s\u00e9). Solo in questo modo l\u2019imbarazzo critico verrebbe dissolto per lasciare spazio a un disagio, pi\u00f9 radicale e profondo, probabilmente perturbante, ma foriero di avvenire, di identit\u00e0 sempre a venire, sempre costituenti e mai costituite. Detto altrimenti, solo cos\u00ec il pensiero della differenza si riapproprierebbe del proprio avvenire, e della propria radicale alterit\u00e0.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"has-text-color wp-block-paragraph\" style=\"color:#6a6666;font-size:15px\"><em>In copertina: Giovanni Battista Tiepolo,<\/em> Armida incontra Rinaldo addormentato<em>, The Art Institute of Chicago, CC0 Public Domain Designation<\/em><\/p>\n","protected":false,"gt_translate_keys":[{"key":"rendered","format":"html"}]},"excerpt":{"rendered":"<p>Osservando il mondo attuale, capita \u2013 credo a molti \u2013 di provare un sentimento di imbarazzo intellettuale. 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