{"id":16694,"date":"2021-03-01T21:00:10","date_gmt":"2021-03-01T20:00:10","guid":{"rendered":"http:\/\/antinomie.it\/?p=16694"},"modified":"2024-06-06T16:51:59","modified_gmt":"2024-06-06T14:51:59","slug":"vendo-palle-di-neve","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/antinomie.it\/index.php\/2021\/03\/01\/vendo-palle-di-neve\/","title":{"rendered":"Vendo palle di neve","gt_translate_keys":[{"key":"rendered","format":"text"}]},"content":{"rendered":"\n<h3 class=\"wp-block-heading\">Un uomo da marciapiede<\/h3>\n\n\n\n<p class=\"has-drop-cap wp-block-paragraph\">Basta scorrere le numerose fotografie a colori e in bianco e nero che ci restano per comprendere d\u2019acchito di cosa si tratta. Immagini cos\u00ec sobrie e potenti che ogni parola, ogni tentativo di ricamarci sopra, di fare ermeneutica sembrano superflui se non fuori luogo.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Cosa mostrano le foto? Un uomo che vende palle di neve. Il resto \u00e8 riportato sul retro della cartolina in bianco e nero che immortala l\u2019azione: \u201c<em>Street Vendor Selling Snowballs<\/em>. Performance by David Hammons, 1983. Photograph by Dawoud Bey\u201d. Solo in occasione della mostra al P.S.1 nel 1990 diventer\u00e0 ufficialmente <em>Bliz-aard Art Sale<\/em>.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Le palle di neve sono perfettamente sferiche e di varie dimensioni, ordinatamente disposte su un tappeto dalla fantasia nord-africana adagiato sul marciapiede. L\u2019uomo di colore \u00e8 intabarrato nel suo cappotto di lana e mohair con cappello, sciarpa, guanti fatti a mano e, in alcuni casi, occhiali da sole. Come ha osservato l\u2019artista Glenn Ligon, \u00e8 vestito da musicista jazz.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Non appare quasi mai in posa, al contrario se ne sta spesso sulle sue, oppure parlotta coi suoi vicini nei momenti di vuoto o in una pausa per bere qualcosa di caldo. Tra questi un signore vende due giacche appese con una stampella a un\u2019inferriata, assenti in altre foto, segno che la vendita \u00e8 andata a buon fine; un altro sembra vendere verdura (sullo scatolone si legge \u201cTomatoes\u201d) e brandisce in mano un sacchetto di plastica con, immagino, un genere alimentare. Pi\u00f9 in l\u00e0 s\u2019intravedono oggetti e vestiti usati su un cartone, pi\u00f9 simili a scarti e a stracci che ad articoli in vendita.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Addossato alle mura di quello che ha l\u2019aria di essere un grosso edificio (si tratta dell\u2019universit\u00e0 privata Cooper Union di New York), Hammons non sembra preoccuparsi della vendita di un prodotto che prima di quel giorno, c\u2019\u00e8 da giurarci, non \u00e8 mai stato considerato alla stregua di una merce. In altri scatti per\u00f2, con la stessa nonchalance, tiene in mano una di queste palle di neve, protetto da guanti dalla fantasia cromatica simile a quella del tappeto a terra.<\/p>\n\n\n\n<figure class=\"wp-block-gallery aligncenter columns-2 is-cropped wp-block-gallery-1 is-layout-flex wp-block-gallery-is-layout-flex\"><ul class=\"blocks-gallery-grid\"><li class=\"blocks-gallery-item\"><figure><img decoding=\"async\" src=\"data:image\/gif;base64,R0lGODlhAQABAIAAAAAAAP\/\/\/yH5BAEAAAAALAAAAAABAAEAAAIBRAA7\" data-src=\"https:\/\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2021\/02\/1a-721x1024.jpg\" alt=\"\" data-id=\"16763\" data-link=\"https:\/\/antinomie.it\/?attachment_id=16763\" class=\"wp-image-16763 lazyload\"><noscript><img data-recalc-dims=\"1\" loading=\"lazy\" loading=\"lazy\" decoding=\"async\" width=\"721\" height=\"1024\" src=\"https:\/\/i0.wp.com\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2021\/02\/1a.jpg?resize=721%2C1024&#038;ssl=1\" alt=\"\" data-id=\"16763\" data-link=\"https:\/\/antinomie.it\/?attachment_id=16763\" class=\"wp-image-16763\" srcset=\"https:\/\/i0.wp.com\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2021\/02\/1a.jpg?resize=721%2C1024&amp;ssl=1 721w, https:\/\/i0.wp.com\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2021\/02\/1a.jpg?resize=211%2C300&amp;ssl=1 211w, https:\/\/i0.wp.com\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2021\/02\/1a.jpg?resize=768%2C1091&amp;ssl=1 768w, https:\/\/i0.wp.com\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2021\/02\/1a.jpg?resize=480%2C682&amp;ssl=1 480w, https:\/\/i0.wp.com\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2021\/02\/1a.jpg?w=1000&amp;ssl=1 1000w\" sizes=\"auto, (max-width: 721px) 100vw, 721px\" \/><\/noscript><\/figure><\/li><li class=\"blocks-gallery-item\"><figure><img decoding=\"async\" src=\"data:image\/gif;base64,R0lGODlhAQABAIAAAAAAAP\/\/\/yH5BAEAAAAALAAAAAABAAEAAAIBRAA7\" data-src=\"https:\/\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2021\/02\/1b.jpg\" alt=\"\" data-id=\"16764\" data-full-url=\"https:\/\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2021\/02\/1b.jpg\" data-link=\"https:\/\/antinomie.it\/?attachment_id=16764\" class=\"wp-image-16764 lazyload\"><noscript><img data-recalc-dims=\"1\" loading=\"lazy\" loading=\"lazy\" decoding=\"async\" width=\"415\" height=\"600\" src=\"https:\/\/i0.wp.com\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2021\/02\/1b.jpg?resize=415%2C600&#038;ssl=1\" alt=\"\" data-id=\"16764\" data-full-url=\"https:\/\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2021\/02\/1b.jpg\" data-link=\"https:\/\/antinomie.it\/?attachment_id=16764\" class=\"wp-image-16764\" srcset=\"https:\/\/i0.wp.com\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2021\/02\/1b.jpg?w=415&amp;ssl=1 415w, https:\/\/i0.wp.com\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2021\/02\/1b.jpg?resize=208%2C300&amp;ssl=1 208w\" sizes=\"auto, (max-width: 415px) 100vw, 415px\" \/><\/noscript><\/figure><\/li><\/ul><\/figure>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">\u00c8 inverno, come evidente dalle tracce di ghiaccio circostanti, ammassate agli angoli dell\u2019edificio, residui di una violenta nevicata urbana, di quelle soffici solo il primo giorno \u2013 della bianca neve rester\u00e0 una poltiglia nera. Difficile immaginare che quegli scarti ai margini della strada siano composti dalla stessa materia della merce in vendita. Eppure si tratta di due stadi di una sola sostanza.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Pare sia domenica 13 febbraio 1983, una di quelle giornate piegate dal <em>blizzard<\/em>, le tormente di neve tipiche di una citt\u00e0 atlantica quale New York, che Hammons, con un modo di dire vernacolare, scrive \u201cbliz-aard\u201d. Siamo nell\u2019East Village, a Cooper Square, dove si tiene un mercatino dell\u2019usato semi-clandestino. Per anni, camminando lungo Second Avenue, Hammons osserva l\u2019andirivieni dei venditori indaffarati che arrivano nel cuore della notte per occupare il loro posto e disporre la merce tra cui trenta paia di denti falsi. \u00c8 cos\u00ec sbalordito che si convince di dover fare qualcosa. Nella stessa zona, come un universo parallelo, pullulano nuove gallerie d\u2019arte contemporanea \u2013 \u00e8 un periodo florido per il mercato.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Dawoud Bey, autore delle fotografie, deve aver preso accordi precisi con Hammons su come documentare quest\u2019azione, tanto pi\u00f9 che, in assenza di un video, restano l\u2019unica traccia. Ancora pi\u00f9 preziosa se pensiamo che l\u2019artista si reca al mercatino in incognito, che nessun operatore del mondo dell\u2019arte \u00e8 stato avvertito, che nessun pubblico vi assiste, che nessuna recensione sar\u00e0 pubblicata, che manca qualsiasi materiale documentario supplementare. \u201c<span class=\"has-inline-color has-black-color\">Non era David Hammons in una performance<\/span>, ma giusto un tizio che vende palle di neve [\u2026] Era per chiunque passasse l\u00ec quel giorno\u201d, ricorda Bey, unico testimone oculare di <em>Bliz-aard Ball Sale<\/em>. Che ribadisce: \u201cNon era nemmeno un artista in strada, perch\u00e9 avrebbe guastato l\u2019effetto. Era giusto un uomo sul marciapiede che vendeva palle di neve\u201d (p. 65). Lo riporta Elena Filipovic in un aureo libretto consacrato a quest\u2019opera, ricco di testimonianze orali che hanno guidato le mie riflessioni (<em>David Hammons, Bliz-aard Ball Sale<\/em>, Afterall Books: One Work, Londra 2019).<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Decisivo insomma il <em>frame<\/em> di <em>Bliz-aard Ball Sale<\/em>, creato e controllato in ogni aspetto da Hammons, libero da qualsiasi interferenza del sistema dell\u2019arte, aperto a una interazione pubblica spontanea che il contesto museale tende a snaturare o disciplinare: \u201cPreferisco fare cose in strada, perch\u00e9 l\u2019arte diventa solo uno tra gli oggetti in cui t\u2019imbatti nel corso della tua vita quotidiana. La attraversi, senza che abbia alcuna priorit\u00e0 sul resto\u201d (p. 68).<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Performance (come l\u2019artista scrive sul dorso di una cartolina nel 1983), happening, azione o quale altro termine utilizzare in cui il confine tra arte e vita diventa labile? Non so decidermi. Del resto tanti aspetti di <em>Bliz-aard Ball Sale<\/em> restano oscuri; ignoriamo persino quanto \u00e8 durata: una trentina di minuti o tre ore, secondo due versioni diffuse dallo stesso artista? o diversi giorni nel corso di quel gelido inverno?<\/p>\n\n\n\n<div class=\"wp-block-image\"><figure class=\"aligncenter size-large\"><img decoding=\"async\" src=\"data:image\/gif;base64,R0lGODlhAQABAIAAAAAAAP\/\/\/yH5BAEAAAAALAAAAAABAAEAAAIBRAA7\" data-src=\"https:\/\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2021\/02\/2.jpg\" alt=\"\" class=\"wp-image-16774 lazyload\"><noscript><img data-recalc-dims=\"1\" loading=\"lazy\" loading=\"lazy\" decoding=\"async\" width=\"810\" height=\"509\" src=\"https:\/\/i0.wp.com\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2021\/02\/2.jpg?resize=810%2C509&#038;ssl=1\" alt=\"\" class=\"wp-image-16774\" srcset=\"https:\/\/i0.wp.com\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2021\/02\/2.jpg?w=810&amp;ssl=1 810w, https:\/\/i0.wp.com\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2021\/02\/2.jpg?resize=300%2C189&amp;ssl=1 300w, https:\/\/i0.wp.com\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2021\/02\/2.jpg?resize=768%2C483&amp;ssl=1 768w, https:\/\/i0.wp.com\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2021\/02\/2.jpg?resize=480%2C302&amp;ssl=1 480w\" sizes=\"auto, (max-width: 810px) 100vw, 810px\" \/><\/noscript><\/figure><\/div>\n\n\n\n<h3 class=\"wp-block-heading\">Acqua congelata<\/h3>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Qui a Cooper Square nessuno ha un banchetto o un tavolo come nei mercatini organizzati, quelli della domenica nei quartieri bene dove le famiglie amano gironzolare e fare compere inutili convinti di aver concluso un affare. La merce \u00e8 a terra, stesa su cartoni \u2013 un<em> bric-\u00e0-brac<\/em> o un <em>vide-grenier<\/em> dove ci si pu\u00f2 aspettare di trovare qualsiasi cosa.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Qualsiasi cosa ma non delle palle di neve.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Lo si capisce dalle espressioni dei passanti o dei potenziali avventori davanti allo \u201cstand\u201d di Hammons, cui dice chiss\u00e0 cosa per convincerli ad acquistare la sferica neve. Una sequenza di due scatti mostra una signora incuriosita che riparte ridendo di gusto, perch\u00e9 un uomo che vende palle di neve \u00e8&nbsp; una scena comica e quel tipo deve essere un po\u2019 svitato. Se ha le mani in tasca e non ha comprato nulla, l\u2019idea l\u2019ha conquistata. Tra gli altri clienti si annoverano un bambino piccolo sul passeggino, cui Hammons offre una delle palle di neve pi\u00f9 piccole; una ragazza che si fa fotografare con la mercanzia davanti a un Hammons che, divertito, sta al gioco; un\u2019altra avventrice che punta il dito verso il basso con lo sguardo serio, come a contrattare il prezzo della bianca merce.<\/p>\n\n\n\n<figure class=\"wp-block-gallery aligncenter columns-2 is-cropped wp-block-gallery-2 is-layout-flex wp-block-gallery-is-layout-flex\"><ul class=\"blocks-gallery-grid\"><li class=\"blocks-gallery-item\"><figure><img decoding=\"async\" src=\"data:image\/gif;base64,R0lGODlhAQABAIAAAAAAAP\/\/\/yH5BAEAAAAALAAAAAABAAEAAAIBRAA7\" data-src=\"http:\/\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2021\/02\/3a.jpg\" alt=\"\" data-id=\"16762\" data-full-url=\"http:\/\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2021\/02\/3a.jpg\" data-link=\"http:\/\/antinomie.it\/?attachment_id=16762\" class=\"wp-image-16762 lazyload\"><noscript><img data-recalc-dims=\"1\" decoding=\"async\" src=\"https:\/\/i0.wp.com\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2021\/02\/3a.jpg?w=1080\" alt=\"\" data-id=\"16762\" data-full-url=\"http:\/\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2021\/02\/3a.jpg\" data-link=\"http:\/\/antinomie.it\/?attachment_id=16762\" class=\"wp-image-16762\"><\/noscript><\/figure><\/li><li class=\"blocks-gallery-item\"><figure><img decoding=\"async\" src=\"data:image\/gif;base64,R0lGODlhAQABAIAAAAAAAP\/\/\/yH5BAEAAAAALAAAAAABAAEAAAIBRAA7\" data-src=\"https:\/\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2021\/02\/3b-1024x736.jpg\" alt=\"\" data-id=\"16768\" class=\"wp-image-16768 lazyload\"><noscript><img data-recalc-dims=\"1\" loading=\"lazy\" loading=\"lazy\" decoding=\"async\" width=\"1024\" height=\"736\" src=\"https:\/\/i0.wp.com\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2021\/02\/3b.jpg?resize=1024%2C736&#038;ssl=1\" alt=\"\" data-id=\"16768\" class=\"wp-image-16768\" srcset=\"https:\/\/i0.wp.com\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2021\/02\/3b.jpg?resize=1024%2C736&amp;ssl=1 1024w, https:\/\/i0.wp.com\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2021\/02\/3b.jpg?resize=300%2C216&amp;ssl=1 300w, https:\/\/i0.wp.com\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2021\/02\/3b.jpg?resize=768%2C552&amp;ssl=1 768w, https:\/\/i0.wp.com\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2021\/02\/3b.jpg?resize=480%2C345&amp;ssl=1 480w, https:\/\/i0.wp.com\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2021\/02\/3b.jpg?w=1200&amp;ssl=1 1200w\" sizes=\"auto, (max-width: 1024px) 100vw, 1024px\" \/><\/noscript><\/figure><\/li><\/ul><\/figure>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Gi\u00e0, il prezzo. Anche in questo caso le testimonianze non concordano. Si vocifera che costino tutte un dollaro ma anche che vi sia un prezzario a seconda delle dimensioni che oscilla da dieci centesimi a dieci dollari, o che i prezzi siano negoziabili. Che Hammons sia riuscito a convincere qualche malcapitato ad acquistarle? A un\u2019analisi attenta delle fotografie, ci accorgiamo che il numero delle palle di neve \u2013 simmetricamente disposte sulla coperta come una natura morta di Klee \u2013 \u00e8 sempre lo stesso: venti grandi, dodici medie, sei pi\u00f9 piccole, dodici pi\u00f9 piccole ancora e altre due serie da sei a scalare. In uno scatto due ragazzi sembrano informarsi o trattare sul prezzo di due tra le palle di neve pi\u00f9 grandi, indecisi, credo, su quale prendere: inginocchiati, le tengono tra le mani protette dai guanti, rischiando tra l\u2019altro di sciupare la delicatissima merce. Le pi\u00f9 piccole probabilmente si scioglierebbero in mano ancora prima di essere acquistate.<\/p>\n\n\n\n<div class=\"wp-block-image\"><figure class=\"aligncenter size-large\"><img decoding=\"async\" src=\"data:image\/gif;base64,R0lGODlhAQABAIAAAAAAAP\/\/\/yH5BAEAAAAALAAAAAABAAEAAAIBRAA7\" data-src=\"https:\/\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2021\/02\/4.jpg\" alt=\"\" class=\"wp-image-16770 lazyload\"><noscript><img data-recalc-dims=\"1\" loading=\"lazy\" loading=\"lazy\" decoding=\"async\" width=\"1024\" height=\"701\" src=\"https:\/\/i0.wp.com\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2021\/02\/4.jpg?resize=1024%2C701&#038;ssl=1\" alt=\"\" class=\"wp-image-16770\" srcset=\"https:\/\/i0.wp.com\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2021\/02\/4.jpg?w=1024&amp;ssl=1 1024w, https:\/\/i0.wp.com\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2021\/02\/4.jpg?resize=300%2C205&amp;ssl=1 300w, https:\/\/i0.wp.com\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2021\/02\/4.jpg?resize=768%2C526&amp;ssl=1 768w, https:\/\/i0.wp.com\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2021\/02\/4.jpg?resize=480%2C329&amp;ssl=1 480w\" sizes=\"auto, (max-width: 1024px) 100vw, 1024px\" \/><\/noscript><\/figure><\/div>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Del resto da nessuna parte Hammons ha scritto \u201cNon toccare\u201d \u2013 tutto vuole tranne che evocare anche da lontano un\u2019aria da museo, da scultura fragile incapsulata dentro una vetrina. Chi vuole maneggiare le palle di neve faccia pure. In una foto in cui la mano di Hammons tocca quella di un cliente sembra che gli stia dando il resto, ma nel cavo della mano potrebbe nascondersi una delle palle di neve pi\u00f9 piccole che il cliente vuole palpare prima di decidere sul da farsi.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">A fermarsi sono uomini e donne di diverse generazioni, incuriositi dall\u2019idea di questo commerciante, attirati forse dal gesto gratuito, dalla giocosa perdita che consiste nel comprare quelle perfette sfere di neve e lanciarsele addosso svoltato il primo angolo. Perch\u00e9 da che mondo \u00e8 mondo questo \u00e8 il loro destino, lo stesso delle torte in faccia: si rendono belle compatte per fare battaglia e scagliarle contro l\u2019amico di turno, non per ammirarle.<\/p>\n\n\n\n<div class=\"wp-block-image\"><figure class=\"aligncenter size-large\"><img decoding=\"async\" src=\"data:image\/gif;base64,R0lGODlhAQABAIAAAAAAAP\/\/\/yH5BAEAAAAALAAAAAABAAEAAAIBRAA7\" data-src=\"https:\/\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2021\/02\/6-1024x1024.jpg\" alt=\"\" class=\"wp-image-16784 lazyload\"><noscript><img data-recalc-dims=\"1\" loading=\"lazy\" loading=\"lazy\" decoding=\"async\" width=\"1024\" height=\"1024\" src=\"https:\/\/i0.wp.com\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2021\/02\/6.jpg?resize=1024%2C1024&#038;ssl=1\" alt=\"\" class=\"wp-image-16784\" srcset=\"https:\/\/i0.wp.com\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2021\/02\/6.jpg?resize=1024%2C1024&amp;ssl=1 1024w, https:\/\/i0.wp.com\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2021\/02\/6.jpg?resize=300%2C300&amp;ssl=1 300w, https:\/\/i0.wp.com\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2021\/02\/6.jpg?resize=150%2C150&amp;ssl=1 150w, https:\/\/i0.wp.com\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2021\/02\/6.jpg?resize=768%2C768&amp;ssl=1 768w, https:\/\/i0.wp.com\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2021\/02\/6.jpg?resize=480%2C480&amp;ssl=1 480w, https:\/\/i0.wp.com\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2021\/02\/6.jpg?w=1080&amp;ssl=1 1080w\" sizes=\"auto, (max-width: 1024px) 100vw, 1024px\" \/><\/noscript><\/figure><\/div>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Nessuna delle foto che ci resta registra concretamente l\u2019atto di vendita di una palla di neve. La cosa \u00e8 cos\u00ec determinante? mi chiedo, visto che la merce proposta non \u00e8 altro che acqua congelata, cio\u00e8 niente che si possa portare a casa ed esporre accanto alle opere d\u2019arte della propria collezione. Stiamo parlando di un tizio che vende acqua congelata d\u2019inverno \u2013 come vendere sabbia in un deserto o aria condizionata ai pinguini!<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Come vendere pietre di fiume lungo lo stesso fiume, per citare <em>L\u2019uomo senza talento<\/em> (<em>Munou no Hito<\/em>, 1985, tradotto in italiano da Canicola nel 2017) del mangaka Tsuge Yoshiharu, figura-chiave del Geki-ga, con immagini e storie drammatiche, noir e underground, lontane dall\u2019intrattenimento e dal disimpegno proprio dei manga. \u201cNon sapevo pi\u00f9 cos\u2019altro fare. Cos\u00ec adesso vendo pietre\u201d, cos\u00ec comincia la storia di un disegnatore di fumetti che, senza lavoro e spinto dall\u2019indigenza, allestisce in riva al fiume il suo banchetto di pietre di fiume. Un uomo senza talento o \u2013 inevitabile il richiamo per un orecchio europeo \u2013 un <em>uomo senza qualit\u00e0.<\/em><\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">\u201cLe ho vendute perch\u00e9 sapevo che la gente non poteva tenerle\u201d, precisa lapidario Hammons. E pi\u00f9 ampiamente: \u201cNessun \u2018l\u2019ho comprata\u2019, perch\u00e9 manca l\u2019oggetto della transazione. Nessuno pu\u00f2 dire: \u2018Ho un David Hammons alle pareti, t\u2019invito a cena per vedere il mio ultimo acquisto\u2019. Non mi interessa\u201d (p. 76).<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Hammons ha scelto un mercatino di cianfrusaglie e non il giardino di sculture di un museo d\u2019arte. L\u2019unica transazione di cui ci resta traccia \u00e8 verbale, legata alla fase che precede l\u2019acquisto, in cui ci s\u2019informa, si confrontano modelli, si discute sul prezzo, si chiede uno sconto o ci si lascia con l\u2019intenzione di rivenire un\u2019altra volta. Ma quella palla, ribatterebbe Hammons, potrebbe non essere pi\u00f9 disponibile. Lavora cos\u00ec sull\u2019istituzione del valore commerciale di un\u2019opera, sulla sua vendibilit\u00e0, sul feticismo del manufatto o dell\u2019artefatto.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Cosa mai si potr\u00e0 chiedere riguardo a una palla di neve? Costituita da un unico materiale (non tengo conto qui dell\u2019infame pratica di nascondere un sasso al suo interno), a cambiare sono solo le sue dimensioni. Forse le domande sono le stesse che ci vengono in mente guardando le foto: come ha fatto a renderle perfettamente rotonde e a trasportale fino a l\u00ec? Pi\u00f9 in confidenza, il tipo ha veramente difficolt\u00e0 a sbarcare il lunario, \u00e8 cos\u00ec sul lastrico da ridursi a vivere di espedienti? Non si rende conto che, dopo la tempesta dell\u2019altro giorno, la neve si trova a palate a ogni angolo di Manhattan?<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Dal punto di vista strettamente commerciale, il business di Hammons \u00e8 un disastro, e l\u2019artista come venditore ambulante un fallimento. Vendere palle di neve in inverno, suvvia! Eppure Hammons \u00e8 abilissimo nel mettere in piedi e gestire l\u2019operazione <em>Bliz-aard Ball Sale<\/em> nelle sue varie componenti: reperimento della location; realizzazione delle palle di neve; loro disposizione; performativit\u00e0 in cui si cala nel personaggio del commerciante senza lasciar trapelare la sua identit\u00e0 (non vuole passare per un infiltrato), dissipando l\u2019\u201callusione onnipresente che l\u2019intero affare potrebbe essere un imbroglio. Vendere palle di neve in inverno: cosa c\u2019\u00e8 di pi\u00f9 vicino all\u2019impostura?\u201d (Steven Stern, <em>A Fraction of the Whole<\/em>, in \u201cFrieze\u201d, 121, March 2009). E ancora, gestione della vendita, perch\u00e9 le regole della transazione commerciale sono scrupolosamente rispettate; documentazione fotografica e sua diffusione, promozione (per cos\u00ec dire) e, soprattutto, sottrazione di visibilit\u00e0.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Perch\u00e9 <em>Bliz-aard Ball Sale<\/em> \u00e8 sottoposto a un<em> regime di visibilit\u00e0 limitata<\/em>, come molte opere di Hammons.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Solo questo complesso di condizioni ha trasformato una <em>boutade<\/em> durata forse mezz\u2019ora una domenica di febbraio in un mercatino nero in un\u2019azione memorabile dell\u2019arte degli anni ottanta.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Hammons sostiene che le palle di neve sono realizzate direttamente in strada, ma pare che la sera precedente la vendita riposassero nel freezer di casa sua. Nel congelatore diventano belle compatte prima di essere trasportate al mercatino in un carrello della spesa. Sappiamo che vengono usati due stampini graduati e rotondi simili alle formine da cucina. Il dettaglio \u00e8 importante: le palle di neve non sono realizzate a mano, in modo artigianale come una scultura o una qualsiasi palla di neve, ma con l\u2019aiuto di un utensile. La fabbricazione della merce non \u00e8 esibita al mercatino; arriva sul tappeto gi\u00e0 pronta nella sua inconcussa sfericit\u00e0.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Nella ricercatezza della loro forma e disposizione non manca un <em>clin d\u2019\u0153il<\/em> alla serialit\u00e0 della scultura minimalista che imperversava nel decennio scorso negli Stati Uniti. Anche se Filipovic non sa decidersi, e noi con lei, se Hammons faccia l\u2019occhiolino pi\u00f9 a un museo o a un supermercato. Le palle di neve come <em>specific objects<\/em>? Come critica ironica al minimalismo, in linea con quella sera del 1981 in cui Hammons urina su <em>T.W.U.<\/em> (1980), l\u2019imponente e contestato catafalco di Richard Serra? La scultura minimalista, poco sensibile alla fluidit\u00e0 dell\u2019elemento acquatico, viene irrorata e, <em>de facto<\/em>, criticamente demolita. Hammons <em>puer mingens<\/em>, come direbbe Jean-Claude Lebensztejn (<em>Figure piscianti 1280-2014<\/em>, UTET 2019). L\u2019azione si chiama <em>Pissed Off \u2013 <\/em>pisciare sul minimalismo, pisciare il minimalismo.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">In quanto alle palle di neve, Hammons sostiene di averle vendute tutte intascando una ventina di dollari, una somma magra ma superlativa se si considera il prodotto in commercio. Altre voci sostengono che uno degli specimen pi\u00f9 grandi, rimasto invenduto, \u00e8 stato conservato in un angolo del suo freezer per almeno tre anni; altre ancora che nei freezer dei suoi amici pi\u00f9 stretti restano diverse palle di neve. Ci mancava solo la versione vintage.<\/p>\n\n\n\n<h3 class=\"wp-block-heading\">Icestallation<\/h3>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Nello stesso periodo (1983-85) Hammons realizza altre vendite semi-clandestine, come quella di diecimila paia di scarpe di gomma bianca per bambole, al prezzo di cinquanta centesimi l\u2019unit\u00e0. Nell\u2019arco di tre estati le vende tutte, sostiene. Anche qui nessun addetto ai lavori del mondo dell\u2019arte \u00e8 coinvolto: \u201cSe vedo arrivare qualcuno del pubblico dell\u2019arte, balzo dietro una porta\u201d (p. 78). Se non ci resta alcuna fotografia, \u00e8 evidente l\u2019interesse per quella che in seguito verr\u00e0 denominata estetica partecipativa: \u201cQuando hai un oggetto tra te e loro, la gente ti rivolge la parola. Ti chiedono: \u2018Cos\u2019\u00e8 quello? \u00c8 in vendita?\u2019 Ma se stazioni giusto in piedi all\u2019angolo della strada, chiunque incontri \u00e8 un tuo nemico. Un oggetto invece diventa un canale di conversazione con qualcuno che non hai mai incontrato prima\u201d (p. 73).<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Le palle di neve affascinano Hammons in quanto manifestano la potenza di un oggetto cos\u00ec effimero: \u201cNon \u00e8 l\u2019oggetto d\u2019arte in s\u00e9. \u00c8 l\u2019audacia dell\u2019atto, del presentarlo, l\u2019oggetto d\u2019arte \u00e8 il risultato&#8230; del potenziamento dell\u2019oggetto\u201d (p. 70). <em>Empowering the object<\/em>, dice Hammons, pensando a un oggetto qualsiasi e non a quei grossi blocchi di materiali industriali che ingombrano i musei americani sotto le spoglie della scultura minimalista.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Hammons si servir\u00e0 della neve e del ghiaccio come materiale artistico in altre tre occasioni. Nell\u2019aprile 1986, tre anni dopo <em>Bliz-aard Ball Sale<\/em>, mostra alla galleria Just Above Midtown (JAM) di Broadway una sola palla di neve, probabilmente quella sopravvissuta dalla vendita del 1983. \u00c8 visibile all\u2019interno di un freezer, ormai sporca e deformata. Ricorda Bey: \u201cnel suo insieme era cos\u00ec brutta&#8230; Ma l\u2019esperienza consisteva nel rivederla [&#8230;] era vecchia, era sporca, era funky, non era immacolata. Ma era la palla di neve superstite\u201d (p. 126). Una sorta di fossile. Sul cartoncino d\u2019invito \u00e8 visibile una forma rotonda e stondata, un alone sul foglio simile a quello lasciato da un recipiente bagnato sul tavolo. Il titolo della mostra \u00e8 un gioco di parole, comprensibile solo a coloro che conoscevano l\u2019antecedente del 1983: <em>Icestallation<\/em>.<\/p>\n\n\n\n<div class=\"wp-block-image\"><figure class=\"aligncenter size-large\"><img decoding=\"async\" src=\"data:image\/gif;base64,R0lGODlhAQABAIAAAAAAAP\/\/\/yH5BAEAAAAALAAAAAABAAEAAAIBRAA7\" data-src=\"https:\/\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2021\/02\/Whose-Ice-Is-Colder_-1990-804x1024.jpg\" alt=\"\" class=\"wp-image-16791 lazyload\"><noscript><img data-recalc-dims=\"1\" loading=\"lazy\" loading=\"lazy\" decoding=\"async\" width=\"804\" height=\"1024\" src=\"https:\/\/i0.wp.com\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2021\/02\/Whose-Ice-Is-Colder_-1990.jpg?resize=804%2C1024&#038;ssl=1\" alt=\"\" class=\"wp-image-16791\" srcset=\"https:\/\/i0.wp.com\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2021\/02\/Whose-Ice-Is-Colder_-1990.jpg?resize=804%2C1024&amp;ssl=1 804w, https:\/\/i0.wp.com\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2021\/02\/Whose-Ice-Is-Colder_-1990.jpg?resize=236%2C300&amp;ssl=1 236w, https:\/\/i0.wp.com\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2021\/02\/Whose-Ice-Is-Colder_-1990.jpg?resize=768%2C978&amp;ssl=1 768w, https:\/\/i0.wp.com\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2021\/02\/Whose-Ice-Is-Colder_-1990.jpg?resize=480%2C611&amp;ssl=1 480w, https:\/\/i0.wp.com\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2021\/02\/Whose-Ice-Is-Colder_-1990.jpg?w=1024&amp;ssl=1 1024w\" sizes=\"auto, (max-width: 804px) 100vw, 804px\" \/><\/noscript><figcaption><em>Whose Ice is Colder?<\/em>, 1990<\/figcaption><\/figure><\/div>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Il ghiaccio torna in <em>Whose Ice is Colder?<\/em> e<em> Cold Shoulder<\/em>, esposte alla Tilton Gallery di New York nel 1990. La prima consiste in blocchi di ghiaccio poggiati su una base di barili di olio, che vanno sostituiti regolarmente nel corso della mostra quando si sciolgono. La seconda in tre grossi blocchi di ghiaccio di statura umana su cui sono appesi dei cappotti, sovrastati da tre bandiere (Corea del sud, Africa, Yemen).<\/p>\n\n\n\n<div class=\"wp-block-image\"><figure class=\"aligncenter size-large\"><img decoding=\"async\" src=\"data:image\/gif;base64,R0lGODlhAQABAIAAAAAAAP\/\/\/yH5BAEAAAAALAAAAAABAAEAAAIBRAA7\" data-src=\"https:\/\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2021\/02\/Could-Shoulder-1990-1024x733.jpeg\" alt=\"\" class=\"wp-image-16793 lazyload\"><noscript><img data-recalc-dims=\"1\" loading=\"lazy\" loading=\"lazy\" decoding=\"async\" width=\"1024\" height=\"733\" src=\"https:\/\/i0.wp.com\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2021\/02\/Could-Shoulder-1990.jpeg?resize=1024%2C733&#038;ssl=1\" alt=\"\" class=\"wp-image-16793\" srcset=\"https:\/\/i0.wp.com\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2021\/02\/Could-Shoulder-1990.jpeg?resize=1024%2C733&amp;ssl=1 1024w, https:\/\/i0.wp.com\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2021\/02\/Could-Shoulder-1990.jpeg?resize=300%2C215&amp;ssl=1 300w, https:\/\/i0.wp.com\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2021\/02\/Could-Shoulder-1990.jpeg?resize=768%2C550&amp;ssl=1 768w, https:\/\/i0.wp.com\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2021\/02\/Could-Shoulder-1990.jpeg?resize=480%2C344&amp;ssl=1 480w, https:\/\/i0.wp.com\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2021\/02\/Could-Shoulder-1990.jpeg?w=1280&amp;ssl=1 1280w\" sizes=\"auto, (max-width: 1024px) 100vw, 1024px\" \/><\/noscript><figcaption><em>Cold Shoulder<\/em>, 1990<\/figcaption><\/figure><\/div>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\"><em>Untitled (Snowball) <\/em>(1983\/2003), infine, \u00e8 esposto alla retrospettiva <em>David Hammons: Five Decades<\/em>, Mnuchin Gallery di New York nel 2016. Un omaggio all\u2019azione del 1983 non in vendita. Accanto \u00e8 stampata l\u2019email di una coppia di collezionisti poco accorti che, dopo tanto rimuginare, rinunciano all\u2019acquisto: \u201cper quanto ci piacerebbe possedere una palla di neve, non una sola compagnia assicurativa ce la coprirebbe, e ne abbiamo chiamate una decina\u201d (p. 128).<\/p>\n\n\n\n<div class=\"wp-block-image\"><figure class=\"aligncenter size-large\"><img decoding=\"async\" src=\"data:image\/gif;base64,R0lGODlhAQABAIAAAAAAAP\/\/\/yH5BAEAAAAALAAAAAABAAEAAAIBRAA7\" data-src=\"https:\/\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2021\/02\/Untitled-Snowball-ph.-Jake-Naughton-1024x657.jpg\" alt=\"\" class=\"wp-image-16796 lazyload\"><noscript><img data-recalc-dims=\"1\" loading=\"lazy\" loading=\"lazy\" decoding=\"async\" width=\"1024\" height=\"657\" src=\"https:\/\/i0.wp.com\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2021\/02\/Untitled-Snowball-ph.-Jake-Naughton.jpg?resize=1024%2C657&#038;ssl=1\" alt=\"\" class=\"wp-image-16796\" srcset=\"https:\/\/i0.wp.com\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2021\/02\/Untitled-Snowball-ph.-Jake-Naughton.jpg?resize=1024%2C657&amp;ssl=1 1024w, https:\/\/i0.wp.com\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2021\/02\/Untitled-Snowball-ph.-Jake-Naughton.jpg?resize=300%2C192&amp;ssl=1 300w, https:\/\/i0.wp.com\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2021\/02\/Untitled-Snowball-ph.-Jake-Naughton.jpg?resize=768%2C492&amp;ssl=1 768w, https:\/\/i0.wp.com\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2021\/02\/Untitled-Snowball-ph.-Jake-Naughton.jpg?resize=1536%2C985&amp;ssl=1 1536w, https:\/\/i0.wp.com\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2021\/02\/Untitled-Snowball-ph.-Jake-Naughton.jpg?resize=480%2C308&amp;ssl=1 480w, https:\/\/i0.wp.com\/antinomie.it\/wp-content\/uploads\/2021\/02\/Untitled-Snowball-ph.-Jake-Naughton.jpg?w=2048&amp;ssl=1 2048w\" sizes=\"auto, (max-width: 1024px) 100vw, 1024px\" \/><\/noscript><figcaption><em>Untitled (Snowball)<\/em>, 2016, ph. Jake Naughton<\/figcaption><\/figure><\/div>\n\n\n\n<h3 class=\"wp-block-heading\">Dell\u2019elusivit\u00e0<\/h3>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Si pu\u00f2 rileggere il percorso (stavo per scrivere \u201ccarriera\u201d e non me lo sarei perdonato) di Hammons come una serie di tentativi di praticare una forma di reticenza o, ancora meglio, di elusivit\u00e0. Nell\u2019elusivit\u00e0 c\u2019\u00e8 il sottrarsi ma anche la componente ludica, cos\u00ec evidente in <em>Bliz-aard Ball Sale.<\/em> Nell\u2019elusivit\u00e0 l\u2019astuzia del venir meno si accompagna allo spasso del gioco. Come bilanciarsi tra una vita da artista, costellata da premi prestigiosi come il Prix de Rome per la scultura all\u2019American Academy di Roma nel 1990-91, e i munifici sforzi per scomparire dal radar dell\u2019arte contemporanea?<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Nel 1974, quando comincia a frequentare New York, le <em>body prints<\/em> di Hammons riscuotono un discreto successo commerciale: \u201cDovevo tirarmi fuori dalle impronte corporali perch\u00e9 stavano andando cos\u00ec bene. Facevo soldi a palate. Ma ero a corto di idee\u2026\u201d. Alla ricerca di \u201cun\u2019arte astratta che non fosse vendibile\u201d (p. 43), fabbrica opere usando sacchetti di carta da pacchi con ossa di barbecue e grasso ma anche sterco d\u2019elefante, abbracciando un\u2019estetica dello sporco e del peloso.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Le sue interviste mettono bene in luce questa poetica elusiva: \u201cMi piace venire dal nulla; \u00e8 un posto bellissimo. In questo modo posso guardare chiunque venga da qualche parte e vedere quanto siano irretiti\u201d (2004, p. 34); \u201cVorrei essere un mito, essere sul lato invisibile delle cose. Un\u2019ombra. Quando sei sempre visibile la gente si abitua e non sei pi\u00f9 un mistero. L\u2019ho riscontrato molte volte\u201d (2012, p. 15). Fino a dichiarare una simpatia per i rinnegati alla Duchamp \u2013 \u201cHo sempre pensato che l\u2019esterno fosse il posto dove stare\u201d (1986, p. 41).<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Hammons \u00e8 parco nel diffondere dati biografici e non esita a disseminare notizie contrastanti; non partecipa agli opening delle sue mostre e declina gli inviti a esporre, anche quelli provenienti da istituzioni museali importanti, al punto da contattare un avvocato affinch\u00e9 accerti che una di queste non organizzi una sua retrospettiva (l\u2019unica resta la mostra mid-career <em>Rousing the Rubble, 1969-1990<\/em> al P.S.1 Contemporary Art Center, New York 1990, senza catalogo). Rispetto agli artisti preoccupati solo dal livello di visibilit\u00e0 del loro lavoro, Hammons \u00e8 preoccupato dell\u2019esatto contrario. \u201cLa prima cosa che David Hammons ha fatto il giorno dopo che l\u2019ho invitato a fare una mostra personale, \u00e8 stato spegnere il telefono\u201d (p. 142), ricorda la curatrice Josine Ianco-Starrels in occasione della sua prima retrospettiva alla California State University di Los Angeles nel 1974. Per questo \u00e8 ancora pi\u00f9 eccezionale la personale di Hammons che aprir\u00e0 questa primavera al Whitney Museum, <em>Day\u2019s End<\/em>.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Le sue opere esistono, ma non per questo sono necessariamente visibili, come ricorda Dawoud Bey: \u201cAlcuni di noi potrebbero non vederle mai. In effetti, la maggior parte non lo far\u00e0. Eppure il senso del mito creato da ci\u00f2 che \u00e8 dissimulato [<em>unseen<\/em>] \u00e8 uno degli interessi di Hammons. Non che se ne preoccupi, ma ne comprende le implicazioni\u201d (p. 16). Del resto le sue fotografie, fedeli a un\u2019estetica della bassa definizione, non sono mai state esposte in quanto opere d\u2019arte. Non sono certificate, firmate, messe in commercio come surrogati dell\u2019azione originale, vendute a collezioni pubbliche o private. Come il polline trasportato dal vento, si sono diffuse fino ad assumere uno statuto leggendario nel mondo dell\u2019arte.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Non a caso ne esistono diverse riprese e citazioni, in genere poco interessanti o troppo letterali (Roi Vaara nel 2007, Joe Scanlan nel 2009, Jan Hujben nel 2013), fatta eccezione per il giapponese Koki Tanaka che nel 2009, appena trasferitosi a Los Angeles, vende fronde di palme secche al mercato delle pulci di Pasadena (<em>Someone\u2019s Junk is Someone Else\u2019s Treasure<\/em>, 2011).<\/p>\n\n\n\n<h3 class=\"wp-block-heading\">What makes <em>Black art<\/em> black<\/h3>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">\u201cIl ghiaccio \u00e8 una metafora. Il ghiaccio cambia sempre. Il processo \u00e8 affascinante. Guardi questo ghiaccio, torni indietro e la sua forma \u00e8 cambiata\u201d (p. 33): potrei chiudere cos\u00ec questo excursus su <em>Bliz-aard Ball Sale<\/em>. Ma una domanda che ho finora omesso s\u2019impone: in che senso l\u2019elusivit\u00e0 rappresenta, oltre che una postura estetica, la marginalit\u00e0 vissuta da un artista nero in un mondo dell\u2019arte dominato dai bianchi e in una societ\u00e0 fondata sullo schiavismo e la segregazione? In che modo <em>Bliz-aard Ball Sale<\/em> riguarda il ruolo della<em> blackness<\/em> nello spazio pubblico?<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">La risposta non \u00e8 cos\u00ec evidente come vorrebbe la nostra sensibilit\u00e0 contemporanea. In quattro occasioni d\u2019incontro con Filipovic, Hammons si rifiuta di legare <em>Bliz-aard Ball Sale <\/em>alle questioni razziali. \u201cSto cercando di liberarmi dalla ridondanza dell\u2019essere un afro-americano o di fare arte afro-americana. \u00c8 come una doppia negazione, un doppio sostantivo. Mi sforzo di trovare una soluzione. Tutti sanno che sono nero, quindi il mio lavoro non deve pi\u00f9 gridarlo&#8230; Sono un nero. Il lavoro sar\u00e0 automaticamente considerato come parte della mia cultura afro-americana\u201d (p. 96).<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Non c\u2019\u00e8 dubbio che molti lavori di Hammons ruotino attorno alla costruzione dell\u2019identit\u00e0 afro-americana e della <em>blackness <\/em>nelle arti visive; in questo senso la musica jazz gioca un ruolo importante quanto le sculture e le installazioni con catene e filo spinato di Melvin Edwards. Non c\u2019\u00e8 dubbio, ancora, che Hammons rifugga come la peste gli spazi del <em>white cube<\/em>: \u201cLe pareti bianche sono cos\u00ec difficili perch\u00e9 tutto \u00e8 fuori contesto. Non mi forniscono alcuna informazione. Non \u00e8 cos\u00ec che la mia cultura percepisce il mondo. Non costruiremmo mai una forma o delle stanze in quel modo. Da noi sono per i matti, ti ci rinchiudono all\u2019ospedale. Prima di entrare nel mondo dell\u2019arte non avevo mai visto una stanza simile in alcun posto\u201d (p. 102).<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Ma non dobbiamo cadere nella <em>lectio facilior<\/em> che risolve le opere di un artista afro-americano nella rappresentazione culturale delle questioni razziali. Concentrati solo sull\u2019identit\u00e0, prevedibili sono le domande, prevedibili le risposte. Il circolo ermeneutico \u00e8 presto chiuso e l\u2019opera d\u2019arte risolta senza scarti nel teorema della cultura afro-americana. Abbiamo invece bisogno di una visione dialettica al di l\u00e0 della <em>blackness<\/em> della black art. \u201cWhat makes \u2018black art\u2019 black?\u201d si chiede Darby English in <em>How to See a Work of Art in Total Darkness <\/em>(MIT Press 2007). La materialit\u00e0 e la specificit\u00e0 delle opere d\u2019arte \u2013 Kara Walker, Fred Wilson, Isaac Julien, Gleen Ligon, William Pope.L \u2013 sono al cuore delle sue analisi, sebbene all\u2019inizio si dilunghi su un\u2019installazione di Hammons, <em>Concerto in Black and Blue <\/em>(2002).<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">English c\u2019induce, come scrive in una recensione Steven Nelson, a \u201crenderci conto che il lavoro di Glenn Ligon o Kara Walker non \u00e8 una chiave per capire la vita dei neri pi\u00f9 di quanto il lavoro di Willem de Kooning o Mary Kelly lo sia per capire i modi di fare dei bianchi\u201d (in \u201cArt Bulletin\u201d, XC, 3, settembre 2008, p. 500).<\/p>\n\n\n\n<h3 class=\"wp-block-heading\">White wilderness<\/h3>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Al riguardo mi torna in mente <em>Stranger in the Village<\/em> dello scrittore e attivista James Baldwin, un racconto incluso in<em> Notes of a Native Son<\/em> (1955) che ha ispirato recentemente un artista contemporaneo quale Glenn Ligon. Poco citato da noi, ne esistono tuttavia tre traduzioni: <em>Mio padre doveva essere bellissimo<\/em> (Rizzoli 1964), <em>Appunti americani<\/em> (Le Lettere 2007), <em>Questo mondo non \u00e8 pi\u00f9 bianco<\/em> (Bompiani 2018). Baldwin riporta le sue esperienze autobiografiche a Leukerbad, un piccolo villaggio svizzero cattolico circondato da montagne innevate e celebre per le cure termali. Immersi nella \u201cwhite wilderness\u201d, per gli abitanti il nero \u00e8 il colore del diavolo. Non hanno mai visto un nero (siamo nel 1951) e Baldwin, che ha sperimentato sulla sua pelle la segregazione negli Stati Uniti, diventa una sorta di attrazione, di \u201cmeraviglia vivente\u201d o di temuto forestiero. \u201cNeger!\u201d gli urlano dietro i bambini quando cammina per strada. Lo fanno senza malizia, vittime di un razzismo culturale quanto genuino, erede dell\u2019innocenza europea in cui non esistevano uomini neri. Uno stato, precisa Baldwin, vagheggiato dagli uomini bianchi americani. Quando si abituano alla sua presenza, lo invitano a imparare a sciare, \u201cin parte, deduco, perch\u00e9 non riescono a immaginare come sarei sugli sci\u201d \u2013 un nero che scende gi\u00f9 da una montagna innevata? Altri, racconta, gli toccano le mani, sorpresi di non sporcarsi di nero come con il carbone.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Per questi elvetici degli anni cinquanta, se gli uomini neri occupassero il loro villaggio, quella candida neve diventerebbe tutta nera e \u201csporca\u201d. Non siamo lontani dal processo di \u201clattificazione\u201d imposto surrettiziamente ai neri dalla cultura dominante forgiata dal colonialismo, come indica lo psichiatra martinicano Frantz Fanon in <em>Pelle nera, maschere bianche <\/em>(1952, ripubblicato da Edizioni ETS nel 2015).<em><\/em><\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Attraverso Baldwin e Fanon possiamo riconsiderare le fotografie di <em>Bliz-aard Ball Sale<\/em>. Quello che mostrano \u00e8 un nero che vende palle di neve \u2013 merce candidamente bianca \u2013 in un mercato nero. Un nero che manipola palle di neve senza farle diventare nere. Riprendiamo il titolo della mostra del 1990,<em> Whose Ice is Colder?<\/em>: secondo Filipovic, \u201cl\u2019adagio \u2018<em>the white man\u2019s ice is colder<\/em>\u2019 parla di quella sorta di razzismo interiorizzato che porta i neri americani a credere che il business, i prodotti e i servizi offerti dai bianchi siano migliori e pi\u00f9 affidabili\u201d (p. 99). Hammons si prende gioco di questo luogo comune. Tra l\u2019altro, chi avrebbe mai comprato le palle di neve? Secondo Bey \u201ctutti bianchi, comunque. Studenti bianchi usciti dal college. Nessuna persona di colore ti dar\u00e0 una lira per una palla di neve. Non accadr\u00e0 mai\u201d (p. 89). Peccato solo che, una volta acquistato, questo concentrato di \u201cwhite wilderness\u201d si scioglier\u00e0 tra le mani al primo raggio di sole.<\/p>\n","protected":false,"gt_translate_keys":[{"key":"rendered","format":"html"}]},"excerpt":{"rendered":"<p>Basta scorrere le numerose fotografie a colori e in bianco e nero che ci restano per comprendere d\u2019acchito di cosa si tratta. Immagini cos\u00ec sobrie e potenti che ogni parola, ogni tentativo di ricamarci sopra, di fare ermeneutica sembrano superflui se non fuori luogo. Cosa mostrano le foto? 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