{"id":16875,"date":"2021-03-05T09:00:39","date_gmt":"2021-03-05T08:00:39","guid":{"rendered":"https:\/\/antinomie.it\/?p=16875"},"modified":"2024-06-06T20:40:03","modified_gmt":"2024-06-06T18:40:03","slug":"susan-sontag-da-voyeurs-a-complici","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/antinomie.it\/index.php\/2021\/03\/05\/susan-sontag-da-voyeurs-a-complici\/","title":{"rendered":"Susan Sontag, da voyeurs a complici","gt_translate_keys":[{"key":"rendered","format":"text"}]},"content":{"rendered":"\n<p class=\"wp-block-paragraph\" style=\"font-size:15px\"><em>Il dialogo prende spunto dal saggio di Federica Muzzarelli, Susan Sontag, Sulla fotografia, contenuto nel volume a pi\u00f9 voci <a href=\"https:\/\/contrastobooks.com\/novita\/643-nuove-visioni.html\" target=\"_blank\" rel=\"noreferrer noopener\">Nuove visioni. I grandi libri della fotografia<\/a> (Contrasto 2020, pp. 144, \u20ac 19), nel quale vengono presi in esame sette classici della fotografia (e del pensiero sulla fotografia). Gli autori, oltre a Muzzarelli, sono Giovanni Chiaramonte, Claudio Marra, Daniela Persico, Ferdinando Scianna e Michele Smargiassi; i classici sono, oltre a Sontag, Barthes, Benjamin, Cartier-Bresson, William Klein, Moholy-Nagy e Minor White.<\/em><\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Negli anni Settanta, Susan Sontag pubblica alcuni saggi su <em>The<\/em> <em>New York Review of Books<\/em>; in seguito quei testi sarebbero stati ricordati come una riflessione sulla complessa e \u2013 ormai pluri-esplorata \u2013 dicotomia <em>realt\u00e0 e immagine <\/em>nell\u2019esperienza del fenomeno-fotografia diffuso a partire dal 1839. Nel 1976, Sontag, durante l\u2019accorpamento e revisione, invece di completare <em>On Photography<\/em> (1977) avrebbe preferito iniziare a scrivere il suo libro <em>Illness as Metaphor <\/em>(1978)<sup>1<\/sup>.&nbsp; Pi\u00f9 esplorava l\u2019estetica della fotografia, pi\u00f9 si interessava al fatto che le fotografie fossero solo un piccolo pezzo di verit\u00e0 o di realt\u00e0 manipolabile (consapevolezza presente dalle origini). In ogni caso, Sontag analizzando il fenomeno dal suo specifico punto di vista (rispetto al vasto campo dell\u2019utilizzo della fotografia) sottolineava \u2013 nel solito modo apodittico \u2013 che \u201cfare una fotografia significa avere interesse per le cose quali sono\u201d. Tuttavia, la sua fiducia o sfiducia nelle immagini, nell\u2019analisi delle relazioni di potere, nella necessit\u00e0 di rendicontare il mondo attraverso la fotografia seppure <em>nell\u2019indicazione di un\u2019assenza<\/em>, stava tutta nel ragionamento, nel discorso, tanto che nessuno di quei saggi conteneva una singola fotografia, n\u00e9 come esemplare n\u00e9 come illustrazione<sup>3<\/sup>.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Un anno prima di morire, Susan Sontag era riuscita a terminare il suo ultimo libro <em>Regarding The Pain Of Others<\/em> (2003)<sup>4<\/sup>. Ancora una volta, Sontag \u2013 malata \u2013 si stava occupando di immagini, ma questa volta il presupposto, gi\u00e0 dal titolo, era diverso. L\u2019etica prima dell\u2019estetica. <em>Davanti al dolore degli altri<\/em> assumeva il compito di un aggiornamento, di una risposta a s\u00e9 stessa e, di sicuro, sebbene Sontag non amasse le metafore e fosse una <em>realista<\/em> (\u201cla realt\u00e0 continuer\u00e0 a esistere, anche dopo di noi\u201d), <em>Davanti al dolore degli altri<\/em> sarebbe stato soprattutto un congedo.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">\u201cNon ce la facciamo. Non riusciamo a immaginare davvero come \u00e8 stato. Non possiamo immaginare quanto \u00e8 terribile e terrificante la guerra; e quanto normale diventa. Non capiamo, non immaginiamo. \u00c8 questo ci\u00f2 che pensano con convinzione tutti i soldati, e tutti i giornalisti, gli operatori umanitari, gli osservatori indipendenti che si sono ripetutamente esposti al fuoco e hanno avuto la fortuna di eludere la morte che ha falciato chi stava loro vicino. E hanno ragione\u201d.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Nel 2004, alla fine di marzo, Susan Sontag \u2013 a 71 anni \u2013 aveva ricevuto una diagnosi di cancro del sangue, due volte aveva attraversato l\u2019esperienza del cancro al seno, due volte aveva \u2013 grazie alle cure \u2013 ritardato la fine. Nell\u2019aprile del 2004, tra le ultime immagini di guerra viste da Sontag prima di morire (sarebbe morta il 28 dicembre 2004), ci sono state le fotografie delle torture nel carcere di Abu Ghraib, diffuse durante il programma televisivo della CBS, <em>60 minutes<\/em>.<\/p>\n\n\n\n<figure class=\"wp-block-image size-large\"><img decoding=\"async\" src=\"data:image\/gif;base64,R0lGODlhAQABAIAAAAAAAP\/\/\/yH5BAEAAAAALAAAAAABAAEAAAIBRAA7\" data-src=\"https:\/\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2021\/03\/4joan-fontcuberta-googlegram-5_-abu-ghraib-2-1024x769.jpg\" alt=\"\" class=\"wp-image-17018 lazyload\"><noscript><img data-recalc-dims=\"1\" loading=\"lazy\" loading=\"lazy\" decoding=\"async\" width=\"1024\" height=\"769\" src=\"https:\/\/i0.wp.com\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2021\/03\/4joan-fontcuberta-googlegram-5_-abu-ghraib-2.jpg?resize=1024%2C769&#038;ssl=1\" alt=\"\" class=\"wp-image-17018\" srcset=\"https:\/\/i0.wp.com\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2021\/03\/4joan-fontcuberta-googlegram-5_-abu-ghraib-2-scaled.jpg?resize=1024%2C769&amp;ssl=1 1024w, https:\/\/i0.wp.com\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2021\/03\/4joan-fontcuberta-googlegram-5_-abu-ghraib-2-scaled.jpg?resize=300%2C225&amp;ssl=1 300w, https:\/\/i0.wp.com\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2021\/03\/4joan-fontcuberta-googlegram-5_-abu-ghraib-2-scaled.jpg?resize=768%2C577&amp;ssl=1 768w, https:\/\/i0.wp.com\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2021\/03\/4joan-fontcuberta-googlegram-5_-abu-ghraib-2-scaled.jpg?resize=1536%2C1153&amp;ssl=1 1536w, https:\/\/i0.wp.com\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2021\/03\/4joan-fontcuberta-googlegram-5_-abu-ghraib-2-scaled.jpg?resize=2048%2C1537&amp;ssl=1 2048w, https:\/\/i0.wp.com\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2021\/03\/4joan-fontcuberta-googlegram-5_-abu-ghraib-2-scaled.jpg?resize=480%2C360&amp;ssl=1 480w, https:\/\/i0.wp.com\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2021\/03\/4joan-fontcuberta-googlegram-5_-abu-ghraib-2-scaled.jpg?w=2160&amp;ssl=1 2160w\" sizes=\"auto, (max-width: 1024px) 100vw, 1024px\" \/><\/noscript><figcaption>Joan Fontcuberta,&nbsp;<em>Googlegram 5: Abu&nbsp;Ghraib<\/em>,&nbsp;2005<\/figcaption><\/figure>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Abu Ghraib era stata una delle prigioni di Saddam Hussein, prima di passare sotto il controllo degli Stati Uniti. Le immagini mostravano soldati americani \u2013 donne e uomini \u2013 che torturavano civili iracheni: li incatenavano ai muri; li costringevano a stare in posizioni dolorose e umilianti; i prigionieri erano obbligati a rimanere uno sul corpo dell\u2019altro, in forma di piramidi umane. Proprio ad Abu Ghraib si sarebbe superata l\u2019implicita questione morale del reporter impossibilitato a intervenire bench\u00e9 testimone, come era stato a partire dalle atrocit\u00e0 della guerra disegnate da Jacques Callot, nel 1633: diciotto acqueforti \u2013 <em>Les Mis\u00e8res e les Malheurs de Guerre <\/em>\u2013raffiguranti le torture commesse contro i civili dalle truppe francesi durante l\u2019invasione e l\u2019occupazione della Lorena. In seguito ci sarebbero stati i fotoreporter, e gli operatori dei telegiornali di tutto il mondo, divulgatori di immagini a distanza, di bombardamenti e relative distruzioni <em>spettacolari; <\/em>e infine la sostituzione degli operatori con i droni raccoglitori di immagini, al medesimo tempo per necessit\u00e0 di combattimento attivo e archivio.<\/p>\n\n\n\n<div class=\"wp-block-image\"><figure class=\"aligncenter size-large\"><img decoding=\"async\" src=\"data:image\/gif;base64,R0lGODlhAQABAIAAAAAAAP\/\/\/yH5BAEAAAAALAAAAAABAAEAAAIBRAA7\" data-src=\"https:\/\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2021\/03\/Jacques_Callot_-_Scene_from_the_Grandes_Mise\u0300res_de_la_Guerre_-_WGA3783-1024x437.jpg\" alt=\"\" class=\"wp-image-17014 lazyload\"><noscript><img data-recalc-dims=\"1\" loading=\"lazy\" loading=\"lazy\" decoding=\"async\" width=\"1024\" height=\"437\" src=\"https:\/\/i0.wp.com\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2021\/03\/Jacques_Callot_-_Scene_from_the_Grandes_Mise%CC%80res_de_la_Guerre_-_WGA3783.jpg?resize=1024%2C437&#038;ssl=1\" alt=\"\" class=\"wp-image-17014\" srcset=\"https:\/\/i0.wp.com\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2021\/03\/Jacques_Callot_-_Scene_from_the_Grandes_Mise%CC%80res_de_la_Guerre_-_WGA3783.jpg?resize=1024%2C437&amp;ssl=1 1024w, https:\/\/i0.wp.com\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2021\/03\/Jacques_Callot_-_Scene_from_the_Grandes_Mise%CC%80res_de_la_Guerre_-_WGA3783.jpg?resize=300%2C128&amp;ssl=1 300w, https:\/\/i0.wp.com\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2021\/03\/Jacques_Callot_-_Scene_from_the_Grandes_Mise%CC%80res_de_la_Guerre_-_WGA3783.jpg?resize=768%2C328&amp;ssl=1 768w, https:\/\/i0.wp.com\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2021\/03\/Jacques_Callot_-_Scene_from_the_Grandes_Mise%CC%80res_de_la_Guerre_-_WGA3783.jpg?resize=480%2C205&amp;ssl=1 480w, https:\/\/i0.wp.com\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2021\/03\/Jacques_Callot_-_Scene_from_the_Grandes_Mise%CC%80res_de_la_Guerre_-_WGA3783.jpg?w=1405&amp;ssl=1 1405w\" sizes=\"auto, (max-width: 1024px) 100vw, 1024px\" \/><\/noscript><figcaption>Jacques Callot, <em>Les Mis\u00e8res e les Malheurs de Guerre<\/em>, 1633<\/figcaption><\/figure><\/div>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Dalle fotografie scattate con i telefonini ad Abu Ghraib noi, eterni spettatori, avevamo gi\u00e0 potuto dedurre, lasciando depositare il tempo dello choc, che Geffrey D. Miller, Ricardo Sanchez, Lynndie England, Sabrina Harman, Charles Graner, Ivan Frederick, Megan Ambuhl, quegli specifici (militari) americani, avevano avuto l\u2019opportunit\u00e0 di rimuovere la propria condizione di <em>lavoratori<\/em> della tortura (\u00e8 stato accertato che eseguivano gli ordini), nonch\u00e9 la tragedia della crudelt\u00e0 personale e persistente, tramite la fotografia digitale, immediatamente a disposizione (in versione \u201cpositivo\u201d, senza la procrastinazione del \u201cnegativo\u201d da sviluppare). L\u2019esaltazione del presente, diventato un vero e proprio stato mentale imprescindibile, cos\u00ec come le immagini registrate con i telefonini, non sarebbero rimaste sepolte nelle cantine o condivise solo tra i responsabili delle atrocit\u00e0. Le immagini digitali delle torture erano state implicitamente scattate per essere condivise (consapevoli o meno ne fossero gli autori). Le fotografie non corrispondevano a un singolo istante di smarrimento o pentimento di uno dei protagonisti-torturatori, esistevano proprio nella necessit\u00e0 di una rimozione collettiva. Sarebbero state inviate agli amici, in quanto parte cruciale della realt\u00e0 che continua ad esistere anche dopo di noi, deresponsabilizzata (e qui \u00e8 valido qualunque refrain del carnefice-vittima, mutuabile da \u201cabbiamo solo eseguito gli ordini\u201d). Insomma, una nuova \u00e8ra a fronte dei medesimi <em>Funny Games<\/em><sup>5<\/sup>. Sempre esposti eppure mai realmente puniti o definitivamente redenti e perdonati in previsione di un <em>reale<\/em>: \u201cnon succeder\u00e0 mai pi\u00f9\u201d.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Qualche mese prima, nel febbraio del 2004, Mark Zuckerberg e i suoi compagni universitari di Harvard avevano acceso la piattaforma Facebook. Nel 2005 era stata messa a disposizione del pianeta la musica pop, rock, classica, tramite YouTube. Nell\u2019equivalenza del tempo privato e del tempo pubblico si sarebbe cos\u00ec superata la sottintesa questione dello spettatore, costretto nella condizione morale del voyeur, spettatore che ora poteva assumere l\u2019investitura definitiva del complice, fattivamente ipotizzato e descritto appunto da Sontag.<\/p>\n\n\n\n<div class=\"wp-block-image\"><figure class=\"aligncenter size-large\"><img decoding=\"async\" src=\"data:image\/gif;base64,R0lGODlhAQABAIAAAAAAAP\/\/\/yH5BAEAAAAALAAAAAABAAEAAAIBRAA7\" data-src=\"https:\/\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2021\/03\/annie-leibovitz-1024x702.jpg\" alt=\"\" class=\"wp-image-17011 lazyload\"><noscript><img data-recalc-dims=\"1\" loading=\"lazy\" loading=\"lazy\" decoding=\"async\" width=\"1024\" height=\"702\" src=\"https:\/\/i0.wp.com\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2021\/03\/annie-leibovitz.jpg?resize=1024%2C702&#038;ssl=1\" alt=\"\" class=\"wp-image-17011\" srcset=\"https:\/\/i0.wp.com\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2021\/03\/annie-leibovitz-scaled.jpg?resize=1024%2C702&amp;ssl=1 1024w, https:\/\/i0.wp.com\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2021\/03\/annie-leibovitz-scaled.jpg?resize=300%2C206&amp;ssl=1 300w, https:\/\/i0.wp.com\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2021\/03\/annie-leibovitz-scaled.jpg?resize=768%2C527&amp;ssl=1 768w, https:\/\/i0.wp.com\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2021\/03\/annie-leibovitz-scaled.jpg?resize=1536%2C1054&amp;ssl=1 1536w, https:\/\/i0.wp.com\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2021\/03\/annie-leibovitz-scaled.jpg?resize=2048%2C1405&amp;ssl=1 2048w, https:\/\/i0.wp.com\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2021\/03\/annie-leibovitz-scaled.jpg?resize=480%2C329&amp;ssl=1 480w, https:\/\/i0.wp.com\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2021\/03\/annie-leibovitz-scaled.jpg?w=2160&amp;ssl=1 2160w\" sizes=\"auto, (max-width: 1024px) 100vw, 1024px\" \/><\/noscript><figcaption>\u00a9Annie Leibovitz, <em>Susan Sontag<\/em>, 2004<\/figcaption><\/figure><\/div>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Dopo la pubblicazione del saggio <em>Davanti al dolore degli altri<\/em>, Sontag aveva deciso di sottoporsi a un trapianto di midollo osseo. Mentre subiva il doloroso trattamento, la compagna Annie Leibovitz accumulava immagini di Susan Sontag morente: gonfia, contorta e poi morta. Dopo la morte di Susan Sontag queste immagini sono state pubblicate, quadri di una vita destinata a finire, accompagnata da un dolore (fisico e reale)<sup>6<\/sup>. \u201cNell\u2019era dei modelli cibernetici la mente continua ad apparirci, come gli antichi la immaginavano, uno spazio interiore simile a un teatro in cui visualizziamo delle immagini che ci consentono di ricordare\u201d. Eppure, guardando l\u2019immagine del corpo imbalsamato, la deposizione di Susan Sontag, non pensiamo alla storia della malattia del corpo o al doloroso passaggio tra vita e morte, n\u00e9 Sontag era specificatamente interessata a raccontarlo in soggettiva; noi memorizziamo l\u2019immagine definitiva della malattia e della morte. Qualcosa alla terza persona.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\"><\/p>\n\n\n\n<div class=\"wp-block-image\"><figure class=\"aligncenter size-large\"><img decoding=\"async\" src=\"data:image\/gif;base64,R0lGODlhAQABAIAAAAAAAP\/\/\/yH5BAEAAAAALAAAAAABAAEAAAIBRAA7\" data-src=\"https:\/\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2021\/03\/annie-leibovitz_sontag_morte-1024x338.jpg\" alt=\"\" class=\"wp-image-17009 lazyload\"><noscript><img data-recalc-dims=\"1\" loading=\"lazy\" loading=\"lazy\" decoding=\"async\" width=\"1024\" height=\"338\" src=\"https:\/\/i0.wp.com\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2021\/03\/annie-leibovitz_sontag_morte.jpg?resize=1024%2C338&#038;ssl=1\" alt=\"\" class=\"wp-image-17009\" srcset=\"https:\/\/i0.wp.com\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2021\/03\/annie-leibovitz_sontag_morte-scaled.jpg?resize=1024%2C338&amp;ssl=1 1024w, https:\/\/i0.wp.com\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2021\/03\/annie-leibovitz_sontag_morte-scaled.jpg?resize=300%2C99&amp;ssl=1 300w, https:\/\/i0.wp.com\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2021\/03\/annie-leibovitz_sontag_morte-scaled.jpg?resize=768%2C253&amp;ssl=1 768w, https:\/\/i0.wp.com\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2021\/03\/annie-leibovitz_sontag_morte-scaled.jpg?resize=1536%2C507&amp;ssl=1 1536w, https:\/\/i0.wp.com\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2021\/03\/annie-leibovitz_sontag_morte-scaled.jpg?resize=2048%2C676&amp;ssl=1 2048w, https:\/\/i0.wp.com\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2021\/03\/annie-leibovitz_sontag_morte-scaled.jpg?resize=480%2C158&amp;ssl=1 480w, https:\/\/i0.wp.com\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2021\/03\/annie-leibovitz_sontag_morte-scaled.jpg?w=2160&amp;ssl=1 2160w\" sizes=\"auto, (max-width: 1024px) 100vw, 1024px\" \/><\/noscript><figcaption>\u00a9Annie Leibovitz, <em>Susan Sontag<\/em>, 2004 <br>(dal libro di A. Leibovitz,<em> A Photographers&#8217;s Life, 1990-2005<\/em>)<\/figcaption><\/figure><\/div>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Sontag era consapevole di cosa stesse realizzando Leibovitz ed era stata lei stessa ad incoraggiarla. Sapeva che sarebbe stata fotografata viva e morta. Moltissimi artisti fotografano il padre, la madre, i fratelli morti. Sontag sapeva che Leibovitz l\u2019avrebbe vestita con l\u2019abito tessuto da Fortuny, comprato a Milano cos\u00ec come sapeva che lo spettatore avrebbe visto gli ematomi causati dalla chemioterapia, ma ci\u00f2 che conta \u00e8 che <em>quella Sontag<\/em> rappresentata non sarebbe stata a sua volta spettatrice dell\u2019immagine del corpo morto a seguito di una penosa malattia; per una volta non si sarebbe trovata di fronte al dolore provato da qualcun altro. Susan Sontag sarebbe rimasta dall\u2019altra parte; poteva offrire qualcosa, fare la pace, la pace per un\u2019epoca vissuta da voyeur, per un\u2019epoca di macerie: \u201cNoialtri, che lo vogliamo o no, siamo tutti voyeur\u201d. Con il termine <em>voyeur<\/em>, Susan Sontag si riferiva a tutti coloro che \u2013 nati dopo il nazifascismo \u2013 dopo le fotografie di Bergen-Belsen guardavano gli orrori da spettatori, impotenti. Ora che viviamo connessi 24 ore al giorno, comprendiamo meglio: spettatrice-spettatore \u00e8 qualcosa che fa sentire impotenti.<\/p>\n\n\n\n<div class=\"wp-block-image\"><figure class=\"aligncenter size-large\"><img decoding=\"async\" src=\"data:image\/gif;base64,R0lGODlhAQABAIAAAAAAAP\/\/\/yH5BAEAAAAALAAAAAABAAEAAAIBRAA7\" data-src=\"https:\/\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2021\/03\/Bergen_Belesen_-British-soldier-stares-at-one-of-the-mass-graves-1024x697.jpg\" alt=\"\" class=\"wp-image-17043 lazyload\"><noscript><img data-recalc-dims=\"1\" loading=\"lazy\" loading=\"lazy\" decoding=\"async\" width=\"1024\" height=\"697\" src=\"https:\/\/i0.wp.com\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2021\/03\/Bergen_Belesen_-British-soldier-stares-at-one-of-the-mass-graves.jpg?resize=1024%2C697&#038;ssl=1\" alt=\"\" class=\"wp-image-17043\" srcset=\"https:\/\/i0.wp.com\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2021\/03\/Bergen_Belesen_-British-soldier-stares-at-one-of-the-mass-graves-scaled.jpg?resize=1024%2C697&amp;ssl=1 1024w, https:\/\/i0.wp.com\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2021\/03\/Bergen_Belesen_-British-soldier-stares-at-one-of-the-mass-graves-scaled.jpg?resize=300%2C204&amp;ssl=1 300w, https:\/\/i0.wp.com\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2021\/03\/Bergen_Belesen_-British-soldier-stares-at-one-of-the-mass-graves-scaled.jpg?resize=768%2C523&amp;ssl=1 768w, https:\/\/i0.wp.com\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2021\/03\/Bergen_Belesen_-British-soldier-stares-at-one-of-the-mass-graves-scaled.jpg?resize=1536%2C1046&amp;ssl=1 1536w, https:\/\/i0.wp.com\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2021\/03\/Bergen_Belesen_-British-soldier-stares-at-one-of-the-mass-graves-scaled.jpg?resize=2048%2C1394&amp;ssl=1 2048w, https:\/\/i0.wp.com\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2021\/03\/Bergen_Belesen_-British-soldier-stares-at-one-of-the-mass-graves-scaled.jpg?resize=480%2C327&amp;ssl=1 480w, https:\/\/i0.wp.com\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2021\/03\/Bergen_Belesen_-British-soldier-stares-at-one-of-the-mass-graves-scaled.jpg?w=2160&amp;ssl=1 2160w\" sizes=\"auto, (max-width: 1024px) 100vw, 1024px\" \/><\/noscript><figcaption>Soldato inglese davanti ad una delle fosse comuni nel campo di concentramento di Bergen-Belsen, 1945  (ph. H.Oakes, War Office Second World War Official Collection)<\/figcaption><\/figure><\/div>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Sempre nel <em>Dolore degli altri<\/em>, Sontag scriveva: \u201cSpesso non riusciamo neppure a comprendere le sofferenze di chi ci \u00e8 vicino. [&#8230;] Nonostante la fascinazione voyeuristica \u2013 e l\u2019eventuale soddisfazione di potersi dire: Non sta accadendo a me, non sono malato, non sto morendo, non sono intrappolato in una guerra \u2013 sembra normale allontanare da s\u00e9 il pensiero delle tribolazioni degli altri, anche di quegli altri con cui sarebbe facile identificarsi\u201d. Le immagini non andranno via, pare che questa sia la natura del mondo digitale in cui viviamo, ma questa \u2013 a dire il vero \u2013 \u00e8 la nostra natura, dal tempo delle caverne all\u2019immagine \u2013 giunta qualche giorno fa \u2013 da Marte fino a qui, grazie a Perseverance!<\/p>\n\n\n\n<hr class=\"wp-block-separator aligncenter is-style-dots\"\/>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\"><em>Sabrina Ragucci<\/em>: Cominciamo dal titolo. Paradossalmente, in parte rifiutandola, di recente David Campany, nel saggio <em>Sulle fotografie<\/em> (Einaudi 2020) ci induce nuovamente a confrontarci con Susan Sontag. Il titolo <em>Sulle fotografie<\/em>, dice Campany, glielo ha indicato proprio Sontag. Un suggerimento augurale: riuscire in futuro a scrivere una variante del suo molto citato \u2013 e studiato da generazioni \u2013\u00a0<em>Sulla fotografia,\u00a0<\/em>testo giudicato dall\u2019autore un\u2019analisi troppo vincolata all\u2019aspetto sociale intrinseco al fenomeno. \u201cForse un giorno sarai tu a scrivere un libro intitolato\u00a0<em>Sulle fotografie<\/em>\u201d. In <em>Nuove visioni<\/em>, edito da Contrasto, lei ci ricorda che i saggi di Sontag sono anche una sorta di fotografia comparata alla storia dell\u2019arte, della sociologia, dell\u2019antropologia, della politica, e insomma proprio questo aspetto diventa un difetto per gli studenti contemporanei, manca un preciso filo conduttore; difetto che finisce per costituirne per\u00f2 l\u2019essenza indemandabile per chi si accinga a indagare il sempreverde \u201cfenomeno fotografia\u201d; oppure \u00e8 pi\u00f9 corretto considerare Sontag una scrittrice?<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\"><em>Federica Muzzarelli:<\/em> Non penso che decidere se per Sontag valga la definizione di scrittrice o di studiosa\/saggista di fotografia sia importante ai fini della valorizzazione del suo contributo.&nbsp; Roland Barthes, come sappiamo, non era uno studioso o uno storico della fotografia in senso stretto. Eppure, le sue parole, i suoi pensieri, anche proprio perch\u00e9 riferiti alla \u201csua\u201d fotografia nella <em>Camera chiara<\/em>, rimangono tra i pi\u00f9 citati tra le idee della fotografia. Marcel Proust ha usato la fotografia per esprimere alcuni dei concetti pi\u00f9 emozionanti che si possano dire sull\u2019esperienza che essa ci permette del mondo, come quando la definisce <em>un incontro prolungato<\/em>. Insomma, non tutti quelli che si occupano di fotografia la pensano cos\u00ec, ma io sto con quelli che per parlare di fotografia usano le parole e i pensieri degli artisti, degli scrittori e dei registi ancor pi\u00f9, o ancor prima, degli storici della fotografia. Per questo, studentessa, rimasi affascinata durante la mia prima lezione di fotografia che si apr\u00ec parlando della Sontag e che ricordo nel libro. Per questo, da docente, uso ancora le sue lapidarie definizioni per parlare di fotografia. Per quella trasversalit\u00e0, per quella contaminazione di linguaggi, per quel modo anche discontinuo che attraversa i territori del personale e dell\u2019autobiografico, che ne costituisce ancora oggi la complessit\u00e0 e insieme la ricchezza.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\"><em>S.R.<\/em>: Focalizzando l\u2019attenzione sui primi due saggi di Sontag e partendo da una delle affermazioni presenti nel primo <em>Nella grotta di Platone<\/em>, \u201c[La fotografia] \u00e8 soprattutto un rito sociale, una difesa dall\u2019angoscia e uno strumento di potere\u201d. Sontag sostiene che \u201cfotografare diventa un modo di placare l\u2019ansia\u201d. A lato degli esempi da lei citati, giustamente molto diversi tra loro (Primoli, Lartigue, Mapplethorpe, Goldin, Tillmans, Richardson, Teller), in che modo si passa dal fenomeno \u201cnon ha molta importanza quali attivit\u00e0 vengano fotografate, purch\u00e9 si facciano e si tesaurizzino le foto\u201d, all\u2019attuale svolta verso il melodramma digitale, un burn-out inestricabile? Non ha importanza che si tesaurizzino le foto, l\u2019importante \u00e8 sfogarsi?<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\"><em>F.M.<\/em>: \u00c8 vero, nelle due affermazioni cui lei fa riferimento si pone l\u2019accento su due esigenze che appaiono contrapposte. Provo a dire perch\u00e9, invece, non sono forse cos\u00ec lontane come sembra. Anzitutto credo si debba focalizzare bene di cosa stiamo parlando, cosa che non \u00e8 sempre chiara. Con la parola <em>fotografia<\/em> nominiamo un oggetto, comunque un\u2019immagine, che sia stampata o imprigionata su pixel in formato digitale. Ma usiamo la stessa parola, <em>fotografia<\/em>, anche quando poniamo l\u2019attenzione sull\u2019atto, la prassi, il processo, insomma per tutto quello che, concettualmente e cio\u00e8 fisicamente e psicologicamente, si mette in moto quando siamo potenzialmente fotografi (che, oggi, equivale a dire una condizione costante e continua). Condizione possibile, in teoria, anche senza avere una macchina fotografica a portata di mano\u2026 Difficile dare torto alla Sontag quando affermava che fotografare (l\u2019azione, l\u2019atto) pu\u00f2 essere un modo per placare le nostre ansie: cosa sono i selfie se non una verifica ossessiva di esistenza, di identit\u00e0, di presenza a noi e al mondo? Il burn-out che ci minaccia oggi non contraddice, semmai avvalora ancora di pi\u00f9 quella riflessione sull\u2019impulso a fotografare come un antidoto all\u2019angoscia, un\u2019azione compulsiva dettata dal bisogno di sfogo e decompressione. Se poi ci concentriamo sull\u2019auspicio a tesaurizzare e conservare le fotografie, certo, la riflessione della Sontag non pu\u00f2 che segnare il passo per il fatto di essere stata scritta in epoca pre-digitale. Ma anche su questo, e tenendomi ben lontana da commenti moraleggianti, concordo con chi sottolinea che il digitale non rappresenta una rivoluzione radicale della filosofia della fotografia. Certo ha spinto l\u2019impulso a produrre immagini in modo enorme, ha accresciuto il bisogno dell\u2019esibizione egocentrica grazie al veicolo offerto dai social media. Ma il perch\u00e9 facciamo fotografie, anzitutto, mi pare sia fondamentalmente sempre quello che ha spinto Baudelaire a sedersi davanti a Nadar: il<em> non omnis moriar<\/em> di Orazio, insomma.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\"><em>S.R.<\/em>: C\u2019\u00e8 un punto <em>Nella grotta di Platone <\/em>(\u00e8 una caratteristica abbastanza frequente nella sua produzione) in cui Sontag si contraddice nello spazio di pochi capoversi: \u201cfotografare \u00e8 essenzialmente un atto di non intervento [\u2026]. Chi interviene non pu\u00f2 registrare, chi registra non pu\u00f2 intervenire\u201d; e poi&nbsp;: \u201canche se incompatibile con un intervento fisico, l\u2019usare una macchina fotografica \u00e8 comunque un modo di partecipare, la macchina pu\u00f2 essere un osservatorio, ma il fotografo \u00e8 qualcosa di pi\u00f9 di un osservatore passivo\u201d. Per concludere nel 2003, in <em>Davanti al dolore degli altri<\/em>: \u201cL\u2019attivit\u00e0 fotografica \u00e8 governata da una caccia alle immagini pi\u00f9 drammatiche che \u00e8 del tutto normale in una cultura in cui lo shock \u00e8 divenuto uno dei pi\u00f9 importanti criteri di valore e incentivi al consumo\u201d; e poi: \u201cLe intenzioni del fotografo non determinano il significato della fotografia, che avr\u00e0 vita propria, sostenuta dalle convinzioni delle varie comunit\u00e0 che se ne serviranno.\u201d&nbsp; Sontag sembra costantemente pervasa da un dilemma morale: quale impatto ha la morale moderna nella impronta saggistica di <em>Sulla fotografia<\/em>?<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\"><em>F.M.<\/em>: In una raccolta di saggi che sono a loro volta nati autonomamente e poi ripubblicati insieme, saggi volutamente aggrappati a una scrittura intessuta di definizioni apodittiche, quasi assiomi, intervallati da continue citazioni, paragoni, riferimenti multipli, ci sta che il filo del ragionamento non sia sempre rigoroso, che esso si possa anche contraddire e presentarsi in modo non perfettamente speculativo. \u00c8 proprio ci\u00f2 che pi\u00f9 sopra definivamo la ricchezza e la difficolt\u00e0 di questo testo a servire come bibliografia universitaria. Certo lettura consigliatissima. Detto questo, il riferimento che lei riprende, oltre la contraddizione, \u00e8 di nuovo uno spunto interessante. La fotografia \u00e8 una pratica attiva nel mondo. Se fotografo non posso fare altro. Se fotografo la guerra, non posso aiutare al contempo i bambini sotto le bombe. Testimonier\u00f2 il massacro, ma non avr\u00f2 evitato che accada davanti ai miei occhi. Su queste idee, qui riassunte in modo anche un po\u2019 banale, si sono giocati dibattiti sul ruolo e la morale del fotogiornalismo. La Sontag argomenta questi assunti ma va oltre. Ci dice che l\u2019esibizionismo vive di voyeurismo. Che se non ci fosse un occhio avido che cerca e aspetta l\u2019evento, l\u2019evento stesso avrebbe poco interesse a darsi. Ci dice insomma, che \u00e8 vero che la macchina fotografica \u00e8 un freddo strumento che registra, ma anche che tutti siamo consapevoli che dietro a quello strumento c\u2019\u00e8 un occhio che aspetta. Causa ed effetto, domanda e offerta. Non ci possiamo sottrarre alla marea che ci inonda di immagini, ma pi\u00f9 ne siamo invasi e pi\u00f9 ne chiediamo. Baudelaire, ancora lui, salut\u00f2 l\u2019avvento dell\u2019epoca fotografica parlando di occhi avidi che da allora si chinarono sui lucernari dell\u2019infinito.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\"><em>S.R.<\/em>: E a proposito di approccio morale, lo spettatore analizzato da Sontag sembra un voyeur di se stesso alla deriva. Il secondo capitolo di <em>Sulla fotografia<\/em> \u00e8 infatti dedicato a <em>L\u2019America vista nello specchio scuro della fotografia<\/em>. L\u2019evoluzione dello spettatore-uomo medio, visto per ci\u00f2 che \u00e8 pronto a recepire, come il personaggio della <em>Famiglia dell\u2019uomo<\/em>, nella nota mostra del MoMA (1955), curata da Steichen, che attraversa la sua condizione umana in una visione pressoch\u00e9 semplicistica di famiglia e gioia, per giungere stremato alla mostra dedicata a Diane Arbus nel 1972 (poco dopo il suicidio dell\u2019autrice, il 26 luglio 1971), \u201csiamo tutti soli, siamo tutti sostanzialmente <em>freaks<\/em>\u201d. Il personaggio della <em>Famiglia dell\u2019uomo<\/em>, da reduce inossidabile della guerra in Corea, diventa reduce colpevole della guerra in Vietnam. Come possiamo sintetizzare lo sguardo di Sontag, il ruolo di fotografo e quello di spettatore, in questo secondo saggio?<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\"><em>F.M.<\/em>: Ho sempre trovato l\u2019analisi dell\u2019America (degli USA), filtrata dalle mostre di Steichen e Arbus, uno dei punti pi\u00f9 interessanti del saggio della Sontag. Probabilmente per il tono caustico, volutamente polemico e antiamericano (nel senso dell\u2019<em>American Beauty <\/em>di Sam Mendes), che mi immagino la studiosa americana si divertisse un mondo a usare. L\u2019idea \u00e8 che il MoMA (con la nascita del Dipartimento di Fotografia che segn\u00f2 la distanza tra chi sarebbe stato capace di affrontare, metabolizzandole, le nuove sfide culturali e chi non lo sarebbe stato), giocava un ruolo determinante per studiare, definire e prevedere l\u2019immaginario collettivo di una grande societ\u00e0 contemporanea. Allora, dalla politica culturale del Direttore-curatore Edward Steichen, dalle mostre ideologiche che dovevano raccontare il coraggio e le sfide della potenza americana che fronteggiava il nemico di l\u00e0 dall\u2019Oceano, si arriv\u00f2 in vent\u2019anni a mettere in mostra i nemici pi\u00f9 vicini, quelli che vivevano poco pi\u00f9 in l\u00e0 delle rassicuranti casette con la bandiera issata e che, per questo, erano avvertiti come ancora pi\u00f9 pericolosi. Quest\u2019ultimo fu lo shock provocato dalle immagini di Diane Arbus nella mostra New Documents curata da John Szarkowski. Ecco, credo che tra la rassicurante utopia di Steichen, ben espressa e condensata poi in <em>The Family of Man<\/em>, e lo sguardo disorientante provocato dai freaks di Arbus stia tutta la parodia, ma anche la forza, della fotografia americana della seconda met\u00e0 del Novecento.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\" style=\"font-size:15px\">AA.VV.<br><em><a href=\"https:\/\/contrastobooks.com\/novita\/643-nuove-visioni.html\" target=\"_blank\" rel=\"noreferrer noopener\">Nuove visioni. I grandi libri della fotografia<\/a><\/em><br>Contrasto, 2020<br>pp. 144, \u20ac 19<\/p>\n\n\n\n<hr class=\"wp-block-separator is-style-default\"\/>\n\n\n\n<p class=\"has-small-font-size wp-block-paragraph\">[1] Susan Sontag, <em>Odio sentirmi una vittima. Intervista su amore, dolore e scrittura con Jonathan Cott<\/em>, Il Saggiatore 2006: \u201cUno sforzo davvero enorme ho dovuto compierlo per superare il periodo in cui stavo cos\u00ec male da non potere rimettermi al lavoro per terminare il libro [<em>On Photography<\/em>, 1977] Impazzivo all\u2019idea di dovere scrivere qualcosa che in quel momento non mi toccava. Volevo soltanto scrivere <em>Malattia come metafora<\/em>, poich\u00e9 le idee per quel libro mi sono venute in mente nei primi due mesi della malattia, e ho dovuto davvero forzarmi per rivolgere la mia attenzione al libro sulla fotografia\u201d.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"has-small-font-size wp-block-paragraph\">[2] Susan Sontag, <em>Sulla fotografia<\/em>, Einaudi 1977, p. 12.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"has-small-font-size wp-block-paragraph\">[3] Ivi, p. 22: \u201cIl limite della conoscenza fotografica del mondo \u00e8 che, se pu\u00f2 spronare le coscienze, non pu\u00f2 mai essere, alla lunga conoscenza politica o etica. La conoscenza raggiunta attraverso le fotografie sar\u00e0 sempre una forma di sentimentalismo, cinico e umanista\u201d.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"has-small-font-size wp-block-paragraph\">[4] Ead., <em>Davanti al dolore degli altri<\/em>, traduzione di P. Dilonardo, Mondadori 2003<\/p>\n\n\n\n<p class=\"has-small-font-size wp-block-paragraph\">[5] <em>Funny Games<\/em>&nbsp;\u00e8 un film del 1997, scritto e diretto da&nbsp;Michael Haneke.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"has-small-font-size wp-block-paragraph\">[6] <em>Davanti al dolore degli altri<\/em>, cit., p. 51: \u201cCatturare la morte nell\u2019attimo stesso in cui sopraggiunge e imbalsamarla per sempre \u00e8 qualcosa che solo le macchine fotografiche possono fare\u201d.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"has-text-color wp-block-paragraph\" style=\"color:#676d82;font-size:15px\"><em>In copertina: Susan Sontag fotografata da Henri Cartier-Bresson<\/em><\/p>\n","protected":false,"gt_translate_keys":[{"key":"rendered","format":"html"}]},"excerpt":{"rendered":"<p>Guardando l\u2019immagine del corpo imbalsamato, la deposizione di Susan Sontag, non pensiamo alla storia della malattia del corpo o al doloroso passaggio tra vita e morte, n\u00e9 Sontag era specificatamente interessata a raccontarlo in soggettiva; noi memorizziamo l\u2019immagine definitiva della malattia e della morte. Qualcosa alla terza persona.<\/p>\n","protected":false,"gt_translate_keys":[{"key":"rendered","format":"html"}]},"author":178,"featured_media":17024,"comment_status":"open","ping_status":"open","sticky":false,"template":"","format":"standard","meta":{"_jetpack_newsletter_access":"","_jetpack_dont_email_post_to_subs":false,"_jetpack_newsletter_tier_id":0,"_jetpack_memberships_contains_paywalled_content":false,"_jetpack_feature_clip_id":0,"_jetpack_memberships_contains_paid_content":false,"footnotes":"","jetpack_post_was_ever_published":false},"categories":[103],"tags":[700,1092,51,76,740,1093,1090],"coauthors":[1932],"class_list":["post-16875","post","type-post","status-publish","format-standard","has-post-thumbnail","hentry","category-libri","tag-annie-leibovitz","tag-federica-muzzarelli","tag-fotografia","tag-immagine","tag-sabrina-ragucci","tag-susan-sontag","tag-testimonianza","style--link-2"],"yoast_head":"<!-- This site is optimized with the Yoast SEO plugin v28.7 - https:\/\/yoast.com\/product\/yoast-seo-wordpress\/ -->\n<title>Susan Sontag, da voyeurs a complici - Sabrina Ragucci<\/title>\n<meta name=\"description\" content=\"Guardando l\u2019immagine del corpo imbalsamato, la deposizione di Susan Sontag, non pensiamo alla storia della malattia del corpo o al doloroso passaggio tra vita e morte, n\u00e9 Sontag era specificatamente interessata a raccontarlo in soggettiva; noi memorizziamo l\u2019immagine definitiva della malattia e della morte. Qualcosa alla terza persona.\" \/>\n<meta name=\"robots\" content=\"index, follow, max-snippet:-1, max-image-preview:large, max-video-preview:-1\" \/>\n<link rel=\"canonical\" href=\"https:\/\/antinomie.it\/index.php\/2021\/03\/05\/susan-sontag-da-voyeurs-a-complici\/\" \/>\n<meta property=\"og:locale\" content=\"it_IT\" \/>\n<meta property=\"og:type\" content=\"article\" \/>\n<meta property=\"og:title\" content=\"Susan Sontag, da voyeurs a complici - Sabrina Ragucci\" \/>\n<meta property=\"og:description\" content=\"Guardando l\u2019immagine del corpo imbalsamato, la deposizione di Susan Sontag, non pensiamo alla storia della malattia del corpo o al doloroso passaggio tra vita e morte, n\u00e9 Sontag era specificatamente interessata a raccontarlo in soggettiva; noi memorizziamo l\u2019immagine definitiva della malattia e della morte. Qualcosa alla terza persona.\" \/>\n<meta property=\"og:url\" content=\"https:\/\/antinomie.it\/index.php\/2021\/03\/05\/susan-sontag-da-voyeurs-a-complici\/\" \/>\n<meta property=\"og:site_name\" content=\"Antinomie\" \/>\n<meta property=\"article:publisher\" content=\"https:\/\/www.facebook.com\/antinomie.it\/\" \/>\n<meta property=\"article:published_time\" content=\"2021-03-05T08:00:39+00:00\" \/>\n<meta property=\"article:modified_time\" content=\"2024-06-06T18:40:03+00:00\" \/>\n<meta property=\"og:image\" content=\"https:\/\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2021\/03\/cover-finale.jpg\" \/>\n\t<meta property=\"og:image:width\" content=\"1830\" \/>\n\t<meta property=\"og:image:height\" content=\"1138\" \/>\n\t<meta property=\"og:image:type\" content=\"image\/jpeg\" \/>\n<meta name=\"author\" content=\"Sabrina Ragucci\" \/>\n<meta name=\"twitter:card\" content=\"summary_large_image\" \/>\n<meta name=\"twitter:creator\" content=\"@antinomie_it\" \/>\n<meta name=\"twitter:site\" content=\"@antinomie_it\" \/>\n<meta name=\"twitter:label1\" content=\"Scritto da\" \/>\n\t<meta name=\"twitter:data1\" content=\"Sabrina Ragucci\" \/>\n\t<meta name=\"twitter:label2\" content=\"Tempo di lettura stimato\" \/>\n\t<meta name=\"twitter:data2\" content=\"19 minuti\" \/>\n<script type=\"application\/ld+json\" class=\"yoast-schema-graph\">{\"@context\":\"https:\\\/\\\/schema.org\",\"@graph\":[{\"@type\":\"Article\",\"@id\":\"https:\\\/\\\/antinomie.it\\\/index.php\\\/2021\\\/03\\\/05\\\/susan-sontag-da-voyeurs-a-complici\\\/#article\",\"isPartOf\":{\"@id\":\"https:\\\/\\\/antinomie.it\\\/index.php\\\/2021\\\/03\\\/05\\\/susan-sontag-da-voyeurs-a-complici\\\/\"},\"author\":{\"name\":\"Sabrina Ragucci\",\"@id\":\"https:\\\/\\\/antinomie.it\\\/#\\\/schema\\\/person\\\/75861c76b243578eec787d0cae0a7f98\"},\"headline\":\"Susan Sontag, da voyeurs a complici\",\"datePublished\":\"2021-03-05T08:00:39+00:00\",\"dateModified\":\"2024-06-06T18:40:03+00:00\",\"mainEntityOfPage\":{\"@id\":\"https:\\\/\\\/antinomie.it\\\/index.php\\\/2021\\\/03\\\/05\\\/susan-sontag-da-voyeurs-a-complici\\\/\"},\"wordCount\":3323,\"commentCount\":0,\"publisher\":{\"@id\":\"https:\\\/\\\/antinomie.it\\\/#organization\"},\"image\":{\"@id\":\"https:\\\/\\\/antinomie.it\\\/index.php\\\/2021\\\/03\\\/05\\\/susan-sontag-da-voyeurs-a-complici\\\/#primaryimage\"},\"thumbnailUrl\":\"https:\\\/\\\/i0.wp.com\\\/antinomie.it\\\/wp-content\\\/uploads\\\/2021\\\/03\\\/cover-finale.jpg?fit=1830%2C1138&ssl=1\",\"keywords\":[\"Annie Leibovitz\",\"Federica Muzzarelli\",\"Fotografia\",\"immagine\",\"Sabrina Ragucci\",\"Susan Sontag\",\"Testimonianza\"],\"articleSection\":[\"Libri\"],\"inLanguage\":\"it-IT\",\"potentialAction\":[{\"@type\":\"CommentAction\",\"name\":\"Comment\",\"target\":[\"https:\\\/\\\/antinomie.it\\\/index.php\\\/2021\\\/03\\\/05\\\/susan-sontag-da-voyeurs-a-complici\\\/#respond\"]}]},{\"@type\":\"WebPage\",\"@id\":\"https:\\\/\\\/antinomie.it\\\/index.php\\\/2021\\\/03\\\/05\\\/susan-sontag-da-voyeurs-a-complici\\\/\",\"url\":\"https:\\\/\\\/antinomie.it\\\/index.php\\\/2021\\\/03\\\/05\\\/susan-sontag-da-voyeurs-a-complici\\\/\",\"name\":\"Susan Sontag, da voyeurs a complici - Sabrina Ragucci\",\"isPartOf\":{\"@id\":\"https:\\\/\\\/antinomie.it\\\/#website\"},\"primaryImageOfPage\":{\"@id\":\"https:\\\/\\\/antinomie.it\\\/index.php\\\/2021\\\/03\\\/05\\\/susan-sontag-da-voyeurs-a-complici\\\/#primaryimage\"},\"image\":{\"@id\":\"https:\\\/\\\/antinomie.it\\\/index.php\\\/2021\\\/03\\\/05\\\/susan-sontag-da-voyeurs-a-complici\\\/#primaryimage\"},\"thumbnailUrl\":\"https:\\\/\\\/i0.wp.com\\\/antinomie.it\\\/wp-content\\\/uploads\\\/2021\\\/03\\\/cover-finale.jpg?fit=1830%2C1138&ssl=1\",\"datePublished\":\"2021-03-05T08:00:39+00:00\",\"dateModified\":\"2024-06-06T18:40:03+00:00\",\"description\":\"Guardando l\u2019immagine del corpo imbalsamato, la deposizione di Susan Sontag, non pensiamo alla storia della malattia del corpo o al doloroso passaggio tra vita e morte, n\u00e9 Sontag era specificatamente interessata a raccontarlo in soggettiva; noi memorizziamo l\u2019immagine definitiva della malattia e della morte. Qualcosa alla terza persona.\",\"breadcrumb\":{\"@id\":\"https:\\\/\\\/antinomie.it\\\/index.php\\\/2021\\\/03\\\/05\\\/susan-sontag-da-voyeurs-a-complici\\\/#breadcrumb\"},\"inLanguage\":\"it-IT\",\"potentialAction\":[{\"@type\":\"ReadAction\",\"target\":[\"https:\\\/\\\/antinomie.it\\\/index.php\\\/2021\\\/03\\\/05\\\/susan-sontag-da-voyeurs-a-complici\\\/\"]}]},{\"@type\":\"ImageObject\",\"inLanguage\":\"it-IT\",\"@id\":\"https:\\\/\\\/antinomie.it\\\/index.php\\\/2021\\\/03\\\/05\\\/susan-sontag-da-voyeurs-a-complici\\\/#primaryimage\",\"url\":\"https:\\\/\\\/i0.wp.com\\\/antinomie.it\\\/wp-content\\\/uploads\\\/2021\\\/03\\\/cover-finale.jpg?fit=1830%2C1138&ssl=1\",\"contentUrl\":\"https:\\\/\\\/i0.wp.com\\\/antinomie.it\\\/wp-content\\\/uploads\\\/2021\\\/03\\\/cover-finale.jpg?fit=1830%2C1138&ssl=1\",\"width\":1830,\"height\":1138},{\"@type\":\"BreadcrumbList\",\"@id\":\"https:\\\/\\\/antinomie.it\\\/index.php\\\/2021\\\/03\\\/05\\\/susan-sontag-da-voyeurs-a-complici\\\/#breadcrumb\",\"itemListElement\":[{\"@type\":\"ListItem\",\"position\":1,\"name\":\"Home\",\"item\":\"https:\\\/\\\/antinomie.it\\\/\"},{\"@type\":\"ListItem\",\"position\":2,\"name\":\"Susan Sontag, da voyeurs a complici\"}]},{\"@type\":\"WebSite\",\"@id\":\"https:\\\/\\\/antinomie.it\\\/#website\",\"url\":\"https:\\\/\\\/antinomie.it\\\/\",\"name\":\"Antinomie\",\"description\":\"scritture e immagini\",\"publisher\":{\"@id\":\"https:\\\/\\\/antinomie.it\\\/#organization\"},\"potentialAction\":[{\"@type\":\"SearchAction\",\"target\":{\"@type\":\"EntryPoint\",\"urlTemplate\":\"https:\\\/\\\/antinomie.it\\\/?s={search_term_string}\"},\"query-input\":{\"@type\":\"PropertyValueSpecification\",\"valueRequired\":true,\"valueName\":\"search_term_string\"}}],\"inLanguage\":\"it-IT\"},{\"@type\":\"Organization\",\"@id\":\"https:\\\/\\\/antinomie.it\\\/#organization\",\"name\":\"Antinomie\",\"url\":\"https:\\\/\\\/antinomie.it\\\/\",\"logo\":{\"@type\":\"ImageObject\",\"inLanguage\":\"it-IT\",\"@id\":\"https:\\\/\\\/antinomie.it\\\/#\\\/schema\\\/logo\\\/image\\\/\",\"url\":\"https:\\\/\\\/i0.wp.com\\\/antinomie.it\\\/wp-content\\\/uploads\\\/2023\\\/05\\\/logo_antinomie_cerchio.png?fit=3543%2C3543&ssl=1\",\"contentUrl\":\"https:\\\/\\\/i0.wp.com\\\/antinomie.it\\\/wp-content\\\/uploads\\\/2023\\\/05\\\/logo_antinomie_cerchio.png?fit=3543%2C3543&ssl=1\",\"width\":3543,\"height\":3543,\"caption\":\"Antinomie\"},\"image\":{\"@id\":\"https:\\\/\\\/antinomie.it\\\/#\\\/schema\\\/logo\\\/image\\\/\"},\"sameAs\":[\"https:\\\/\\\/www.facebook.com\\\/antinomie.it\\\/\",\"https:\\\/\\\/x.com\\\/antinomie_it\"]},{\"@type\":\"Person\",\"@id\":\"https:\\\/\\\/antinomie.it\\\/#\\\/schema\\\/person\\\/75861c76b243578eec787d0cae0a7f98\",\"name\":\"Sabrina Ragucci\",\"image\":{\"@type\":\"ImageObject\",\"inLanguage\":\"it-IT\",\"@id\":\"https:\\\/\\\/secure.gravatar.com\\\/avatar\\\/e70b13b08d240eee710799201579230763d23a5095ed98ad2bc4c2a545267053?s=96&d=blank&r=ga239a9630c7a79e828f6985c2df8f491\",\"url\":\"https:\\\/\\\/secure.gravatar.com\\\/avatar\\\/e70b13b08d240eee710799201579230763d23a5095ed98ad2bc4c2a545267053?s=96&d=blank&r=g\",\"contentUrl\":\"https:\\\/\\\/secure.gravatar.com\\\/avatar\\\/e70b13b08d240eee710799201579230763d23a5095ed98ad2bc4c2a545267053?s=96&d=blank&r=g\",\"caption\":\"Sabrina Ragucci\"},\"description\":\"\u00e8 artista visiva e scrittrice. Ha esposto il suo lavoro in numerose mostre monografiche e collettive, in Italia e all\u2019estero. Nel 2011 \u00e8 tra gli artisti del Padiglione Italia alla Biennale di Venezia con \u201cItalian East Co(a)st\u201d (divenuto, in via definitiva, \u201cCondominio Oltremare\u201d). Nel 2012, con Giorgio Falco, ha pubblicato \u201cThe Collared Dove Sound\u201d, nel 2014 \u201cCondominio Oltremare\u201d (L\u2019orma) e nel 2020 \u201cFlashover\u201d (Einaudi) . Ha collaborato con diverse riviste on line; scrive di fotografia e arte su \u201cil manifesto\u201d. Ha insegnato Storia dell\u2019arte e della fotografia. Nel 2020 ha pubblicato il romanzo \u201cIl medesimo mondo\u201d (Bollati Boringhieri). Sono in uscita a settembre due fototesti: per \u201cAround Photography\u201d e per il progetto \u201cWelcome Stories\u201d, promosso dalla Fondazione Palazzo Magnani, Reggio Emilia.\",\"url\":\"https:\\\/\\\/antinomie.it\\\/index.php\\\/author\\\/sabrina-ragucci\\\/\"}]}<\/script>\n<!-- \/ Yoast SEO plugin. -->","yoast_head_json":{"title":"Susan Sontag, da voyeurs a complici - Sabrina Ragucci","description":"Guardando l\u2019immagine del corpo imbalsamato, la deposizione di Susan Sontag, non pensiamo alla storia della malattia del corpo o al doloroso passaggio tra vita e morte, n\u00e9 Sontag era specificatamente interessata a raccontarlo in soggettiva; noi memorizziamo l\u2019immagine definitiva della malattia e della morte. Qualcosa alla terza persona.","robots":{"index":"index","follow":"follow","max-snippet":"max-snippet:-1","max-image-preview":"max-image-preview:large","max-video-preview":"max-video-preview:-1"},"canonical":"https:\/\/antinomie.it\/index.php\/2021\/03\/05\/susan-sontag-da-voyeurs-a-complici\/","og_locale":"it_IT","og_type":"article","og_title":"Susan Sontag, da voyeurs a complici - Sabrina Ragucci","og_description":"Guardando l\u2019immagine del corpo imbalsamato, la deposizione di Susan Sontag, non pensiamo alla storia della malattia del corpo o al doloroso passaggio tra vita e morte, n\u00e9 Sontag era specificatamente interessata a raccontarlo in soggettiva; noi memorizziamo l\u2019immagine definitiva della malattia e della morte. Qualcosa alla terza persona.","og_url":"https:\/\/antinomie.it\/index.php\/2021\/03\/05\/susan-sontag-da-voyeurs-a-complici\/","og_site_name":"Antinomie","article_publisher":"https:\/\/www.facebook.com\/antinomie.it\/","article_published_time":"2021-03-05T08:00:39+00:00","article_modified_time":"2024-06-06T18:40:03+00:00","og_image":[{"width":1830,"height":1138,"url":"https:\/\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2021\/03\/cover-finale.jpg","type":"image\/jpeg"}],"author":"Sabrina Ragucci","twitter_card":"summary_large_image","twitter_creator":"@antinomie_it","twitter_site":"@antinomie_it","twitter_misc":{"Scritto da":"Sabrina Ragucci","Tempo di lettura stimato":"19 minuti"},"schema":{"@context":"https:\/\/schema.org","@graph":[{"@type":"Article","@id":"https:\/\/antinomie.it\/index.php\/2021\/03\/05\/susan-sontag-da-voyeurs-a-complici\/#article","isPartOf":{"@id":"https:\/\/antinomie.it\/index.php\/2021\/03\/05\/susan-sontag-da-voyeurs-a-complici\/"},"author":{"name":"Sabrina Ragucci","@id":"https:\/\/antinomie.it\/#\/schema\/person\/75861c76b243578eec787d0cae0a7f98"},"headline":"Susan Sontag, da voyeurs a complici","datePublished":"2021-03-05T08:00:39+00:00","dateModified":"2024-06-06T18:40:03+00:00","mainEntityOfPage":{"@id":"https:\/\/antinomie.it\/index.php\/2021\/03\/05\/susan-sontag-da-voyeurs-a-complici\/"},"wordCount":3323,"commentCount":0,"publisher":{"@id":"https:\/\/antinomie.it\/#organization"},"image":{"@id":"https:\/\/antinomie.it\/index.php\/2021\/03\/05\/susan-sontag-da-voyeurs-a-complici\/#primaryimage"},"thumbnailUrl":"https:\/\/i0.wp.com\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2021\/03\/cover-finale.jpg?fit=1830%2C1138&ssl=1","keywords":["Annie Leibovitz","Federica Muzzarelli","Fotografia","immagine","Sabrina Ragucci","Susan Sontag","Testimonianza"],"articleSection":["Libri"],"inLanguage":"it-IT","potentialAction":[{"@type":"CommentAction","name":"Comment","target":["https:\/\/antinomie.it\/index.php\/2021\/03\/05\/susan-sontag-da-voyeurs-a-complici\/#respond"]}]},{"@type":"WebPage","@id":"https:\/\/antinomie.it\/index.php\/2021\/03\/05\/susan-sontag-da-voyeurs-a-complici\/","url":"https:\/\/antinomie.it\/index.php\/2021\/03\/05\/susan-sontag-da-voyeurs-a-complici\/","name":"Susan Sontag, da voyeurs a complici - Sabrina Ragucci","isPartOf":{"@id":"https:\/\/antinomie.it\/#website"},"primaryImageOfPage":{"@id":"https:\/\/antinomie.it\/index.php\/2021\/03\/05\/susan-sontag-da-voyeurs-a-complici\/#primaryimage"},"image":{"@id":"https:\/\/antinomie.it\/index.php\/2021\/03\/05\/susan-sontag-da-voyeurs-a-complici\/#primaryimage"},"thumbnailUrl":"https:\/\/i0.wp.com\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2021\/03\/cover-finale.jpg?fit=1830%2C1138&ssl=1","datePublished":"2021-03-05T08:00:39+00:00","dateModified":"2024-06-06T18:40:03+00:00","description":"Guardando l\u2019immagine del corpo imbalsamato, la deposizione di Susan Sontag, non pensiamo alla storia della malattia del corpo o al doloroso passaggio tra vita e morte, n\u00e9 Sontag era specificatamente interessata a raccontarlo in soggettiva; noi memorizziamo l\u2019immagine definitiva della malattia e della morte. Qualcosa alla terza persona.","breadcrumb":{"@id":"https:\/\/antinomie.it\/index.php\/2021\/03\/05\/susan-sontag-da-voyeurs-a-complici\/#breadcrumb"},"inLanguage":"it-IT","potentialAction":[{"@type":"ReadAction","target":["https:\/\/antinomie.it\/index.php\/2021\/03\/05\/susan-sontag-da-voyeurs-a-complici\/"]}]},{"@type":"ImageObject","inLanguage":"it-IT","@id":"https:\/\/antinomie.it\/index.php\/2021\/03\/05\/susan-sontag-da-voyeurs-a-complici\/#primaryimage","url":"https:\/\/i0.wp.com\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2021\/03\/cover-finale.jpg?fit=1830%2C1138&ssl=1","contentUrl":"https:\/\/i0.wp.com\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2021\/03\/cover-finale.jpg?fit=1830%2C1138&ssl=1","width":1830,"height":1138},{"@type":"BreadcrumbList","@id":"https:\/\/antinomie.it\/index.php\/2021\/03\/05\/susan-sontag-da-voyeurs-a-complici\/#breadcrumb","itemListElement":[{"@type":"ListItem","position":1,"name":"Home","item":"https:\/\/antinomie.it\/"},{"@type":"ListItem","position":2,"name":"Susan Sontag, da voyeurs a complici"}]},{"@type":"WebSite","@id":"https:\/\/antinomie.it\/#website","url":"https:\/\/antinomie.it\/","name":"Antinomie","description":"scritture e immagini","publisher":{"@id":"https:\/\/antinomie.it\/#organization"},"potentialAction":[{"@type":"SearchAction","target":{"@type":"EntryPoint","urlTemplate":"https:\/\/antinomie.it\/?s={search_term_string}"},"query-input":{"@type":"PropertyValueSpecification","valueRequired":true,"valueName":"search_term_string"}}],"inLanguage":"it-IT"},{"@type":"Organization","@id":"https:\/\/antinomie.it\/#organization","name":"Antinomie","url":"https:\/\/antinomie.it\/","logo":{"@type":"ImageObject","inLanguage":"it-IT","@id":"https:\/\/antinomie.it\/#\/schema\/logo\/image\/","url":"https:\/\/i0.wp.com\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2023\/05\/logo_antinomie_cerchio.png?fit=3543%2C3543&ssl=1","contentUrl":"https:\/\/i0.wp.com\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2023\/05\/logo_antinomie_cerchio.png?fit=3543%2C3543&ssl=1","width":3543,"height":3543,"caption":"Antinomie"},"image":{"@id":"https:\/\/antinomie.it\/#\/schema\/logo\/image\/"},"sameAs":["https:\/\/www.facebook.com\/antinomie.it\/","https:\/\/x.com\/antinomie_it"]},{"@type":"Person","@id":"https:\/\/antinomie.it\/#\/schema\/person\/75861c76b243578eec787d0cae0a7f98","name":"Sabrina Ragucci","image":{"@type":"ImageObject","inLanguage":"it-IT","@id":"https:\/\/secure.gravatar.com\/avatar\/e70b13b08d240eee710799201579230763d23a5095ed98ad2bc4c2a545267053?s=96&d=blank&r=ga239a9630c7a79e828f6985c2df8f491","url":"https:\/\/secure.gravatar.com\/avatar\/e70b13b08d240eee710799201579230763d23a5095ed98ad2bc4c2a545267053?s=96&d=blank&r=g","contentUrl":"https:\/\/secure.gravatar.com\/avatar\/e70b13b08d240eee710799201579230763d23a5095ed98ad2bc4c2a545267053?s=96&d=blank&r=g","caption":"Sabrina Ragucci"},"description":"\u00e8 artista visiva e scrittrice. Ha esposto il suo lavoro in numerose mostre monografiche e collettive, in Italia e all\u2019estero. Nel 2011 \u00e8 tra gli artisti del Padiglione Italia alla Biennale di Venezia con \u201cItalian East Co(a)st\u201d (divenuto, in via definitiva, \u201cCondominio Oltremare\u201d). Nel 2012, con Giorgio Falco, ha pubblicato \u201cThe Collared Dove Sound\u201d, nel 2014 \u201cCondominio Oltremare\u201d (L\u2019orma) e nel 2020 \u201cFlashover\u201d (Einaudi) . Ha collaborato con diverse riviste on line; scrive di fotografia e arte su \u201cil manifesto\u201d. Ha insegnato Storia dell\u2019arte e della fotografia. Nel 2020 ha pubblicato il romanzo \u201cIl medesimo mondo\u201d (Bollati Boringhieri). Sono in uscita a settembre due fototesti: per \u201cAround Photography\u201d e per il progetto \u201cWelcome Stories\u201d, promosso dalla Fondazione Palazzo Magnani, Reggio Emilia.","url":"https:\/\/antinomie.it\/index.php\/author\/sabrina-ragucci\/"}]}},"jetpack_sharing_enabled":true,"jetpack_featured_media_url":"https:\/\/i0.wp.com\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2021\/03\/cover-finale.jpg?fit=1830%2C1138&ssl=1","gt_translate_keys":[{"key":"link","format":"url"}],"_links":{"self":[{"href":"https:\/\/antinomie.it\/index.php\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/16875","targetHints":{"allow":["GET"]}}],"collection":[{"href":"https:\/\/antinomie.it\/index.php\/wp-json\/wp\/v2\/posts"}],"about":[{"href":"https:\/\/antinomie.it\/index.php\/wp-json\/wp\/v2\/types\/post"}],"author":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/antinomie.it\/index.php\/wp-json\/wp\/v2\/users\/178"}],"replies":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/antinomie.it\/index.php\/wp-json\/wp\/v2\/comments?post=16875"}],"version-history":[{"count":0,"href":"https:\/\/antinomie.it\/index.php\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/16875\/revisions"}],"wp:featuredmedia":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/antinomie.it\/index.php\/wp-json\/wp\/v2\/media\/17024"}],"wp:attachment":[{"href":"https:\/\/antinomie.it\/index.php\/wp-json\/wp\/v2\/media?parent=16875"}],"wp:term":[{"taxonomy":"category","embeddable":true,"href":"https:\/\/antinomie.it\/index.php\/wp-json\/wp\/v2\/categories?post=16875"},{"taxonomy":"post_tag","embeddable":true,"href":"https:\/\/antinomie.it\/index.php\/wp-json\/wp\/v2\/tags?post=16875"},{"taxonomy":"author","embeddable":true,"href":"https:\/\/antinomie.it\/index.php\/wp-json\/wp\/v2\/coauthors?post=16875"}],"curies":[{"name":"wp","href":"https:\/\/api.w.org\/{rel}","templated":true}]}}