{"id":21719,"date":"2021-09-02T00:01:15","date_gmt":"2021-09-01T22:01:15","guid":{"rendered":"https:\/\/antinomie.it\/?p=21719"},"modified":"2024-06-14T20:23:49","modified_gmt":"2024-06-14T18:23:49","slug":"adieu-les-amis-godard-e-bergman-1966","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/antinomie.it\/index.php\/2021\/09\/02\/adieu-les-amis-godard-e-bergman-1966\/","title":{"rendered":"Adieu les amis. Godard e Bergman, 1966","gt_translate_keys":[{"key":"rendered","format":"text"}]},"content":{"rendered":"\n<p class=\"has-drop-cap wp-block-paragraph\">Nel 1966 escono due film. Il primo \u00e8 <em>Made in U.S.A.<\/em> di Jean-Luc Godard; il secondo <em>Persona <\/em>di Ingmar Bergman. Recentemente, ho avuto la fortuna di rivedere, su grande schermo, il film di Godard. Ne ho tratto un\u2019impressione di povert\u00e0 assoluta, tanto dal lato formale, quanto da quello \u2013 mi si passi l\u2019espressione \u2013 del contenuto. \u201cIl contenuto\u201d \u00e8 un\u2019espressione davvero misera da un punto di vista critico ma, in realt\u00e0, appropriata per un film che si vuole, esplicitamente, a tesi e impegnato politicamente (\u201cun film Po\u201d, come lo defin\u00ec il suo autore). \u00c8 il periodo della grande denuncia della cultura pop americana, dell\u2019anti imperialismo e dell\u2019ideale rivoluzionario. Godard non si limita a una semplice denuncia delle contraddizioni del proprio tempo ma cerca di rivoluzionare il cinema stesso, attraverso una decostruzione del suo linguaggio e della tecnica di montaggio. Destruttura la trama; inserisce non-sense a ripetizione; stravolge la recitazione; disconnette il sonoro. Il tutto si alterna a citazioni e rimandi alla cultura del tempo (i Rolling Stones, Ben Barka, Walt Disney) e a riflessioni metafisiche e politiche riprodotte e ridotte <em>ad absurdum<\/em>. Godard, in fondo, in quegli anni, inaugura una modalit\u00e0 cinematografica che, per denunciare il nichilismo contemporaneo, in tutte le sue forme, riduce tutto a nulla, compresi i suoi film. A pi\u00f9 di mezzo secolo di distanza, il film di Godard \u00e8 inguardabile: noioso, goffo, ripetitivo (come, spostandosi di poco e solo a mo\u2019 di esempio, illeggibile risulta <em>Quel petit v\u00e9lo \u00e0 guidon chrom\u00e9 au fond de la cour?<\/em>, sempre del 1966, di Perec).&nbsp;<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Se, ora, passiamo nella seconda sala della cineteca e ci immergiamo in <em>Persona<\/em> abbiamo l\u2019impressione di assistere a un evento epocale della storia del cinema. Il film di Bergman non ha perso in nulla la sua forza. Anzi, ne ha acquisita enormemente, proprio pensando a quel che \u00e8 successo nei cinquant\u2019anni successivi. Quello del cineasta svedese \u00e8 un dramma che dialoga alla pari con Shakespeare e Sofocle. Pur andando al fondo stesso del nichilismo \u2013 chi pi\u00f9 di Bergman ha saputo rappresentare il vuoto interiore della fine di tutti i valori? \u2013 non toglie valore a nulla, non riduce nulla allo sberleffo del non senso, ma, anzi, estrae dal nulla la domanda radicale di senso, il grido disperato che invoca una risposta, seppur silente. (Ricordo solo che, sempre nel 1966, termina di essere girato, <em>Andrej Rubl\u00ebv<\/em> di Tarkovskij che, seppur con diversa sensibilit\u00e0, segue piuttosto la via tormentata bergmaniana che il compiaciuto e vuoto sperimentalismo godardiano). Il film di Bergman risucchia il suo spettatore dentro lo schermo (allo stesso modo in cui Thomas Bernhard, sempre nel 1966, stendendo le pagine di <em>Verst\u00f6rung<\/em>, capolavoro di tensione narrativa, spinge i suoi lettori in un vortice letterario lontanissimo dalla voga sperimentale di quegli anni).<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Quel che ci colpisce, oggi, retrospettivamente, non \u00e8 tanto la possibilit\u00e0 di giungere a stabilire un nuovo canone, dove inserire i sommersi e i salvati della storia del cinema, ma comprendere quanta poca tenuta abbiano i gesti di denuncia che si costruiscono sul linguaggio che vorrebbero combattere (Godard o, almeno, la quasi totalit\u00e0 del suo cinema successivo a <em>Bande \u00e0 part<\/em>) e quanta potenza, invece, abbiano quegli atti creativi che, di fronte alla nullit\u00e0 del proprio tempo (perch\u00e9 ogni tempo ha la sua nullit\u00e0), elaborano un linguaggio autonomo, spesso in dialogo con il meglio di ci\u00f2 che il tempo ha tramandato. Harold Bloom direbbe che un grande autore si costruisce negando il suo predecessore e superando, tramite un atto creativo, la propria angoscia dell\u2019influenza, cio\u00e8 il proprio timore di non aver nulla di nuovo da dire. Bergman sembra un autore forte; Godard un eterno adolescente ansioso e impegnato nel tentativo di inventare qualcosa, tramite lo sberleffo e l\u2019assurdo, per il timore di rimanere schiacciato dai suoi predecessori o, peggio, dal proprio tempo.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Se c&#8217;\u00e8 qualcosa che questi due film ci aiutano forse a meglio comprendere, oggi, \u00e8 come ogni opera che si generi a partire da una denuncia postproduttiva (per utilizzare una terminologia critica che ha visto la luce sicuramente anche grazie a Godard, seppur in una forma quasi parodistica: la parodia della parodia), dicevo, ci\u00f2 che nasce esclusivamente sulla critica della miseria dell\u2019esistente si destina, con il passare del tempo, alla stessa inconsistenza di senso. Mentre ogni opera che si ponga fuori dal proprio tempo, mirando alla cosa immobile delle umane vicende, resta come un classico, per sempre inattuale. Si danno chiaramente eccezioni, talvolta anche enormi, in entrambe le direzioni. Ma proprio per questo si \u00e8 voluto qui prendere in considerazione due dei pi\u00f9 grandi, Godard e Bergman. In fondo, queste veloci riflessioni all\u2019uscita di un pomeriggio di cinema sono solo un modo di invitare a ripensare, oggi, la storia dello sperimentalismo del secondo novecento, ponendolo a confronto con la cultura che quello sperimentalismo non l\u2019ha praticato, pur non avendo affatto rinunciato a lavorare sulla materia e sulla forma del proprio medium. La questione, ovviamente e fortunatamente, non si esaurisce qui e resta, anzi, aperta e totalmente da pensare.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">P.S. Cercando un&#8217;immagine per la copertina di questo articolo, mi imbatto in due curiose coincidenze di cui non ero a  conoscenza. Un&#8217;immagine trovata, inizialmente, su Mubi, e qui ora riprodotta in copertina, che porta questa didascalia &#8220;Ingmar Bergman, 1966&#8221;. Si tratta di un&#8217;intervista televisiva del 1966, in svedese, assieme a Bibi Andersson e Liv Ullmann (si pu\u00f2 vederla <a href=\"https:\/\/www.youtube.com\/watch?v=o84YwAN0hi4\" target=\"_blank\" rel=\"noreferrer noopener\">qui<\/a>). E questa citazione, tratta da un&#8217;intervista apparsa su <em>Sydsvenska Dagbladet<\/em>&nbsp;nel maggio del 2002, in cui<meta charset=\"utf-8\">, ancora una volta, tutto torna, anche la data su cui si impernia il mio articolo (cito da una traduzione inglese, non avendo la possibilit\u00e0 di leggere lo svedese e tradurre dall&#8217;originale). Bergman, rispondendo a Jan Aghed: \u201cI\u2019ve never gotten anything out of his [di Godard] movies. They have felt constructed, faux intellectual and completely dead. Cinematographically uninteresting and infinitely boring. Godard is a fucking bore. He\u2019s made his films for the critics. One of the movies,&nbsp;<em>Masculin F\u00e9minin<\/em>&nbsp;(1966), was shot here in Sweden. It was mind-numbingly boring\u201d.<\/p>\n","protected":false,"gt_translate_keys":[{"key":"rendered","format":"html"}]},"excerpt":{"rendered":"<p>Nel 1966 escono due film. Il primo \u00e8 &#8220;Made in U.S.A.&#8221; di Jean-Luc Godard; il secondo &#8220;Persona&#8221; di Ingmar Bergman. Recentemente, ho avuto la fortuna di rivedere, su grande schermo, il film di Godard. 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