{"id":20173,"date":"2021-06-17T00:01:44","date_gmt":"2021-06-16T22:01:44","guid":{"rendered":"https:\/\/antinomie.it\/?p=20173"},"modified":"2024-06-06T20:26:51","modified_gmt":"2024-06-06T18:26:51","slug":"la-cesura-delle-immagini-conversazione-con-jean-christophe-bailly","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/antinomie.it\/index.php\/2021\/06\/17\/la-cesura-delle-immagini-conversazione-con-jean-christophe-bailly\/","title":{"rendered":"La cesura delle immagini. Conversazione con Jean-Christophe Bailly","gt_translate_keys":[{"key":"rendered","format":"text"}]},"content":{"rendered":"\n<p class=\"wp-block-paragraph\"><em>Matteo Martelli<\/em>: Jean-Christophe Bailly, \u00e8 da qualche mese uscito in Francia, per le \u00c9ditions du Seuil, <em>L\u2019imagement<\/em>, libro che, insieme a <em>L\u2019apostrofe muta. Sui ritratti del Fayum<\/em> (Quodlibet 1998 e Doppiozero 2015) e a <em>L\u2019istante e la sua ombra <\/em>(Bruno Mondadori, 2010), compone una sorta di trilogia di lungo periodo che lei ha consacrato a un\u2019interrogazione sull\u2019immagine. Vorrei allora approfittare di questa occasione, e della <span class=\"has-inline-color has-black-color\"><a href=\"https:\/\/antinomie.it\/index.php\/2021\/06\/20\/linvio-rimbalzi\/\" target=\"_blank\" rel=\"noreferrer noopener\">traduzione per <em>Antinomie<\/em><\/a> <\/span>di uno dei capitoli iniziali del libro, <em>L\u2019invio (rimbalzi)<\/em>, per attraversare insieme a lei alcuni punti che caratterizzano la sua lettura dell\u2019universo visuale e il ruolo delle immagini nella sua scrittura. Nelle prime pagine del suo libro lei definisce la relazione, non solo odierna, con le immagini, come caratterizzata da una sorta di irrequietudine, anche in ragione di una tradizione filosofica che ne ha spesso sottolineato il regime insolito e irregolare di esistenza. Eppure, mi pare che nella sua riflessione tale ambiguit\u00e0 sia immediatamente scartata, o superata, come emerge in un altro suo libro, <em>Tuiles d\u00e9tach\u00e9es<\/em> (2004), in cui lei ripercorre la sua biografia intellettuale. Di fatto, in quel testo lei descrive anzitutto un universo fatto d\u2019immagini e un\u2019attenzione profonda e stupita per questo modo dell\u2019apparire che in maniera naturale, aggiunge, ha in seguito incontrato la filosofia, il discorso, la frase.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\"><em>Jean-Christophe Bailly<\/em>: In effetti, per quanto mi riguarda la relazione all\u2019immagine \u00e8 piuttosto primitiva, brutale, e rimonta di fatto all\u2019infanzia. Come ogni bambino guardavo le immagini per lungo tempo e da allora non ho pi\u00f9 smesso, al punto che potrei fare mia la famosa frase di Baudelaire: l\u2019immagine, la mia \u00abprimitiva passione\u00bb. In quel tempo ho costituito anzitutto una sorta di deposito d\u2019immagini, ma ci\u00f2 che \u00e8 pi\u00f9 importante \u00e8 la costruzione di un\u2019abitudine che non mi ha mai pi\u00f9 lasciato, il bisogno di frequentare le immagini. Per questo motivo, non ho mai compreso la postura di certi pensatori per i quali l\u2019immagine sarebbe falsa in ragione del suo carattere di secondariet\u00e0. \u00c8 evidente che un\u2019immagine \u00e8 secondaria, l\u2019immagine di qualche cosa, ma spesso \u00e8 lei che mi arriva per prima e che mi colpisce. In tal senso, prima di qualsiasi posizione ermeneutica, c\u2019\u00e8 questa sorta di brutalit\u00e0 del rapporto all\u2019immagine che per me \u00e8 fondamentale.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Nelle attitudini correnti, si vede spesso l\u2019uso di griglie di lettura che preesistono all\u2019incontro stesso con l\u2019immagine e io stesso forse non sono esente da questo tipo di rapporto. Ma, per quanto mi riguarda, direi che come base metodologica cerco di mettermi in una posizione \u201cd\u2019innocenza\u201d, e d\u2019essere anzitutto catturato di fronte a un quadro o una fotografia. Solo successivamente giungono le corrispondenze con altre immagini, con i ricordi, con quella che \u00e8 un\u2019immensa rete di senso che \u00e8 prodotta dall\u2019immagine. \u00c8 necessario per\u00f2 che sia l\u2019immagine stessa a produrla e non che questa si sviluppi da una griglia di lettura preesistente. Certo, si pu\u00f2 procedere in altro modo, con altri approcci, e io stesso sono interessato a un approccio storico, ma per cercare di vedere come un\u2019immagine \u00e8 arrivata fino a noi, in quale spazio e tempo si \u00e8 formata, da dove proviene.<\/p>\n\n\n\n<div class=\"wp-block-image\"><figure class=\"aligncenter size-large\"><img decoding=\"async\" src=\"data:image\/gif;base64,R0lGODlhAQABAIAAAAAAAP\/\/\/yH5BAEAAAAALAAAAAABAAEAAAIBRAA7\" data-src=\"https:\/\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2021\/06\/Evan-Roth-Since-you-were-born-2019-\u00a9Bob-Self-da-Le-Supermarche\u0301-des-images-1024x643.jpg\" alt=\"\" class=\"wp-image-20184 lazyload\"><noscript><img data-recalc-dims=\"1\" loading=\"lazy\" loading=\"lazy\" decoding=\"async\" width=\"1024\" height=\"643\" src=\"https:\/\/i0.wp.com\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2021\/06\/Evan-Roth-Since-you-were-born-2019-%C2%A9Bob-Self-da-Le-Supermarche%CC%81-des-images.jpg?resize=1024%2C643&#038;ssl=1\" alt=\"\" class=\"wp-image-20184\" srcset=\"https:\/\/i0.wp.com\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2021\/06\/Evan-Roth-Since-you-were-born-2019-%C2%A9Bob-Self-da-Le-Supermarche%CC%81-des-images.jpg?resize=1024%2C643&amp;ssl=1 1024w, https:\/\/i0.wp.com\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2021\/06\/Evan-Roth-Since-you-were-born-2019-%C2%A9Bob-Self-da-Le-Supermarche%CC%81-des-images.jpg?resize=300%2C188&amp;ssl=1 300w, https:\/\/i0.wp.com\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2021\/06\/Evan-Roth-Since-you-were-born-2019-%C2%A9Bob-Self-da-Le-Supermarche%CC%81-des-images.jpg?resize=768%2C482&amp;ssl=1 768w, https:\/\/i0.wp.com\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2021\/06\/Evan-Roth-Since-you-were-born-2019-%C2%A9Bob-Self-da-Le-Supermarche%CC%81-des-images.jpg?resize=1536%2C964&amp;ssl=1 1536w, https:\/\/i0.wp.com\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2021\/06\/Evan-Roth-Since-you-were-born-2019-%C2%A9Bob-Self-da-Le-Supermarche%CC%81-des-images.jpg?resize=480%2C301&amp;ssl=1 480w, https:\/\/i0.wp.com\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2021\/06\/Evan-Roth-Since-you-were-born-2019-%C2%A9Bob-Self-da-Le-Supermarche%CC%81-des-images.jpg?w=1880&amp;ssl=1 1880w\" sizes=\"auto, (max-width: 1024px) 100vw, 1024px\" \/><\/noscript><figcaption>Evan Roth, <em>Since you were born<\/em>, 2019 \u00a9Bob Self (da <em>Le Supermarche\u0301 des images<\/em>)<\/figcaption><\/figure><\/div>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Oggigiorno, poi, sappiamo bene che l\u2019immagine \u00e8 massiva, presente in quantit\u00e0 inaudite che non sono mai state conosciute prima, soprattutto a partire dallo sviluppo dell\u2019immagine digitale. Si potrebbe dire che entro tale flusso il carattere di secondariet\u00e0 dell\u2019immagine si sia accresciuto, e sempre pi\u00f9 spesso facciamo l\u2019esperienza di immagini provvisorie, immagini che non durano, immagini che appaiono e che si sciolgono in questo flusso ininterrotto. \u00c8 un po\u2019 quanto aveva cercato di circoscrivere la mostra <em><a href=\"https:\/\/jeudepaume.org\/evenement\/le-supermarche-des-images\/\" target=\"_blank\" rel=\"noreferrer noopener\">Le supermarch\u00e9 des images<\/a><\/em>, curata da Peter Szendy, al Jeu de Paume di Parigi. Rispetto a questo tsunami di immagini, spesso la risposta comune \u00e8 dire che sia necessario costruire una barriera e proteggerci. Per me \u00e8 assurdo. In primo luogo, si tratta appunto di un flusso la cui invadenza \u00e8 tale solo se lo vogliamo; e in secondo luogo, pi\u00f9 importante, all\u2019interno di tale flusso c\u2019\u00e8 una quantit\u00e0 d\u2019immagini che sono in attesa, per cos\u00ec dire, di essere svegliate. Questo flusso \u00e8 come un lungo sonno entro cui alcune immagini possono essere risvegliate, ma ci\u00f2 pu\u00f2 essere fatto solo tramite il contatto con una sensibilit\u00e0 che sappia notarle. In questo c\u2019\u00e8 una cosa a cui tengo molto, ossia il carattere non gerarchico dell\u2019immagine, sia in termini di qualit\u00e0 che di provenienza. Una foto di cattiva qualit\u00e0, trovata in un giornale, pu\u00f2 interpellare colui che la vede in maniera molto pi\u00f9 forte che un\u2019immagine davanti alla quale, per cos\u00ec dire, si sia messo un tappeto rosso. Ricordo ancora bene che una volta, ridipingendo il mio appartamento, fui estremamente colpito da una fotografia che si trovava su uno dei giornali che avevo steso a terra per non sporcare il pavimento. Si pu\u00f2 certo dire che quell\u2019impressione derivava anche da un certo tipo di sguardo e di attenzione che avevo allora per i collage e per certe esperienze dell\u2019arte moderna, ma ricordo molto bene che la fotografia, stesa al suolo, prese bruscamente un\u2019esistenza molto forte, concreta. Ecco che allora si pu\u00f2 essere sorpresi da un\u2019immagine in qualunque momento.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\"><em>MM<\/em>: Quando lei parla di carattere non gerarchico mi pare lei tocchi uno dei punti centrali della sua posizione di fronte alle immagini, ossia la sua attenzione al loro modo d\u2019esistenza e di circolazione,<span class=\"has-inline-color has-vivid-red-color\"> <\/span><span class=\"has-inline-color has-black-color\">a quello che lei<\/span> definisce un piacere o una felicit\u00e0 delle riproduzioni.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\"><em>JCB<\/em>: S\u00ec, il discorso comune \u00e8 in effetti ancora fondato sul mito dell\u2019autenticit\u00e0. Ma ci si pu\u00f2 chiedere: cos\u2019\u00e8 una riproduzione? Semplicemente, come direbbe Szendy, \u00e8 una moneta, un modo di far circolare le immagini. \u00c8 ovvio che sullo schermo di un computer, su una cartolina e anche in un libro d\u2019arte, l\u2019immagine riprodotta non ha n\u00e9 la stessa qualit\u00e0 n\u00e9 la famosa presenza reale di un quadro. Di fronte a un quadro si avverte per\u00f2 la necessit\u00e0 di vederli tutti, cosa che \u00e8 impossibile, e quindi penso in primo luogo che il servizio reso dalla riproduzione ecceda lungamente l\u2019inconveniente che pu\u00f2 avere in termini di qualit\u00e0. C\u2019\u00e8 poi un altro aspetto, per me pi\u00f9 importante. Ogni riproduzione per me \u00e8 autonoma, ossia \u00e8 una forma d\u2019esistenza. Ad esempio, le immagini che preferisco sono quelle in cartolina e quando visito un museo passo molto tempo nella libreria perch\u00e9 desidero riportare a casa l\u2019immagine di un quadro o di una foto che ho visto (e devo dire che sono spesso deluso dalla scelta delle cartoline in vendita). Quando trovo la cartolina sperata so bene che si tratta di un\u2019immagine di secondo grado, ma al tempo stesso quella cartolina ha una piccola esistenza autonoma come oggetto. Quel piccolo pezzo di cartone leggero \u00e8 difatti per me assai magico, e quando sono in viaggio e devo passare alcune notti in hotel, metto sul comodino delle cartoline come modo per appropriarmi del luogo. L\u2019immagine ha in tal senso un\u2019esistenza come tale. Ho lavorato a lungo in una casa editrice specializzata in libri d\u2019arte e credo che anche in quest\u2019ambito si avverta la stessa cosa. Il lavoro d\u2019impaginazione di testo e immagini \u00e8 gi\u00e0 come una sorta di allestimento, come nelle sale di un museo, e bisogna tenere conto dell\u2019esistenza fisica dell\u2019immagine in quanto tale, cos\u00ec come sar\u00e0 nel libro. La riproduzione allora non \u00e8 qualcosa di inerte, ma una sorta d\u2019accompagnamento che trovo estremamente fruttuoso.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\"><em>MM<\/em>: Nella sua riflessione tale presenza dell\u2019immagine, la sua capacit\u00e0 di catturarci, o il suo essere il <em>distinto<\/em>, come lei dice riprendendo un concetto del suo amico filosofo Jean-Luc Nancy, non pu\u00f2 essere separata dall\u2019esperienza che se ne fa, ossia dai modi in cui due singolarit\u00e0, un\u2019immagine e un soggetto, entrano in contatto. Si tratta di un elemento molto stimolante della sua riflessione, poich\u00e9 da un lato quell\u2019incontro sensibile, sempre al singolare, si apre verso una pluralit\u00e0 infinita; e d\u2019altro lato, mi pare che il suo interesse vada alla forma stessa di questa apertura. Lei descrive difatti questo momento come un\u2019esperienza specifica in cui il movimento del pensiero e della riflessione si trova di fronte a una sorta di abisso o di solitudine e al tempo stesso come un evento in cui il discorso e il linguaggio possono trovare nuova energia e forma.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\"><em>JCB<\/em>: In effetti insisto molto sull\u2019esperienza dell\u2019immagine, ossia sull\u2019incontro che se ne ha. E in questo caso il \u00absi\u00bb non \u00e8 una forma impersonale, ma sempre un \u00abio\u00bb, un individuo con la sua storia, la sua cultura e la sua ignoranza, con tutto ci\u00f2 che \u00e8 e lo costituisce. E poi questo individuo si imbatte <span class=\"has-inline-color has-black-color\">in <\/span>un\u2019immagine, anch\u2019essa con la sua esistenza, la sua singolarit\u00e0, la sua storia. Solo che l\u2019individuo \u00e8 mobile, \u00e8 in divenire, mentre l\u2019immagine normalmente \u00e8 immobile. Quest\u2019incontro tra due singolarit\u00e0 \u00e8 come un urto, uno scontro. Cosa accade allora nell\u2019individuo, in colui che \u00e8 sede di una mobilit\u00e0 costante, di un pensiero che vaga ovunque, che non sta fermo? In generale, dalla sua immobilit\u00e0, l\u2019immagine provoca un\u2019interruzione, una cesura. Il flusso di pensieri, di fantasticherie, o anche quella cosa fondamentale che \u00e8 il non pensare a niente, tutto ci\u00f2 \u00e8 bruscamente interrotto per qualcosa che non dice nulla, qualcosa che \u00e8 immobile e non parla. Qualunque cosa si dica, qualunque cosa se ne pensi, per me l\u2019immagine possiede questo doppio statuto: il silenzio e l\u2019immobilit\u00e0 (l\u2019immagine cinematografica certo si muove, ma \u00e8 un altro discorso, che qui non prendo in considerazione). L\u2019immagine dipinta o la fotografia hanno la funzione di interrompere un flusso. A partire da quel momento, e in quel momento, tra il soggetto dell\u2019incontro e l\u2019immagine presente si forma una soglia, o quanto Walter Benjamin descriveva come un\u2019esperienza di soglia. Tale soglia non \u00e8 strutturata o organizzata, ma vuota. Poco a poco l\u2019immagine, se le si concede del tempo e dell\u2019attenzione, riempie quel vuoto proponendo dei contenuti, che si possono accettare o rifiutare, inviando quantit\u00e0 di cose. Che si tratti di un dipinto narrativo di epoca classica o di un\u2019istantanea, ci si accorge che una quantit\u00e0 di senso \u00e8 trattenuto entro quel campo limitato e circoscritto dall\u2019inquadratura. Ma non vi \u00e8 trattenuto in forma di discorso, bens\u00ec in una forma di presenza molto particolare che \u00e8 propria dell\u2019immagine e non \u00e8 la stessa per un oggetto, un bicchiere o una bottiglia su un tavolo. Dunque, cosa fare con tutto ci\u00f2? Ecco, nominando una bottiglia su un tavolo mi viene subito in mente Morandi. Una natura morta di Morandi \u00e8 per eccellenza molto silenziosa, assolutamente silenziosa, nonch\u00e9 assolutamente immobile. Si tratta di una versione particolare della natura morta ma che tuttavia \u00e8 ancora una natura morta (il nome inglese, <em>still life<\/em>, \u00e8 per me pi\u00f9 adatto). Immediatamente allora tutta una storia della natura morta riemerge con quella bottiglia, con quel tavolo, per poi fare una certa selezione. Si pu\u00f2 pensare a una rarefazione di alcuni aspetti di Chardin, ma allo stesso tempo ci si pu\u00f2 dire che in realt\u00e0 il lavoro di Morandi \u00e8 pi\u00f9 vicino a Nicolas de Sta\u00ebl che a qualunque tipo di natura morta olandese. E ancora, ci si irrita, ci si arrabbia: Morandi mi irrita, ho voglia di dirgli, ma perch\u00e9 non sei uscito pi\u00f9 spesso (perch\u00e9 ci sono alcuni suoi paesaggi che sono molto belli). Tutti questi pensieri formano una specie di brogliaccio e quando l\u2019occasione si presenta, ci\u00f2 che mi interessa e mi appassiona \u00e8 cercare di trasformare quel brogliaccio in scrittura. Perch\u00e9? Perch\u00e9 quell\u2019esperienza di cesura mette in crisi una certa maniera del discorso, lo relativizza, lo inquieta, insinua che il discorso possa essere falso, che possa sbagliarsi. Allora si \u00e8 come obbligati a tenersi a una specie di veridicit\u00e0, ogni volta legata alla maniera con cui il nodo di senso che c\u2019\u00e8 in un\u2019immagine scuote il linguaggio. Bisogna evitare la trappola di ritrovare l\u2019autorit\u00e0 del discorso e restare invece sulla soglia prima che questa sia nuovamente riempita.<\/p>\n\n\n\n<div class=\"wp-block-image\"><figure class=\"aligncenter size-large\"><img decoding=\"async\" src=\"data:image\/gif;base64,R0lGODlhAQABAIAAAAAAAP\/\/\/yH5BAEAAAAALAAAAAABAAEAAAIBRAA7\" data-src=\"https:\/\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2021\/06\/Morandi_natura-morta-1024x789.jpeg\" alt=\"\" class=\"wp-image-20188 lazyload\"><noscript><img data-recalc-dims=\"1\" loading=\"lazy\" loading=\"lazy\" decoding=\"async\" width=\"1024\" height=\"789\" src=\"https:\/\/i0.wp.com\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2021\/06\/Morandi_natura-morta.jpeg?resize=1024%2C789&#038;ssl=1\" alt=\"\" class=\"wp-image-20188\" srcset=\"https:\/\/i0.wp.com\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2021\/06\/Morandi_natura-morta-scaled.jpeg?resize=1024%2C789&amp;ssl=1 1024w, https:\/\/i0.wp.com\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2021\/06\/Morandi_natura-morta-scaled.jpeg?resize=300%2C231&amp;ssl=1 300w, https:\/\/i0.wp.com\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2021\/06\/Morandi_natura-morta-scaled.jpeg?resize=768%2C592&amp;ssl=1 768w, https:\/\/i0.wp.com\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2021\/06\/Morandi_natura-morta-scaled.jpeg?resize=1536%2C1184&amp;ssl=1 1536w, https:\/\/i0.wp.com\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2021\/06\/Morandi_natura-morta-scaled.jpeg?resize=2048%2C1579&amp;ssl=1 2048w, https:\/\/i0.wp.com\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2021\/06\/Morandi_natura-morta-scaled.jpeg?resize=480%2C370&amp;ssl=1 480w, https:\/\/i0.wp.com\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2021\/06\/Morandi_natura-morta-scaled.jpeg?w=2160&amp;ssl=1 2160w\" sizes=\"auto, (max-width: 1024px) 100vw, 1024px\" \/><\/noscript><figcaption>Giorgio Morandi, <em>Natura morta<\/em><\/figcaption><\/figure><\/div>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\"><em>MM<\/em>: Vorrei restare ancora un momento sul concetto di cesura o di soglia, spostando per\u00f2 il punto di vista, poich\u00e9 tale silenzio di fronte al quale ed entro il quale il linguaggio dovrebbe prendere dimora, implica per lei uno slittamento dello sguardo, una diversa maniera di pensare il vedere che richiama un\u2019idea feconda di Merleau-Ponty secondo la quale \u201cogni visibile \u00e8 ricavato dal tangibile\u201d. Il suo discorso direi che in parte prolunga quello di Merleau-Ponty, poich\u00e9 lei fa di questa relazione tattile una sorta di guida del vedere stesso: non soltanto lo sguardo tocca, ma lo sguardo dovrebbe procedere, nel suo indagare e osservare l\u2019esterno, secondo un movimento simile a quello della mano, un movimento in cui ci\u00f2 che si vede prende forma nel momento, e anche nel tempo, nella durata, del contatto.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\"><em>JCB<\/em>: S\u00ec, perch\u00e9 giustamente il senso della vista, lo sguardo, \u00e8 eccezionalmente efficace. Se chiudo gli occhi, nel momento in cui li riapro vedo tutto, posso identificare tutto ci\u00f2 che \u00e8 di fronte al mio campo visivo. Non possiamo dire invece la stessa cosa per gli altri sensi. L\u2019udito forse si avvicina allo sguardo per quanto riguarda l\u2019ampiezza percettiva, ma al tempo stesso la selezione uditiva dei suoni presenti in un ambiente \u00e8 enorme. Se allungo invece la mia mano, il mio tatto esplora solo un dettaglio del mondo, ma anche se ci\u00f2 che si sente \u00e8 solo un frammento la qualit\u00e0 tattile del tatto \u00e8 incommensurabile, poich\u00e9 \u00e8 anzitutto un contatto materiale: tocco la cosa, ho tra le mani quel frammento o dettaglio.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Sono stato portato a riflettere su questa questione quando mio padre ha perso la vista, quando avevo circa dodici anni, e ricordo che ero molto attento a come per lui, come per tutti i ciechi, gli altri sensi divenissero molto pi\u00f9 importanti. Fu in quello stesso momento che mi resi conto del carattere immediatamente identificante della vista: lo sguardo identifica subito tutto ci\u00f2 che entra nella suo campo d\u2019azione. Ma se si \u00e8 al buio e ci si muove a tastoni tutto cambia, come nel magnifico brano di Cartesio in cui l\u2019uomo cammina nelle tenebre e procede lentamente, con una prudenza estrema a ogni passo. Tale ignoranza, tale inquietudine del toccare nel buio non soltanto penso sia esemplare, ma anche che debba essere assunta a modello per la vista. Bisognerebbe riuscire a liberare lo sguardo dai suoi automatismi e dalle sue certezze. Questo non significa far finta di vedere ogni cosa come se fosse la prima volta n\u00e9, anche se sarebbe pi\u00f9 interessante, come se fosse l\u2019ultima, bens\u00ec ridare alla vista e allo sguardo l\u2019infinit\u00e0 del possibile stupore di fronte alle cose.<\/p>\n\n\n\n<div class=\"wp-block-image\"><figure class=\"aligncenter size-large\"><img decoding=\"async\" src=\"data:image\/gif;base64,R0lGODlhAQABAIAAAAAAAP\/\/\/yH5BAEAAAAALAAAAAABAAEAAAIBRAA7\" data-src=\"https:\/\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2021\/06\/tellez-grande--1024x576.jpeg\" alt=\"\" class=\"wp-image-20191 lazyload\"><noscript><img data-recalc-dims=\"1\" loading=\"lazy\" loading=\"lazy\" decoding=\"async\" width=\"1024\" height=\"576\" src=\"https:\/\/i0.wp.com\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2021\/06\/tellez-grande-.jpeg?resize=1024%2C576&#038;ssl=1\" alt=\"\" class=\"wp-image-20191\" srcset=\"https:\/\/i0.wp.com\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2021\/06\/tellez-grande--scaled.jpeg?resize=1024%2C576&amp;ssl=1 1024w, https:\/\/i0.wp.com\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2021\/06\/tellez-grande--scaled.jpeg?resize=300%2C169&amp;ssl=1 300w, https:\/\/i0.wp.com\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2021\/06\/tellez-grande--scaled.jpeg?resize=768%2C432&amp;ssl=1 768w, https:\/\/i0.wp.com\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2021\/06\/tellez-grande--scaled.jpeg?resize=1536%2C864&amp;ssl=1 1536w, https:\/\/i0.wp.com\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2021\/06\/tellez-grande--scaled.jpeg?resize=2048%2C1152&amp;ssl=1 2048w, https:\/\/i0.wp.com\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2021\/06\/tellez-grande--scaled.jpeg?resize=480%2C270&amp;ssl=1 480w, https:\/\/i0.wp.com\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2021\/06\/tellez-grande--scaled.jpeg?w=2160&amp;ssl=1 2160w\" sizes=\"auto, (max-width: 1024px) 100vw, 1024px\" \/><\/noscript><figcaption>Javier T\u00e9llez, <em>Letter on the Blind for the Use of Those who See<\/em>, 2008<\/figcaption><\/figure><\/div>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Nel libro <em>L\u2019imagement<\/em> racconto l\u2019emozione che ho provato vedendo il film di Javier T\u00e9llez, un artista venezuelano che vive a New York, <em>Letter on the Blind for the Use of Those who See<\/em>, che riprende ovviamente il titolo dallo scritto di Diderot<em> Lettera sui ciechi ad uso di coloro che vedono<\/em>. Nel film, che \u00e8 girato in un\u2019enorme piscina dismessa, al McCarren Park di Brooklyn, ci sono sei ciechi. In quello spazio vuoto viene introdotto un elefante, un vero elefante e i ciechi, poich\u00e9 nella maggior parte non vedenti dalla nascita, non ne hanno mai visto uno. Uno a uno si alzano e si avvicinano all\u2019elefante, iniziando a palparlo, a toccarlo, a girarvi intorno. Le loro reazioni sono molto diverse, alcuni hanno timore, altri sentono una specie di entusiasmo. Lo spettatore avverte per\u00f2 che man  mano che qualcuno tocca nella sua oscurit\u00e0 l\u2019animale, l\u2019elefante non offre alcune forma compiuta, la sua forma si dilata nello spazio ed \u00e8 possibile solo coglierne dei frammenti. Tuttavia, in quella precauzione e inquietudine del tatto c\u2019\u00e8 qualcosa che per me funziona appunto come ci\u00f2 che dovremmo avere quando si guarda un\u2019immagine, o anche il mondo. Richiede tempo. Direi che \u00e8 in quel momento che la scrittura prende spazio, come quella stessa precauzione del tatto. Il mio interesse per la descrizione o l\u2019ekphrasis di un quadro risiede in questo.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\"><em>MM<\/em>: Mi pare che a quest\u2019idea di precauzione e di visione tattile si possa accostare anche il suo interesse per il tema della traccia e pi\u00f9 in generale per la fotografia, che nella sua riflessione giocano un ruolo molto importante, almeno in due direzioni: da un lato, come attenzione al deposito e all\u2019iscrizione materica dell\u2019esterno; dall\u2019altro, riprendendo quanto si diceva in precedenza, come soglia, come partenza in questo caso anche per la sua scrittura. La foto, lei afferma, in fondo non mostra e rid\u00e0 a vedere che la relazione singolare, l\u2019incontro, tra un passante e una superficie.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\"><em>JCB<\/em>: In effetti \u00e8 per questo che mi interessa tanto la fotografia.<\/p>\n\n\n\n<div class=\"wp-block-image\"><figure class=\"aligncenter size-large is-resized\"><img loading=\"lazy\" loading=\"lazy\" decoding=\"async\" src=\"data:image\/gif;base64,R0lGODlhAQABAIAAAAAAAP\/\/\/yH5BAEAAAAALAAAAAABAAEAAAIBRAA7\" data-src=\"https:\/\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2021\/06\/Poitevin-sans-titre-2014-detail-1024x674.jpeg\" alt=\"\" class=\"wp-image-20200 lazyload\" width=\"819\" height=\"538\"><noscript><img data-recalc-dims=\"1\" loading=\"lazy\" loading=\"lazy\" decoding=\"async\" src=\"https:\/\/i0.wp.com\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2021\/06\/Poitevin-sans-titre-2014-detail.jpeg?resize=819%2C538&#038;ssl=1\" alt=\"\" class=\"wp-image-20200\" width=\"819\" height=\"538\" srcset=\"https:\/\/i0.wp.com\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2021\/06\/Poitevin-sans-titre-2014-detail.jpeg?resize=1024%2C674&amp;ssl=1 1024w, https:\/\/i0.wp.com\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2021\/06\/Poitevin-sans-titre-2014-detail.jpeg?resize=300%2C197&amp;ssl=1 300w, https:\/\/i0.wp.com\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2021\/06\/Poitevin-sans-titre-2014-detail.jpeg?resize=768%2C505&amp;ssl=1 768w, https:\/\/i0.wp.com\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2021\/06\/Poitevin-sans-titre-2014-detail.jpeg?resize=480%2C316&amp;ssl=1 480w, https:\/\/i0.wp.com\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2021\/06\/Poitevin-sans-titre-2014-detail.jpeg?w=1378&amp;ssl=1 1378w\" sizes=\"auto, (max-width: 819px) 100vw, 819px\" \/><\/noscript><figcaption>Eric Poitevin, <em>Sans titre<\/em>, 2014 (detail)<\/figcaption><\/figure><\/div>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\"><em>MM<\/em>: E a tal proposito lei ha spesso parlato di un forte legame della sua scrittura con la fotografia, affermando che la seconda pu\u00f2 diventare un modello per la prima proprio in ragione della sua capacit\u00e0 di deposito, di farsi traccia di qualcosa. Mi piacerebbe allora terminare la nostra conversazione sul lato della scrittura, non tanto come scrittura delle immagini, ma come discorso che trova un modello in un tipo d\u2019immagine, quello fotografico.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\"><em>JCB:<\/em> \u00c8 un\u2019idea che mi \u00e8 venuta lentamente e che si \u00e8 imposta soprattutto quando ho scritto il libro <em>Le d\u00e9paysement. Voyages en France<\/em> (2011), che altro non \u00e8 che un tentativo di ekphrasis del territorio che chiamiamo Francia. Alla base c\u2019era un interrogativo, quasi politico: la domanda se quel nome che usiamo, in quel caso Francia (ma poteva essere Italia o altro) avesse un senso, e un questionamento sull\u2019idea di unit\u00e0, di periferia e sui modi d\u2019essere dei diversi luoghi. Per rispondere a queste domande avevo bisogno di vedere, di andare di persona nei differenti territori e il libro \u00e8 nato come un\u2019incursione nel paesaggio francese.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Viaggiando per le ricerche del libro mi \u00e8 venuta l\u2019idea che in fondo quello che stavo facendo non era altro che realizzare fotografie. Certo, a volte scattavo realmente delle foto, le pi\u00f9 semplici possibili, con delle macchinette usa e getta, come promemoria. Ma mi dicevo che anche gli appunti che prendevo nei quaderni che avevo sempre con me erano una specie di foto. Cercavo di essere recettivo, ossia sensibile, come una pellicola. Si parla appunto della sensibilit\u00e0 di una foto. \u00c8 molto curioso tra l\u2019altro notare che la fotografia sia stata inizialmente rifiutata come arte meccanica e che al tempo stesso sia stata caratterizzata per la sensibilit\u00e0: un\u2019arte meccanica sensibile. E la sensibilit\u00e0 di questa arte, come l\u2019ha sentito fin da subito Fox Talbot, si realizza nella sua attitudine a disegnare il mondo: la magia del fotografico consiste nel carattere integrale di deposizione del mondo. Si tratta certo di una integralit\u00e0 che potremmo dire ancora parziale poich\u00e9 dipende dell\u2019inquadratura, del bianco e nero, dai filtri, ma al tempo stesso qualcosa del mondo viene fuori, emerge.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Per la scrittura \u00e8 invece un processo estremamente difficile, e a volte non senza pericoli: nel tempo ho iniziato a subire il fascino per l\u2019appunto in se stesso, e spesso penso che l\u2019annotazione rapida, di getto, senza preoccupazioni d\u2019ordine letterario, sia migliore di quanto poi possa fare in seguito nel momento della riscrittura. Per me c\u2019\u00e8 dunque questo primo momento di annotazione che accompagna una passeggiata o una visita a un museo. In seguito, quando riscrivo i miei appunti, faccio esattamente ci\u00f2 che si faceva all\u2019epoca della foto analogica: scrivere \u00e8 sviluppare la foto. Ed \u00e8 per questo che \u00e8 cos\u00ec faticoso scrivere, nel senso di complesso e anche pesante. Non che sia tecnicamente pesante, ma bisogna mettercisi e una volta installati al tavolo da lavoro si sa che sar\u00e0 lungo e che si sar\u00e0 soli, in una solitudine chiusa all\u2019esterno. In questa camera, che in una certa maniera \u00e8 una camera oscura, o chiara, come si preferisce, si sviluppa in effetti quanto si \u201cscattato\u201d, quanto si \u00e8 visto, compreso quanto si \u00e8 visto in se stessi.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">La scrittura \u00e8 per\u00f2 un flusso, \u00e8 un presente perpetuo che scivola via, e quanto si sta scrivendo diventa subito quanto si \u00e8 scritto. A differenza di un\u2019immagine, un testo non si mostra mai n\u00e9 immediatamente, n\u00e9 nella sua interezza, ma \u00e8 sempre in procinto di andarsene. Da questo punto di vista la scrittura pu\u00f2 invidiare in una certa maniera il carattere d\u2019immobilizzazione e di cristallizzazione dell\u2019immagine. Per questo, credo, la scrittura deve cercare d\u2019essere il pi\u00f9 precisa possibile. \u00c8 un lavoro faticoso ma insieme appassionate, perch\u00e9 vi \u00e8 alla base un desiderio d\u2019esattezza, il desiderio d\u2019essere integralmente presente e rispondere all\u2019appuntamento che l\u2019immagine, la cosa o tale paesaggio ci ha dato.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Quando parlo della fotografia come modello per la scrittura non mi riferisco quindi a uno stile, quanto a una certa etica. L\u2019idea dovrebbe essere quella di scrivere sempre qualcosa come se si stesse scoprendo il linguaggio. La stessa cosa vale per il teatro. Una delle cose che mi colpiscono quando lavoro per il teatro \u00e8 legata alla dizione degli attori. Un attore non dovrebbe mai recitare un testo, mai fare finta, ma dovrebbe pensare a ci\u00f2 che dice. Non pensare di dir bene ci\u00f2 che \u00e8 scritto, ma dire ci\u00f2 che \u00e8 scritto. Lo spettatore deve avere la sensazione che l\u2019attore stia inventando la sua replica o il suo monologo in quel momento, mentre mi sembra che in tutti noi ci sia qualcosa che recita sempre. Allora, il servizio che mi rende l\u2019immagine \u00e8 quello di rifiutare questa recita continua, e di impormi il compito di riportare il linguaggio al suo miracolo, perch\u00e9 il linguaggio \u00e8 miracoloso. Forse, di tutta la filosofia la frase che sento pi\u00f9 vicina \u00e8 quella di Eraclito: il sole \u00e8 nuovo ogni giorno. Potrei dire la stessa cosa per il linguaggio: il linguaggio \u00e8 nuovo ogni giorno. Non ho mai compreso coloro che affermano che \u00e8 tutto sia stato gi\u00e0 detto. No, per me tutto \u00e8 sempre da rifare e da riscoprire, in ogni tempo, e in questo compito infinito, coloro che non parlano, come un\u2019immagine o una fotografia, sono i nostri pi\u00f9 fedeli compagni.<\/p>\n\n\n\n<div style=\"height:27px\" aria-hidden=\"true\" class=\"wp-block-spacer\"><\/div>\n\n\n\n<p class=\"has-text-color wp-block-paragraph\" style=\"color:#676d82;font-size:15px\"><em>In copertina: Ritratto di donna (Maschera funebre applicata a sarcofago, ritratto del Fayum), circa 110-130 d.C, Edinburgh, National Museum of Scotland (particolare)<\/em><\/p>\n","protected":false,"gt_translate_keys":[{"key":"rendered","format":"html"}]},"excerpt":{"rendered":"<p>Per quanto mi riguarda la relazione all\u2019immagine \u00e8 piuttosto primitiva, brutale, e rimonta di fatto all\u2019infanzia. 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