{"id":23977,"date":"2021-11-08T00:01:35","date_gmt":"2021-11-07T23:01:35","guid":{"rendered":"https:\/\/antinomie.it\/?p=23977"},"modified":"2024-06-05T23:13:41","modified_gmt":"2024-06-05T21:13:41","slug":"tatay-o-il-con-tatto-con-il-mondo-una-conversazione-con-marina-ballo-charmet","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/antinomie.it\/index.php\/2021\/11\/08\/tatay-o-il-con-tatto-con-il-mondo-una-conversazione-con-marina-ballo-charmet\/","title":{"rendered":"&#8216;Tatay&#8217; o il con-tatto con il mondo. Una conversazione con Marina Ballo Charmet","gt_translate_keys":[{"key":"rendered","format":"text"}]},"content":{"rendered":"\n<p class=\"wp-block-paragraph\"><\/p>\n\n\n\n<p class=\"has-drop-cap wp-block-paragraph\">Negli ultimi anni ho avuto la fortuna di seguire il lavoro di Marina Ballo Charmet, di scoprirne le fasi preparatorie e le evoluzioni continue. I suoi progetti hanno la loro radice nella professione di psicoterapeuta infantile che le consente di esplorare il territorio dove realt\u00e0 e percezione si fondono nelle prime esperienze affettive. Il preconscio del bambino tratteggia l\u2019identit\u00e0 come possibilit\u00e0 di relazionarsi al mondo ed \u00e8 questa lieve soglia a cui Marina vuole dare rappresentazione. Nel riformulare quell\u2019<em>apertura<\/em> le ricerche si moltiplicano con soluzioni fotografiche, video-installative, performative e partecipative. Per avvicinare l\u2019enigma dell\u2019esperienza l\u2019artista indaga gesti e icone ancestrali, raffigura le atmosfere emotive e associative che accompagnano ogni relazione oggettiva.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Il cantiere visivo di Marina Ballo mostra la familiarit\u00e0 dell\u2019artista con la materia di cui sono intessute le immagini, un\u2019intimit\u00e0 che ha radici nella sua prima infanzia. Figlia del critico d\u2019arte e poeta Guido Ballo, fin da piccola Marina ha avuto un rapporto con l\u2019arte del Novecento, con gli oggetti, i segni, i colori del futurismo, dell\u2019espressionismo, dell\u2019astrattismo, delle ricerche contemporanee. Le inquiete variazioni della sua opera offrono un sotterraneo rimando a quel bagaglio raffinato e molteplice, una consuetudine che non \u00e8 mai citazione, una profonda confidenza con la sintassi dell\u2019arte, le sue trame e le sue forme. Da qui nasce la sicurezza nell\u2019adottare posizioni inattese, l\u2019abilit\u00e0 spiazzante nel percorrere diverse soluzioni per raccontare la nostra esperienza del <em>luogo<\/em> e dell\u2019<em>altro, <\/em>una ricerca di cui l\u2019istallazione audiovisiva <em>Tatay <\/em>(2021) &#8211; in anteprima alla Triennale di Milano &#8211; \u00e8 l\u2019ultima sorprendente evoluzione.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\"><em>Giuliano:<\/em> Qualche anno fa \u00e8 uscito il tuo <em>Con la coda dell&#8217;occhio, scritti sulla fotografia<\/em>, per l\u2019editore Quodilibet (edito anche in inglese), un volume importante dove racconti anche la tua formazione, la tua infanzia tra gli artisti. \u00c8 da questa esperienza originaria con l\u2019arte che vorrei ripartire per avvicinarmi progressivamente al tuo ultimo lavoro, <em>Tatay<\/em>. <\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\"><em>Marina<\/em>: Quando ero molto piccola sono vissuta in mezzo agli artisti perch\u00e9 mio pap\u00e0 era un critico e uno storico dell\u2019arte molto importante. Ricordo Lucio Fontana, Dadamaino, Gastone Novelli, Emilio Isgr\u00f2, Ganni Colombo, Carla Accardi e tanti altri\u2026 erano sempre a casa, anche a mangiare, a chiacchierare, era difficile non partecipare ed era molto interessante conoscere questi personaggi. C\u2019\u00e8 un aneddoto di quando avevo&nbsp; sei o sette anni, venivano a casa dei compagni di scuola che mi chiedevano cos\u2019era il quadro con i buchi\u2026 era complicato da spiegare al compagno di scuola, era molto divertente.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">La sfera dell\u2019arte coinvolgeva la famiglia, all\u2019inizio del ginnasio andavo tutte le sere in cineteca con mio fratello che poi divenne film-maker e studioso di cinema, erano gli anni della contestazione e la cineteca era un punto di ritrovo. Andavamo anche al cineclub <em>Nuovo Teatro <\/em>che Franco Quadri aveva messo in piedi a Milano e dove aveva portato tanti autori come Jonas Mekas, Stan Brakhage e Andy Warhol di cui vedemmo <em>Eat<\/em> ed <em>Empire.<\/em> Me li ricordo molto bene, un discorso sulla luce e non solo sulla luce, cos\u00ec come <em>La R\u00e9gion Centrale <\/em>di Michael Snow, un film veramente speciale. Parliamo della Milano degli anni Sessanta e Settanta ma frequentavo anche le Biennali di Venezia e il festival del cinema di Pesaro che presentava cose molto particolari, da Glauber Rocha ai lunghissimi film di Jacques Rivette.<\/p>\n\n\n\n<div class=\"wp-block-image\"><figure class=\"aligncenter size-large\"><img decoding=\"async\" src=\"data:image\/gif;base64,R0lGODlhAQABAIAAAAAAAP\/\/\/yH5BAEAAAAALAAAAAABAAEAAAIBRAA7\" data-src=\"https:\/\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2021\/11\/ridottab02_Con-la-coda-dellocchio-57-1993-1994-1024x683.jpeg\" alt=\"\" class=\"wp-image-24021 lazyload\"><noscript><img data-recalc-dims=\"1\" loading=\"lazy\" loading=\"lazy\" decoding=\"async\" width=\"1024\" height=\"683\" src=\"https:\/\/i0.wp.com\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2021\/11\/ridottab02_Con-la-coda-dellocchio-57-1993-1994.jpeg?resize=1024%2C683&#038;ssl=1\" alt=\"\" class=\"wp-image-24021\" srcset=\"https:\/\/i0.wp.com\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2021\/11\/ridottab02_Con-la-coda-dellocchio-57-1993-1994.jpeg?resize=1024%2C683&amp;ssl=1 1024w, https:\/\/i0.wp.com\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2021\/11\/ridottab02_Con-la-coda-dellocchio-57-1993-1994.jpeg?resize=300%2C200&amp;ssl=1 300w, https:\/\/i0.wp.com\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2021\/11\/ridottab02_Con-la-coda-dellocchio-57-1993-1994.jpeg?resize=768%2C512&amp;ssl=1 768w, https:\/\/i0.wp.com\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2021\/11\/ridottab02_Con-la-coda-dellocchio-57-1993-1994.jpeg?resize=720%2C480&amp;ssl=1 720w, https:\/\/i0.wp.com\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2021\/11\/ridottab02_Con-la-coda-dellocchio-57-1993-1994.jpeg?resize=480%2C320&amp;ssl=1 480w, https:\/\/i0.wp.com\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2021\/11\/ridottab02_Con-la-coda-dellocchio-57-1993-1994.jpeg?w=1200&amp;ssl=1 1200w\" sizes=\"auto, (max-width: 1024px) 100vw, 1024px\" \/><\/noscript><figcaption>Marina Ballo Charmet, <em>Con la coda dell&#8217;occhio, #57<\/em>, 1993-1994<\/figcaption><\/figure><\/div>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\"><em>Giuliano:<\/em> Che studi hai fatto?<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\"><em>Marina<\/em>: Dopo il liceo frequentavo filosofia, in quei anni alla Statale insegnava il fenomenologo Enzo Paci. Ero molto presa dallo studio della filosofia, ed era il periodo della contestazione e delle lotte femministe.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\"><em>Giuliano:<\/em> Ma in tutto questo la fotografia?<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\"><em>Marina<\/em>: Il fratello di mio padre, Aldo Ballo, era un grande fotografo di design, per\u00f2 la passione \u00e8 venuta dopo, a met\u00e0 degli anni Ottanta, e di l\u00ec a poco ho messo su la camera oscura. Non mi interessava la fotografia analitica che descrive minuziosamente l\u2019oggetto, cercavo l\u2019incerto, l\u2019ambiguo. Il mio primo lavoro in bianco e nero parte dall\u2019idea della luce e del limite\/ non-limite tra cielo e terra; volevo un\u2019immagine che desse l\u2019idea di essere dentro a luogo, in rapporto con la cosa che stavo fotografando, e qui ci si pu\u00f2 collegare al concetto di \u201ccampo\u201d che ho molto esplorato.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">In quegli anni i due riferimenti pi\u00f9 importanti sono stati Gabriele Basilico e Lewis Baltz con cui ho fatto dei workshop e che ho continuato a frequentare. Nel mio libro ci sono anche altri riferimenti, quelli storici che si legano al mio modo di pensare la fotografia, come Henri Le Secq, la sua natura, la terra, i campi, le inquadrature che sembrano venir fuori da sole, hai in mente Le Secq? \u00c8 veramente straordinario. Nel paesaggio Timothy O\u2019Sullivan e Eug\u00e8ne Atget prima ancora di Robert Adams e del gruppo dei New Topographics, poi i coniugi Becher, Dan Graham, gli artisti della&nbsp; land art e i concettuali.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\"><em>Giuliano:<\/em> Mi parlavi anche delle avanguardie storiche, del lavoro di Raoul Hausmann, soprattutto vorrei capire da te come funzionano questi riferimenti nel tuo lavoro.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\"><em>Marina<\/em>: Quello che mi interessa \u00e8 studiare il linguaggio, un\u2019attenzione che ho sempre avuto anche quando andavo al cinema. Sono arrivata alla fotografia con grande passione per\u00f2 sempre accompagnata da questo modo di leggere le cose, cercando di capire a che cosa servisse usare un certo linguaggio e che tipo di linguaggio volevo costruire. Per questo mi interessa vedere come il mondo dell\u2019arte usa la fotografia; Richard Long, Robert Smithson, Douglas Huebler e Gordon Matta-Clark li sento vicini ai miei progetti. Tra gli italiani ci sono delle figure legate all\u2019arte come Pino Pascali e nel suo lavoro c\u2019\u00e8 una parte di fotografia straordinaria.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\"><em>Giuliano:<\/em> Come rielabori questa costellazione di riferimenti artistici nel tuo immaginario?<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\"><em>Marina:<\/em> Uno dei punti centrali \u00e8 l\u2019associazione tra il pensiero psicoanalitico e il pensiero della creazione e delle avanguardie. \u00c8 un processo che procede per associazioni, anche filosofiche. Quando ho presentato il mio lavoro <em>Con la coda dell\u2019occhio<\/em> (1993-94) Piero Quaglino, storico dell\u2019arte e amico, mi ha suggerito di approfondire il pensiero di Anton Ehrenzweig studioso di psicanalisi e professore di arte a Londra. Lui ha lavorato molto sulla percezione periferica e sull\u2019espressionismo astratto e diceva ai suoi allievi che per imparare l\u2019arte bisogna amare l\u2019inconscio.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Con Ehrenzweig ho capito meglio quello che stavo facendo, il mio interesse per la percezione laterale. Ho teorizzato il vedere periferico, quello che scorgiamo sempre di sfuggita e non guardiamo mai attentamente, la mia fotografia \u00e8 uno specchio del rapporto empatico con il luogo e con l\u2019oggetto: dare importanza a questo vedere\/non vedere d\u00e0 l\u2019idea dello stare dentro il luogo, mostrarne il senso. Dal punto di vista linguistico evito l\u2019estetizzazione dell\u2019oggetto: solo in quel caso emerge il vedere periferico laterale che con l\u2019uso dell\u2019empatia apre la dimensione del preconscio.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\"><em>Giuliano:<\/em> La fotografia che realizzi allora non rappresenta ma mostra un luogo, potremmo dire che \u00e8 luogo essa stessa?<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\"><em>Marina:<\/em> Hai ragione \u00e8 proprio un mostrare, cio\u00e8 l\u2019essere dentro, presentare e non rappresentare. Direi che \u00e8 uno stato dell\u2019essere dentro il mondo, quindi uno stato delle cose. Non \u00e8 la rappresentazione della cosa in s\u00e9, non c\u2019\u00e8 il controllo sull\u2019oggetto o sul paesaggio perch\u00e9 non stai guardando il mondo, il mondo \u00e8 intorno non davanti a te.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\"><em>Giuliano:<\/em> Se la tua fotografia non \u00e8 indice di una realt\u00e0 esterna \u201coggettivata\u201d, allora \u00e8 un icona? In qualche modo \u00e8 una realt\u00e0 a s\u00e9, oppure una traccia della tua esperienza? Come la definiresti?<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\"><em>Marina:<\/em> Non \u00e8 traccia della mia esperienza perch\u00e9 poi ho la pretesa che sia un\u2019opera. Alla fine del lavoro diventa una realt\u00e0 a s\u00e9, un\u2019opera come immagine di un risultato visivo. Ovvero, l\u2019opera vuole dare il senso del luogo. Vorrei che venisse fuori l\u2019essenza del \u201ccampo\u201d come immagine di sintesi, non analitica, un\u2019immagine sintetica.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\"><em>Giuliano:<\/em> Come nasce <em>Con la coda dell\u2019occhio<\/em> (1993-1994)?<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\"><em>Marina:<\/em> <em>Con la coda dell\u2019occhio<\/em> \u00e8 nato dalla committenza per il Festival culturale Europeo di Graz, un lavoro sulla citt\u00e0. Ho cominciato a girare, mi sono messa bassa, ad altezza di bambino e l\u00ec ho cominciato a costruire questo discorso del periferico, il guardare le cose con una visione non dell\u2019adulto che controlla tutto. Dalle prime serie di immagini capii che c\u2019era qualcosa che potevo portare avanti e farne un lavoro. Spesso parlo del controllo sull\u2019oggetto e riprendo il discorso di Raoul Hausmann sulla verticalit\u00e0. Credo che superare questa dimensione verticale sia fondamentale per ottenere un rapporto diverso, un immaginario dell\u2019esser prossimo.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\"><em>Giuliano:<\/em> Proprio per questo nei tuoi lavori non c\u2019\u00e8 un\u2019inquadratura in senso tradizionale: la mancanza di inquadratura canonica non significa un tuo \u201cgusto\u201d soggettivo o la ricerca di un \u201ceffetto\u201d onirico, quello che ti interessa \u00e8 arrivare a una soggettivit\u00e0 preconscia.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\"><em>Marina:<\/em> In generale lavoro con la camera a mano ma in un senso particolare &#8211; penso a Dan Graham dove c\u2019\u00e8 quest\u2019aspetto della macchina senza lo sguardo dell\u2019autore &#8211; l\u2019estremizzazione di questo discorso lo trovi in <em>Passi Leggeri<\/em> (1999), un video sul mio camminare quotidiano in casa dove avevo semplicemente legato la videocamera alla vita.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Nel 2004-5 ho fatto un workshop con dei bambini molto piccoli che poi ho intitolato <em>Il campo<\/em>. A questi piccoli avevo dato delle macchine fotografiche usa e getta, ne sono uscite delle fotografie straordinarie dove si vede la forza di certe immagini, emerge il discorso sul <em>campo<\/em> che non \u00e8 pi\u00f9 un quadro, un\u2019inquadratura: l\u00ec c\u2019\u00e8 qualcosa come il tatto, il contatto direbbe Merleau-Ponty con il mondo.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\"><em>Giuliano:<\/em> Se capisco il luogo esiste nel momento in cui lo esperisci con una visione periferica, a quel punto in qualche modo riesci a fotografarlo\u2026 come nasce ad esempio un lavoro come quello sui parchi?<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\"><em>Marina:<\/em> Quando vengono bene le immagini dovrebbero dare l\u2019idea del senso del luogo. Il progetto <em>Il<\/em> <em>parco<\/em> (2006-2014) \u00e8 nato in maniera incredibile: qualche anno fa sono tornata a vivere a duecento metri da dove ho vissuto fino ai venticinque anni d\u2019et\u00e0. Da piccola andavo sempre a giocare al parco Sempione di fronte casa. Quando finalmente ci sono tornata ho sentito una cosa molto diversa di vissuto, c\u2019erano moltissimi stranieri e mi ha colpito un gruppo allegro che danzava con una musica molto triste. Ho capito che era successo qualcosa, un cambiamento enorme rispetto a quello che era il contenitore del parco. A quel punto ho fatto le riprese e ho cominciato il progetto sui parchi. Anche qui, come vedi, non mi interessa la scena o il dettaglio ma l\u2019abitare il luogo dello spazio pubblico che \u00e8 diventato una possibilit\u00e0 di esperienze, di vissuti, d\u2019incontri veramente diversi da quelli che erano prima. Ho pensato che fosse interessante fotografare i parchi di diverse citt\u00e0. L\u2019archivio di questo progetto \u00e8 enorme, sono migliaia di fotografie, ho lavorato in otto citt\u00e0 europee e al Central Park di New York.<\/p>\n\n\n\n<div class=\"wp-block-image\"><figure class=\"aligncenter size-large is-resized\"><img loading=\"lazy\" loading=\"lazy\" decoding=\"async\" src=\"data:image\/gif;base64,R0lGODlhAQABAIAAAAAAAP\/\/\/yH5BAEAAAAALAAAAAABAAEAAAIBRAA7\" data-src=\"https:\/\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2021\/11\/ridotta-04_Il-parco-Paris-Les-Buttes-Chaumont-trittico-2006-1024x683.jpeg\" alt=\"\" class=\"wp-image-24027 lazyload\" width=\"840\" height=\"560\"><noscript><img data-recalc-dims=\"1\" loading=\"lazy\" loading=\"lazy\" decoding=\"async\" src=\"https:\/\/i0.wp.com\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2021\/11\/ridotta-04_Il-parco-Paris-Les-Buttes-Chaumont-trittico-2006.jpeg?resize=840%2C560&#038;ssl=1\" alt=\"\" class=\"wp-image-24027\" width=\"840\" height=\"560\" srcset=\"https:\/\/i0.wp.com\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2021\/11\/ridotta-04_Il-parco-Paris-Les-Buttes-Chaumont-trittico-2006.jpeg?resize=1024%2C683&amp;ssl=1 1024w, https:\/\/i0.wp.com\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2021\/11\/ridotta-04_Il-parco-Paris-Les-Buttes-Chaumont-trittico-2006.jpeg?resize=300%2C200&amp;ssl=1 300w, https:\/\/i0.wp.com\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2021\/11\/ridotta-04_Il-parco-Paris-Les-Buttes-Chaumont-trittico-2006.jpeg?resize=768%2C512&amp;ssl=1 768w, https:\/\/i0.wp.com\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2021\/11\/ridotta-04_Il-parco-Paris-Les-Buttes-Chaumont-trittico-2006.jpeg?resize=720%2C480&amp;ssl=1 720w, https:\/\/i0.wp.com\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2021\/11\/ridotta-04_Il-parco-Paris-Les-Buttes-Chaumont-trittico-2006.jpeg?resize=480%2C320&amp;ssl=1 480w, https:\/\/i0.wp.com\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2021\/11\/ridotta-04_Il-parco-Paris-Les-Buttes-Chaumont-trittico-2006.jpeg?w=1200&amp;ssl=1 1200w\" sizes=\"auto, (max-width: 840px) 100vw, 840px\" \/><\/noscript><figcaption>Marina Ballo Charmet, <em>Il parco, Paris, Les Buttes Chaumont<\/em>, trittico, 2006. Installation view, <em>Sguardo terrestre<\/em>, a cura di Stefano Chiodi, MACRO, Roma, 2013<\/figcaption><\/figure><\/div>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Non ho voluto usare il banco ottico n\u00e9 potrei lavorarci perch\u00e9 per fare un\u2019inquadratura devi controllare lo spazio. Io progetto l\u2019idea, spesso molto prima, \u00e8 un lavoro pensato per\u00f2 quando sono l\u00ec non deve essere troppo controllato. Il progettare la cosa \u00e8 molto diverso dal controllarla. In queste immagini l\u2019inquadratura sembra che non ci sia, in realt\u00e0 \u00e8 il mio preconscio che inquadra, il lavoro mostra delle immagini in cui il parco, questo <em>luogo<\/em>, \u00e8 come se venisse fuori da solo. Volevo ottenere quello che avviene nella nostra percezione che \u00e8 disattenta, procede a salti e non ha una logica anche se sembra averla.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Il trittico del <em>Parco<\/em> che era alla mostra del MACRO (2013) ha fatto venire in mente ad Andrea Cortellessa il concetto del <em>defotografare<\/em>, legato alla denarrazione. In effetti in quel trittico &#8211; come nel resto del lavoro &#8211; c\u2019\u00e8 un salto della narrazione, nel senso che non \u00e8 cinetico, non c\u2019\u00e8 uno spostamento da sinistra a destra o viceversa, la prima immagine \u2013 quella di sinistra \u2013 potrebbe essere anche l\u2019ultima.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\"><em>Giuliano<\/em>: C\u2019\u00e8 un\u2019altra questione che mi interessa, come procedi per decidere la dimensione delle stampe?<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\"><em>Marina:<\/em> In <em>Con la coda dell\u2019occhio<\/em> ho scelto di fare un formato uno a uno, ho scelto di ricreare l\u2019esperienza vissuta l\u00ec davanti, all\u2019interno di questo luogo. Sono immagini di un metro e trenta per un metro, come se fossero viste dall\u2019occhio di un bambino piccolo. <em>S<\/em>oprattutto <em>Primo Campo<\/em> (2001-2003) \u00e8 il punto di vista di un bambino. Rispetto alla grandezza della fotografia penso che le immagini piccole ti facciano vedere le cose pi\u00f9 da lontano, come descrizione, non c\u2019\u00e8 la prossimit\u00e0, l\u2019aspetto della vicinanza. Pi\u00f9 l\u2019immagine \u00e8 grande pi\u00f9 in qualche modo ci sei dentro.<\/p>\n\n\n\n<div class=\"wp-block-image\"><figure class=\"aligncenter size-large\"><img decoding=\"async\" src=\"data:image\/gif;base64,R0lGODlhAQABAIAAAAAAAP\/\/\/yH5BAEAAAAALAAAAAABAAEAAAIBRAA7\" data-src=\"https:\/\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2021\/11\/ridotta-03_Primo-campo-13-2001-1024x683.jpeg\" alt=\"\" class=\"wp-image-24023 lazyload\"><noscript><img data-recalc-dims=\"1\" loading=\"lazy\" loading=\"lazy\" decoding=\"async\" width=\"1024\" height=\"683\" src=\"https:\/\/i0.wp.com\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2021\/11\/ridotta-03_Primo-campo-13-2001.jpeg?resize=1024%2C683&#038;ssl=1\" alt=\"\" class=\"wp-image-24023\" srcset=\"https:\/\/i0.wp.com\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2021\/11\/ridotta-03_Primo-campo-13-2001.jpeg?resize=1024%2C683&amp;ssl=1 1024w, https:\/\/i0.wp.com\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2021\/11\/ridotta-03_Primo-campo-13-2001.jpeg?resize=300%2C200&amp;ssl=1 300w, https:\/\/i0.wp.com\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2021\/11\/ridotta-03_Primo-campo-13-2001.jpeg?resize=768%2C512&amp;ssl=1 768w, https:\/\/i0.wp.com\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2021\/11\/ridotta-03_Primo-campo-13-2001.jpeg?resize=720%2C480&amp;ssl=1 720w, https:\/\/i0.wp.com\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2021\/11\/ridotta-03_Primo-campo-13-2001.jpeg?resize=480%2C320&amp;ssl=1 480w, https:\/\/i0.wp.com\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2021\/11\/ridotta-03_Primo-campo-13-2001.jpeg?w=1200&amp;ssl=1 1200w\" sizes=\"auto, (max-width: 1024px) 100vw, 1024px\" \/><\/noscript><figcaption>Marina Ballo Charmet, <em>Primo campo, #13<\/em>, 2001<\/figcaption><\/figure><\/div>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\"><em>Giuliano:<\/em> Vorrei ora chiederti di questo ultimo lavoro che presenti attualmente in Triennale a Milano, <em>Tatay<\/em>, un\u2019installazione che prevede un video e una complessa amplificazione sonora con voci che si intrecciano tra loro. Il soggetto \u00e8 un padre che culla e addormenta un bimbo molto piccolo (credo massimo di sei mesi) cantandogli una ninnananna. La particolarit\u00e0 sta nel fatto che utilizzi le voci di padri di lingua diversa. Come nasce questo progetto?<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\"><em>Marina:<\/em> L&#8217;idea \u00e8 collegata al mio lavoro psicanalitico e psicoterapeutico, al fatto che ho lavorato tanto coi bambini piccoli negli asili nido con le loro mamme: negli ultimi decenni ho visto anche il cambiamento del ruolo del padre. Oggi \u00e8 una figura molto pi\u00f9 relazionale di trent&#8217;anni fa, \u00e8 un padre disponibile a un rapporto di tenerezza e di contatto, a tenere il bambino in braccio, ad accudirlo, quindi a costruire un rapporto con il corpo. Detto in modo sintetico, il padre prima era quello che faceva paura, mentre ora \u00e8 quello che aiuta a rilassarsi, che tranquillizza.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Era un po&#8217; di tempo che giravo intorno a questo tema, avevo fatto gi\u00e0 alcune fotografie e ho pensato di fare anche un video. Cercavo qualcosa che fosse legato al quotidiano del pap\u00e0 col bambino, ho pensato a varie situazioni, poi \u00e8 venuto fuori il momento del sonno, del cullare, soprattutto del tenere e del contenere. Da l\u00ec l\u2019idea di riprendere il momento della ninnananna: mettere insieme questi padri che cantano con la lingua del loro paese d&#8217;origine. Attraverso amici e mediatori culturali sono riuscita a trovare dodici padri che provengono da varie parti del mondo.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\"><em>Giuliano:<\/em> Tra gli aspetti che indicano il passaggio da una cultura ad un\u2019altra c\u2019\u00e8 il modo di onorare i morti e di educare i bambini. Perch\u00e9 ricorri a lingue e a culture cos\u00ec diverse per parlare del nuovo padre che \u00e8 un fenomeno credo soprattutto occidentale?<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\"><em>Marina:<\/em> Vorrei fare una premessa, le persone che ho contattato vivono in Italia e non sono attori ma padri che hanno accettato di partecipare al progetto, hanno accettato di cantare la ninnananna perch\u00e9 abitualmente lo facevano. Il padre egiziano, il senegalese, il brasiliano, il cinese, il giapponese, il filippino, l&#8217;indiano hanno partecipato con quella che \u00e8 la loro realt\u00e0, non ho forzato le cose, cantavano la ninnananna al loro bambino e spesso era quella che aveva cantato loro la madre, come nel caso del padre russo, quindi sono partita da un dato che esisteva.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Sicuramente quando parliamo di nuovo padre ho in mente quello che \u00e8 stato il cambiamento culturale in Occidente, non ho approfondito altre situazioni culturali specifiche. Ci\u00f2 detto \u00e8 chiaro che questo lavoro non \u00e8 sociologico o antropologico, \u00e8 un lavoro artistico che indaga il prelinguaggio: \u00e8 un lavoro sul suono, sui canti che diventano un canto unico, ancestrale. I genitori parlano, dicono delle cose, ma la cosa importante \u00e8 il motivo, il canto: il bambino non capisce e non si interessa a cosa si dice, in gioco c\u2019\u00e8 il suono, il riconoscimento di quella voce, di quel tono.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\"><em>Giuliano:<\/em> Quindi per te il padre contemporaneo non \u00e8 immagine e parola ma voce e gesto.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\"><em>Marina:<\/em> \u201cIl pap\u00e0 col bambino in braccio\u201d, per affrontare un tema del genere abbiamo di fronte varie strade, quello che mi interessava era il punto del con-tatto, cio\u00e8 il tatto, ma anche la voce che contiene, che \u00e8 corpo, voce come elemento prelinguistico: il bambino \u00e8 gi\u00e0 abituato sin da quando sta nel ventre materno alla voce della mamma. Anche nel mio libro ho scritto molto della prelingua, di quello che viene prima del linguaggio, riprendendo la differenza tra la parola e l&#8217;urlo descritta da Mar\u00eda Zambrano. Per me la voce, il canto, \u00e8 qualcosa che ci situa proprio nell&#8217;area del contatto, della relazione. L&#8217;immagine video \u00e8 molto scura per dare l&#8217;idea di quello che vede (e non vede) il bambino che \u00e8 in braccio: la cosa importante \u00e8 il gesto del padre che si ripete da sinistra a destra.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\"><em>Giuliano:<\/em> Se capisco \u00e8 un&#8217;immagine video che si ripete in loop, quindi una specie di andamento ritmico di movimento, tutto molto scuro, quindi una percezione labile di movimento accompagnato da questa nenia che per\u00f2, appunto, si confonde, nel senso che si fonde assieme: quasi un\u2019ipotesi o ricerca di quella che pu\u00f2 essere la percezione del bimbo.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\"><em>Marina:<\/em> Esatto, \u00e8 l&#8217;esperienza che vorrei dare. Ho scelto uno spazio non tanto grande, una zona buia, in cui si veda bene questo video che \u00e8 molto scuro e quindi dovrebbe darci un&#8217;esperienza di quello che il bambino sta vivendo. Noi siamo in questo spazio nero con otto casse che scendono dal soffitto e ognuna ha una voce, la voce di una lingua. Le voci poi sono dodici e passano in queste casse separatamente, per\u00f2 sono unite perch\u00e9 le casse sono a distanza di circa un metro l&#8217;una dall&#8217;altra. Saranno distinte ma insieme, come in una fuga\u2026 e poi vengono le altre e spesso le ho tenute insieme, diciamo un coro di voci.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\"><em>Giuliano:<\/em> Quindi questa riflessione sul nuovo padre ti ha portato a un discorso ancestrale, per raccontare il nuovo ci mostri le radici pi\u00f9 profonde\u2026<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\"><em>Marina:<\/em> Il pap\u00e0 che canta al bambino dice delle parole, ma queste non sono il punto centrale. Il canto \u00e8 una cosa diversa dalla parola, qualcosa che viene prima. Anche il titolo viene pi\u00f9 dal suono che dal significato: tatay vuol dire padre in filippino, ho cercato nelle diverse lingue registrate la parola padre e ho scelto tatay perch\u00e9 mi piaceva molto il suono.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">In questo lavoro ho puntato molto sul sonoro, volevo mettere insieme queste voci, per\u00f2 vedevo che sommandone pi\u00f9 di quattro non si sentiva pi\u00f9 nulla. Allora Ludovico Einaudi, musicista e compositore a cui interessava questa mia ricerca\u2013 e che \u00e8 un amico generoso &#8211; mi ha dato dei suggerimenti preziosi per mettere assieme i canti. In certi momenti inizia una sola ninnananna ma in generale sono pi\u00f9 di una le voci che si sentono, proprio perch\u00e9 per me la cosa interessante era che questo insieme di voci diventasse come una voce unica, ancestrale, quindi qualcosa che viene da molto lontano e che parla dell&#8217;essere umano, dell&#8217;accudimento primario, del crescere il bambino, della vita.<\/p>\n\n\n\n<div class=\"wp-block-image\"><figure class=\"aligncenter size-large\"><img decoding=\"async\" src=\"data:image\/gif;base64,R0lGODlhAQABAIAAAAAAAP\/\/\/yH5BAEAAAAALAAAAAABAAEAAAIBRAA7\" data-src=\"https:\/\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2021\/11\/ridotta-05_-Marina-Ballo-Charmet-Senza-Titolo-dalla-serie-Tatay-2021-1-1024x686.jpeg\" alt=\"\" class=\"wp-image-24029 lazyload\"><noscript><img data-recalc-dims=\"1\" loading=\"lazy\" loading=\"lazy\" decoding=\"async\" width=\"1024\" height=\"686\" src=\"https:\/\/i0.wp.com\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2021\/11\/ridotta-05_-Marina-Ballo-Charmet-Senza-Titolo-dalla-serie-Tatay-2021-1.jpeg?resize=1024%2C686&#038;ssl=1\" alt=\"\" class=\"wp-image-24029\" srcset=\"https:\/\/i0.wp.com\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2021\/11\/ridotta-05_-Marina-Ballo-Charmet-Senza-Titolo-dalla-serie-Tatay-2021-1.jpeg?resize=1024%2C686&amp;ssl=1 1024w, https:\/\/i0.wp.com\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2021\/11\/ridotta-05_-Marina-Ballo-Charmet-Senza-Titolo-dalla-serie-Tatay-2021-1.jpeg?resize=300%2C201&amp;ssl=1 300w, https:\/\/i0.wp.com\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2021\/11\/ridotta-05_-Marina-Ballo-Charmet-Senza-Titolo-dalla-serie-Tatay-2021-1.jpeg?resize=768%2C515&amp;ssl=1 768w, https:\/\/i0.wp.com\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2021\/11\/ridotta-05_-Marina-Ballo-Charmet-Senza-Titolo-dalla-serie-Tatay-2021-1.jpeg?resize=480%2C322&amp;ssl=1 480w, https:\/\/i0.wp.com\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2021\/11\/ridotta-05_-Marina-Ballo-Charmet-Senza-Titolo-dalla-serie-Tatay-2021-1.jpeg?w=1200&amp;ssl=1 1200w\" sizes=\"auto, (max-width: 1024px) 100vw, 1024px\" \/><\/noscript><figcaption>Marina Ballo Charmet, <em>Senza Titolo<\/em>, dalla serie <em>Tatay<\/em>, 2021<\/figcaption><\/figure><\/div>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\"><em>Giuliano<\/em>: \u00c8 questa l\u2019idea che guida anche il progetto sul padre che stai facendo con la fotografia?<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\"><em>Marina<\/em>: Sono due lavori separati: la videoinstallazione con il lavoro sulla lingua mi \u00e8 venuta in mente mentre avevo gi\u00e0 iniziato a lavorare alla serie delle fotografie, ma sono due lavori che procedono parallelamente a partire dal medesimo soggetto.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\"><em>Giuliano:<\/em> Con le tue fotografie cerchi una nuova icona del padre o indaghi piuttosto la visione laterale?<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\"><em>Marina:<\/em> Per le fotografie ho fatto un lavoro particolare sul colore. Se analizziamo questo tema abbiamo diverse iconografie consolidate: la Madonna col bambino, la pubblicit\u00e0, le foto di famiglia. Sono questi i tre filoni principali secondo me, ed era importante fare qualcosa che desse l&#8217;idea di un&#8217;immagine diversa, creare delle icone appunto, qualcosa che vada al di l\u00e0 di quella scena l\u00ec: quando vedi il pap\u00e0 col bambino nelle mie foto non \u00e8 quel pap\u00e0 con quel bambino &#8211; anche se magari era in piscina &#8211; ma diventa un&#8217;immagine, qualcosa che \u00e8 quasi un&#8217;icona. Per questo ho usato molto il colore, la saturazione, la sovraesposizione; un lungo lavoro sia mentre scattavo che in post-produzione. Per le stampe ho progettato formati che variano a seconda dell\u2019immagine: ingrandimenti importanti, altri formati medi e un formato piccolo di cinquanta centimetri di base. Adesso sto ancora scattando ma ho gi\u00e0 una serie sufficiente per &nbsp;fare un libro e una mostra.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">A Milano in Triennale presentiamo la videoinstallazione perch\u00e9 \u00e8 un lavoro autonomo, da sentire e da vedere, un&#8217;esperienza. Se dovessi esporre questi lavori insieme bisognerebbe che fossero in luoghi separati perch\u00e9 in comune c\u2019\u00e8 solo il tema.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\"><em>Giuliano<\/em>: Un\u2019ultima domanda che poteva essere la prima, al centro del lavoro c\u2019\u00e8 la figura del padre, perch\u00e9 ti sei interessata a questo tema? C\u2019\u00e8 un\u2019urgenza etica o anche in qualche modo politica nell\u2019interrogarsi sulla figura del padre oggi?<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\"><em>Marina:<\/em> Dentro al padre che accudisce c&#8217;\u00e8 l&#8217;essere umano, c&#8217;\u00e8 l&#8217;aspetto vitale, l&#8217;aspetto del crescere, dell&#8217;aiutare il piccolo, il cucciolo. In sostanza l\u2019installazione parla anche della nostra vita, sicuramente della figura del padre, del rapporto, del contatto, per\u00f2 parla di qualcosa che \u00e8 il contenere il cucciolo. In questo senso io credo che questo lavoro sia femminista in quanto il nuovo padre, cio\u00e8 il papa che accudisce il cucciolo, \u00e8 emerso anche grazie al cambiamento culturale che il femminismo ha portato nella famiglia. Per\u00f2 non \u00e8 un \u201csaggio\u201d sul nuovo padre, l&#8217;arte va oltre queste cose. Alla fine il pap\u00e0 egiziano fa la stessa cosa, accudisce il piccolo e canta la ninnananna, cos\u00ec come il senegalese, cos\u00ec come il cinese e cos\u00ec via, quindi si parla di qualcosa di universale che \u00e8 l\u2019accudire il cucciolo, farlo crescere con questo momento di contatto vocale che \u00e8 il corpo come voce, qualcosa che precede la parola.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Marina Ballo Charmet<br><em><a href=\"https:\/\/triennale.org\/eventi\/marina-ballo-charmet-tatay\" target=\"_blank\" rel=\"noreferrer noopener\">Tatay<\/a><\/em><br>Triennale di Milano<br>fino al 28 novembre 2021<br>accesso libero<\/p>\n\n\n\n<p class=\"has-text-color wp-block-paragraph\" style=\"color:#676d82;font-size:15px\"><em>In copertina: Marina Ballo Charmet, <\/em>Tatay<em>, videoinstallazione, Triennale di Milano, 2021<\/em><\/p>\n","protected":false,"gt_translate_keys":[{"key":"rendered","format":"html"}]},"excerpt":{"rendered":"<p>Il cantiere visivo di Marina Ballo mostra la familiarit\u00e0 dell\u2019artista con la materia di cui sono intessute le immagini, un\u2019intimit\u00e0 che ha radici nella sua prima infanzia. Figlia del critico d\u2019arte e poeta Guido Ballo, fin da piccola Marina ha avuto un rapporto con l\u2019arte del Novecento, con gli oggetti, i segni, i colori del futurismo, dell\u2019espressionismo, dell\u2019astrattismo, delle ricerche contemporanee. Le inquiete variazioni della sua opera offrono un sotterraneo rimando a quel bagaglio raffinato e molteplice, una consuetudine che non \u00e8 mai citazione, una profonda confidenza con la sintassi dell\u2019arte, le sue trame e le sue forme. Da qui nasce la sicurezza nell\u2019adottare posizioni inattese, l\u2019abilit\u00e0 spiazzante nel percorrere diverse soluzioni per raccontare la nostra esperienza del luogo e dell\u2019altro, una ricerca di cui l\u2019istallazione audiovisiva &#8216;Tatay&#8217; &#8211; in anteprima alla Triennale di Milano &#8211; \u00e8 l\u2019ultima sorprendente evoluzione.<\/p>\n","protected":false,"gt_translate_keys":[{"key":"rendered","format":"html"}]},"author":317,"featured_media":24017,"comment_status":"open","ping_status":"open","sticky":false,"template":"","format":"standard","meta":{"_jetpack_newsletter_access":"","_jetpack_dont_email_post_to_subs":false,"_jetpack_newsletter_tier_id":0,"_jetpack_memberships_contains_paywalled_content":false,"_jetpack_feature_clip_id":0,"_jetpack_memberships_contains_paid_content":false,"footnotes":"","jetpack_post_was_ever_published":false},"categories":[108],"tags":[51,1429,1428],"coauthors":[1917],"class_list":["post-23977","post","type-post","status-publish","format-standard","has-post-thumbnail","hentry","category-mostre","tag-fotografia","tag-giuliano-sergio","tag-marina-ballo-charmet","style--link-2"],"yoast_head":"<!-- This site is optimized with the Yoast SEO plugin v28.7 - https:\/\/yoast.com\/product\/yoast-seo-wordpress\/ -->\n<title>&#039;Tatay&#039; o il con-tatto con il mondo. Una conversazione con Marina Ballo Charmet - Giuliano Sergio<\/title>\n<meta name=\"description\" content=\"Il cantiere visivo di Marina Ballo mostra la familiarit\u00e0 dell\u2019artista con la materia di cui sono intessute le immagini, un\u2019intimit\u00e0 che ha radici nella sua prima infanzia. Figlia del critico d\u2019arte e poeta Guido Ballo, fin da piccola Marina ha avuto un rapporto con l\u2019arte del Novecento, con gli oggetti, i segni, i colori del futurismo, dell\u2019espressionismo, dell\u2019astrattismo, delle ricerche contemporanee. Le inquiete variazioni della sua opera offrono un sotterraneo rimando a quel bagaglio raffinato e molteplice, una consuetudine che non \u00e8 mai citazione, una profonda confidenza con la sintassi dell\u2019arte, le sue trame e le sue forme. 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