{"id":26150,"date":"2022-01-12T00:01:06","date_gmt":"2022-01-11T23:01:06","guid":{"rendered":"https:\/\/antinomie.it\/?p=26150"},"modified":"2024-06-06T20:58:53","modified_gmt":"2024-06-06T18:58:53","slug":"la-quinta-parete","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/antinomie.it\/index.php\/2022\/01\/12\/la-quinta-parete\/","title":{"rendered":"La quinta parete","gt_translate_keys":[{"key":"rendered","format":"text"}]},"content":{"rendered":"\n<h4 class=\"wp-block-heading\">Romeo Castellucci a colloquio con Velia Papa<\/h4>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\"><em>\u00c8 uscito presso Cronopio (pp. 101 ill. col., \u20ac 20) <\/em><a href=\"http:\/\/www.shopcronopio.it\/prodotto-143123\/Attore-il-nome-non-%C3%A8-esatto-Il-teatro-di-Romeo-Castellucci-nelle-fotografie-di-Luca-Del-Pia.aspx\" target=\"_blank\" rel=\"noreferrer noopener\">Attore, il nome non \u00e8 esatto. Il teatro di Romeo Castellucci nelle foto di Luca Del Pia<\/a><em>, volume fotografico che in occasione della mostra omonima (tenuta al Teatro delle Muse di Ancona dal 27 aprile al 27 giugno) documenta venticinque spettacoli storici della Societas Raffaello Sanzio, da <\/em>Amleto. La veemente esteriorit\u00e0 della morte di un mollusco<em> (Cesena 1992) a <\/em>Orfeo ed Euridice<em> (Vienna 2014). Il volume \u00e8 concluso da una conversazione di Romeo Castellucci con la direttrice di Marche Teatro, Velia Papa, che per la cortesia degli autori si propone in questa sede accompagnato da una scelta delle immagini di Luca Del Pia<\/em>.<\/p>\n\n\n\n<div style=\"height:17px\" aria-hidden=\"true\" class=\"wp-block-spacer\"><\/div>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\"><em>Partiamo dalle origini. Anche tu eri in scena, come attore, nei primi lavori della Raffaello Sanzio.<\/em><\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">In principio eravamo un gruppo di sette amici che avevano deciso di affrontare la disciplina del teatro. Era un modo di stare al mondo. Sono arrivato a Bologna come studente di liceo artistico quando entravano i carri armati in via Zamboni. Erano gli anni dell\u2019impegno politico ma personalmente non ho mai aderito a un movimento perch\u00e9 preferivo, come altri della mia generazione, esprimere la necessit\u00e0 di un cambiamento pi\u00f9 radicale attraverso il linguaggio artistico. Il desiderio politico di rovesciare il sistema mi appariva come una fede rovesciata in quello stesso sistema.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">A diciassette anni, in Piazza Maggiore, a Bologna, assistetti alla <em>Sagra della Primavera<\/em> di Igor\u2019 Stravinskij eseguita da un\u2019orchestra. Niente mi apparve pi\u00f9 epifanico, pi\u00f9 sovversivo di quella musica, scritta nel 1914. Non c\u2019erano Sex Pistols che potessero reggere il confronto. Fu un vero shock estetico. Capii che la violenza poteva essere veicolata e disciplinata in una forma. Quella fu la mia prima lezione di Estetica: un\u2019esplosione di forza controllata fino al midollo in una forma artistica. Stravinskij stava utilizzando le parole che io non avevo ancora trovato per dire le cose che avrei voluto dire e che non sapevo di voler dire. Ma non erano parole.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Nella compagnia appena formata tutti facevano tutto. Io stesso \u2018facevo\u2019 l\u2019attore, ma mi sono sempre pi\u00f9 allontanato da questo compito. Quando ho acquisito una maggiore coscienza rispetto al dispositivo della messinscena sono sceso dal palco per poter \u2018vedere\u2019. Era necessario avere controllo sulla forma, che andava affilata per penetrare meglio nel corpo dello spettatore.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">C\u2019\u00e8 stata una prima fase iconoclasta del nostro lavoro. Un lavoro basato sul paradosso, perch\u00e9 si malediceva il teatro ma l\u2019unico posto per poterlo fare era il teatro stesso. Si malediceva il teatro perch\u00e9 la sua colpa originale era quella di replicare la realt\u00e0 anzich\u00e9 allontanare il suo finalismo realista. <em>Santa Sofia. Teatro Khmer<\/em> era improntato sulla maledizione di s\u00e9 stessi perch\u00e9, per odiare l\u2019arte e con l\u2019obiettivo di sgomberare il campo da essa, era necessario utilizzare proprio l\u2019arte per farlo. Una contraddizione capace di gettare pensieri ancora impensati.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">In seguito a questa concezione iconoclasta \u00e8 nato un interesse verso la mitologia mesopotamica, verso gli albori dell\u2019oriente semita. Grande fu l\u2019entusiasmo per lo studio filologico dell\u2019arte sumera e accadica. A partire dall\u2019azzeramento \u00e8 seguita cos\u00ec una rigenerazione dell\u2019icona, o della super-icona, come amavamo definirla.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Pi\u00f9 avanti negli anni, riconsiderando il pensiero mitico, siamo approdati alla tragedia attica; siamo, se cos\u00ec si pu\u00f2 dire, tornati a casa.<\/p>\n\n\n\n<figure class=\"wp-block-image size-large\"><img decoding=\"async\" src=\"data:image\/gif;base64,R0lGODlhAQABAIAAAAAAAP\/\/\/yH5BAEAAAAALAAAAAABAAEAAAIBRAA7\" data-src=\"https:\/\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2022\/01\/X.-Endogonidia-IV-1024x671.jpg\" alt=\"\" class=\"wp-image-26239 lazyload\"><noscript><img data-recalc-dims=\"1\" loading=\"lazy\" loading=\"lazy\" decoding=\"async\" width=\"1024\" height=\"671\" src=\"https:\/\/i0.wp.com\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2022\/01\/X.-Endogonidia-IV.jpg?resize=1024%2C671&#038;ssl=1\" alt=\"\" class=\"wp-image-26239\" srcset=\"https:\/\/i0.wp.com\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2022\/01\/X.-Endogonidia-IV.jpg?resize=1024%2C671&amp;ssl=1 1024w, https:\/\/i0.wp.com\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2022\/01\/X.-Endogonidia-IV.jpg?resize=300%2C197&amp;ssl=1 300w, https:\/\/i0.wp.com\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2022\/01\/X.-Endogonidia-IV.jpg?resize=768%2C503&amp;ssl=1 768w, https:\/\/i0.wp.com\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2022\/01\/X.-Endogonidia-IV.jpg?resize=480%2C314&amp;ssl=1 480w, https:\/\/i0.wp.com\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2022\/01\/X.-Endogonidia-IV.jpg?w=1200&amp;ssl=1 1200w\" sizes=\"auto, (max-width: 1024px) 100vw, 1024px\" \/><\/noscript><figcaption><em><em>Bruxelles<\/em>. <em>IV Episodio della<\/em> <em>Tragedia Endogonidia<\/em>, <\/em>2003.<em> <\/em>Nella foto: Sergio Scarlatella, Claudio Borghi, Luca Nava. ph. Luca Del Pia<\/figcaption><\/figure>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\"><em>Cos\u2019ha comportato l\u2019affondo nella Tragedia in relazione alla concezione dell\u2019attore?<\/em><\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Il grande incontro con la Tragedia \u00e8 avvenuto sulla base della considerazione che vi \u00e8 un anacronismo essenziale rispetto all\u2019epoca in cui viviamo. La Tragedia \u00e8 stata c\u00f2lta come filosofia di vita. Questa consapevolezza ha portato a un lavoro di scavo radicale che ha investito anche la concezione dell\u2019attore. Era troppo semplice relegare la tragedia all\u2019archeologia del teatro. La sua marcatura continuava a operare con pi\u00f9 forza ed efficacia proprio perch\u00e9 immersa nell\u2019amnesia, indicando una concezione \u2018tragica\u2019 dell\u2019attore, che potesse richiamare, come un appello lanciato dall\u2019ombra, la povera vita quotidiana, la vita ordinaria, ma profonda, dello spettatore di oggi.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Come dicevo, all\u2019inizio avevo praticato in prima persona la disciplina dell\u2019attore; poi, finita quell\u2019esperienza, l\u2019attore era svanito sotto il peso della maledizione iconoclasta di dover essere presente sulla scena \u2013 presenza necessaria all\u2019anatema della scena \u2013. In una fase successiva c\u2019\u00e8 stato poi il ritorno trionfale dell\u2019attore che, al contrario, aveva il compito di dire la potenza del non dire. Uso il verbo \u2018ritornare\u2019 non a caso: l\u2019attore ritorna sempre sulla scena perch\u00e9 questa \u00e8 il retaggio del tragico. La Tragedia, abbiamo studiato, nasce quando l\u2019antico istituto del sacrificio entra in crisi e quando l\u2019ultimo Dio, il vecchio Pan, muore. Il cielo tragico \u00e8 un cielo azzurro, freddo, nuovamente vuoto. Non c\u2019\u00e8 pi\u00f9 nessuno. Non c\u2019\u00e8 senso, non ci sono risposte. Questo cielo \u00e8 un luogo inaudito, nuovo, disponibile. L\u2019attore ritorna e prende il posto del capro macellato. \u00c8 il fantasma dell\u2019animale che ritorna sulla scena e riprende ci\u00f2 che era suo. Sullo sfondo, la memoria dell\u2019istituto sacrificale come parodia per irridere il sacrificio. Palco versus Altare.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\"><em>Cosa ha significato e cosa significa per te l\u2019incontro con gli attori?<\/em><\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Con l\u2019uscita del mio corpo dalla scena rimaneva il solco luminoso dell\u2019attore. Una stella. Avevo la possibilit\u00e0 inaudita di poter scegliere i corpi da collocare dentro il vuoto di questa mandorla di luce. Ma incontrare gli attori significava incontrare persone reali, non semplici idee che uscivano dalla mia testa.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">A fianco degli attori \u2013 stelle \u2013 ho vissuto i momenti tra pi\u00f9 ricchi e felici della mia esistenza. Non sono un pedagogo, non sono un regista che usa uno stile, un metodo o una frusta. Non mi ritengo qualcuno di cos\u00ec speciale, tale da imporre la mia volont\u00e0 su altri esseri. La mia attitudine \u00e8 piuttosto quella di una pedagogia rovesciata, l\u00e0 dove, cio\u00e8, sono io che mi metto in loro ascolto. Certo, scelgo arbitrariamente uomini e donne sulla base dei corpi che posseggono; ma aggiungo qui una cosa: non sono sicuro di essere davvero io a scegliere. Qualcosa mi scavalca da dietro. \u00c8 la Drammaturgia a farlo.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Quando il mondo reale fa irruzione nel teatro (ho trovato persone completamente all\u2019oscuro del teatro, persone che non vi avevano mai messo piede, neppure come spettatori) vi \u00e8 un principio di movimento, cio\u00e8 una potenza. Occorre lasciare che accada il reale, per sospendere la realt\u00e0.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Sono stati gli anni di <em>Orestea<\/em> e <em>Giulio Cesare<\/em>, per i quali facemmo il casting letteralmente sulla strada (cos\u00ec era stato anche per <em>Gilgamesh<\/em>, in verit\u00e0, qualche tempo prima). In quel periodo vedevo la professionalit\u00e0 dell\u2019attore con sospetto, proprio perch\u00e9 il professionista conosceva \u2013 con i metodi acquisiti \u2013 come gestire la vergogna; ma, per come la vedevo io, cos\u00ec facendo neutralizzava la parte migliore. Volevo delle persone che si mettessero a nudo, esposte al fuoco del palcoscenico, senza il riparo di una tecnica, di un sapere. Tutto doveva essere compreso nella vampa di una forma. Incontravo persone reali le quali erano attonite nel ritrovarsi a camminare su un palcoscenico.&nbsp;Non sapevano quello che stavano facendo, come me. Questi uomini e donne portavano la tremenda forza e il peso del loro vissuto e del loro corpo. Me ne dovevo fare carico nella ricerca di una forma esatta.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Oggi, quando incontro una persona per coinvolgerla in scena, parlo. I dialoghi sono impersonali e non prevedono implicazioni psicologiche o emotive. Non entro nelle vite degli altri. Ho bisogno dell\u2019anonimato, ho bisogno di lavorare con il mistero di qualcuno. Questa distanza \u00e8 essenziale perch\u00e9 \u00e8 lo spazio comune di lavoro. Quello che ci terr\u00e0 insieme \u00e8 la \u2018forma\u2019, perch\u00e9 \u00e8 la forma che ha chiamato il nostro nome, non le mie intenzioni (non ne ho). Insieme entriamo nell\u2019alveo apodittico del suo fiume, trasportati dalla forza della sua corrente.<\/p>\n\n\n\n<div class=\"wp-block-image\"><figure class=\"aligncenter size-large\"><img decoding=\"async\" src=\"data:image\/gif;base64,R0lGODlhAQABAIAAAAAAAP\/\/\/yH5BAEAAAAALAAAAAABAAEAAAIBRAA7\" data-src=\"https:\/\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2022\/01\/VIII.-Inferno-1024x683.jpg\" alt=\"\" class=\"wp-image-26252 lazyload\"><noscript><img data-recalc-dims=\"1\" loading=\"lazy\" loading=\"lazy\" decoding=\"async\" width=\"1024\" height=\"683\" src=\"https:\/\/i0.wp.com\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2022\/01\/VIII.-Inferno.jpg?resize=1024%2C683&#038;ssl=1\" alt=\"\" class=\"wp-image-26252\" srcset=\"https:\/\/i0.wp.com\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2022\/01\/VIII.-Inferno.jpg?resize=1024%2C683&amp;ssl=1 1024w, https:\/\/i0.wp.com\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2022\/01\/VIII.-Inferno.jpg?resize=300%2C200&amp;ssl=1 300w, https:\/\/i0.wp.com\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2022\/01\/VIII.-Inferno.jpg?resize=768%2C512&amp;ssl=1 768w, https:\/\/i0.wp.com\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2022\/01\/VIII.-Inferno.jpg?resize=720%2C480&amp;ssl=1 720w, https:\/\/i0.wp.com\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2022\/01\/VIII.-Inferno.jpg?resize=480%2C320&amp;ssl=1 480w, https:\/\/i0.wp.com\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2022\/01\/VIII.-Inferno.jpg?w=1200&amp;ssl=1 1200w\" sizes=\"auto, (max-width: 1024px) 100vw, 1024px\" \/><\/noscript><figcaption><meta charset=\"utf-8\"><em>Divina Commedia. Inferno<\/em>, 2008. <meta charset=\"utf-8\">ph. Luca Del Pia<\/figcaption><\/figure><\/div>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\"><em>Come affronti uno spettacolo?<\/em><\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Ogni volta che affronto uno spettacolo cerco di mettermi in una condizione di minorazione, di idiozia. Gli strumenti del mestiere sono pericolosi. Occorre affilarne di nuovi, ogni volta.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\"><em>Qual \u00e8 il tuo rapporto con il testo e con la lingua?<\/em><\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">In estrema sintesi, in teatro la parola non \u00e8 strumento, non serve a comunicare e fabbricare concetti (la parola circolare della comunicazione lo sa fare bene, essendo un groviglio di intenzioni nascoste). In teatro, il leggendario \u201cci\u00f2 di cui non si pu\u00f2 parlare si deve tacere\u201d diventa \u201csi pu\u00f2 parlare solo di ci\u00f2 che dobbiamo tacere\u201d, perch\u00e9 su un palco la parola denuncia lo scacco originale, rivelando a noi le prede linguistiche che siamo.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\"><em>Che qualit\u00e0 deve avere la presenza dell\u2019attore sulla scena?<\/em><\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Non lo so. So solo che una delle tecniche migliori \u00e8 quella che consiste nel lasciarsi agire dalle potenze esterne, che pre-esistono. L\u2019attore dovrebbe saperlo. Vi \u00e8 precisamente un elemento primitivo che rende gli attori uguali: la passivit\u00e0, cio\u00e8 il fatto di essere dotati di un corpo; un corpo che l\u2019attore sa di dover consegnare alle potenze esogene. Da questo deriva il titolo <em>Attore, il nome non \u00e8 esatto<\/em>. Spogliarsi dell\u2019azione, spogliarsi della divisa da agente.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\"><em>Quando hai lavorato con non professionisti hai scelto persone che avevano il corpo segnato da una sofferenza visibile.<\/em><\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Sono entrati nel modo pi\u00f9 diretto e onesto, con la loro vita, che non era la mia. Non era una vita presa in prestito, erano persone che entravano sul palco come se si fosse trattato di un errore: il massimo dell\u2019efficacia, il massimo della bellezza. Sono stati gli incontri pi\u00f9 belli della mia vita. Entravano con paradossale autorevolezza. Erano monarchi. Capitava che fossero persone marcate dalle cicatrici della vita, persone che avevano attraversato delle difficolt\u00e0, l\u2019affronto della societ\u00e0, il pericolo della morte. Ho scoperto le loro storie solo dopo molto tempo, stando con loro. Vedevo queste donne e questi uomini come le espressioni di una altissima bellezza. Non c\u2019era alcun discorso da fare. Non c\u2019era nessuna volont\u00e0 di \u2018inclusione\u2019 \u2013 una parola da prendere con le pinze oggi \u2013 al di fuori di ogni ovvio commento sociologico o politico, di ogni sentimentalismo interessato. Erano compagni di strada severi, con i quali ho condiviso tutto e dai quali ho appreso come vivere. Erano loro che si spingevano sul baratro della finzione. Io ponevo dei limiti e loro li spostavano avanti. Io ero il vigliacco, loro mi trascinavano nel fuoco della lotta.<\/p>\n\n\n\n<div class=\"wp-block-image\"><figure class=\"aligncenter size-large\"><img decoding=\"async\" src=\"data:image\/gif;base64,R0lGODlhAQABAIAAAAAAAP\/\/\/yH5BAEAAAAALAAAAAABAAEAAAIBRAA7\" data-src=\"https:\/\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2022\/01\/LIII.-Giulio-Cesare-1024x678.jpg\" alt=\"\" class=\"wp-image-26248 lazyload\"><noscript><img data-recalc-dims=\"1\" loading=\"lazy\" loading=\"lazy\" decoding=\"async\" width=\"1024\" height=\"678\" src=\"https:\/\/i0.wp.com\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2022\/01\/LIII.-Giulio-Cesare.jpg?resize=1024%2C678&#038;ssl=1\" alt=\"\" class=\"wp-image-26248\" srcset=\"https:\/\/i0.wp.com\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2022\/01\/LIII.-Giulio-Cesare.jpg?resize=1024%2C678&amp;ssl=1 1024w, https:\/\/i0.wp.com\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2022\/01\/LIII.-Giulio-Cesare.jpg?resize=300%2C199&amp;ssl=1 300w, https:\/\/i0.wp.com\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2022\/01\/LIII.-Giulio-Cesare.jpg?resize=768%2C508&amp;ssl=1 768w, https:\/\/i0.wp.com\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2022\/01\/LIII.-Giulio-Cesare.jpg?resize=480%2C318&amp;ssl=1 480w, https:\/\/i0.wp.com\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2022\/01\/LIII.-Giulio-Cesare.jpg?w=1200&amp;ssl=1 1200w\" sizes=\"auto, (max-width: 1024px) 100vw, 1024px\" \/><\/noscript><figcaption><meta charset=\"utf-8\"><em>Giulio Cesare<\/em>, 1997. Nella foto: Ivan Salomoni. <meta charset=\"utf-8\">ph. Luca Del Pia<\/figcaption><\/figure><\/div>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\"><em>Qual \u00e8 il rapporto dell\u2019attore con il tempo della scena?<\/em><\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Il palcoscenico \u00e8 il luogo dell\u2019errore che si manifesta in un tempo sbagliato. Niente corrisponde alle leggi della morale qui. Persino le leggi fisiche e il tempo sono sospesi. Malgrado la finzione si arroghi la duplicazione della vita, il reale della scena non combacia mai con la realt\u00e0. Una faglia tettonica, uno scarto residuale impedisce il bacio simbolico della mimesi. Il reale del palcoscenico \u00e8 lo spettro della realt\u00e0. Il vento che soffia nella fessura di questa cesura \u00e8 il tempo dell\u2019attore, la sua occasione. \u00c8 ora, ma anche non-ancora.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\"><em>Come lavori con gli attori in relazione al personaggio?<\/em><\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Insieme parliamo della forma. Per usare un termine un po\u2019 desueto si lavora insieme sullo scavo del personaggio. In quest\u2019ottica l\u2019attore, in solitaria, scava fino ad arrivare al nulla del suo personaggio. Occorre studiare con rigore filologico e risalire alle sorgenti di Amleto, Clitennestra, Bruto, eccetera. Si tratta di mettersi nei panni di chi ha scritto attorno a quel personaggio e lo ha portato alla luce attraverso ci\u00f2 che, in ambito di spionaggio industriale, si direbbe <em>reverse engineering<\/em>. Smontare per entrare nell\u2019oggetto, capirne le funzioni e la struttura, capirne la filosofia compositiva che ha portato quell\u2019autore ad arrivare alla soluzione di quella forma. Mettersi al suo posto, ricominciare da capo. Occorre arrivare alla radice della necessit\u00e0 stessa dell\u2019invenzione di quel personaggio per poterlo affrontare. \u00c8 un lavoro preso alla lettera, e lo scavo divora tutto; l\u2019oggetto della ricerca svanisce. Lo scavo diviene matrice. E il personaggio a cui si arriva, alla fine, \u00e8 sempre uno: lo spettatore. L\u2019attore scavato \u00e8 lo specchio oscuro su cui, dal fondo della sala, si riflette il volto anonimo dello spettatore, perch\u00e9 la domanda da porsi non \u00e8: \u201cCosa significa Amleto per me?\u201d; quanto, piuttosto: \u201cCosa significo io per Amleto?\u201d. \u00c8 il corpo reale dello spettatore il palco del dramma definitivo.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\"><em>Il tuo \u00e8 un teatro \u2018c\u00f3lto\u2019 che ha solide fondamenta culturali ma al tempo stesso \u00e8 capace di immagini semplici e folgoranti. Come deve porsi lo spettatore?<\/em><\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Come spettatore non vorrei sapere nulla dello spettacolo che mi accingo a vedere. Non vorrei avere protezioni culturali. La parola chiave \u00e8 abbandono. Abbandona! Abbandona la retorica certezza della protezione culturale. Al contrario, esponiti al tuo sguardo, sii presente a te stesso.<\/p>\n\n\n\n<div class=\"wp-block-image\"><figure class=\"aligncenter size-large\"><img decoding=\"async\" src=\"data:image\/gif;base64,R0lGODlhAQABAIAAAAAAAP\/\/\/yH5BAEAAAAALAAAAAABAAEAAAIBRAA7\" data-src=\"https:\/\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2022\/01\/VI.-Il-combattimento-1024x671.jpg\" alt=\"\" class=\"wp-image-26254 lazyload\"><noscript><img data-recalc-dims=\"1\" loading=\"lazy\" loading=\"lazy\" decoding=\"async\" width=\"1024\" height=\"671\" src=\"https:\/\/i0.wp.com\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2022\/01\/VI.-Il-combattimento.jpg?resize=1024%2C671&#038;ssl=1\" alt=\"\" class=\"wp-image-26254\" srcset=\"https:\/\/i0.wp.com\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2022\/01\/VI.-Il-combattimento.jpg?resize=1024%2C671&amp;ssl=1 1024w, https:\/\/i0.wp.com\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2022\/01\/VI.-Il-combattimento.jpg?resize=300%2C197&amp;ssl=1 300w, https:\/\/i0.wp.com\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2022\/01\/VI.-Il-combattimento.jpg?resize=768%2C503&amp;ssl=1 768w, https:\/\/i0.wp.com\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2022\/01\/VI.-Il-combattimento.jpg?resize=480%2C314&amp;ssl=1 480w, https:\/\/i0.wp.com\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2022\/01\/VI.-Il-combattimento.jpg?w=1200&amp;ssl=1 1200w\" sizes=\"auto, (max-width: 1024px) 100vw, 1024px\" \/><\/noscript><figcaption><meta charset=\"utf-8\"><em>Il Combattimento<\/em>, 2000. Nella foto: Claudio Borghi. <meta charset=\"utf-8\">ph. Luca Del Pia<\/figcaption><\/figure><\/div>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\"><em>Il teatro \u00e8 il luogo dello sguardo. In che senso \u201cguardare \u00e8 un atto politico\u201d?<\/em><\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Nell\u2019epoca in cui viviamo siamo immersi in un flusso ininterrotto di immagini spazzatura; viviamo una disfunzione dello sguardo. Guardare \u00e8 diventato un gesto passivizzante e bidimensionale, dolorosamente ovvio, privo di profondit\u00e0. Credo che rimangano pochissimi ambiti della nostra vita sociale e collettiva in cui ci si possa rendere conto di cosa significhi guardare. Non \u00e8 scontato. Nell\u2019arte vi \u00e8 una sorta di lotta di liberazione dello sguardo, che si chiede cosa \u00e8 importante guardare, imparando che guardare ha delle conseguenze e significa comprendere s\u00e9 stessi nel quadro umano della visione. Gli artisti hanno il compito di curvare lo sguardo. Lo sguardo che interroga \u00e8 anche uno sguardo gittante, che \u2018fa\u2019 la cosa.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Uno spettacolo richiede lo sguardo partecipe dello spettatore perch\u00e9 qualcosa manca. Ci\u00f2 che manca \u00e8 esattamente la parte dello spettatore. Se vogliamo, il teatro non avviene sul palcoscenico, non avviene neanche solo nella sala, avviene a met\u00e0, tra il palco e la sala, l\u00e0 dove vi \u00e8 un velo invisibile. L\u2019incontro dello sguardo con la cosa \u00e8 la quinta parete \u2013 non la quarta \u2013; la mente dello spettatore come quinta parete. \u00c8 questo il palcoscenico definitivo.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\"><em>Nella scena di apertura di <\/em>Inferno<em> i cani sbranano l\u2019artista dissolvendone il nome appena pronunciato. In questo modo decreti l\u2019autonomia dell\u2019opera?<\/em><\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Sono profondamente convinto che l\u2019opera, in quanto forma, sia universale e come tale appartenga a tutti. Come spettatore non mi interessano gli ambiti autobiografici, sociali e culturali relativi all\u2019autore, i temi \u2018politici\u2019, l\u2019impegno e l\u2019attivismo della denuncia. Sono, a mio avviso, elementi di superficie che distraggono dal problema dell\u2019opera e dal suo fuoco centrale.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">L\u2019artista deve scomparire per dare accesso a qualcun altro, a qualcos\u2019altro. \u00c8 il movimento dello <em>tzimtzum<\/em> descritto nella mistica ebraica: Dio si ritrae per permettere alla creazione di esistere. Se Dio non si facesse fuori, la creazione non avrebbe spazio di esistenza. Ogni creatore, piccolo Dio che si espone al ridicolo nella creazione, deve farsi da parte con il movimento dello <em>tzimtzum<\/em>. Non deve rivendicare, giustificare, imporre la sua presenza. Creare \u00e8 fare spazio. Uno spazio che non \u00e8 pi\u00f9 mio.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\"><em>Cosa intendi quando parli dell\u2019\u201cattore lapidato\u201d?<\/em><\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Sul palco gli attori si espongono alla durezza dello sguardo, a una lapidazione che riduce e consuma il loro corpo. Gli attori sanno che devono farsi fuori. L\u2019uscita dal palco \u00e8 il movimento essenziale. Lasciare lo spazio, dopo averlo costruito. La recitazione \u00e8 lotta, corpo a corpo con lo spettatore, dove la vittoria di quest\u2019ultimo \u00e8 scontata. La sconfitta dell\u2019attore \u00e8 per\u00f2 splendida. \u00c8 come vedere il proprio volto. Quando il teatro funziona percepiamo un\u2019autentica sensazione di pericolo. Lo si avverte per il fatto di essere presenti con il corpo al proprio corpo. Ci\u00f2 che vedo \u00e8 il mio ritratto, percepisco il pericolo di essere messo a nudo; anzi, si tratta di questo: qualcuno mi sta spogliando. Questo sentimento essenziale di paura, lungi dall\u2019essere evitato, era per il greco sommo piacere. Il piacere di esporsi alla cattiveria del teatro, alla paura di morire davanti a uno spettacolo e ritrovarsi vivi, pi\u00f9 di prima. Il teatro \u00e8 un incontro con l\u2019ignoto. Il metodo, ogni metodo, anestetizza la vergogna ontologica del palcoscenico, l\u2019errore sostanziale, il non-avere-parole. Ogni metodo anestetizza il proprio del teatro.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\"><em>Sul palcoscenico hai messo animali, bambini, macchine. In <\/em>Le Sacre du Printemps<em> addirittura gli attori sono scomparsi e le macchine assumono la funzione di personaggio. Come lavori con queste presenze?<\/em><\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Sono potenze esogene, irriducibili, letteralmente fuori da ogni pretesa del linguaggio. Non si viene a patti con queste potenze. Non abbiamo le parole per negoziare con loro. Si obbedisce. Obbedisco al cane, obbedisco al bambino, obbedisco al serpente, obbedisco al pistone oleodinamico. Gli animali, i bambini e le macchine entrano in palcoscenico come forze apodittiche sotto il cui peso il tessuto della finzione si deforma, si sfonda. Nel teatro borghese \u00e8 tradizione evitare accuratamente i bambini o gli animali perch\u00e9, si dice, \u201cammazzano gli attori\u201d. Il teatro borghese aveva capito tutto, avvertendo la devastante forza di queste presenze, tremendamente pi\u00f9 efficaci di ogni attore.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">In <em>Le Sacre du Printemps<\/em> le macchine erano quarantotto, ognuna delle quali faceva una sola cosa. Nel contesto mitologico del <em>Sacre<\/em>, rappresentavano gli antenati che chiedono alla eletta di danzare fino alla morte. Facevano letteralmente danzare la polvere di ossa. Erano macchinari appesi al soffitto, come una forza celeste che impone la morte. La macchina cala sempre dall\u2019alto, c\u2019\u00e8 sempre qualcosa di freddo, di calcolato, di teologico.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\"><em>Secondo te \u00e8 possibile formare una nuova generazione di attori consapevoli?<\/em><\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Non credo alla parola formazione a meno che non sia un moto autonomo e spontaneo. Noto nei giovani attori coraggio, generosit\u00e0, disponibilit\u00e0, in alcuni casi anche incoscienza, che, a mio avviso, corrisponde allo stato perfetto. Molti di loro preferiscono definirsi performer. Ma per me la parola attore \u00e8 una parola pi\u00f9 bella, perch\u00e9 antica, monumentale, contraddittoria.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Le cose poi si apprendono per contatto, attraverso incidenti di percorso, cose che vedi e non avresti dovuto vedere. Difficile che accada un\u2019epifania attraverso canali prestabiliti come quelli di una lezione. A me non \u00e8 mai capitato. Non ho mai creduto al rapporto insegnante-allievo. Chi si avvicina a questa arte dovrebbe rapinare, che non significa copiare, significa rubare gli strumenti.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Non credo che si possano insegnare l\u2019arte del cinema, della scrittura o del teatro. Nelle scuole si impara a fare la cosa giusta, il che \u00e8 omologante e condiscendente. Ai giovani registi dico: andate nei musei a guardare le tavole di Rembrandt, studiate e analizzate Vel\u00e1zquez. Se proprio ne avete bisogno, questi sono i maestri. Sono pittori e scultori, difficile che possano essere registi o professori. Andate al Prado, l\u00e0 ci sono le pi\u00f9 alte lezioni sul corpo e sulla luce, sulle catene morali dell\u2019essere, sui conflitti umani e divini. Sono condensati di apprendimento perch\u00e9 sono forme, non concetti.<\/p>\n\n\n\n<div class=\"wp-block-image\"><figure class=\"aligncenter size-large\"><img decoding=\"async\" src=\"data:image\/gif;base64,R0lGODlhAQABAIAAAAAAAP\/\/\/yH5BAEAAAAALAAAAAABAAEAAAIBRAA7\" data-src=\"https:\/\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2022\/01\/I.-Parsifal-1024x682.jpg\" alt=\"\" class=\"wp-image-26256 lazyload\"><noscript><img data-recalc-dims=\"1\" loading=\"lazy\" loading=\"lazy\" decoding=\"async\" width=\"1024\" height=\"682\" src=\"https:\/\/i0.wp.com\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2022\/01\/I.-Parsifal.jpg?resize=1024%2C682&#038;ssl=1\" alt=\"\" class=\"wp-image-26256\" srcset=\"https:\/\/i0.wp.com\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2022\/01\/I.-Parsifal.jpg?resize=1024%2C682&amp;ssl=1 1024w, https:\/\/i0.wp.com\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2022\/01\/I.-Parsifal.jpg?resize=300%2C200&amp;ssl=1 300w, https:\/\/i0.wp.com\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2022\/01\/I.-Parsifal.jpg?resize=768%2C512&amp;ssl=1 768w, https:\/\/i0.wp.com\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2022\/01\/I.-Parsifal.jpg?resize=720%2C480&amp;ssl=1 720w, https:\/\/i0.wp.com\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2022\/01\/I.-Parsifal.jpg?resize=480%2C320&amp;ssl=1 480w, https:\/\/i0.wp.com\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2022\/01\/I.-Parsifal.jpg?w=1280&amp;ssl=1 1280w\" sizes=\"auto, (max-width: 1024px) 100vw, 1024px\" \/><\/noscript><figcaption><meta charset=\"utf-8\"><em>Parsifal<\/em>, 2011. Nella foto: Anna Larsson. <meta charset=\"utf-8\">ph. Luca Del Pia<\/figcaption><\/figure><\/div>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\"><em>Ci sono stati spettacoli che ti hanno colpito all\u2019inizio della tua carriera e rimangono tuoi riferimenti?<\/em><\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\"><em>Riccardo III<\/em> di Carmelo Bene che vidi quando avevo sedici o diciassette anni. <em>Punto di rottura<\/em> del Carrozzone, poco pi\u00f9 tardi. Il libro di Grotowski <em>Per un teatro povero<\/em><a href=\"#_ftn1\"><sup>[1]<\/sup><\/a>, in particolare le tavole fotografiche sul lavoro di Ryszard Cie\u015blak. Carmelo Bene, ha segnato pi\u00f9 profondamente; nel suo lavoro non vi era pedagogia. Il suo era un sistema che, attraverso un\u2019immensa manovra formale, portava al parossismo la questione linguistica, affinch\u00e9 non vi potesse essere risposta. L\u2019uso dell\u2019amplificazione in Bene eccedeva la voce rivelando la lingua che manca. Il suo era un teatro fatto di eclissi continue, i cui fantasmi balenavano per combattere l\u2019assolutismo della realt\u00e0.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\"><em>\u00c8 necessario, il teatro?<\/em><\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Il teatro \u00e8 necessario perch\u00e9 \u00e8 inutile. Non cambia il mondo e non l\u2019ha mai fatto. La giurisprudenza cambia il mondo. Il teatro che io rispetto \u00e8 sempre una scena di crisi e non l\u2019espressione dei buoni sentimenti. Assumo il male del tempo perch\u00e9 \u00e8 identico a quello che abita nella mia vita ordinaria. Sul palco la colpa \u00e8 sempre mia.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\"><em>In che senso continui a considerarti \u2018greco\u2019?<\/em><\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Considerarmi greco non ha niente di saccente. Per me significa pensare l\u2019impensato. La Grecia significa essere altrove perch\u00e9 non si pu\u00f2 rimanere in questo mondo. Significa essere inattuali per poter pensare il contemporaneo. Per dire di questo mondo non si pu\u00f2 usare questa lingua. Bisogna sospenderla, come faceva il pi\u00f9 perfetto dei \u2018greci\u2019 tra noi, H\u00f6lderlin. Per fare la Tragedia bisogna averla persa. Essere greco: non avere lingua.<\/p>\n\n\n\n<div class=\"wp-block-image\"><figure class=\"aligncenter size-large is-resized\"><img loading=\"lazy\" loading=\"lazy\" decoding=\"async\" src=\"data:image\/gif;base64,R0lGODlhAQABAIAAAAAAAP\/\/\/yH5BAEAAAAALAAAAAABAAEAAAIBRAA7\" data-src=\"https:\/\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2022\/01\/LV.-Endogonidia-VII-677x1024.jpg\" alt=\"\" class=\"wp-image-26264 lazyload\" width=\"563\" height=\"852\"><noscript><img data-recalc-dims=\"1\" loading=\"lazy\" loading=\"lazy\" decoding=\"async\" src=\"https:\/\/i0.wp.com\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2022\/01\/LV.-Endogonidia-VII.jpg?resize=563%2C852&#038;ssl=1\" alt=\"\" class=\"wp-image-26264\" width=\"563\" height=\"852\" srcset=\"https:\/\/i0.wp.com\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2022\/01\/LV.-Endogonidia-VII.jpg?resize=677%2C1024&amp;ssl=1 677w, https:\/\/i0.wp.com\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2022\/01\/LV.-Endogonidia-VII.jpg?resize=198%2C300&amp;ssl=1 198w, https:\/\/i0.wp.com\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2022\/01\/LV.-Endogonidia-VII.jpg?resize=768%2C1161&amp;ssl=1 768w, https:\/\/i0.wp.com\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2022\/01\/LV.-Endogonidia-VII.jpg?resize=480%2C726&amp;ssl=1 480w, https:\/\/i0.wp.com\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2022\/01\/LV.-Endogonidia-VII.jpg?w=1000&amp;ssl=1 1000w\" sizes=\"auto, (max-width: 563px) 100vw, 563px\" \/><\/noscript><figcaption><meta charset=\"utf-8\"><em>Roma. VII Episodio della<\/em> <em>Tragedia Endogonidia<\/em>, 2003. Nella foto: Lola. <meta charset=\"utf-8\">ph. Luca Del Pia<\/figcaption><\/figure><\/div>\n\n\n\n<hr class=\"wp-block-separator is-style-default\"\/>\n\n\n\n<p class=\"has-small-font-size wp-block-paragraph\"><a href=\"#_ftnref1\">[1]<\/a> Jerzy Grotowski, <em>Per un teatro povero<\/em>, Bulzoni, Roma 1970.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">VELIA PAPA, direttore di Marche Teatro, si occupa di progettazione, produzione artistica e ricerca multidisciplinare. Esperta di relazioni internazionali ha dato vita a numerose reti per la promozione dello spettacolo dal vivo con particolare riguardo alle nuove generazioni artistiche e ai progetti di innovazione. Ha seguito il lavoro di Romeo Castellucci e della Societas fin dagli esordi, dedicandogli, nel 1993, l\u2019intera edizione del Festival Inteatro di Polverigi.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">LUCA DEL PIA, fotografo e videomaker, collabora da anni con artisti della ricerca teatrale, che segue con \u201cuno sguardo materico e anti-illustrativo, andando ben oltre la semplice documentazione per farsi visione, dialogo intimo, presenza e non rappresentazione\u201d, come recita la motivazione del Premio Hystrio-Anct assegnatogli nel 2019. Del Pia ha allestito mostre in diversi spazi tra cui il Palazzo delle Esposizioni di Roma e il Moma di Chicago. Sul lavoro di Castellucci ha pubblicato <em>Itinera<\/em> (Actes sud, 2008).<\/p>\n\n\n\n<p class=\"has-text-color wp-block-paragraph\" style=\"color:#676d82\"><em>Tutte le fotografie che accompagnano l&#8217;articolo sono di Luca Del Pia<\/em>. <em>Le immagini sono tratte dall&#8217;Archivio Storico della Societas Raffaello Sanzio, riconosciuto dalla Soprintendenza Archivistica dell&#8217;Emilia-Romagna e digitalizzato dal Progetto ARCH.<\/em><\/p>\n\n\n\n<p class=\"has-text-color wp-block-paragraph\" style=\"color:#676d82;font-size:15px\"><em>In copertina: <meta charset=\"utf-8\"><\/em>Genesi. From the Museum of Sleep<em>, 1999. Nella foto: Demetrio Castellucci, Teodora Castellucci, Agata Castellucci.<\/em> <em>ph. Luca Del Pia<\/em><\/p>\n","protected":false,"gt_translate_keys":[{"key":"rendered","format":"html"}]},"excerpt":{"rendered":"<p>Il teatro \u00e8 necessario perch\u00e9 \u00e8 inutile. Non cambia il mondo e non l\u2019ha mai fatto. La giurisprudenza cambia il mondo. 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