{"id":17227,"date":"2021-03-13T21:35:48","date_gmt":"2021-03-13T20:35:48","guid":{"rendered":"https:\/\/antinomie.it\/?p=17227"},"modified":"2024-06-06T20:38:53","modified_gmt":"2024-06-06T18:38:53","slug":"maria-lai-unalice-preistorica","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/antinomie.it\/index.php\/2021\/03\/13\/maria-lai-unalice-preistorica\/","title":{"rendered":"Maria Lai, un\u2019Alice preistorica","gt_translate_keys":[{"key":"rendered","format":"text"}]},"content":{"rendered":"\n<p class=\"wp-block-paragraph\"><em>Dal catalogo della mostra <\/em>Maria Lai tenendo per mano il sole<em> (a cura di Bartolomeo Pietromarchi e Luigia Lonardelli, 5 continents 2019), tenutasi al MAXXI di Roma dal 19 giugno 2019 al 12 gennaio 2020, riproduciamo il contributo di Antonella Anedda, rielaborato dall\u2019autrice appositamente per \u00abAntinomie\u00bb.<\/em><\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">La prima fiaba cucita di Maria Lai s\u2019intitola <em>Tenendo per mano il sole.<\/em> Stoffa, filo. \u00c8 il 1984. Maria ha alle spalle un duro apprendistato a Venezia presso lo scultore Arturo Martini, anni di disegni e sculture, di mostre collettive che detesta come detesta il clich\u00e9 di artista-personaggio e gli eventi mondani. \u00c8 tornata in Sardegna da cui si era allontanata, non senza conflitti, per andare a studiare in Continente, una scelta, per una ragazza nata nel 1919, n\u00e9 scontata n\u00e9 facile. Il ritorno tuttavia, prima saltuario, poi definitivo, non si nutre di nostalgia (il ritorno \u00e8 il viaggio stesso) &nbsp;ma nasce dalla scoperta di una possibilit\u00e0 che lei chiama \u201cricominciare a giocare\u201d.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Gioca di nuovo come da bambina accettando un lungo periodo di solitudine ma anche di riflessione, gioca seriamente come fanno i bambini troppo svegli che buttano la palla sul muro e per riprenderla usano soltanto una mano, chiudono gli occhi e apparentemente perdono tempo. Sanno invece che l\u00e0 contro quel muro c\u2019\u00e8 un\u2019assoluta concentrazione. Riprendere a giocare significa per Lai ritrovarsi, non curarsi pi\u00f9 di critiche, luoghi comuni, pettegolezzi. Diventa quello che era: uno dei pi\u00f9 importanti artisti contemporanei. Sperimenta i materiali che usa: carta, legno, terracotta, stoffa, anzi stoffe, dalla tela al velluto. \u00c8 audace, ma cauta come come una delle tanto amate capre. La sua cultura si nutre di poesia che impara a leggere prima ancora di capirla, ascoltando il ritmo, come le insegna il suo primo maestro, lo scrittore Salvatore Cambosu. Non smetter\u00e0 mai di esplorare: \u201cLavoro, per capire, per pensare. La mia ansia \u00e8 scoprire che cosa mi appartiene veramente\u2026 Ho bisogno di silenzio intorno al mio lavoro\u201d.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Per imparare a giocare quel gioco degli adulti che \u00e8 l\u2019arte, Maria Lai ha dovuto \u2013 come sa chi vive in un\u2019isola \u2013 attraversare il mare, l\u2019aria, quel vuoto che \u00e8 fisico e non pu\u00f2 essere riempito se non dall\u2019andare e tornare, tornare, andare di nuovo. Le fiabe sono mappe con cui i bambini imparano a orientarsi e diventare grandi dove il tempo si azzera, lo spazio si dilata, si moltiplica, oltrepassa la trama. \u201cDal corpo lo sguardo si lancia come un sasso nel vuoto di una distanza per tornare come un\u2019eco\u201d scrive Lai in <em>Sguardo, opera, pensiero<\/em> (Cagliari 2004). L\u2019occasione \u00e8 la laurea honoris causa, uno dei suoi successi tardivi e mai cercati. L\u2019applauso la fa sentire davvero povera, il successo nel suo vocabolario<s>,<\/s> fa rima con eccesso e indebolisce perch\u00e9 toglie all\u2019artista \u201cl\u2019insicurezza necessaria per andare avanti\u201d. L\u2019applauso \u00e8 il rumore che scaccia il silenzio e fa scappare gli uccelli, spaventa, spezza il legame con una solitudine non subita ma amata. Tra i poeti raccolti in un\u2019antologia personale (<em>Memorie, versi cari a Maria<\/em>, Cagliari 2006) ci sono Emily Bront\u00eb, Emily Dickinson, Marina Cvetaeva: autrici diverse ma con un orizzonte comune di libert\u00e0 dalle convenzioni del tempo. Per tutte il senso dello spazio \u00e8 pi\u00f9 forte di ogni cronologia, il senso del paesaggio-brughiera, giardino, montagna s\u2019intreccia all\u2019attenzione per gli eventi atmosferici: tempesta, vento, neve.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Lai concepisce la distanza come materia e misura del rigore. L\u2019arte non \u00e8 sentimento, come la poesia non \u00e8 il poetico. Nell\u2019antologia compaiono stelle, cielo, pianeti, ma i testi sconfinano in fogli&nbsp; bianchi e puntinati che chiamano chi legge a completare con le sue preferenze, le sue parole il libro: \u201cChi avr\u00e0 tra le mani queste pagine bianche potr\u00e0 forse riprendere il filo di queste memorie, coi propri poeti, i pensieri e i sogni\u201d. L\u2019augurio \u00e8 quello di un dialogo con \u201cl\u2019altro da s\u00e9, fratello e straniero\u201d. &nbsp;<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Maria Lai \u00e8 un\u2019Alice preistorica, una &nbsp;\u201cpippia-beccia\u201d una bambina vecchia, come si definisce in Sardegna una bambina molto saggia in sintonia con l\u2019essere prima del tempo e dunque indifferente al tempo. La saggezza convive con l\u2019ironia, anzi l\u2019autoironia, e l\u2019assenza di autoreferenzialit\u00e0. Chi ha conosciuto Maria Lai da vicino come gli artisti amici Camilla Pallavicini&nbsp; e Guido Strazza ne ricorda il raro intreccio di bont\u00e0 e umorismo, il riserbo, la gentilezza, il rigore verso se stessa, l\u2019originalit\u00e0 dei suoi pensieri sull\u2019arte, disseminati fra disegni, annotati su quaderni. Una sperimentazione teorica, linguistica e, come dice Lai stessa, architettonica che si lega a una passione per lo spazio senza la quale non si capirebbe la forza delle sue opere. Percepisce il ritmo&nbsp; delle proporzioni, l\u2019erosione dei materiali, la sua visione \u00e8 ampia e mai confusa: \u201cVedevo nascere nel mio lavoro idee di terre viste a grandi distanze come spazzate dal vento e in lenta rotazione\u201d. L\u2019esattezza non esclude il fatalismo, sa che la misura \u00e8 necessaria ma non basta a proteggere.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">La opera non \u00e8 povera, \u00e8 sobria come l\u2019arte in Sardegna, nei colori delle chiese romaniche: bianco e nero, nei motivi e nella ripetizione di forme sui tappeti tessuti in ogni paese dalle donne. La lana \u00e8 ispida, se i colori si accendono, con punte di rosso o di blu \u00e8 perch\u00e9 il resto dei toni \u00e8 spento. L\u2019installazione <em>Legarsi alla montagna<\/em> realizzata a Ulassai nel 1981 nasce da una leggenda locale e diventa un\u2019opera visionaria e concreta di cambiamento del paesaggio e delle persone. Il nastro celeste (come acqua e cielo) che lega gli abitanti di Ulassai alla montagna, rivela, nel tendersi: il rancore e dove si annoda invece i legami di amicizia e di amore. Nella leggenda la bambina che porta da mangiare ai pastor si salva perch\u00e9 esce dalla grotta a guardare l\u2019arcobaleno e non pensa a proteggersi. La salvezza \u00e8 in questa gratuit\u00e0, nell\u2019assenza di calcolo. Lai usa la roccia come fosse una stoffa e i partecipanti (l\u2019intero paese) come le asole in cui far passare un filo. Legarsi alla montagna non \u00e8 un arredo ma un gesto che trova, come ricorda nel libro <em>Il filo dell\u2019esistere<\/em> Maria Elvira Ciusa (2017) una specie di ekfrasis anticipata nelle <em>Citt\u00e0 invisibili<\/em> (1972) di Italo Calvino, con cui Maria strinse amicizia. Basta sostituire alla citt\u00e0 di Ersilia, il paese di Ulassai e ai fili bianchi e neriil nastro celeste: \u201cA Ersilia per stabilire i rapporti che reggono la vita delle citt\u00e0, gli abitanti tendono dei fili tra gli spigoli delle case, bianchi o neri a seconda se segnano relazioni di parentela, scambio, autorit\u00e0, rappresentanza\u201d.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Il filo \u00e8 il racconto, si pu\u00f2 aggrovigliare o distendere. \u00c8 il filare con il fuso del linguaggio. Andrea Zanzotto quasi in quegli stessi anni intitola <em>Fil\u00f2 <\/em>la poesia in dialetto veneto nata dalla memoria degli interminabili racconti dei contadini nelle stalle. Il dialetto oltrepassa la repressione del linguaggio ufficiale perch\u00e9 si confronta con il gioco, il balbettio dei bambini.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Fila, fila. Pochi anni dopo l\u2019installazione di Ulassai, nel 1983, Lai realizza un libro di stoffa e lo intitola <em>Tenendo per mano il sole<\/em>. Le fiabe inventate o ricreate dialogano con le video-animazioni abitate dalla voce e dalla figura dell\u2019artista che racconta come da una grande distanza, ammaestrandoci con la lentezza, che \u00e8 gi\u00e0 nel gerundio: \u201ctenendo\u201d. L\u2019idea viene da lontano, dall\u2019infanzia. Guardando sua nonna rammendare (un verbo che ormai sembra sparito)&nbsp; le lenzuola, Maria si divertiva a inventare storie partendo dai fili che riparavano lo strappo e creavano ai suoi occhi un alfabeto misterioso.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Un libro cucito\u00a0non si legge, sta. \u00c8 un monumento senza monumentalit\u00e0. Rende onore\u00a0 al tatto, al fruscio. La stoffa resiste, voltare una pagina di stoffa\u00a0 \u00e8 un gesto pi\u00f9 lento che voltare una pagina di carta, o fare scorrere le dita su uno schermo. La sua consistenza pu\u00f2 essere saggiata tra i polpastrelli delle dita: \u201ci libri cuciti\u201d dice Lai \u201cchiedono di essere toccati, sfogliati, pagina per pagina perch\u00e9 il lettore si fermi pi\u00f9 a lungo con attenzione\u201d. Le parole cucite sulla tela sono, come scrive Anna Dolfi (<em>Maria Lai<\/em>, 1980), \u201cgeroglifici, carichi di significato tutto da decifrare\u201d. Segnalano una crisi che per\u00f2 non \u00e8 fine a se stessa ma indice \u201cdell\u2019apertura ad altri percorsi\u201d. In queste pagine fitte di fili che a volte si aprono e a volte invece quasi si rifiutano di essere sfogliate, le forme cucite hanno la funzione di cenni. Il sole non riempie il verde-cielo della stoffa, ma si affaccia lateralmente. Ai raggi, esatti e ricamati fittamente, si alternano fili arancio-pi\u00f9 scuro apparentemente imbastiti ma altrettanto calibrati. Chi guarda pu\u00f2 completare la sua forma, immaginarne il resto, raccontarlo variandolo.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">I fili trattengono il sole? Oppure sono l\u00ec per liberarlo come un pallone o un aquilone? Il sole \u00e8 di tutti e il libro illumina non solo i bambini ma anche gli adulti che non avevano avuto accesso alla cultura. L\u2019arte \u2013 ricorda Lai \u2013 \u00e8 lo spazio di chi non occupa spazio nel mondo. Nel 1987 <em>Tenendo per mano l\u2019ombra<\/em> \u00e8 la risposta naturale all\u2019opera del 1984. Tenere per mano il sole pu\u00f2 ustionare, ma la paura, come l\u2019ombra, non si pu\u00f2 scacciare. Bisogna invece tenerla per mano, accettarla. Il cavaliere che nella fiaba sconfigge il buio, crea paradossalmente un vortice di angoscia. Tenere per mano il sole \u00e8 un rischio, scacciare l\u2019ombra un pericolo che pu\u00f2 divorare il coraggio. La grande bocca spalancata su cui scendono brevi toppe a forma di zanne ottenuta divaricando e poi cucendo due lembi di teli bruni rende tattile la paura dell\u2019ignoto, lo spostamento del terrore prende una forma di Bestia. C\u2019\u00e8 la colata dei fili, il collage delle stoffe, l\u2019accostamento o il contrasto dei colori. Imparando a tenere per mano l\u2019ombra i bambini imparano che l\u2019ingenuit\u00e0 va superata, la luce non sar\u00e0 sempre presente. Il \u201cc\u2019era una volta\u201d non si conclude con \u201ce vissero felici e contenti\u201d ma solo con il verbo alla terza persona plurale: vissero.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Se <em>Tenere per mano il sole<\/em> e <em>Tenere per mano l\u2019ombra<\/em> sono favole inventate, le altre sono variazioni e ricreazioni da testi altrui soprattutto di scrittori personalmente conosciuti da Lai: Salvatore Cambosu, Giuseppe Dess\u00ec. <em>Il dio distratto <\/em>\u00e8 una rielaborazione del racconto <em>Sardus pater<\/em> di Dess\u00ec. Racconta una metamorfosi partendo dal gesto di un dio dalla cui mano sfuggono faville mentre scaccia uno sciame d\u2019api. Le faville trasformano le api in piccole dee che si riproducono come le api, ma hanno il dono del canto e della profezia, &nbsp;aiutano di nascosto, si bagnano nelle fonti, lavorano di notte. Sono le janas, un nome dall\u2019etimologia incerta che forse viene dalla dea Diana o da Jenna che significa porta. Piccole diane, creature che vivono tra il mondo umano e quello della magia, le janas in Sardegna equivalgono alle fate. Si dice che le loro case siano i tanti, piccoli buchi sui monti. Le janas diventano i pensieri che ronzano nella testa delle donne, sussurrano nelle loro orecchie una rivolta: insegnano loro a filare e le convincono a smettere di fare lavori pesanti. Diversamente dalle fate tradizionali le janas sono imprevedibili. Lai le raffigura come stendardi di luce, con piccoli occhi mobili su pezzi di stoffa arancio-miele, affida il loro moto a uno sciame di fili. Il loro disporsi nello spazio del libro in direzioni diverse crea l\u2019illusione del vento.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Le api ritornano in un\u2019altra opera del 1991 intitolata <em>Curiosape.<\/em> Lai parla del lavoro dell\u2019arte difendendone la libert\u00e0 dai ruoli e dai condizionamenti. L\u2019ape, racconta, \u201cha il naso rosso perch\u00e9 lo mette dappertutto\u201d, \u00e8 curiosa, ascolta i segreti e le storie delle compagne e li rielabora, reinventandoli, trasformandoli in spettacoli e suscitando i rimproveri della Regina. \u201cPerch\u00e9 non lavori anche tu come tutte le api? Perch\u00e9 le distrai dai loro compiti utili alla societ\u00e0?\u201d: quello che il potere rimprovera agli artisti &nbsp;Lai lo utilizza per denunciare l\u2019indifferenza e l\u2019insufficienza delle istituzioni. In <em>Orme di Leggi<\/em> (tela e scrittura e filo), opera con la quale nel 2011 vince il Premio Camera dei Deputati per il 150\u00b0 dell\u2019Unit\u00e0 d\u2019Italia, opporr\u00e0 all\u2019astrazione del linguaggio giuridico, la necessit\u00e0 di una legge leggibile, al servizio del cittadino.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Sono molti gli artisti con i quali Lai parla anche a distanza. Ammira Burri, ma il suo mondo non \u00e8 clinico. Invece del fuoco, dell\u2019ustione troviamo il rammendo, la cura, le parole sono illeggibili per\u00f2 familari come il tracciato di un elettrocardiogramma. Conosce il dolore (la morte violenta dei fratelli, molte pene non dette) ma lo sbianca come il prato che l\u2019affascina nei <em>Lettini<\/em> di Costantino Nivola e che si collega a <em>su nenneri<\/em>, all\u2019uso sardo durante il periodo pasquale di far crescere il grano al buio fino a renderlo pallido, &nbsp;per poi deporlo su un letto di lana. Fa qualcosa di simile sulla variazione del dolore anche Jenny Holzer quando nel 1990 realizza <em>Black Garden<\/em> in memoria dei soldati tedeschi morti in guerra, sostituendo al prato naturale un prato nero.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">\u201cImparare a vedere, abituare l\u2019occhio alla calma, alla pazienza, al lasciar giungere a s\u00e9 le cose\u2026\u201d. La frase da Nietzsche posta in epigrafe ai colloqui tra Giuseppina Cuccu e Maria Lai (2002) fa da viatico al libro <em>Le Ragioni dell\u2019arte che <\/em>sono cos\u00ec trasparenti da risultare paradossalmente difficili, tanto semplici che nessuno le capisce: \u201cSenza respiro l\u2019opera d\u2019arte \u00e8 inerte\u2026leggevo solo ritmi, non li capivo ma poi questi ritmi li ho trasformati in immagini\u2026 La vera materia dell\u2019arte non sta nel corpo dell\u2019opera ma dentro ogni lettore dell\u2019opera\u201d.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Le fiabe cucite dialogano con quello che \u00e8 forse insieme ai <em>Telai <\/em>uno dei vertici dell\u2019opera di Lai, la serie delle <em>Mappe astrali<\/em>: mondi esatti e mai esistiti, paralleli e meridiani depistanti e di colpo una bava di filo che scende a ricordare non solo il baco, la bestia che crea, ma l\u2019imperfezione di noi bestie-umane. Se le mappe si costruiscono a fronte della scienza e di riferimenti artistici precisi (primo fra tutti Alighiero Boetti) le fiabe appartengono al regno di parole-cose, impossibili da decifrare senza la solitudine, il silenzio e insieme tutta una tradizione orale che mormora alle sue spalle, gli Attittos, i Gozos, il Canto a bordone.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">All\u2019interno delle sue fiabe, Maria Lai cuce molto di pi\u00f9 di quanto appare sulle stoffe. Cucire un libro&nbsp; obbedisce a a regole severe, \u201c\u00e8 una macchina che porta lontano\u201d. Per questo il suo lavoro apparentemente cos\u00ec legato al femminile scardina la domesticit\u00e0 attraverso l\u2019ironia, e non accetta nessuno stereotipo: \u201cFemminismo e maschilismo sono connotati stabiliti da una societ\u00e0 superficiale, borghese e provinciale. Ho acquistato la durezza necessaria per dare stabilit\u00e0 al mio essere femminile\u201d. La durezza \u00e8 quella della pietra che \u00e8 porosa o si fende quando fa scorrere l\u2019acqua. La stabilit\u00e0 coincide anche con la postura del corpo davanti al telaio e permette a Lai di non temere il fraintendimento. Imbandisce una mensa con pani di terracotta e mettte sugli scaffali di una libreria libri di terracotta che sembrano pani. Gioca con le parole da ric-amare non solo sulle fiabe, ma sui vestiti, come la cometa di filo chiaro sul vestito nero di Elvira Ciusa o i fili metallici sugli abiti creati per uno dei grandi con cui collabora, lo stilista Antonio Marras.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">\u201cL\u2019ansia di infinito\u201d di Maria Lai (<em>Ansia di infinito<\/em> si intitola il documentario di Clarita Di Giovanni sull\u2019artista) non \u00e8 mistica ma linguistica, \u00e8 il ritmo dei verbi coniugati all\u2019infinito: giocare\/rammendare\/raccontare\/ricamare. Quando le chiedono se la solitudine per lei significhi sofferenza, risponde no e precisa che la solitudine non \u00e8 legata \u201cal misticismo, e nemmeno alla depressione. Semmai \u00e8 una felicit\u00e0, ascoltare il silenzio\u201d.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Felicit\u00e0 \u00e8 un termine impegnativo e inusuale, ma nel caso del lavoro di Lai, vero. In particolare per le fiabe. Da cosa deriva? Forse da un dimenticarsi attraverso fare e disfare?, dalla frugalit\u00e0 di un lavoro quotidiano che ha bisogno di poco, ma non spreca, usa e rinnova vecchi lembi, dando a ognuno una nuova vita? Dal fatto che il lavoro attento alle tradizioni, non coincide per\u00f2 con il rimpianto del tempo passato? O infine dalla compassione? Lai \u00e8 una Parca che non taglia il filo, \u00e8 una filatrice ma non un\u2019accabadora, il suo lavoro non smette di germogliare.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Nella fiaba Maria Lai vede una potenzialit\u00e0 di rammendo dei nostri errori. Il giovane pastore della<em> Capretta<\/em> (1992), di fronte alle ricchezze della grotta, chiede alla voce che gli dice di scegliere, solo un campanello d\u2019argento per la sua unica capra che lo ha guidato fin l\u00ec. Il campanello accorcia con il suono la distanza, rende il tempo pi\u00f9 veloce. Nell\u2019immagine esposta alla mostra la capretta naviga solitaria sulla tela avvolta da un ulteriore lembo di stoffa. \u00c8 infantile e spettrale, raffigurata di profilo tiene lo spazio in bilico sulla geometria delle corna. I fili hanno il ruolo dei disegni, le tele sovrapposte, il collage &nbsp;rendono i chiaroscuri. Lai sembra rispondere in anticipo ai libri cauterizzati di Kiefer con citazioni da Klee a Chagall. Se \u00e8 vero che l\u2019accostamento alla monumentalit\u00e0 delle opere di Louise Bourgeois \u00e8 insostenibile, come nota giustamente Elena Pontiggia, tuttavia forse c\u2019\u00e8 un filo sotterraneo che risale al cucito, al lavoro della madre di Bourgeois, al fatto che \u201ctutte le donne della nostra casa cucivano\u201d. L\u2019ago non \u00e8 uno spillo: lo spillo \u00e8 transitorio, punge ma non unisce, l\u2019ago rid\u00e0 vita al tessuto, trasforma l\u2019inerzia della materia in qualcosa che pu\u00f2 avere a che fare e vedere con la vita, la pelle, il cibo.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Nella sua versione Lai introduce una variante, il pastore si preoccupa di aver lasciato tanti tesori per una campanella, si pente della gratuit\u00e0 della sua azione ed ecco la sua mente si offusca di demoni e si riempie di ombre. La capretta lo abbandona lui cerca la grotta ma \u00e8 sparita, si perde. Solo quando trova a forza di chiamare la capretta con il campanello, pu\u00f2 fermarsi, riprendere fiato e sperare.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">L\u2019essere umano non \u00e8 perfetto come ce lo racconta Michelangelo, dice Lai nella video-animazione del <em>Dio distratto<\/em> e non \u00e8 soprattutto al centro dell\u2019universo, non \u00e8 misura di tutte le cose. \u00c8 uno dei video pi\u00f9 intensi fin dall\u2019attacco, lentissimo che solo l\u2019ascolto pu\u00f2 rendere davvero. La voce arriva da lontano: \u201cSi comincia\u201d. Sullo schermo buio compaiono grumi chiari, pianeti e stelle-fili-filanti sempre dislocate rispetto allo sguardo. Le costellazioni si stagliano contro il buio. Un\u2019altra grande solitaria, Anna Maria Ortese, con il suo pensiero disubbidiente, anti-antropocentrico post-umano, con l\u2019attenzione alle bestie, avrebbe potuto commentare queste immagini. <em>Corpo celeste<\/em>: \u201cLa libert\u00e0 \u00e8 un respiro\u201d.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\"><em>La leggenda di Maria Pietra<\/em> (1991) <s>\u00e8<\/s> presente in questa sezione sia come libro che come video-animazione; rielabora un testo di Salvatore Cambosu <em>Cuore <\/em>mio per ripensare ancora una volta le ragioni dell\u2019arte. Maria Pietra \u00e8 dotata di poteri magici ma deve imparare a calibrarli. Quando li usa, fosse pure per consolare il suo bambino ammalato che vuole giocare con gli animali del bosco, genera la morte degli animali e del suo stesso bambino. Solo quando impasta il pane con le lacrime e accetta di farsi pietra, restituisce vita alle creature che ama. Sulla stoffa gli animali cuciti, disegnati con una trama di filo sottile e nero saltano tra massi di stoffa marrone ora evitando, ora incontrando quelle forme. Maria &nbsp;Pietra interroga il mondo di nuovo. Farsi pietra \u00e8 anche un ammonimento: l\u2019arte non \u00e8 sensibilit\u00e0 ma&nbsp; architettura, confronto con i volumi e il legno, la pietra, il filo: \u201cLa pietra\u201d, precisa Lai, \u201c\u00e8 l\u2019arte &nbsp;presente con tutto il suo peso e insieme irraggiungibile. &nbsp;Rivela e nasconde la storia del mondo. Viene dal caos, dal magma, dai deserti. \u00c8 serena\u201d.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\"><em>Il volo del gioco dell\u2019oca<\/em> anzi \u2013 del piccolo dell\u2019oca (tra gli scrittori che Lai ama c\u2019\u00e8 Konrad Lorenz) mette in scena un gioco impossibile, un sogno smentito dalla natura della stessa oca che prova a volare vedendo in una pozza di pioggia un uccello. Eppure proprio in questa impossibilit\u00e0 sta il desiderio dell\u2019arte: solo l\u2019essere umano sogna l\u2019impossibile. L\u2019opera \u00e8 preceduta da una filastrocca inventata da Lai. Ancora una volta il gioco rivela un elemento ulteriore. L\u2019oca non sta nelle caselle. Quando fallisce la aiuta Pinocchio, nato dal legno, abitato dal desiderio di diventare bambino. Insieme trovano il Sillabario, qualcosa di concreto che permette di comunicare e la Fata Turchina, entit\u00e0 inafferrabile \u201cfatta di nulla. Il desiderio del volo si pu\u00f2 seguire attraverso le sequenze delle immagini che ritmano visivamente&nbsp; la filastrocca: \u201c\u2026 al sogno dell\u2019oca che vuole volare sorride la fata \/ dal velo turchino \/\/ batte sul guscio del sogno e libera l\u2019oca \/ nell\u2019infinito\u2026\u201d. Ognuno pu\u00f2 percorrere lo spazio come vuole, saltare&nbsp; i riquadri o seguire il percorso, scegliere quale orma-ombra risulta pi\u00f9 congeniale.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Il gioco \u2013 come tutto nel mondo \u2013 si scompone, si scompagina. \u00c8 il senso dell\u2019ultima immagine della sezione intitolata <em>I luoghi dell\u2019arte a portata di mano.<\/em> Sono carte leggere bianche e nere che possono essere giocate con i ventotto pezzi dei <em>Luoghi relativi<\/em> e le loro immagini che fanno parlare vuoto e luce, il sole e il sale della coltivazione dell\u2019ulivo. Se l\u2019arte \u00e8 un gioco e a carte si gioca con le mani, deve essere a portata di mano. I luoghi sono carte che si possono squadernare \u2013 lo sanno i bambini quando costruiscono castelli di carte a pi\u00f9 piani che per\u00f2 basta un soffio a far crollare. Passando di mano in mano creano nuove idee, inventano nuovi spazi. Maria Lai:<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\"><em>Lo sguardo si stacca dal corpo come un sasso.<br>Esistere \u00e8 occupare spazio, specie per chi occupa poco spazio.<\/em><\/p>\n\n\n\n<div style=\"height:34px\" aria-hidden=\"true\" class=\"wp-block-spacer\"><\/div>\n\n\n\n<p class=\"has-text-color wp-block-paragraph\" style=\"color:#676d82;font-size:15px\"><em>In copertina: Maria Lai, <\/em>Tenere per mano il sole<em>, 1984<\/em> <em>(particolare)<\/em><\/p>\n","protected":false,"gt_translate_keys":[{"key":"rendered","format":"html"}]},"excerpt":{"rendered":"<p>La prima fiaba cucita di Maria Lai s\u2019intitola Tenendo per mano il sole. Stoffa, filo. \u00c8 il 1984. 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