{"id":15549,"date":"2021-01-16T21:00:05","date_gmt":"2021-01-16T20:00:05","guid":{"rendered":"http:\/\/antinomie.it\/?p=15549"},"modified":"2024-06-06T17:30:45","modified_gmt":"2024-06-06T15:30:45","slug":"il-testimone-barbaro-paul-paulus-celan-e-le-parole-per-lassemblea","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/antinomie.it\/index.php\/2021\/01\/16\/il-testimone-barbaro-paul-paulus-celan-e-le-parole-per-lassemblea\/","title":{"rendered":"Il testimone barbaro. Paul Paulus Celan e le parole per l\u2019assemblea","gt_translate_keys":[{"key":"rendered","format":"text"}]},"content":{"rendered":"\n<p class=\"has-text-align-right wp-block-paragraph\" style=\"font-size:14px\"><em>Wie sind Fremde \/ Noi siamo stranieri<\/em><br>Paul Celan<\/p>\n\n\n\n<h4 class=\"wp-block-heading\">I.<\/h4>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">In una lettera a Reinhard Federmann dell\u2019inverno del 1962, una citazione kafkiana da <em>Un medico condotto<\/em> (<em>Ein Landarzt<\/em>) rielaborata in forma di terzina \u00e8 l\u2019occasione per Paul Celan di comporre quella che Camilla Miglio ha definito la \u00absua firma-<em>pastiche<\/em>\u00bb:<\/p>\n\n\n\n<div class=\"wp-block-columns is-layout-flex wp-container-core-columns-is-layout-8f761849 wp-block-columns-is-layout-flex\">\n<div class=\"wp-block-column is-layout-flow wp-block-column-is-layout-flow\">\n<p class=\"wp-block-paragraph\" style=\"font-size:14px\">Pawel Lwowitsch Tselan<br>Ruskij po\u00ebt in partibus nemetskisch infidelium<br>\u2019s ist nur ein Jud \u2013<\/p>\n<\/div>\n\n\n\n<div class=\"wp-block-column is-layout-flow wp-block-column-is-layout-flow\">\n<p class=\"wp-block-paragraph\" style=\"font-size:14px\">Pawel Lwowitsch Tselan<br>Poeta russo <em>in partibus<\/em> di tedeschi <em>infidelium<\/em><br>Non \u00e8 che un ebreo \u2013<\/p>\n<\/div>\n<\/div>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Qui, in una plurivocalit\u00e0 di indizi esposti e tracce occultate, Celan traduce la propria impronta digitale e genetica in una firma capace di condensare in un segno intricato un\u2019esistenza di fuga e viaggi, perdite e memoria; di cifrarla cio\u00e8 in un emblema che vede il nome di Kafka quasi sovrapporsi in trasparenza al proprio e a cui si assomma inoltre \u2013 teste la russificazione onomastica \u2013 l\u2019altro avatar celaniano, Osip Mandel\u2019\u0161tam. Ma il corto-circuito non finisce qui: nell\u2019invenzione di un \u00abnuovo Nome Proprio\u00bb, spiega ancora Miglio, risuona inoltre \u00abla memoria del padre, Leo Antschel\u00bb e il \u00abtoponimo di Lw\u00f2w (Leopoli, oggi L\u2019viv), la grande citt\u00e0 galiziana fino al 1875 capoluogo del <em>Kronland<\/em> Galizia-Bucovina (dalla Galizia veniva del resto la famiglia di suo padre). E ancora: la consapevolezza di essere \u201cdall\u2019altra parte\u201d, <em>in partibus infidelium<\/em>. Infedeli chiamati <em>nemetski<\/em>, che tradotto, in tutte le lingue slave significa \u201ctedeschi\u201d, che riconduce al significato letterale di <em>coloro i quali non sanno parlare<\/em>, un po\u2019 come \u03bf\u03af \u03b2\u03ac\u03c1\u03b2\u03b1\u03c1\u03bf\u03b9 del greco antico. L\u2019etimologia slava viene pienamente accolta da Celan\u00bb; sicch\u00e9 \u00abil tedesco di chi lo accusa \u00e8 la falsa lingua di chi gi\u00e0 ha ucciso sua madre\u00bb. Tante strade lontane convergono avviluppandosi in un solo nome (che per completezza sarebbe Paul Pessach Celan; <em>Pesach<\/em>, il passaggio, ma anche la \u00abfesta che coincide con un massacro\u00bb, come ha ricordato Davide Brullo). Strade lontane, anche periferiche: che portano il poeta che viene dell\u2019est a ritrovarsi sconfinato nel cuore dell\u2019Europa; lui, al pari delle furie nell\u2019<em>Orestea<\/em>, eterno <em>straniero residente<\/em> in terre ospitali eppure ostili e abitate da chi, pur leggendolo, non lo capiva.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Gi\u00e0, perch\u00e9 Celan si rivolgeva propriamente a dei barbari \u2013 a qualcuno, cio\u00e8, che non comprendeva la sua lingua (dunque nel senso tecnico del lemma, quello impiegato sia dai greci che dai romani per designare gli <em>altri<\/em>) \u2013 non solo in Francia, dove aveva scelto di risiedere, con la famiglia con la quale parlava l\u2019altra sua lingua, il francese; ma anche in quella terra dove il suo idioma sarebbe dovuto risuonare familiare, eppure risultava incomprensibile. In occasione di una serie di letture in Germania, difatti, allorquando Celan si trov\u00f2 per davvero <em>in partibus infidelium<\/em>, ossia nel territorio di quel popolo che gli aveva trucidato la famiglia e il popolo, il poeta osserv\u00f2 come persino in quelle terre si ritrovasse straniero: che quel paese gli fosse \u00abEtranger malgr\u00e9 la langue\u00bb (come ammise alla moglie \u2013 la quale, in altra occasione, si era premurata scrivendo al marito: \u00abMon Aim\u00e9, faites bien attention \u00e0 vous, <em>parlez bien l\u2019allemand<\/em>\u00bb); parimenti, allorquando \u2013 scrivendo ancora a Gis\u00e8le, stavolta da D\u00fcsseldorf, il 28 settembre 1955 \u2013 riconobbe l\u2019estraneit\u00e0 della lingua con la quale componeva le sue poesie rispetto a quella che si parlava in quei luoghi (\u00abS\u2019il y a une chose que ce s\u00e9jour m\u2019a, une fois de plus, apprise, c\u2019est bien celle-ci: <em>la langue dont je fais mes po\u00e8mes ne d\u00e9pend en rien de celle que l\u2019on parle ici ou ailleurs<\/em> [&#8230;]. S\u2019il y a encore des sources d\u2019o\u00f9: pourraient jaillir de nouveux po\u00e8mes (ou de la prose), c\u2019est en moi-m\u00eame que je les trouverais et non point dans les conversations que je pourrais avoir en allemand, avec des Allemands, en Allemagne\u00bb).<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Eppure, come un vescovo titolare, la cui diocesi si trovava appunto <em>in partibus<\/em> (ossia nei territori occupati dai Turchi, il nemico miscredente), l\u2019autore di <em>Sprachgitter<\/em> scelse di radicare la sua esperienza poetica nella stessa lingua \u2013 la propria \u2013 che era in uso in quelle terre straniere, dove la sua parola riecheggiava incompresa. Si rivolga allora nuovamente lo sguardo a quella firma cos\u00ec sovraccarica di identit\u00e0, stratificate coagulandosi intorno al nome del poeta: memori della pratica di parlare a chi non comprende, che potrebbe essere intesa come una forma di apostolato post-bellico in assenza di Dio, <em>vox clamantis in partibus infidelium<\/em>, si presti attenzione a quella parola delle due che sovente passa in sordina \u2013 vista l\u2019attenzione che suscita da sempre l\u2019alterazione del cognome Celan, spezzato e poi invertito. Pawel, ovvero Paul: dunque Paolo, come il santo che predic\u00f2 ai gentili, ai non ebrei; insomma, agli infedeli, a quelli che parlavano un altro idioma: ai barbari, appunto.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Dalla <em>Prima lettera ai Corinzi<\/em> (14: 1-11):<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\" style=\"font-size:14px\">[\u2026] <em>il glossolalo non a uomini parla bens\u00ec a Dio, perch\u00e9 nessuno intende<\/em>; egli invece in spirito proferisce misteri. Chi al contrario profetizza, a uomini parla, producendo edificazione, esortazione e incoraggiamento. Il glossolalo edifica se stesso; invece il profeta edifica l\u2019assemblea ecclesiale. Ora vorrei che tutti parlaste le lingue, ma di pi\u00f9 che profetaste. In realt\u00e0 \u00e8 pi\u00f9 grande chi profetizza di chi parla in lingue, a meno che egli faccia da interprete, perch\u00e9 l\u2019assemblea ecclesiale riceva edificazione.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\" style=\"font-size:14px\">Or dunque, fratelli, <em>se io venissi da voi a parlare in lingue, in che cosa potrei giovarvi<\/em>, se non vi parlassi o con discorso relativo o con parola di conoscenza o con intervento profetico o con pronunciamento dottrinale? [\u2026] <em>Cos\u00ec anche voi con la parola glossolalica: se non offrite una parola chiara, come si potr\u00e0 comprendere ci\u00f2 che viene detto?<\/em> Sarete come gente che parla al vento. Chiss\u00e0 quanti generi di lingue esistono al mondo e nessuno \u00e8 senza lingua. <em>Se dunque non comprendessi il significato della lingua, sarei un barbaro per chi parla, e colui che parla dinanzi a me sarebbe un barbaro<\/em>.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Chiss\u00e0 quanto Celan sia stato memore di queste parole (forse per nulla, per quanto fosse un lettore dell\u2019apostolo di Tarso): a lui vicine non solo per la consonanza onomastica con il loro autore, quanto semmai per una parziale convergenza di una visione che si potrebbe definire estetico-metodologica e che concorre a fondare la sua deontologia del dire poetico. Nonostante l\u2019incontro dei due Paoli sia poco plausibile, vale la pena di far incrociare perlomeno preliminarmente le strade dei due: se non altro per illuminare diversamente alcuni aspetti della poetica celaniana notori eppure ancora in ombra. Non si dimentichi peraltro, a volerla dire tutta, che non solo Celan portava il nome dell\u2019apostolo che parl\u00f2 ai gentili, l\u2019apostolo dell\u2019universalismo, ma scrisse le sue poesie in tedesco: la sua lingua, ma che fu gi\u00e0 la lingua della prima traduzione popolare, aperta a tutti, della Bibbia; e come Paolo, che parlava e scriveva in un greco assai strano, cos\u00ec Celan, con il suo tedesco poco chiaro ai tedeschi, quale quello di un barbaro.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Ora, se essere barbari significa non saper parlare la lingua dell\u2019Impero, e scrivere poesia, che per un poeta \u00e8 come parlare, dopo Auschwitz \u2013 giusto il monito di Adorno \u2013 \u00ab\u00e8 barbarico [<em>ist barbarich<\/em>]\u00bb, allora Celan, che proveniva dalla provincia estrema di quello stesso Impero \u2013 dapprincipio romano, in seguito Sacro e infine, sanguinariamente, Terzo: il Reich \u2013, parlando una lingua (si vedr\u00e0) per sua stessa ammissione incomprensibile che non fa altro che dire, senza nominarlo,<em> ci\u00f2 che \u00e8 stato<\/em> (<em>das, was war<\/em>), altri non \u00e8 che il testimone barbaro. Colui cio\u00e8 che ha visto il Tremendo (per usare le parole di un\u2019altra superstite di quel tempo) ma \u00e8 sopravvissuto all\u2019incontro; e \u2013 a differenza di chi ha fissato negli occhi la Gorgone ma non \u00e8 tornato per raccontarlo (a detta di Primo Levi, il vero testimone) \u2013 racconta da straniero in una lingua strana, niente affatto comprensibile agli altri: gli altri, ovvero gli abitanti dell\u2019Impero, che sono per\u00f2, al contempo, i barbari residenti <em>in partibus<\/em>.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">La faccenda sembra intricata.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Si riparta dal testo paolino. Dunque, il glossolalo \u00e8 colui che parla in glosse: il termine \u00abglossa\u00bb designava anticamente, presso i Greci, quelle parole poco comuni \u2013 perch\u00e9 arcaiche o semplicemente desuete, o anche dialettali \u2013 ricercate dai poeti eruditi (in specie gli alessandrini) per i loro componimenti, o studiate dai grammatici. Chi parla in glosse parla insomma con parole particolari, rare, per\u00f2 nessuno lo intende; occorre invece offrire una parola chiara, altrimenti nessuno comprender\u00e0 alcunch\u00e9. D\u2019altronde, esistono tanti generi di lingue al mondo e, in un dialogo, se non si comprende il significato della lingua si diventa barbari rispetto a chi parla, e viceversa: viene cio\u00e8 a mancare la condivisione di quella \u00abcoerenza di designazione\u00bb (il cui trasferimento \u00e8, per dirla con George Steiner, la traduzione) che consente di riconoscere un noi rispetto a un loro: uomini e barbari. Non serve a nulla allora parlare in glosse, a meno che chi parla non si faccia interprete a favore dell\u2019assemblea: ossia, a meno che chi parla in glosse non interpreti quelle parole strane \u2013 da barbaro \u2013 agli altri uomini.<\/p>\n\n\n\n<h4 class=\"wp-block-heading\">II.<\/h4>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Eppure, proprio a degli uomini Celan si rivolgeva: innanzitutto, a quelli che aveva pi\u00f9 vicino: \u00abvoi umani [<em>Menschen<\/em>]\u00bb fu, infatti, l\u2019appellativo usato dal poeta per rivolgersi al figlio \u2013 dopo un episodio particolarmente drammatico che lo riport\u00f2 in clinica, alla fine di gennaio del 1967 \u2013 allorquando indirizz\u00f2 a Eric un biglietto (datato 8 febbraio 1967) scritto peraltro in tedesco (la sua lingua, certo, seppure in un contesto, quale quello familiare, nel quale Celan parlava abitualmente in francese: l\u2019altro idioma, quello comprensibile): \u00abMein Sohn Eric, ich gr\u00fc\u00dfe Dich. Ich gr\u00fc\u00dfe <em>Euch, Menschen<\/em>\u00bb.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">E fra tutti gli altri <em>umani<\/em> al mondo, forse non stupisce che l\u2019unico con il quale il poeta bucovino avrebbe potuto intendersi, per sua stessa ammissione, era proprio un altro barbaro, anch\u2019egli proveniente dai margini d\u2019Europa, a quel tempo residente a Parigi e anch\u2019egli, come lui, testimone diretto degli stessi terrificanti eventi. S\u00ec, perch\u00e9 la volta in cui Celan sfior\u00f2 l\u2019incontro con Samuel Beckett, irlandese disorbitato nel cuore del vecchio continente ed eletto vertice indiscusso della letteratura postbellica insieme all\u2019autore di <em>Sprachgitter<\/em> proprio chi aveva pronunciato l\u2019urticante dichiarazione sulla barbarie della poesia <em>nach Auschitz<\/em> (il cui ripensamento fu maturato peraltro da Adorno giustappunto grazie alla frequentazione dei due scrittori), la volta insomma che i due pi\u00f9 grandi autori del secondo Novecento si sarebbero potuti conoscere \u2013 dopo un lungo studiarsi da lontano e una o due occasioni mancate \u2013, in un giorno di marzo del 1970 per intercessione di Franz Wurm, Celan declin\u00f2 l\u2019invito a causa l\u2019estemporaneit\u00e0 dell\u2019incontro non programmato. Ma quando poi rivide l\u2019amico Wurm, di ritorno dall\u2019incontro con i saluti di Beckett, ammise rattristato: \u00ab\u00c8 forse l\u2019unico essere umano con cui avrei potuto intendermi [<em>Das ist hier wahrscheinlich der einzige Mensch, mit dem ich mich verstanden h\u00e4tte<\/em>]\u00bb.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Celan e Beckett: due testimoni barbari che si sono ritrovati a scrivere in terra straniera dopo la guerra con la determinazione radicale di chi ha colto realmente il senso e le conseguenze di quegli eventi catastrofici; e se ci sono riusciti \u00e8 perch\u00e9 hanno fatto i conti con ci\u00f2 che era successo innanzitutto alla lingua. Probabilmente \u00e8 per questo se a quel tempo per l\u2019appunto a Celan e Beckett furono cucite addosso dalla critica le etichette pi\u00f9 costringenti e svianti, ermetico l\u2019uno e assurdo l\u2019altro, a fronte di quello che resta il maggiore malinteso letterario del Novecento: mentre gli autori di <em>Sprachgitter<\/em> e <em>L\u2019Innommable<\/em> stavano cercando in tutti i modi possibili (con le parole rimaste dopo la guerra) di dire la realt\u00e0 all\u2019indomani di Auschwitz e Hiroshima, impossibile da esprimere se non con i frantumi di una lingua irrimediabilmente compromessa, la cultura di allora, rubricandone le opere come sperimentazione involuta o esercizio cervellotico, li emarginava \u2013 loro, giunti dai margini per dire agli uomini ci\u00f2 che con una lingua non barbara stentavano a comprendere. Quasi nessuno, al pari di Celan e Beckett, ha cercato di dare senso alle macerie ancora calde della storia \u2013 macerie della lingua e della parola prima ancora che urbane e umane \u2013 per dare corpo a quel presente, a quell\u2019oggi.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">D\u2019altronde, le macerie urbane sono rimaste esposte nelle citt\u00e0 di mezza Europa per molti anni dopo la guerra (come si nota vedendole non solo sovraesposte in <em>Germania anno zero<\/em> di Rossellini, del 1948, ma anche nelle scene di <em>The Third Man<\/em> di Carol Reed, del 1949) e in alcuni casi durano tutt\u2019ora, per non spezzare il filo del ricordo (come a Oradour-sur-Glane, o nella Frauenkirche di Dresda); queste macerie sono state e risultano tuttora tracce difficili da smaltire e impossibili da occultare. Pertanto, la lingua che dice la realt\u00e0 \u2013 quella di Celan \u00e8, difatti, una poesia <em>wirklichkeitbez\u00fcglich<\/em>, referenziale alla realt\u00e0 \u2013 non pu\u00f2 che essere una lingua \u201crovinata\u201d dopo il 1945, irta di quelle macerie che la guerra ha provocato ma che nessun altro, al di fuori del poeta, avrebbe potuto o ha voluto ricomporre: \u00abSulle proprie macerie sta e spera la poesia [<em>Auf den eigenen Tr\u00fcmmern steth und hofft das Gedicht<\/em>]\u00bb, aveva scritto Celan nel 1961. Ecco la sua poesia, ecco il suo gesto.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Ezra Pound, peraltro, negli stessi anni e con ben diverso peso storico sulle spalle, stava cercando di fare lo stesso con la tradizione mondiale, eccedente per i secoli e i millenni di vita, ma poi di fatto esplosa con la guerra in un pulviscolo di brandelli mnemonici, innumerevoli \u00abfragments\u00bb che il poeta, sulla scorta di Eliot, ha tentato di puntellare, di scaffalare (<em>shored<\/em> e <em>shelved<\/em> sono i verbi che impiega, il primo estrapolandolo direttamente da <em>The Waste Land<\/em>). Eppure, la critica ha riservato all\u2019esule americano un trattamento differente: \u00abQuando leggono Pound, capiscono perfino il cinese\u00bb, annota Celan, amareggiato: \u00abQuesto pound, lo prestano a strozzo volentieri \u2013 non da ultimo anche perch\u00e9 vogliono tenere in vita Shylock come clich\u00e9\u00bb (siamo ancora nel 1961, allorquando cio\u00e8 l\u2019<em>affaire Goll<\/em> \u00e8 appena deflagrato). La poesia di Celan, al contrario, restava oscura, ermetica, come fu detto da molti (fra i quali lo stesso Adorno): al punto da suscitare nel poeta una risentita \u201cdedica\u201d sulla copia di <em>Sprachgitter<\/em> regalata al suo traduttore inglese, anch\u2019egli poeta, Michael Hamburger, \u00abniente affatto ermetico!\u00bb, o un commento \u2013 \u00abNessun <em>trobar clus<\/em>\u00bb \u2013 scritto a margine di una lettura dei suoi versi a opera di Gustav R. Hocke e poi riproposto nei suoi <em>Microliti<\/em>.<\/p>\n\n\n\n<h4 class=\"wp-block-heading\">III.<\/h4>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Su tutti i giudizi relativi all\u2019incomprensibilit\u00e0 della poesia di Celan, quello che grava forse con maggior peso \u00e8 quello di Primo Levi. Questi, infatti, pur riconoscendo la grandezza di una poesia come <em>Todesfuge<\/em>, arrivando anzi a dichiarare ne <em>La ricerca delle radici<\/em> (1981): \u00abla porto in me come un innesto\u00bb, in <em>Dello scrivere oscuro<\/em>, raccolto ne <em>L\u2019altrui mestiere<\/em> (1985), subito dopo aver liquidato Pound (\u00abche forse \u00e8 pure stato un grande poeta\u00bb, ma \u00abnon deve essere lodato n\u00e9 indicato ad esempio\u00bb), aveva rivolto all\u2019opera di Celan un\u2019accusa assai netta: \u00abCi avvince come avvincono le voragini, ma insieme ci defrauda di qualcosa che doveva essere detto e non lo \u00e8 stato\u00bb. D\u2019altronde, la posizione di Levi era inderogabile: \u00abAbbiamo una responsabilit\u00e0, finch\u00e9 viviamo: dobbiamo rispondere di quanto scriviamo, parola per parola, e far s\u00ec che ogni parola vada a segno\u00bb; insomma, \u00abSe non si \u00e8 chiari non c\u2019\u00e8 messaggio affatto\u00bb.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">La scelta etica e politica di dire l\u2019orrore provocato dalla guerra non poteva eludere la scelta, ugualmente impegnativa, di come dire quello stesso orrore: se tradurlo direttamente sulla pagina, come ha fatto Levi, con la stessa lingua di <em>prima<\/em> (certo piegata innaturalmente fino ad accogliere l\u2019inumanit\u00e0 compiuta da quegli \u201cuomini comuni\u201d che \u2013 come ha scritto Steiner \u2013 erano capaci di \u00ableggere Goethe o Rilke\u00bb la sera, o di \u00absuonare Bach e Schubert\u00bb, e poi, \u00abil mattino dopo, recarsi al proprio lavoro ad Auschwitz\u00bb); o se invece tradurre ci\u00f2 che \u00e8 accaduto facendo i conti anzitutto con ci\u00f2 che \u00e8 accaduto alla lingua, a quella lingua cio\u00e8 che ha consentito \u2013 per anni e anni \u2013 di dire ci\u00f2 che stava accadendo: anzi, di pi\u00f9, come ha mostrato Victor Klemperer nel suo studio sulla lingua del Terzo Reich, di farlo accadere: insomma, la lingua del <em>dopo<\/em>. A voler azzardare un paragone decisamente forzato: al pari di Picasso, che prima della Seconda guerra mondiale dipinge le vittime di Guernica (1937) sostanzialmente alla stessa maniera in cui rappresenter\u00e0 i morti della \u00abGreatest War\u00bb alla fine di quel sanguinosissimo conflitto, ossia dopo tutto ci\u00f2 che c\u2019\u00e8 stato, come ad esempio ne <em>Le Charnier<\/em> (1944-145, ma si veda anche il successivo <em>Massacre en Cor\u00e9e<\/em>, del 1951): vale a dire, senza che l\u2019eccezionalit\u00e0 della pi\u00f9 atroce fra tutte le guerre della storia alterasse in alcun modo il suo modo di raffigurarla (e come invece avvenne per molti artisti del tempo: Jean Fautrier, Louis le Broquy, ma anche, in certa misura, Salvador Dal\u00ed, Francis Bacon e Tadeusz Kantor); cos\u00ec Primo Levi, che pure da quella guerra ricevette \u2013 pi\u00f9 che l\u2019ispirazione \u2013 le stimmate della vocazione alla testimonianza, e dunque alla scrittura (\u00ab\u00c8 stata l\u2019esperienza del Lager a costringermi a scrivere\u00bb, dichiarer\u00e0 nell\u2019<em>Appendice<\/em> a <em>Se questo \u00e8 un uomo<\/em>): perch\u00e9 Levi racconta l\u2019orrore con una lingua apparentemente intatta, per quanto sovraccarica delle atrocit\u00e0 vissute; una lingua le cui fondamenta culturali emergono ancora riconoscibili, seppure in forma di lacerti memoriali (\u00e8 il caso, notorio, del capitolo dedicato al canto d\u2019Ulisse: emblema appunto di una lingua\/memoria in frammenti, ma ancora comprensibilissima, finanche a uno straniero che quella lingua cerca di intercettare, e capace di significare oggi quello che indicava un tempo).<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Levi, insomma, predica la sua testimonianza con la <em>lingua di prima<\/em>, reclamando per s\u00e9 stesso e per chi, come lui, prender\u00e0 la parola innanzitutto chiarezza, comprensibilit\u00e0: acch\u00e9 la voce non tradisca la memoria dei fatti. Celan, di contro, parla con la <em>lingua di dopo<\/em>, chiedendo un ascolto attivo, quello di chi responsabilmente affronti la sua opera cercando e ricomponendo le tracce disperse di qualcosa a cui il massacro bellico ha cambiato di significato. La lingua, per Levi, \u00e8 la promessa di dire; mentre la lingua, per Celan, \u00e8 compromessa per dire: ci sar\u00e0 pure una ragione se il mondo che il poeta bucovino vede davanti a s\u00e9 \u00e8 da riprodurre \u00abbalbettando\u00bb, <em>Die nachzustotternde Welt<\/em>, se insomma l\u2019\u00abuomo\u00bb che giunge qui \u00aboggi\u00bb (l\u2019oggi, appunto, dopo la catastrofe), \u00abpotrebbe, \/ se parlasse di questo \/ tempo, solamente \/ bal- balbettare [<em>er d\u00fcrfte,<\/em> \/ <em>spr\u00e4ch er von dieser<\/em> \/ <em>Zeit, er<\/em> \/ <em>d\u00fcrfte<\/em> \/ <em>nur lallen und lallen<\/em>]\u00bb? Non sono le parole a essere frantumate dal balbettio, ma \u00e8 la lingua a balbettare per riuscire a parlare le parole gi\u00e0 in frantumi: frantumate dall\u2019eccidio, dall\u2019ecatombe bellica. Balbettare, poi: come fanno i barbari. Ecco perch\u00e9 non si pu\u00f2 non parlare la loro lingua, straniera e incomprensibile: d\u2019altronde, Celan l\u2019aveva pur detto \u2013 in un aforisma lancinante datato 1948 (ossia proprio all\u2019inizio della sua parabola poetica) \u2013 e forse anticipando programmaticamente la strada a venire: \u00abPi\u00e9gati allo strapotere, ma <em>parla da prigioniero una lingua incomprensibile<\/em> [<em>Beuge dich vor der \u00dcbermacht, aber sprich als Gefangener eine unverst\u00e4ndliche Sprache<\/em>]\u00bb.<\/p>\n\n\n\n<h4 class=\"wp-block-heading\">IV.<\/h4>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Paolo \u2013 il santo, non il poeta \u2013 aveva distinto chiaramente \u00abil glossolalo\u00bb da \u00abchi profetizza\u00bb, chi parla una lingua incomprensibile da chi, al contrario, impiega un idioma chiaro e corrente, ma con un\u2019importante precisazione: \u00abIl glossolalo edifica se stesso; invece il profeta edifica l\u2019assemblea ecclesiale. Ora vorrei che tutti voi parlaste le lingue, ma di pi\u00f9 che profetaste. In realt\u00e0, <em>\u00e8 pi\u00f9 grande chi profetizza di chi parla in lingue, a meno che egli faccia da interprete, perch\u00e9 l\u2019assemblea ecclesiale riceva edificazione<\/em>\u00bb. \u00c8 vero che, parlando in glosse, si corre il rischio di non andare al di l\u00e0 di s\u00e9 stessi; ma il punto, decisivo per l\u2019ermeneutica del poeta bucovino, \u00e8 che Celan, con la sua poesia, non sta facendo altro che questo: interpretare; egli interpreta la realt\u00e0 per come l\u2019ha trovata dopo la guerra e dopo il massacro e lo fa a favore dell\u2019assemblea, di tutti gli uomini. Celan scrive con le macerie della lingua che sono rimaste, e il suo fare poesia \u00e8 giustappunto lo sforzo di interpretare quei resti di vita che, compromessi dal conflitto, oggi non raggiungono pi\u00f9 la piena leggibilit\u00e0.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Forse il suo continuo rifarsi alle stelle e alle costellazioni pu\u00f2 anche essere letto come il tentativo di trovare finalmente, non riscontrandone pi\u00f9 traccia sulla terra, elementi ancora in grado di conservare la loro antica capacit\u00e0 di corrispondenza: rivolgersi agli astri \u2013 dopo il dis-astro \u2013 potrebbe essere il tentativo di scovare qualcosa che non ha smesso di comunicare il suo significato, che non ha interrotto il dialogo; nell\u2019inesausta traiettoria spaziale che la luce della stella compie per raggiungere l\u2019occhio umano, irradiandosi attraverso il tempo e lo spazio, il filo che conduce il corpo celeste al suo osservatore sulla Terra resta saldo per quanto flebile e nonostante il ritardo con il quale giunge la sua luminosit\u00e0. Sulla terra, al contrario, il filo che conduce dalla cosa al senso che l\u2019uomo le offre si \u00e8 spezzato, la relazione viene meno (e pertanto va risarcita: con l\u2019agire anzitutto linguistico del poeta). Le stelle, dal lontanissimo buio intergalattico, continuano a durare il loro senso. Nella loro inviolabilit\u00e0 iperuranica, sono immuni dai conflitti: o lo sarebbero, se l\u2019uomo non le avesse raggiunte inventando delle corrispondenze inedite, vergognose; costellazioni terrestri capaci di disorbitare le stelle, attirandole sulla Terra per costringerle a nuove significazioni: la stella di David appuntata al petto degli ebrei \u00e8 la ferita dell\u2019Impero alla volta celeste, intatto per millenni e ora sfigurato.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Nel perduto legame con il senso delle cose, compromesso dalla guerra, risiederebbe l\u2019inesausto sforzo enciclopedico che ha spinto Celan a compulsare enciclopedie, dizionari e volumi specialistici di geologia, botanica, fisica e astronomia: occorreva ridestare lo strato di senso sepolto dalla cenere della storia che, dopo il 1945, sommergeva ogni parola, al fine di ricostruire nuovi canali di comunicabilit\u00e0 \u2013 essendo i precedenti, fino ad allora consueti, oramai non pi\u00f9 funzionanti. \u00abChiss\u00e0 quanti generi di lingue esistono al mondo e nessuno \u00e8 senza lingua\u00bb, esclamava ancora Paolo, di Tarso: \u00ab<em>Se dunque non comprendessi il significato della lingua, sarei un barbaro per chi parla, e colui che parla dinanzi a me sarebbe un barbaro<\/em>\u00bb. Lo scandaglio nel vocabolario della natura per trovare termini tecnici e specialistici, rari e inconsueti \u2013 vale a dire proprio le glosse, nel senso antico del termine, ricercate dai poeti \u2013 \u00e8 il tentativo di Celan non ignorare la potenza delle parole, di recuperarne il senso perduto nella voragine spalancata dal massacro; affinch\u00e9, con la lingua che si \u00e8 ritrovato a parlare, potesse scoprire il modo per balbettare la realt\u00e0 in frantumi cos\u00ec da ricomporla in versi e parlare finalmente l\u2019unico idioma possibile dopo ci\u00f2 che \u00e8 stato: quello di chi deve inderogabilmente dire ma non pu\u00f2 pi\u00f9 farlo con la stessa lingua di prima. Sar\u00e0, la sua, una voce incomprensibile: come quella di un testimone barbaro che arriva nel cuore dell\u2019Impero per raccontare ai suoi abitanti cosa hanno fatto con le parole e cosa hanno fatto alle parole.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\" style=\"font-size:14px\"><em>Notizia bibliografica<\/em><\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\" style=\"font-size:14px\">Il germe di questo articolo \u00e8 spuntato d\u2019estate, nell\u2019intersezione fra due riletture: il libro <em>Vita a fronte<\/em>. <em>Saggio su Paul Celan<\/em>, Quodlibet, Macerata 2005, di Camilla Miglio e l\u2019<em>Introduzione: la lingua minore<\/em> di Andrea Cortellessa al suo <em>La fisica del senso<\/em>. <em>Saggi e interviste su poeti italiani dal 1940 a oggi<\/em>, Fazi, Roma 2006; se poi \u00e8 germogliato, \u00e8 stato per l\u2019ulteriore slancio provocato dalla lettura dei primi capitoli di <em>Ricercar per verba. Paul Celan e la musica della materia<\/em>, il nuovo e prossimo libro di Camilla Miglio (se ne \u00e8 letta <a href=\"https:\/\/antinomie.it\/index.php\/2020\/11\/23\/paul-celan-e-la-musica-della-materia\/\" target=\"_blank\" rel=\"noreferrer noopener\">un\u2019anticipazione qui<\/a>); e se, infine, fiorisce, \u00e8 grazie all\u2019ospitalit\u00e0 di Andrea Cortellessa e della rivista che cura. Pertanto, con loro due sono debitore \u2013 oltre che dei tanti suggerimenti e degli innumerevoli spunti ben riconoscibili in queste pagine \u2013 di una generosit\u00e0 che non \u00e8 mai venuta meno: per questo, grazie.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\" style=\"font-size:14px\">Il passo di Kafka alluso da Celan \u00e8: \u00abSpogliatelo, e lui guarir\u00e0, | e se non guarisce, uccidetelo! | Non \u00e8 che un medico, non \u00e8 che un medico [<em>Entkleidet ihn, dann wird er heilen, <\/em>| <em>Und heilt er nicht, so t\u00f6tet ihn!<\/em> | <em>\u2019s ist nur ein Arzt, \u2019s ist nur ein Arzt<\/em>]\u00bb (F. Kafka, <em>Un medico condotto<\/em>, in Id., <em>La metamorfosi e tutti i racconti pubblicati in vita<\/em>, a cura di A. Lavagetto, Feltrinelli, Milano 1991, pp. 152-6, qui a p. 156). Il 23 gennaio 1962 Celan aveva mandato una lettera con la stessa citazione a Theodor Adorno: \u00ab[per loro] Non esisto. (\u201cPoich\u00e9 non \u00e8 possibile che esista ci\u00f2 che non pu\u00f2 esistere\u201d) | \u201cE se non guarisce, allora uccidetelo\u201d&#8230; | \u00c8 solo un ebreo. | E ridotto alla stregua di un oggetto, pu\u00f2 essere letterariamente adoperato in un modo o in un altro\u00bb (la cito da T. W. Adorno-P. Celan, <em>Solo, con me stesso e le mie poesie. Lettere 1960-1968<\/em>, a cura di J. Seng, traduzione di R. Di Vanni, Archinto, Milano 2011, pp. 60-3, a p. 61). Per la lettera a Federmann si veda R. Federmann, <em>In memoriam Paul Celan. Briefe<\/em>, \u00abDie Pest\u00e4ule\u00bb, I, I (1972), pp. 17-21, alle pp. 17-8, che cito tradotta da C. Miglio, <em>Vita a fronte<\/em> cit., p. 95 (e da p. 96 la seconda citazione). Ha parlato del secondo nome di Celan, <em>Pessach<\/em>, Davide Brullo <a href=\"http:\/\/www.pangea.news\/paul-celan-lettere\/\" target=\"_blank\" rel=\"noreferrer noopener\">qui<\/a>.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\" style=\"font-size:14px\">Le citazioni dalle lettere di Celan e sua moglie provengono dall\u2019epistolario P. Celan-G. Celan-Lestrange, <em>Correspondance<\/em>, due voll., a cura di B. Badiou con la collaborazione di E. Celan, Seuil, Paris 2001, I, rispettivamente pp. 22, 77 e 83.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\" style=\"font-size:14px\">Il brano paolino, che si cita dall\u2019edizione San Paolo, <em>Lettere<\/em>, a cura di G. Barbaglio, Rizzoli, Milano 2017, pp. 169-171, \u00e8 al centro di una riflessione \u2013 particolarmente ispirante per queste pagine \u2013 decisiva per mettere debitamente in luce le politiche e le poetiche linguistiche degli autori del <em>nach Auschwitz<\/em> e intorno alla quale gravitano le stesse voci di questo testo: oltre a Celan, Beckett e Levi (ma si potrebbe aggiungere anche un\u2019altra \u00abfiglia della guerra\u00bb: Amelia Rosselli), ovvero quella offerta da A. Cortellessa nell\u2019<em>Introduzione: la lingua minore<\/em> cit., pp. XXIX-XLV, specialmente alle pp. XXX-XXXIV (il quale rimanda ad alcune delle pi\u00f9 stimolanti riletture dell\u2019opera paolina comparse negli ultimi anni: G. Agamben, <em>Pascoli e il pensiero della voce<\/em> [1982], in Id., <em>Categorie italiane. Studi di poetica e letteratura<\/em>, Laterza, Roma-Bari 2010, pp. 61-72 e Id., <em>Il tempo che resta. Un commento alla <\/em>Lettera ai romani, Bollati Boringhieri, Torino 2000; A. Badiou, <em>San Paolo. La fondazione dell\u2019universalismo<\/em> [1997], traduzione di F. Ferrari e A. Moscati, Cronopio, Napoli 1999; G. Frasca, <em>La letteratura nel reticolo mediale. La lettera che muore<\/em>, seconda edizione, Sossella, Roma 2015, specie le pp. 37-48).<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\" style=\"font-size:14px\">La celebre dichiarazione di Adorno, pubblicata per la prima volta in <em>Crisi della cultura e societ\u00e0<\/em> (<em>Kulturkritik und Gesellschaft<\/em>) nel 1951 \u2013 \u00abLa critica della cultura si trova dinnanzi all\u2019ultimo stadio della dialettica di cultura e barbarie: scrivere una poesia dopo Auschwitz \u00e8 un atto di barbarie [<em>nach Auschwitz ein Gedicht zu schreiben, ist barbarisch<\/em>], e ci\u00f2 avvelena la stessa consapevolezza del perch\u00e9 \u00e8 divenuto impossibile scrivere oggi poesie\u00bb \u2013, si legge in T.W. Adorno, <em>Critica della cultura e societ\u00e0<\/em>, in Id. <em>Prismi. Saggi sulla critica della cultura<\/em>, traduzione di C. Mainoldi et al., Einaudi, Torino 1972, pp. 3-22: 22.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\" style=\"font-size:14px\">Prossima al Tremendo, \u00abwith the hatchet behind \/ our shoulders\u00bb, fu Amelia Rosselli: cfr. A. Cortellessa, <em>Amelia Rosselli, una vicinanza al Tremendo<\/em>, in Id., <em>La fisica del senso<\/em> cit., pp. 317-339; le dichiarazioni di Levi sul vero testimone si trovano ne <em>I sommersi e i salvati<\/em> (\u00abnon siamo noi, i superstiti, i testimoni veri. \u00c8 questa una nozione scomoda, di cui ho preso coscienza a poco a poco, leggendo le memorie altrui, e rileggendo le mie a distanza di anni. Noi sopravvissuti siamo una minoranza anomala oltre che esigua: siamo quelli che, per loro prevaricazione o abilit\u00e0 o fortuna, non hanno toccato il fondo. Chi lo ha fatto, chi ha visto la Gorgone, non \u00e8 tornato per raccontare, o \u00e8 tornato muto; ma sono loro, i \u201cmussulmani\u201d, i sommersi, i testimoni integrali, coloro la cui deposizione avrebbe avuto significato generale. Loro sono la regola, noi l\u2019eccezione [&#8230;]. Noi toccati dalla sorte abbiamo cercato, con maggiore o minore sapienza, di raccontare non solo il nostro destino, ma anche quello degli altri, dei sommersi, appunto; ma \u00e8 stato un discorso \u201cper conto di terzi\u201d, il racconto di cose viste da vicino, non sperimentate in proprio. La demolizione condotta a termine, l\u2019opera compiuta, non l\u2019ha raccontata nessuno, come nessuno \u00e8 mai tornato a raccontare la sua morte [&#8230;]. Parliamo noi in loro vece, per delega\u00bb: P. Levi, <em>I sommersi e i salvati<\/em>, in Id., <em>Opere<\/em>, 2 voll., a cura di M. Belpoliti, introduzione di D. Del Giudice, Einaudi, Torino 1997, II, pp. 1056-1057).<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\" style=\"font-size:14px\">Le parole di George Steiner sulla traduzione provengono da G. Steiner, <em>Dopo Babele. Aspetti del linguaggio e della traduzione<\/em> [1975], traduzione di R. Bianchi e C. B\u00e9guin, Garzanti, Milano 2004, p. 253; mentre la lettera al figlio Eric si legge in P. Celan- G. Celan-Lestrange, <em>Correspondance<\/em> cit., I, p. 499.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\" style=\"font-size:14px\">Riguardo al triangolo Adorno-Beckett-Celan, preliminari sono la ricostruzione dei rapporti fra il filosofo e il poeta bucovino di P. Gnani, <em>Scrivere poesie dopo Auschwitz. Paul Celan e Theodor W. Adorno<\/em>, La Giuntina, Firenze 2010 e la raccolta degli studi che il pensatore di Francoforte dedic\u00f2 all\u2019autore irlandese, T.W. Adorno, <em>Il nulla positivo. Gli scritti su Beckett<\/em>, a cura di G. Frasca, L\u2019Orma, Roma 2019, in cui la postfazione di G. Frasca, <em>\u00abPlanspiel oder Endspiel\u00bb: Samuel Beckett in Germania<\/em> (pp. 193-239), chiarisce la storia della relazione fra i due; infine, in merito ai rapporti fra Celan e Beckett, che per anni si sono studiati da lontano senza mai avvicinarsi, e ai loro incontri mancati (quello succitato \u00e8 ricordato, fra gli altri, da D. Borso nella sua <em>Nota introduttiva<\/em> a P. Celan, <em>Oscurato<\/em>, a cura di D. Borso, Einaudi, Torino 2010, pp. V-XV: XIV, n. 27), mi permetto di rinviare a T. Gennaro, <em>La traccia dell\u2019addio delle cose. Macerie urbane, umane e culturali nel secondo dopoguerra<\/em>, Sapienza Universit\u00e0 Editrice, Roma 2017, pp. 183-219.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\" style=\"font-size:14px\">Circa la questione delle macerie postbelliche, esposte o occultate, si vedano perlomeno i due studi di A. Tarpino, <em>Geografie della memoria. Case, rovine, oggetti quotidiani<\/em>, Einaudi, Torino 2008 e E. Pirazzoli, <em>A partire da ci\u00f2 che resta. Forme memoriali dal 1945 alle macerie del Muro di Berlino<\/em>, Diabasis, Bologna 2010. Sulla poesia <em>wirklichkeitbez\u00fcglich<\/em> di Celan cfr. B. Maj, <em>\u00abdurch\u2026 den B\u00fc\u00dferschnee\u2026\u00bb. L\u2019ultima poesia del ciclo <\/em>Atemkristall, in <em>Paul Celan in Italia. Un percorso tra ricerca, arti e media 2007-2014<\/em>, a cura di D. D\u2019Eredit\u00e0, C. Miglio e F. Zimarri Sapienza Universit\u00e0 Editrice, Roma 2015, pp. 274-284, pp. 276-277, n. 6.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\" style=\"font-size:14px\">L\u2019aforisma di Celan sulla poesia che sta e cresce sulle macerie si legge in P. Celan, <em>Microliti. Aforismi, abbozzi narrativi e frammenti di poetica<\/em>, a cura di D. Borso, Mondadori, Milano 2020, p. 121, mentre quello su Pound \u00e8 alla p. 129. La definizione di Celan come ermetico \u00e8 stata espressa da Theodor W. Adorno nella postuma <em>Teoria estetica<\/em>, a cura di G. Adorno e R. Tiedemann, traduzione di E. De Angelis, Einaudi, Torino 1975, p. 538 (dove il poeta bucovino \u00e8 definito \u00abil pi\u00f9 grande ermetico del Novecento\u00bb); d\u00e0 notizia della dedica a Hamburger lo stesso nella sua <em>Introduction<\/em>, in P. Celan, <em>Selected Poems<\/em>, traduzione e introduzione di M. Hamburger, Penguin, Harmondsworth 1988, p. 17 (traggo la notizia da C. Miglio, <em>Vita a fronte<\/em> cit., p. 177, n. 17); il commento sul <em>trobar clus<\/em> lo si legge in P. Celan, <em>Microliti<\/em> cit., p. 91.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\" style=\"font-size:14px\">Le citazioni di Levi provengono da P. Levi, <em>Opere<\/em> cit., e rispettivamente dalle seguenti pagine: <em>La ricerca delle radici<\/em>, vol. II, p. 1513; <em>Dello scrivere oscuro<\/em>, vo. II, pp. 679-81. La frase di George Steiner riportata proviene da <em>Linguaggio e silenzio. Saggi sul linguaggio<\/em> [1967], trad. it. R. Bianchi, Garzanti, Milano 2006, p. 9, mentre il riferimento agli \u00abuomini comuni\u00bb rimanda al libro di C. Browning, <em>Uomini comuni. Polizia tedesca e \u00absoluzione finale\u00bb in Polonia<\/em> [1992], traduzione di L. Salvai, Einaudi, Torino 2044 (in particolare, si vedano le pp. 165-198 e la <em>Postfazione<\/em> del 1998 alle pp. 203-244). Si fa riferimento all\u2019opera di V. Klemperer, <em>LTI. La lingua del Terzo Reich- Taccuino di un filologo <\/em>[1947], traduzione di P. Buscaglione Candela, La Giuntina, Firenze 2011; ha parlato di \u00abGreates War\u00bb in merito alla Seconda guerra mondiale G.L. Weinberg, <em>A World of Arms. Global History of World War II<\/em>, Cambridge University Press, Cambridge 1994, p. 3; la citazione di Levi dall\u2019<em>Appendice<\/em> di <em>Se questo \u00e8 un uomo<\/em> proviene invece da P. Levi, <em>Opere<\/em> cit., I, p. 200.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\" style=\"font-size:14px\">Le citazioni dalle poesie di Celan sono tratte da P. Celan, <em>Poesie<\/em>, a cura e con un saggio introduttivo di G. Bevilacqua, Mondadori, Milano 1998, rispettivamente pp. 1126-1127 (Die nachzustotternde Welt) e 380-381 (<em>T\u00fcbingen, j\u00e4nner<\/em>), mentre l\u2019aforisma del 1948 sulla \u00ablingua incomprensibile\u00bb si legge in P. Celan, <em>Microliti<\/em> cit., p. 11.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\" style=\"font-size:14px\">L\u2019intero articolo, e forse il paragrafo 4 pi\u00f9 di ogni altro, \u00e8 il frutto di riflessioni scaturite dalla lettura delle pagine di Camilla Miglio, <em>Ricercar per verba. Paul Celan e la musica della materia<\/em>, di prossima uscita presso Quodlibet e anticipate <a href=\"https:\/\/antinomie.it\/index.php\/2020\/11\/23\/paul-celan-e-la-musica-della-materia\/\" target=\"_blank\" rel=\"noreferrer noopener\">qui<\/a> e <a href=\"http:\/\/www.nuoviargomenti.net\/poesie\/camilla-miglio-ricercar-per-verba-paul-celan-e-la-musica-della-materia\/\" target=\"_blank\" rel=\"noreferrer noopener\">qui<\/a>.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"has-text-color wp-block-paragraph\" style=\"color:#676d82;font-size:14px\"><em>In copertina: uno scatto di Josef Sudek<\/em><\/p>\n","protected":false,"gt_translate_keys":[{"key":"rendered","format":"html"}]},"excerpt":{"rendered":"<p>Tante strade lontane convergono avviluppandosi in un solo nome. 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